12 anni schiavo di Steve McQueen

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locandina 12 anni schiavo
 
Regista: Steve McQueen
Titolo originale: 12 Years a Slave
Durata: 133'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Rapporto:

Anno: 2013
Uscita prevista: 20 Febbraio 2014 (cinema)

Attori: Chiwetel Ejiofor, Dwight Henry, Brad Pitt, Paul Giamatti, Michael Fassbender, Paul Dano, Benedict Cumberbatch, Sarah Paulson, Garret Dillahunt, Quvenzhané Wallis, Alfre Woodard
Soggetto: Solomon Northup
Sceneggiatura: John Ridley

Trama, Giudizi ed Opinioni per 12 anni schiavo (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Sean Bobbitt
Montaggio: Joe Walker
Musiche: Hans Zimmer
Scenografia: Alice Baker
Costumi: Patricia Norris

Produttore: Dede Gardner,Anthony Katagas,Brad Pitt,Steve McQueen
Produttore esecutivo: John Ridley
Produzione: Regency Enterprises
Distribuzione: Bim Distribuzione

La recensione di Dr. Film. di 12 anni schiavo
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Colonna sonora / Soundtrack di 12 anni schiavo
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Informazioni e curiosità su 12 anni schiavo


“Essendo vissuto da uomo libero per oltre trent’anni, durante i quali ho goduto del bene prezioso della libertà in uno stato libero, ed essendo poi stato rapito e venduto come schiavo – condizione in cui sono rimasto fino alla mia liberazione avvenuta nel gennaio del 1853, dopo dodici anni di schiavitù – qualcuno ha ritenuto che la storia della mia vita e delle mie tribolazioni non sarebbe stata del tutto priva di interesse per il pubblico”.
Solomon Northup


Note dalla produzione:
NOTE DI PRODUZIONE
Tratto dalla memorabile autobiografia che a metà dell’Ottocento ha rivelato al pubblico americano i retroscena dello schiavismo, arriva 12 ANNI SCHIAVO, il film di Steve McQueen che racconta la storia avvincente e toccante del rapimento di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), padre di famiglia afro-americano nato libero nello stato di New York, del suo viaggio allucinante fino alle piantagioni della Louisiana e della sua ostinata battaglia per ricongiungersi ai suoi cari. La storia di Northup alterna il dramma dell’improvvisa perdita della libertà a momenti di intensa bellezza e gentilezza che ci ricordano il legame che unisce tutti gli esseri umani. Apprezzato musicista e artigiano di Saratoga Springs, marito e padre di famiglia, Northup si ritrova all’improvviso in un incubo: drogato e derubato dei documenti, è incatenato e venduto a un implacabile mercante di schiavi di nome Freeman (Paul Giamatti).

Viene imbarcato su una nave che lo porta in Louisiana, dove finirà alla mercé di una serie di proprietari terrieri, tra cui William Ford (Benedict Cumberbatch) e Edwin Epps (Michael Fassbender), che lo segneranno anche se in modo diverso. Nonostante il conforto della sua amicizia con Eliza (Adepero Oduye) e con Patsey (Lupita Nyong’o), Solomon è alla mercé dei suoi aguzzini, che lo spingono al limite della sopportazione fisica e psicologica. Ma ogni volta si rifiuta di soccombere alla disperazione e all’assurda sopraffazione di cui è caduto vittima, aggrappandosi a una sola certezza: è stato, è e tornerà ad essere un uomo libero. Grazie all’incontro con Samuel Bass (Brad Pitt), un carpentiere di buon cuore che si interessa alla sua storia, finalmente Solomon ritroverà la strada di casa e la libertà.

Già autore di film appassionanti e intensi come Hunger e Shame, McQueen pensava al film ancora prima di aver letto il libro. Gli interessava affrontare il tema dello schiavismo americano in una chiave inedita: dal punto di vista di un uomo che aveva conosciuto sia il bene della libertà che l’ingiustizia della schiavitù. McQueen sapeva che all’epoca non era raro che i neri nati liberi negli stati del nord fossero rapiti e venduti come schiavi al sud. Ma solo in un secondo tempo ha scoperto che esisteva un’autobiografia che raccontava proprio quell’esperienza. “Volevo fare un film sullo schiavismo, ma non sapevo da che parte cominciare”, spiega McQueen. “Mi piaceva l’idea di partire da un uomo libero, come tanti di quelli che vedranno il film al cinema, un qualsiasi padre di famiglia che viene rapito e ridotto in schiavitù. Mi sembrava la persona adatta per ripercorrere la storia della schiavitù”.

McQueen ne ha parlato con sua moglie ed è stata lei a scoprire l’autobiografia di Solomon Northup, un libro che un tempo aveva scosso l’opinione pubblica americana, ma che non era più molto conosciuto né letto. “Mia moglie ha trovato il libro e appena l’ho aperto non l’ho più lasciato”, racconta il regista. “Ero stupefatto e incantato da questa incredibile storia vera. Si leggeva come Pinocchio o una fiaba dei Fratelli Grimm: un uomo viene strappato alla sua famiglia e trascinato in un tunnel oscuro, in fondo al quale, però, c’è una luce”.
McQueen ha scoperto – come già molti altri prima di lui – che Northup era un acuto osservatore oltre che uno dei pochi che all’epoca riuscirono a raccontare al mondo, dal di dentro, che cosa fosse veramente la schiavitù. Ma il libro di Northup non è solo la cronaca sconvolgente di una storia vera, è un’opera moderna, il racconto avvincente del coraggio fisico e morale di un uomo. È una testimonianza profonda e sofferta che pone una delle grandi domande della letteratura: e voi, che cosa avreste fatto?

Il 2013, l’anno in cui ricorre il 160° anniversario della riacquistata libertà di Northup, sembrava il momento ideale per ricordare la sua storia. “Era tanto tempo che non leggevo un libro di questa portata”, prosegue il regista. Mi sembrava impossibile non averne mai sentito parlare. E non lo conoscevano neanche molti degli americani a cui l’ho menzionato. Secondo me, per la storia americana è importante come Il diario di Anna Frank per la storia europea: è il viaggio di un uomo nella disumanità. Tutti credono di conoscere questo periodo della storia americana, ma credo che saranno in molti a restare sorpresi di quello che vedranno in questo film, come sono rimasto sorpreso io leggendo il libro. Sentivo che per me sarebbe stato un onore e un privilegio portare sul grande schermo questo libro e fare conoscere la sua storia al pubblico”.

Questo film consentiva al regista – famoso per l’eleganza e la bellezza formale delle sue inquadrature anche nelle scene più forti e intense – di sfruttare al meglio il suo personale stile visuale e insieme affinare le sue doti di narratore. Ma a ispirarlo è stata soprattutto la storia di Solomon: una storia di enorme sofferenza, ma raccontata con commovente dignità e ammirevole determinazione. “È una vicenda straordinaria e toccante, che ci ha offerto subito la prospettiva che cercavamo, un periodo di tempo abbastanza lungo per poter indagare e capire veramente che cosa fosse la schiavitù, che cosa significasse vivere da schiavi giorno dopo giorno”, commenta la produttrice Dede Gardner.


IL LIBRO
Quando nel 1853 fu pubblicato, il libro 12 Years A Slave, in cui Solomon Northup raccontava (a David Wilson) i dodici anni trascorsi in schiavitù in diverse piantagioni della Louisiana, divenne subito un best seller. Era un libro che oltre a documentare per la prima volta la vita quotidiana degli schiavi e a spiegare che cosa significasse essere proprietà di qualcuno, offriva anche un quadro complesso dell’impatto morale, emotivo e spirituale che la schiavitù – la cosiddetta peculiar institution – esercitava su tutte le persone coinvolte: dagli schiavi che provenivano da paesi diversi, ai padroni. Ma soprattutto era una testimonianza della tenacia umana.

Scritto un anno dopo la “liberazione” di Northup, e nove anni prima della guerra civile, il libro divenne un elemento chiave nel successivo dibattito sul futuro della schiavitù, perché contraddiceva il quadro idilliaco che ne proponevano gli schiavisti. Lo stesso Northup disse che raccontando la sua storia e la varietà di personaggi e comportamenti incontrati nelle piantagioni voleva prima di tutto offrire una testimonianza diretta della schiavitù, così come l’aveva vista e vissuta in prima persona.

Molti rimasero colpiti e commossi dal coraggio del protagonista, che non si era limitato solo a raccontare quello che gli era successo, ma si era soffermato a descrivere in dettaglio anche il contesto. Il grande statista americano Frederick Douglass, a sua volta autore di un’autobiografia pubblicata nel 1845 sulla sua storia di nero nato schiavo, disse di Northup: “Pensate! Un uomo vive per trent’anni con le speranze, le paure e le aspirazioni di qualsiasi altro uomo, con una moglie e dei figli, con una casa magari modesta ma pur sempre una casa: e poi, per dodici anni si ritrova a essere schiavo, valutato come un cavallo o un mulo ma trattato peggio di loro… Che orrore! Ti si gela il sangue a pensare che cose del genere accadano”.

Nonostante lo scalpore suscitato all’epoca e il suo valore storico, il libro poi è stato quasi del tutto dimenticato, ed è rimasto fuori catalogo per buona parte del Novecento. In realtà, sarebbe andato perduto per sempre se nel 1968 la storica Sue Eakin non l’avesse riproposto riportandolo al centro del dibattito sui diritti civili. La Eakin ha confermato la verità storica del racconto di Northup, documentando la sua versione dei fatti. Da allora, il libro è diventato una delle più autorevoli testimonianze storiche dello schiavismo, anche se non ha mai avuto la diffusione che avrebbe meritato.

Il regista Steve McQueen voleva far conoscere la storia di Northup al pubblico del XXI secolo, e rendere omaggio a questo eroe misconosciuto. “È una storia universale e al tempo stesso estremamente attuale, credo”, osserva McQueen. “Basta guardarsi intorno per accorgersi che la schiavitù ha lasciato ferite ancora aperte: è come se non fosse mai del tutto finita. Ma la storia di Northup può rinfrescarci la memoria e aiutarci a capire come il passato si riflette nel presente. Un viaggio reso ancora più significativo dal fatto che Solomon Northup è ognuno di noi. Ripercorrendo la sua storia, ci identifichiamo con lui e ci chiediamo se avremmo avuto il suo coraggio e la sua dignità”.


L’ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO
McQueen ha scelto di affidare l’adattamento del libro al romanziere e sceneggiatore John Ridley. Ridley si è subito innamorato di quella che fin dall’inizio non gli è sembrata solo la cronaca di un’esperienza drammatica, ma una vera e propria odissea: un viaggio lungo, tormentato e pieno di colpi di scena, al centro del quale c’è la perseveranza di un uomo determinato a tornare dai suoi cari.
“Mi è sempre sembrata l’odissea di un uomo che cerca disperatamente di ritornare a casa. Oggi, chiunque potrebbe salire su un aereo e andare da New York alla Louisiana, e ritorno, in un battibaleno. Ma se pensiamo a quel periodo, era una distanza fisica ed emotiva incolmabile per un uomo che oltre a tornare a casa voleva anche riprendersi i suoi diritti e la sua dignità. Questa è la storia di un viaggio infinito, nel corso del quale Solomon Northup arriva a capire quello che molti di noi danno per scontato: il privilegio di essere un americano libero”, spiega Ridley.

Nonostante la vicenda sia ambientata in un altro secolo, Ridley la ritiene estremamente attuale. “Le grandi storie hanno sempre una loro immediatezza”, dice. “Allora come ora, Solomon è prima di tutto un personaggio straordinario”.
Durante la preparazione del film, Ridley e McQueen hanno fatto un grosso lavoro di ricerca. Hanno studiato l’architettura di un sistema schiavistico che in qualche modo è stato un precursore dell’economia globale e che nel corso degli anni ha sviluppato una sua imponente e brutale infrastruttura. L’invenzione della sgranatrice ha reso possibile la produzione di massa del cotone, che ha fatto della schiavitù il fulcro dell’economia degli stati del sud.

Attraverso i documenti dell’epoca, regista e sceneggiatore hanno potuto quantificare l’enorme contributo dato dalla manodopera nera alla ricchezza del paese; e hanno scoperto come, per salvaguardare la pratica schiavista, il sistema sia diventato sempre più violento e repressivo, separando e distruggendo intere famiglie. Una pratica così abietta e immorale che ha diviso il paese per poi radicarsi nella sua psiche.
“Durante il lavoro di ricerca abbiamo scoperto moltissime cose sul sistema schiavista. “Quando oggi pensiamo allo schiavismo, lo identifichiamo con una sola cosa: i negri che lavoravano nei campi di cotone. Ma un sistema fondato sulla distruzione della volontà e la disumanizzazione doveva per forza di cose diventare sempre più complesso. C’era bisogno di storie da raccontare ai bianchi sul perché i neri dovevano essere schiavi, perché erano inferiori e perché nessuno doveva preoccuparsi dei loro diritti. Dopodiché è cresciuto a un ritmo esponenziale, anno dopo anno”.

Se da una parte non poteva sorvolare sulle atroci sofferenze fisiche e psicologiche di Northup, Ridley voleva che il tema conduttore del film fosse la vittoria della speranza sulle avversità. “La cosa più facile, di fronte a una storia come questa, sarebbe voltarci dall’altra parte e fare finta di non vedere”, confessa lo sceneggiatore. “Invece, è importante capire da dove veniamo e quanta strada abbiamo fatto, come paese. È l’unica cosa che può darci speranza. Il film ci incoraggia a non arrenderci, a credere sempre di potercela fare. È questo il messaggio di Solomon a ognuno di noi e a tutto il paese”.

Ridley spera che il film impedisca alla gente di dimenticare un passato che invece andrebbe integrato nella narrazione americana presente e futura. “È assurdo che questo libro non sia una lettura obbligatoria a scuola. Steve ed io ci riteniamo persone abbastanza colte, eppure lo abbiamo scoperto per caso. Spero che dopo questo film non sarà più così per nessuno”.
Il progetto è decollato quando sono entrati in campo Brad Pitt e la sua casa di produzione, Plan B. “Credo proprio che senza Brad Pitt il film non si sarebbe mai fatto”, afferma McQueen. “Come produttore, ha dato un contributo determinante perché lavora con dedizione ed è sempre presente e collaborativo. Come attore, anche se in un piccolo ruolo, in pochi minuti di film è capace di fare più di chiunque altro. Sono molto grato a lui, a Dede Gardner e a Plan B”.

Dede Gardner, di Plan B, era entusiasta di avventurarsi su un terreno cinematografico ancora vergine. “Non esisteva un film di così ampio respiro, che abbracciasse un periodo di tempo abbastanza lungo da consentirci di raccontare come la schiavitù abbia rappresentato per decenni il fulcro dell’economia degli stati americani del sud”, osserva la produttrice. “Il libro propone una storia straordinaria, che oltre ad essere profondamente toccante riesce anche a offrire un quadro vivo e realistico della realtà quotidiana della schiavitù, e delle sue ripercussioni a vari livelli”.
Il produttore Bill Polhand di River Road aggiunge: “Molti hanno un’idea dello schiavismo piuttosto piatta e superficiale. Ma la testimonianza di Northup dà un’impronta personale alla narrazione, che ti consente di elaborarla in modo diverso. E a questo c’è da aggiungere lo stile di Steve, così unico e personale. Riesce a renderla un’esperienza intima, il valore aggiunto del film”.

I produttori erano decisi a realizzare il film così come lo aveva immaginato McQueen. “Abbiamo aderito al progetto perché ci credevamo”, spiega la Gardner. “Steve McQueen è un regista che non ha paura di andare fino in fondo e di rischiare, e per questo lo ammiro. Lo schiavismo era un sistema perverso e profondamente violento, è difficile anche solo parlarne. Ma a noi sembrava importante mostrarlo al cinema, e sapevamo che Steve voleva essere onesto e raccontare le cose come stavano. La sua è una forma di rispetto per il pubblico”.
Fin dall’inizio, i produttori hanno capito che l’approccio di McQueen sarebbe stato molto particolare. “Steve ha subito individuato gli elementi emotivi del film”, spiega il produttore Jeremy Kleiner.

“Per esempio, voleva far capire al pubblico che all’epoca scrivere una lettera era un’azione che poteva costare la vita. Oggi ci scambiamo email, ma nel mondo di Solomon era pericoloso anche solo procurarsi il materiale necessario per scrivere una lettera. Per Steve era importante comunicarlo al pubblico, e da questo suo bisogno è nata la scena di apertura del film”.
Per Kleiner, l’universalità del film sta nel fatto che rivela tanti aspetti diversi della natura umana. “Ogni personaggio con sui Solomon entra in contatto incarna un aspetto della condizione umana. C’è la benevolenza. Ci sono il tormento interiore e la spietatezza. E c’è l’amore”, conclude. “Solomon, invece, incarna il rifiuto di cedere alle avversità”.


CHIWETEL EJIOFOR: DIVENTARE SOLOMON NORTHUP
12 ANNI SCHIAVO è prima di tutto Solomon Northup, un uomo che compie un viaggio durissimo senza mai diventare una figura tragica. Al contrario, la sofferenza rafforza il suo senso di identità, che neppure il più abietto dei comportamenti umani potrà mai più scalfire o annientare. Quando ha accettato di interpretare un ruolo così impegnativo, Chiwetel Ejiofor si è calato totalmente nei panni di Solomon Northup per riuscire a cogliere la forza del personaggio e la sua grande determinazione.
Già eclettico interprete dei ruoli più diversi – dall’immigrato inglese in PICCOLI AFFARI SPORCHI, al rivoluzionario di I FIGLI DEGLI UOMINI, al travestito in KINKY BOOTS, all’agente della Cia in SALT – Ejiofor affronta per la prima volta un’epopea come 12 YEARS A SLAVE, che poggia interamente sulle sue spalle. Ma McQueen sapeva che possedeva tutte le qualità per farcela.

“Ho avuto in mente lui fin dal primo giorno. Semplicemente, non c’erano alternative”, commenta il regista. “Era un bel po’ che lo tenevo d’occhio, e sapevo che sarebbe stato all’altezza del ruolo. Nobile, intenso e carismatico, come uomo e come attore, è riuscito a trasferire queste qualità nel personaggio di Solomon”.
Per quanto il regista fosse già convinto di aver fatto la scelta migliore, Ejiofor è riuscito a sorprenderlo con un’interpretazione che è andata oltre ogni aspettativa. “Siamo rimasti stupiti da come è riuscito a entrare nel personaggio, e a renderlo così intenso e autentico” spiega il regista. “C’è voluto del coraggio”. Ejiofor dice di essere entrato in sintonia con Solomon appena ha cominciato a leggere la sua storia. E questo lo ha aiutato a immedesimarsi nel personaggio via via che il suo viaggio diventa sempre più drammatico.

“La prima volta che ho letto il copione e poi il libro sono rimasto sconvolto”, ricorda Ejiofor. “È stato terribile scoprire cosa si nascondeva dietro il velo che era calato su quel periodo storico. Non avevo mai letto né visto niente del genere in tutta la mia vita. Certo, sapevo della schiavitù, ma ne avevo una conoscenza vaga. Questa storia ti fa vedere le cose attraverso gli occhi di Salomon e piano piano riesci a capire quello che deve avere passato. Ti rendi conto di cosa può significare un’esperienza del genere per un essere umano. È una sensazione che non si dimentica, mi è rimasta dentro. Incredibile”.
“Il libro racconta di quanto è difficile distruggere lo spirito di un uomo, di quanto siano straordinarie le risorse di un essere umano. Solomon è stato vittima di uno dei sistemi più efferati della storia dell’umanità, ed è sopravvissuto senza impazzire. Per me è stato un onore e un’esperienza unica prendere parte a questo film, e interpretare uno dei ruoli più impegnativi della mia carriera”.

Per quanto l’idea lo entusiasmasse, Ejiofor confessa di essersi sentito intimidito, all’inizio, dal copione. “Sapevo che sarebbe stato un ruolo difficile da interpretare - fisicamente, psicologicamente ed emotivamente”, ricorda. “Ho detto a Steve che dovevo pensarci. Ma ormai la storia mi era entrata dentro, e in fondo sapevo che per niente al mondo avrei rinunciato a quella parte”.
Subito dopo aver accettato di partecipare al progetto, Ejiofor ha iniziato la sua trasformazione. Per prima cosa, ha voluto documentarsi sulla realtà del sud degli Stati Uniti all’epoca di Solomon. “Il libro è stato il mio punto di riferimento”, spiega. “Ma andare in Louisiana a visitare le piantagioni dove tutto è stato conservato com’era allora, dalla casa dei padroni alle baracche degli schiavi, e dove si sono svolti gli eventi narrati nel libro, è stato illuminante. Ho raccolto storie e testimonianze, ed è stato come vedere riaffiorare fantasmi di un passato lontano”.

Mentre era alle prese con quei fantasmi, Ejiofor ha cominciato anche a documentarsi sulla vita di Solomon Northup, un musicista nero istruito, che era nato e cresciuto libero nello stato di New York e mai avrebbe immaginato di ritrovarsi, un giorno, schiavo. “Per lui la musica era sempre stata un modo per sentirsi inserito e apprezzato nella sua comunità”, osserva Ejiofor. “All’inizio della storia è un uomo simpatico, avviato verso un brillante avvenire. È rispettato dai suoi concittadini e fin troppo disposto a chiudere gli occhi su quanto avviene in altri stati del paese. Trascinato con la forza in Louisiana, si troverà faccia a faccia con una realtà che aveva preferito non vedere e con la quale dovrà fare i conti.

Spogliato all’improvviso della sua vita e della sua identità – nel corso di una sola notte in cui viene drogato e rapito – il protagonista del libro è sotto shock. Ejiofor è riuscito a cogliere il disorientamento di Northup e la sua illusione di poter ancora sistemare le cose. “Forse non credeva che fosse possibile essere rapiti così, che esistesse tutta un’ infrastruttura a sostegno dello schiavismo. Erano cose che si leggevano sui giornali, certo, ma in fondo Solomon pensava che a lui non potesse succedere. Così, all’inizio del viaggio, è ancora convinto di potersi salvare. Anche quando ormai è sulla nave per New Orleans continua a pensare che ci sia una vita d’uscita”.

Ma la via d’uscita non la trova subito. Viene venduto come una merce a tre diversi proprietari di piantagioni che lo trattano in modo molto diverso. Prima incontra William Ford, che nonostante sia uno schiavista convinto lo tratta con un misto di curiosità e rispetto. Ford lo trasferisce nella piantagione di Edward Epps, un uomo tormentato che è diventato famoso per i metodi disumani che usa per “domare gli schiavi”. Quando Epps presta i suoi schiavi al giudice Turner per una stagione, Northup fa un’esperienza ancora diversa. Ma chiunque sia il suo cosiddetto “padrone”, non perde occasione di ricordargli che non è libero. È questo che, secondo Ejiofor, fa di Northup un personaggio che ti conquista. “I proprietari di schiavi hanno una sola cosa in comune: tutti sanno che in Solomon c’è qualcosa che va distrutto”, osserva l’attore, “qualcosa di pericoloso. Non è qualcosa che dice o che fa, è un atteggiamento che non riesce a nascondere”.

E sarà proprio questo atteggiamento a dargli la forza di superare i momenti più difficili e a sopravvivere. “Solomon si aggrappa alla convinzione che la schiavitù sia qualcosa di talmente immorale che è impossibile che duri per sempre”, commenta l’attore. Ejiofor ha lavorato col regista Steve McQueen per riuscire a rendere tutte le sfumature del protagonista, dalla sua paura di apparire istruito (in un periodo in cui uno schiavo in grado di leggere e scrivere era considerato una grave minaccia all’ortodossia), ai suoi complessi legami con i suoi “padroni”, ai suoi tentativi di fuga. Un lavoro impegnativo ma anche estremamente utile.

“Steve è diretto, preciso e molto esigente: devi dare il massimo in ogni momento”, dichiara Ejiofor. “Non gli piacciono le scorciatoie. È un regista che ama le sfide e che si concentra sul lavoro dell’attore. Chiede naturalezza, ma anche intensità”.
La collaborazione tra attore e regista ha dato buoni frutti. Tutti i membri della troupe sono d’accordo che quella di Ejiofor è un’interpretazione coraggiosa e assolutamente unica. “Chiwetel è stato bravissimo. È riuscito a calarsi nel mondo interiore e nella vita emotiva di Solomon e a renderne partecipe lo spettatore, che si identifica e parteggia per lui”.

“Quello di Solomon era un ruolo molto impegnativo”, osserva Paul Dano, uno dei co-protagonisti del film. “Fin dal primo giorno sul set guardavo Chiwetel e pensavo: ‘Ma è incredibile!’”. Aggiunge Sarah Paulson: “Guardare Chiwetel, per me, è stato come fare un corso di specializzazione in sottigliezze interpretative. Doveva accompagnare il suo personaggio in un viaggio lungo dodici anni, e non era facile recitare tenendo a mente tutte le tappe del cambiamento: i momenti in cui ancora si aggrappava a una speranza, e quelli in cui ormai era allo stremo. La caratteristica di Chiwetel – molto in linea col suo personaggio – era la sua capacità di non lasciare trasparire la fatica. Ma tutti noi sapevamo quanto fosse difficile e faticoso, in realtà, e lo ammiravamo per questo”.

Ejiofor ha dichiarato che ad aiutarlo nelle scene più drammatiche è stata la consapevolezza dell’importanza di raccontare la storia di Solomon oggi. “Interpretare questo ruolo è stata una sfida enorme, il tipo di sfida che fa passare tutto il resto in secondo piano, finché il personaggio non diventa un’ossessione”.
Un’ossessione che si è rivelata illuminante. “Ho pensato molto a questo film e alla sua attualità”, spiega Ejiofor. “C’è qualcosa, in Solomon, che trascende il tempo e lo spazio. Qualcosa di profondo che ci riguarda tutti. È l’attaccamento al valore della libertà, alla famiglia e alle persone che ci sono care. Sta in questo la forza della storia di Solomon. È una storia sfaccettata, profonda, tragica e edificante, ma soprattutto molto umana”.


CHIWETEL EJIOFOR: IL LINCIAGGIO E LE FRUSTATE
In una sequenza che lascia senza fiato, Solomon viene lasciato appeso a un cappio con i piedi che sfiorano appena il pavimento. Per ore resta così, lottando per non soffocare, mentre intorno a lui i bambini giocano al sole. È stato uno dei momenti in cui la capacità di Ejiofor di calarsi in un ruolo è stata messa più a dura prova. “È una scena molto forte emotivamente, che mette in luce la straordinaria determinazione di Solomon”, spiega l’attore. “Anche quando è ridotto allo stremo non si arrende, lotta per sopravvivere. È stato duro emotivamente e fisicamente interpretare quella scena esattamente come l’aveva descritta Solomon, ma in quel momento ho avuto la sensazione di tornare indietro di due secoli e vedermelo di fronte”.

Steve McQueen voleva ricreare l’emozione profonda che aveva suscitato in lui quella scena la prima volta che l’aveva letta. Per farlo, ha scelto di raccontarla senza enfasi, quasi con distacco. “Per tutto il tempo in cui Solomon resta appeso a quel cappio, sfiorando la terra con la punta dei piedi, la sua mente è attraversata dai pensieri più diversi. Volevo che il pubblico percepisse le sensazioni di Solomon, mentre si dibatte agonizzante nell’indifferenza del mondo che gli gira intorno”, spiega Ejiofor. “È una scena chiave e volevo che fosse coinvolgente: non mi interessava scioccare il pubblico, sentivo solo la responsabilità di rendere una testimonianza così importante. Durante le riprese, sul set è calato un grande silenzio, c’era un’atmosfera grave. Ma sapevamo di dover andare fino in fondo”.

Dede Gardner è rimasta profondamente colpita dall’impegno con cui Ejiofor ha affrontato il suo ruolo. “Chiwetel ha avuto un gran coraggio. Sapeva come Steve intendeva girare quella scena e non si è tirato indietro”, osserva la produttrice. Un aiuto prezioso a entrare nello spirito giusto è arrivato dal caldo della Louisiana: “Il primo giorno delle riprese c’erano quasi 45 gradi nel campo di cotone in cui dovevamo girare”, ricorda la Gardner. “Mi chiedevo come avremmo fatto a lavorare con quel caldo pazzesco e senza un filo di ombra. E allora mi sono resa conto che era proprio quello che raccontava Solomon nel libro, quello che aveva passato lui”.

La lotta per la sopravvivenza di Solomon Northup raggiunge il culmine nel suo rapporto con Edwin Epps, uno scontro di volontà. “Io credo che Epps viva in un mondo che non gli ha dato gli strumenti per considerare Solomon un essere umano”, osserva Eljiofor. “ Solomon, invece, esige di essere trattato come tale. E il suo atteggiamento confonde Epps, che forse proprio per questo è deciso a distruggere tutto ciò che di libero e vitale c’è in lui”.
Nel frattempo, Northup si avvicina sempre di più alla schiavaamante di Epps, Patsey. “Solomon riconosce in Patsey un forza molto profonda, una determinazione feroce e implacabile di cui capisce di avere bisogno per sopravvivere”, commenta Ejiofor. Ma la determinazione di entrambi è messa a dura prova quando Epps costringe Solomon a frustare Patsey per alcune sue presunte infrazioni alle regole, in una scena emozionante girata come un unico piano sequenza.

Ejiofor sostiene che Patsey avesse i suoi motivi per chiedere all’amico di obbedire agli ordini perversi del padrone. “Secondo me, Patsey non ne può più dell’odio. E se devono frustarti a sangue, è meglio che a farlo sia qualcuno che non ti odia. Tutta la scena è una potente metafora della piantagione schiavista, dove amore e ossessione, odio e tenerezza si mescolano. È anche il momento in cui Solomon si rende conto che anche se uscirà vivo di lì, non sarà mai più lo stesso”, conclude Ejiofor.
Una volta tornato a casa dalla sua famiglia, Solomon era un uomo molto diverso da quello di un tempo. “Aveva visto il lato oscuro del mondo”, conclude Ejiofor, “e questo lo aveva cambiato dentro”.

MICHAEL FASSBENDER SUL SIGNOR EPPS
In 12 ANNI SCHIAVO Michael Fassbender e Steve McQueen riprendono una collaborazione cominciata con HUNGER e proseguita con SHAME. Questa volta Fassbender esplora un aspetto diverso del carattere umano, nei panni di Edwin Epps, il proprietario di schiavi della Louisiana a cui Solomon viene ceduto in pagamento di un debito.
Epps si rivelerà un uomo tormentato e dedito all’alcol, preda di furiose esplosioni di rabbia alimentate dalla testarda determinazione di Northup. Il vero Epps era così famoso per il suo comportamento violento e riprovevole, che ancora oggi in Louisiana si usa l’espressione “Non fare l’Epps”, quando qualcuno diventa molesto.
Nella sua autobiografia, Northup lo descrive come “rozzo e ripugnante” e come qualcuno “che non ha goduto dei vantaggi di un’istruzione”. Fassbender non ha avuto paura di interpretare un personaggio così negativo. “Michael ha dato il massimo, come sempre”, dice McQueen.

“Michael ha trovato la chiave giusta per dare al personaggio lo spessore che meritava”, osserva Ejiofor. “Il suo Epps non è solo un cattivo, è anche un uomo tormentato che sente di avere tutti contro e reagisce sfogando la sua rabbia sulle cose che gli appartengono, come Solomon e gli altri schiavi della piantagione. Michael è riuscito a farne un personaggio ripugnante e affascinante insieme”.
Fassbender è rimasto colpito prima di tutto dalla storia. “È una storia importante da raccontare”, dichiara l’attore. “Parla di quello che gli esseri umani sono capaci di fare ai loro simili”. Per mettere a fuoco il personaggio di Epps, l’attore ha cercato di capire le ragioni alla base del suo comportamento. In un mondo agricolo in cui ci sono poche certezze, Epps le trova nell’illusione del controllo esercitato in modo cruento e dispotico sui suoi schiavi.

Ma Northup rappresenta una sfida a tutto questo. “Io credo che Solomon sia più intelligente di Epps”, osserva l’attore, “e che lo faccia sentire inadeguato. Per Epps rappresenta una minaccia, e questo lo espone a continue ritorsioni”.
Tra i due uomini c’è Patsey, la schiava con cui Epps ha una relazione. Epps non sa spiegarsi l’attrazione che prova per lei, né tanto meno sa spiegarla alla moglie intollerante. “È ossessionato da Patsey, e non riesce a farsene una ragione, ad accettarlo”, spiega l’attore. “Per sua moglie è doppiamente frustrante, perché nella piantagione tutti lo sanno. Per Patsey, invece, è un autentico inferno, perché è vessata da entrambi: praticamente è alla mercé di due persone violente e incapaci di compassione”.

Fassbender voleva arrivare al cuore di quella mancanza di compassione. “Seguo sempre lo stesso percorso, quando affronto un ruolo”, spiega l’attore. “Leggo e rileggo il copione cercando le scene che rivelano meglio alcuni aspetti del personaggio. Che cosa cerca?
Quali sono le radici della sua violenza? Come ti relazioni con persone che ritieni “subumane”? In che modo infliggere ad altri sofferenze quotidiane ha un impatto su di te, sul tuo muscolo della memoria? E come puoi conviverci? Nella mente di Epps vedevo un continuo tiro alla fune…”
Lavorare con McQueen, con cui ormai c’è un rapporto collaudato, ha consentito a Fassbender di fare emergere tutto questo. “Steve capisce il comportamento umano. È spinto da una curiosità autentica e affronta qualsiasi tema senza pregiudizi”, spiega Fassbender. “Fa il suo lavoro con grande passione, e si aspetta che tutti gli altri facciano altrettanto”.


LUPITA NYONG’O SU PATSEY
Nei panni di Patsey – la schiava che è la bracciante più efficiente della piantagione di Epps, e insieme lo sfortunato oggetto della sua tormentata passione erotica – c’è l’attrice Lupita Nyong’o. Nata in Messico, cresciuta in Kenya e laureata alla scuola di cinema di Yale, esordisce in un ruolo che le ha richiesto un enorme coinvolgimento emotivo.
Steve McQueen l’ha scoperta durante una lunga serie di audizioni. “Abbiamo visto più di mille candidate e Lupita spiccava su tutte”, ricorda il regista. “Appena l’ho incontrata ho pensato subito: è lei”. Ha un lato tenero, vulnerabile, ma anche la grande forza del suo personaggio. Mi ha fatto sentire quasi in soggezione”. Per avvicinarsi al personaggio di Patsey, Lupita ha voluto documentarsi sulla vita al tempo della schiavitù. “Per prima cosa, sono andata a vedere la nave schiavista esposta al Museo delle cere di Baltimora. Sono salita a bordo, un’esperienza che mi ha sconvolto.

Non avevo mai visto la schiavitù così da vicino”, dice. “Ho anche letto molti libri. Ho cercato di procurarmi tutte le informazioni che sono riuscita a trovare sulla vita degli schiavi all’epoca”. Ha perfino imparato a svolgere alcune delle loro attività tradizionali: “Facendo ricerche, ho scoperto che le donne facevano bambole con le bucce di mais”, dice a proposito del giocattolo più diffuso delle piantagioni del sud schiavista. “Così, ho imparato a farle e è diventata una mia passione. Una piccola cosa che mi ha fatto sentire più vicina al mio personaggio”.
Anche dare una voce a Patsey non è stato facile. “Non esistono registrazioni sonore di quegli anni quindi non sappiamo come parlasse e che voce avesse chi viveva nell’ottocento. Il nostro dialogue coach, Michael Buster ha scoperto un incredibile documentario intitolato The Quilts of Gees Bend , su una remota comunità afroamericana dell’Alabama, che è diventato il nostro punto di riferimento”, spiega.

Sempre più sconvolta dalle continue violenze subite da Patsey, Nyong’o ha cercato di indagare anche la mente del suo aguzzino: “Epps è il prodotto di un’epoca in cui ogni contatto interrazziale era proibito. L’attrazione che Epps prova per Patsey è grottesca perché Epps ci si oppone con tutta la sua forza”, osserva l’attrice. “Desidera Patsey, ma si odia per questo. E così diventa violento proiettando su di lei il disagio che prova nei confronti di se stesso”.
Nel film è Fassbender a incarnare le contraddizioni di Epps. “Ero preoccupata all’idea di lavorare con lui, ma Michael mi ha reso tutto più facile. Sul set fa paura, ma nella vita è una persona molto gentile”, dichiara la giovane attrice. “Credo di essere arrivata in fondo a quelle scene perché ho cercato di non pensarci troppo. L’unica cosa che mi importava era raccontare la storia di Patsey. Per me è stato un onore avere la possibilità di farlo”.


BENEDICT CUMBERBATCH SU WILLIAM FORD
Al contrario di Epps, il primo “padrone” di Solomon è un uomo dal temperamento più gentile, William Ford, che ammira l’intelligenza di Northup e lo apprezza come essere umano. A interpretarlo è Benedict Cumberbatch, visto quest’anno in Il quinto potere e Into darkness - Star Trek.
Anche lui ha voluto documentarsi prima di arrivare sul set. “È stato interessante cercare di capire il punto di vista di Ford”, spiega. “Ho scoperto che era stato uno dei primi a ottenere una concessione di terra in Louisiana. Era considerato da molti un brav’uomo, intelligente e timorato di Dio. Era anche un predicatore, che considerava i suoi schiavi come figli di Dio, e cercava di comportarsi come una persona capace di empatia e comprensione nei confronti dei suoi simili”.

Eppure, nella sua prima scena, Ford compra la schiava Eliza separandola dalla figlioletta senza battere ciglio. “In quel momento capisci che nonostante le sue prediche e la sua gentilezza, Ford era sempre uno che appoggiava un sistema”, osserva Cumberbatch. “Separare una madre dalla sua bambina è un gesto assolutamente riprovevole, che nessun cristiano potrebbe mai giustificare” .
Ford porta il peso della colpa come un macigno sull’anima. Forse anche per questo tra lui e Northup nasce un’amicizia costretta a fare i conti con la questione dell’uguaglianza. “Io credo che Ford sia torturato dalla sua coscienza: sa perfettamente che la schiavitù è antitetica alla morale cristiana. Nel libro, Solomon giustifica Ford, dicendo che è nato in quella situazione e che le sue azioni vanno perdonate. Ma quando Ford si indebita, ecco che l’implacabile logica schiavista riprende il sopravvento. Soffre all’idea di abbandonare una persona che rispetta e a cui vuole bene nelle mani di un uomo così malvagio e senza scrupoli. Eppure lo fa”.

McQueen ritiene che Cumberbactch sia riuscito a cogliere questo tormento interiore. “Ford è combattuto tra la sua morale e il suo bisogno di adattarsi all’ambiente in cui vive”, osserva il regista. “Da una parte deve sopravvivere in quell’ambiente, e dall’altra ne è complice. Benedict è riuscito a esprimere il dualismo del personaggio, la sua umanità ma anche la sua debolezza”.
“Col suo carisma, Benedict era perfetto per questo ruolo”, aggiunge Ejiofor. “Solomon resta subito conquistato dalla sua simpatia e dai suoi modi informali: quello che ha di fronte non gli sembra un mostro, ma un brav’uomo. Una bella contraddizione con cui fare i conti, nel suo primo anno da schiavo”.


JOE WALKER SUL MONTAGGIO
Joe Walker torna a collaborare ancora una volta con McQueen. “Joe è un montatore straordinario ed è anche un musicista, quindi ha un ottimo senso dei tempi e del ritmo, e lavora altrettanto bene sul suono”, spiega il regista. “Sono molto soddisfatto del rapporto di collaborazione che abbiamo costruito nel tempo”.
Così, invece, si esprime Walker parlando di McQueen: “Steve porta il pubblico dentro la storia di un film, dentro ogni scena. E poi lo lascia libero di giudicare quello che vede, senza spingerlo verso una conclusione preconfezionata. Non conosco molti registi che lo facciano”.

Walker si è reso immediatamente conto che 12 ANNI SCHIAVO era un film molto diverso dagli altri realizzati con McQueen, e non solo per la sua portata storica. “Abbraccia un arco di tempo molto ampio e mette in campo un numero enorme di personaggi”, osserva Walker.
“Al tempo stesso affronta un tema universale, perché parla di un uomo privato della libertà e trascinato in una situazione straordinaria”.

In sala di montaggio, Walker e McQueen hanno stravolto la cronologia del film. “A un certo punto abbiamo deciso che il film doveva cominciare a metà del viaggio di Solomon, prima del suo ritorno in famiglia da uomo libero”, spiega Walker. “Prima diamo un’idea di quale sia la vita di Northup da schiavo, e poi torniamo indietro per scoprire in che modo è arrivato dov’è. La struttura narrativa ha preso forma da quel punto di partenza”.
Walker ha dichiarato di essere rimasto entusiasta soprattutto delle reazioni del pubblico alle prime proiezioni del film. “La vera soddisfazione è stata vedere che il film piaceva a persone così diverse tra loro – ricchi e poveri, bianchi e neri. Per me è stato gratificante anche come montatore, perché significava che era una storia raccontata bene e in modo coinvolgente”.


HANS ZIMMER SULLA COLONNA SONORA
Per comporre la colonna sonora di 12 ANNI SCHIAVO, il premio Oscar Hans Zimmer si è ispirato al mondo naturale che sta intorno a Solomon Northup, nelle paludi e nei campi della Louisiana. “È un mondo pieno di natura, di grilli e di acqua, in completo contrasto con la città in cui Solomon ha sempre vissuto. E ho cercato di tenerne conto”.
Steve McQueen sapeva che l’uomo giusto per questo progetto era Zimmer. Benché sia noto soprattutto per le colonne sonore di grandi film d’azione e animazione, Zimmer si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica con il film di Chris Menges UN MONDO A PARTE – dopo il quale sono venuti i tre Oscar per Rain Man - L'uomo della pioggia, A SPASSO CON DAISY e Thema e Louise – ed è altrettanto dotato per il genere drammatico.

“Abbiamo parlato per ore, prima che Hans posasse un solo dito sulla tastiera del pianoforte”, racconta McQueen parlando della loro collaborazione. “Così ho potuto esporgli le mie idee, e da quelle idee è emersa la musica. Hans ha creato qualcosa che è insieme semplice e meravigliosamente complesso. È una colonna sonora dimessa, discreta, ma anche forte, emotiva e sensibile. La sua musica ha il profumo del film”.

Quando ha cominciato a pensare alla musica, Zimmer si è concentrato sulle esperienze interiori di Northup, oltre che sul contesto storico.“Mi sembrava importante sottolineare la dimensione senza tempo di questa storia, ma senza idealizzarla”, spiega. “Spesso utilizzo l’elettronica per realizzare un sound estremo, radicale. Ma questa volta no, mi è sembrato importante usare strumenti tradizionali. Al centro della partitura ci sono archi, fiati e un po’ di percussioni qua e là. Non è una musica legata a una particolare cultura, quello che cercavo era una colonna sonora per così dire ‘umanistica’…”.

Per Solomon Northup, il compositore ha creato un tema che, come il protagonista, si evolve nel corso della storia. “Il tema attraversa tutto il film”, spiega Zimmer. “Assume colori e umori diversi, strada facendo. E come la storia, anche la colonna sonora ha un andamento ciclico”.
“Steve e gli attori di 12 ANNI SCHIAVO sono riusciti a raccontare questa storia con grande umiltà”, conclude Zimmer. “E uso il termine umile come il più grande dei complimenti, perché è l’umiltà a rendere questo film così unico e personale. È una storia che viene voglia di stare a sentire, perché non è mai urlata”.

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