L'altra verita' di Ken Loach

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locandina L'altra verita'
 
Regista: Ken Loach
Titolo originale: Route Irish
Durata: 109'
Genere: Thriller
Nazione: UK, Francia, Italia, Belgio, Spagna
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 20 Aprile 2011 (Cinema)

Attori: Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune, Talib Rasool, Craig Lundberg, Trevor Williams
Sceneggiatura: Paul Laverty

Trama, Giudizi ed Opinioni per L'altra verita' (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Chris Menges
Montaggio: Jonathan Morris

Produttore: Rebecca O'Brien,Tim Cole
Produzione:
Distribuzione: Bim

La recensione di Dr. Film. di L'altra verita'
Un film di (nuova) guerra non politically correct e purtroppo realistico. Più per pensare che per intrattenimento. Lo consiglio.

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Colonna sonora / Soundtrack di L'altra verita'
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Luca Zingaretti: Fergus
Chiara Colizzi: Rachel
Alessandro Quarta: Frankie
Massimo Lodolo: Walker
Vittorio Guerrieri: Haynes
Paolo M. Scalondro: Nelson
Hossein Taheri: Harim
Flavio Aquilone: Craig
Marco Foschi: Tommy
Gianfranco Miranda: Jamie

Informazioni e curiosità su L'altra verita'

Note dalla produzione:
PRESENTAZIONE
PAUL LAVERTY – Sceneggiatore
Conosciamo tutti il rituale che accoglie il ritorno delle spoglie di un soldato morto in terra straniera: la musica solenne, la bandiera, il picchetto d’onore e il saluto, diffusi su tutti i media nazionali. Le parole di conforto pronunciate da politici e militari ai parenti affranti, molti così giovani che stringono neonati in braccio. Non è stato così per Deely, la sorella di Robert, un ex-paracadutista vittima di un’imboscata in Iraq. Lo hanno rispedito in patria dal Kuwait, ed è arrivato all’aeroporto di Glasgow. L’impresario di pompe funebri ha detto a Deely che c’erano dieci salme su quell’aereo quel giorno, due delle quali non erano identificabili. La bara di Robert sembrava una “grande cassa di arance”. Niente fanfara, niente bandiera, niente giornalisti e neanche una domanda. La sua morte, per quanto ne sappiamo, non è stata inserita in alcuna lista. La ragione è semplice. Robert non era più un paracadutista, ma un contractor. Alcuni li chiamano soldati privati, corporate warriors (guerrieri delle corporazioni) o “consulenti per la sicurezza”. Gli iracheni li chiamano mercenari.

E’ in atto una lenta e implacabile privatizzazione del business della guerra. Ce lo dice la cassa di legno grezzo in cui riposa Robert, e ce lo dicono le statistiche. Patrick Cockburn, autorevole giornalista dell’Independent ed esperto di Iraq, ha dichiarato che al culmine dell’occupazione c’erano circa 160mila contractor stranieri nel paese, molti dei quali – forse fino a 50mila – erano guardie del corpo armate fino ai denti. Condurre la guerra e la successiva occupazione sarebbe stato impossibile senza il loro contributo “militare”.
Grazie a Paul Bremer, il capo dell’Autorità Provvisoria della Coalizione nominato dagli Stati Uniti, a ognuno di quei contractor è stata garantita l’immunità dalle leggi irachene con l’Ordine 17, una disposizione imposta al nuovo parlamento iracheno. (L’ordine 17 è rimasto in vigore dal 2003 agli inizi del 2009).

A nessuno interessa contare i civili iracheni uccisi o feriti dai contractor privati, ma esistono prove documentate che gli abusi sono stati rilevanti. Il massacro di 17 civili uccisi da agenti della Blackwater, al centro di Baghdad, è stato l’incidente più famoso, ma ce ne sono stati molti altri che non sono stati raccontati. Un contractor anziano mi ha raccontato, a condizione di restare anonimo, di aver parlato con un sudafricano che gli avrebbe detto che uccidere un iracheno era come “sparare a un negro”. Altri contractor in buona fede, che vanno orgogliosi della loro professionalità, mi hanno raccontato di essere disgustati dalla violenza dei loro colleghi senza scrupoli, che definiscono “cowboy”. Se un contractor resta coinvolto in un incidente sospetto, la sua società gli fa subito lasciare il paese. Impunità d’ufficio.

Mentre i contractor si giocavano la vita e gli arti sulla Route Irish, i dirigenti delle loro società facevano soldi a palate. David Lesar, un alto dirigente della Halliburton (di cui l’amministratore delegato era Dick Cheney), ha guadagnato poco meno di 43 milioni di dollari nel 2004. Gene Ray di Titan ha guadagnato oltre 47 milioni di dollari tra il 2004 e il 2005. JP London di CACI ne ha guadagnati 22 milioni. Mai trascurare i dettagli. Gli appaltatori privati si facevano pagare fino a 100 dollari il bucato di un singolo soldato.
In un rapporto ufficiale del gennaio 2005, l’Ispettore generale per la ricostruzione irachena, Stuart Bowen, ha rivelato che oltre 9 miliardi di dollari se n’erano andati in truffe e corruzione, e questo solo in un periodo molto limitato di tempo del governo provvisorio. Impunità anche finanziaria.

Come mi ha detto un contractor, quel posto “puzzava di soldi”. Non c’era da stupirsi se tanti militari sottopagati - soldati dell’esercito e delle forze speciali – si congedavano per farsi assumere da società militari private, cogliendo al volo l’occasione più unica che rara di “fare un po’ di soldi”.
Ma quegli uomini non accumulano solo soldi.
Oggi siamo abituati a vedere immagini di stragi e uccisioni che avvengono in “quel posto laggiù”. Siamo abituati a storie di miliardi spariti, società avide di denaro, abusi, torture e prigioni segrete. La stima dettagliata del Lancet, che riporta 654.965 morti al giugno del 2006, è quasi inconcepibile. Tutto questo, per ora, ci sembra sufficientemente lontano nel tempo e nello spazio. Ma le ricadute non si faranno attendere.

Quel “posto laggiù” sta tornando a casa. L’Iraq è nella testa dei “nostri ragazzi”.
Sono rimasto molto sorpreso quando l’organizzazione umanitaria Combat Stress – impegnata nel trattamento degli ex-militari affetti da Disturbo post-traumatico da stress - mi ha rivelato che in genere il DPTS si manifesta dopo una quindicina d’anni. Ci si aspetta un’impennata dei casi in un futuro molto prossimo.
E’ stata Norma, un’infermiera gentile ormai vicina alla pensione che ha passato anni ad assistere gli ex-soldati, a darmi l’idea per questa storia, dicendomi che “molti di questi uomini sono in lutto per la persona che erano un tempo, quella che non c’è più”. Un exsoldato mi ha fatto vedere un quadro dipinto da lui: “Rivoglio solo il mio vecchio me stesso”.

L’Ordine 17 sarà anche stato revocato in Iraq, ma il suo spirito regna ancora incontrastato: il fetore dell’impunità, le bugie, il disprezzo del diritto internazionale, la violazione della convenzione di Ginevra, le prigioni segrete, la tortura, gli omicidi… le centinaia di migliaia di morti. Mentre immagino le menti di tutto questo – Bush, Blair, Rumsfeld e soci – che incassano milioni nei loro giri di conferenze e istituiscono fondazioni interreligiose, non posso fare a meno di pensare alle infermiere di Fallujah che assistono alla nascita di bambini con due teste e con i volti deformi per colpa delle bombe chimiche piovute su quella città. Il nostro regalo per il futuro.
Così, abbiamo provato a chiederci quali saranno gli effetti dell’Ordine 17 a casa nostra.
L’Iraq, in un giardino inglese.
11 maggio 2010.

Ken Loach – Regista
La cosa più difficile è trovare il microcosmo capace di rendere il quadro generale: il conflitto irrisolto, la contraddizione che, se indagata, rivela il paesaggio.

REBECCA O’BRIEN – Produttore
Dopo IL MIO AMICO ERIC, sentivamo l’esigenza di fare qualcosa di serio e impegnato, e i nostri partner francesi per quel film - Pascal Caucheteux di Why Not e Vincent Maraval di Wild Bunch – erano pronti a sostenerci. E’ stato fantastico tornare a lavorare con loro. Il finanziamento è diventato semplice e diretto, e mi ha dato la possibilità di concentrarmi sulla produzione. Gli altri nostri partner europei abituali sono subentrati in un secondo momento con la North West Vision.
Le scene in Iraq le abbiamo girate in Giordania, dove la Royal Jordanian Commission si è dimostrata molto collaborativa durante le riprese. Non solo: abbiamo anche potuto impiegare numerosi rifugiati iracheni come comparse e in ruoli secondari. Con le loro storie drammatiche hanno testimoniato proprio quella realtà che volevamo documentare.
E poi è stata una gioia lavorare di nuovo a Liverpool: è una città molto ospitale, piena di personaggi interessanti e simpatici.

FERGUS – Mark Womack
Ken vuole che ti documenti. Ti fa parlare con tante persone e leggere libri che possono esserti utili per capire il mondo in cui si muove il tuo personaggio. Così, quando poi cominciano le riprese hai già conosciuto diversi contractor e ascoltato le loro storie, e sei in grado di costruire il personaggio partendo da quelle. Passi anche molto tempo con gli attori con cui lavorerai, per familiarizzare. Sono stato in un campo di addestramento militare con John Bishop che interpreta Frankie, e con Trevor che interpreta Nelson, e quando sono iniziate le riprese li conoscevo piuttosto bene.
Nella scena in cui mi dicono che Frankie è morto, ho provato quello che immagino si provi quando si perde un amico.
John è stato fantastico: solo lui sapeva che il suo personaggio sarebbe morto, ma non l’ha detto a nessuno.
Fergus è una persona autodistruttiva, come molti dei soldati che ho conosciuto, che soffrono di stress da combattimento. Uno di loro mi ha detto che quando entri nell’esercito, loro “ti accendono” – ma poi non c’è nessuno che ti spegne. Come puoi passare dall’Afghanistan e l’Iraq, con tutto quello che hai visto lì, al centro commerciale con moglie e figli? Qualcuno ci riesce, ma la maggior parte no.

RACHEL – Andrea Lowe
Avevo visto quasi tutti i film di Ken Loach e pensavo, forse come tanti altri, che fossero basati sull’improvvisazione. Invece no, c’è un bellissimo copione. L’improvvisazione subentra quando devi costruire il personaggio. A volte solo tu conosci parti della sceneggiatura che gli altri attori non conoscono, ma nessuno ti chiede niente e tu non glielo diresti, perché fa parte del gioco e funziona. In questo modo, le tue reazioni sul set risultano più naturali e autentiche, e come attore non corri il rischio di sovrainterpretare. L’essenza dei film di Ken sta nella verità delle persone, e questo film parla di persone distrutte.

Lavorando alla trama secondaria del film, abbiamo immaginato che Rachel avesse conosciuto per primo Fergus. Quando lo incontra, Rachel ha un passato burrascoso alle spalle: ha lavorato nella musica e viaggiato molto, ma poi ha deciso di diventare una personal trainer e si dedica allo yoga. Incontra Fergus in palestra: lui all’epoca è ombroso e introverso. Forse in passato Rachel avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma in quel momento della sua vita vuole altre cose. Tra loro c’è solo un’attrazione che resta inespressa. Fergus le presenta Frankie, e lei se ne innamora: è forte, pieno di vita e divertente. Quando Frankie muore, Fergus è chiuso nella sua disperazione, e non le consente di aiutarlo. Nessuno dei due può salvare l’altro, è tragico.
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