Regista: Gilles Paquet-Brenner
Titolo originale: Elle s'appelait Sarah
Durata: 111'
Genere: Drammatico
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 13 Gennaio 2012 (cinema)
Attori: Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy, Dominique Frot, Natasha Mashkevich, Gisèle Casadesus, Aidan Quinn
Soggetto: Tatiana De Rosnay
Sceneggiatura: Serge Joncour, Gilles Paquet-Brenner
Trama, Giudizi ed Opinioni per La chiave di Sara (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Elle s'appelait Sarah
Durata: 111'
Genere: Drammatico
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 13 Gennaio 2012 (cinema)
Attori: Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy, Dominique Frot, Natasha Mashkevich, Gisèle Casadesus, Aidan Quinn
Soggetto: Tatiana De Rosnay
Sceneggiatura: Serge Joncour, Gilles Paquet-Brenner
Trama, Giudizi ed Opinioni per La chiave di Sara (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Pascal Ridao
Montaggio: Hervé Schneid
Musiche: Max Richter
Scenografia: Françoise Dupertuis
Costumi: Eric Perron
Produttore: Stéphane Marsil
Produzione: Hugo Productions
Distribuzione: Lucky Red
Montaggio: Hervé Schneid
Musiche: Max Richter
Scenografia: Françoise Dupertuis
Costumi: Eric Perron
Produttore: Stéphane Marsil
Produzione: Hugo Productions
Distribuzione: Lucky Red
La recensione di Dr. Film. di La chiave di Sara
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Colonna sonora / Soundtrack di La chiave di Sara
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).
Voci / Doppiatori italiani:
Emanuela Rossi: Julia Jarmond
Sara Labidi: Sara (sarah) Starzynski
Angelo Nicotra: Jules Dufaure
Pasquale Anselmo: Bertrand Tezac
Michele Gammino: Edouard Tezac
Graziella Polesinanti: Mame'
Claudia Catani: Sig.ra Starzynski
Paola Giannetti: Genevieve Dufaure
Sandro Acerbo: William Rainsferd
Manlio De Angelis: Richard Rainsferd
Personaggi:
Kristin Scott Thomas: Julia Jarmond
Mélusine Mayance: Sara (sarah) Starzynski
Niels Arestrup: Jules Dufaure
Frédéric Pierrot: Bertrand Tezac
Michel Duchaussoy: Edouard Tezac
Gisèle Casadesus: Mame'
Natasha Mashkevich: Sig.ra Starzynski
Arben Bajraktaraj: Sig. Starzynski
Dominique Frot: Genevieve Dufaure
Aidan Quinn: William Rainsferd
George Birt: Richard Rainsferd
Paul Mercier: Michel Starzynski
Kate Moran: Alexandra
Joe Rezwin: Joshua
James Gerard: Mike Bambers
Vinciane Millereau: Nathalie Dufaure
Nancy Tate: Alice
Informazioni e curiosità su La chiave di Sara
Dal romanzo di Tatiana De Rosnay edito da Mondadori.INTERVISTA A GILLES PAQUET BRENNER
Come è nato il desiderio di portare sullo schermo il libro di Tatiana de Rosnay?
L'idea di questo film è nata tre mesi prima dell'uscita di UV Seduzione fatale. Mi sono imbattuto nel libro di Tatiana de Rosnay e l'ho letteralmente divorato. Il suo intreccio è avvincente: oltre a raccontare il rastrellamento del Velodromo d'Inverno e i campi di concentramento del Loiret, li riesamina attraverso uno sguardo contemporaneo: dopo aver scoperto un segreto di famiglia, una giornalista americana che vive in Francia conoscerà meglio la storia del suo paese di adozione mentre la sua vita resterà sconvolta da qualcosa che all'inizio sembrava non riguardarla .
La storia esplora anche zone d'ombra di cui si è sempre parlato poco, come il comportamento dei testimoni dell'epoca, dei quali collaborazionisti e partigiani costituivano solo una piccola parte. La maggioranza delle persone semplicemente faceva finta di non vedere, cercando così di salvarsi la pelle; come la famiglia Tezac, che in linea di massima non ha fatto niente di male eppure si sente colpevole; o come i Dufaure, eroi quasi loro malgrado. Il libro rifugge da schemi manichei: ci sono i fatti e anche le conseguenze sulle generazioni future, e si è lontani dalle semplificazioni alle quali siamo abituati. Ha anche alcune affinità con la mia storia personale.
In che modo?
Sono di origine ebraica e gli uomini della mia famiglia sono spariti in quel periodo. Mio nonno, un musicista ebreo tedesco che aveva sempre vissuto in Francia, è stato denunciato da alcuni francesi ed è morto all'inizio della sua deportazione. Gli rendo omaggio nel film attraverso il personaggio dell'uomo con il violino che ha un anello contenente del veleno per poter decidere il momento della sua morte… Mia madre mi ha raccontato per la prima volta questo aneddoto durante la preparazione del film. Quando mio nonno è stato deportato io non c'ero, ma ne ho visto le conseguenze su mia madre, le sue sorelle, mia nonna… Nel libro ho ritrovato anche questo: i sopravvissuti che devono imparare a convivere con i morti.
E' stato facile ottenere i diritti del libro da Tatiana de Rosnay?
Desideravo farne un film prima ancora di finire di leggerlo. Informandomi, ho saputo che Tatiana e Serge Joncour, l'autore di UV Seduzione Fatale, si conoscono e si stimano a vicenda. Tatiana ha così saputo che volevo adattare il romanzo e abbiamo contattato la sua casa editrice. Siamo stati i primi a fare questo passo, dato che ho avuto la fortuna di leggere il libro abbastanza presto, qualche giorno dopo la sua uscita. Poi, con il successo del romanzo, Tatiana è stata subissata di proposte, soprattutto americane, ma lei ha mantenuto la parola data e ha continuato ad accordare a noi la sua fiducia.
Nell'adattamento realizzato con Serge Joncour, ha modificato molto del romanzo?
No, siamo rimasti abbastanza fedeli al romanzo, tranne per un elemento fondamentale. Nel libro il fratellino di Sara va da solo a rifugiarsi nell'armadio a muro mentre la sua famiglia viene arrestata.
Nel film è Sara che gli chiede di farlo, e questo modifica il suo personaggio amplificando il suo senso di colpa. Un altro cambiamento importante è stato inserito per porre rimedio ad una frustrazione di molti lettori che rimpiangevano, come me, che nel libro non apparisse più Sara dopo la scoperta di suo fratello. Con Serge abbiamo perciò sviluppato per lo schermo il personaggio di Sara da adulta. Ma l'adattamento non è stato particolarmente difficile, perché il libro è strutturato benissimo. Le sole vere difficoltà sono state quelle relative al passaggio da un'epoca all'altra, dal 1942 ai giorni nostri, e dover comprimere tutto in due ore. E in effetti all'inizio Serge mi aveva portato una prima versione di 250 pagine!
Eppure è stato difficile trovare i finanziamenti…
Certo, con la mia filmografia incoerente e discontinua… Onestamente credo che alcuni si siano sentiti traditi dopo Les jolies choses. Per divertirmi ho girato Gomez et Tavares, un film che ha avuto successo, ma che ha confuso la mia immagine. L'uscita di UV Seduzione fatale è stato un brutto colpo. E' una strana sensazione quella di fare un film di cui si è fieri e che tutti detestano.
Insomma… molti amavano la sceneggiatura di La chiave di Sara, ma non l'idea che fossi io a dirigere il film!
Ed è là che Stéphane Marsil, il mio produttore, ha dato prova di una tenacia e di una fedeltà rare in questo mestiere. Ha messo in gioco la sua stessa credibilità. Lui e il ricordo di Les Jolies choses hanno salvato questo film. E' grazie soprattutto al fatto che ha amato il mio primo lungometraggio che Frédérique Dumas, di Studio 37, si è unita a noi. E' stato fondamentale, anche se questo non ci ha impedito di vivere momenti umilianti… ed è un eufemismo dire che ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ma Stéphane non ha mai mollato. Per questo progetto ci è capitato almeno dieci volte di pensare che non ce l'avremmo fatta. E per dieci volte le cose si sono sistemate in modo del tutto inatteso.
Come mai ha scelto Kristin Scott Thomas per interpretare il ruolo della giornalista che, preparando un articolo sul rastrellamento del Velodromo d'Inverno, si trova a ricostruire la vita di Sara?
Il suo profilo personale corrisponde in modo inquietante a quello di Julia Jarmond. E questo peraltro le faceva un po' paura, perché non aveva mai interpretato un personaggio che le somigliasse tanto. Stéphane Marsil conosce Kristin per aver prodotto Arsene Lupin, e Ti amero' sempre è uscito nelle sale proprio mentre stavamo ultimando la nostra sceneggiatura. Ora, con questo film si è creato tra lei e il pubblico francese un legame forte e stabile. Le abbiamo inviato la sceneggiatura ma, siccome era impegnata a teatro a Broadway, la sua risposta non è stata immediata. Intanto si avvicinavano le presidenziali USA e a me è venuta voglia di andarle a vivere lì sul posto… Ho incontrato Kristin il giorno della vittoria di Obama, andandola ad aspettare all'uscita dal teatro. Lì, spinta dal desiderio di raccontare questa storia, ma senza dubbio trascinata anche dalla strana euforia che regnava in città, mi ha detto di sì. Il suo coinvolgimento è stato decisivo.
Sicuramente per i finanziamenti del film, ma soprattutto per tutto quello che lei ci ha messo di suo. In La chiave di Sara la vediamo com'è nella vita vera: carismatica, moderna, molto al passo con i tempi. La sobrietà della sua recitazione e la sua classe naturale mantengono il film a distanza di sicurezza da possibili trappole lacrimevoli. Come dice lei stessa, lei c'è per rappresentare la coscienza dello spettatore. Un compito che però va svolto con il necessario equilibrio.
Come ha scelto il resto del cast?
Non volevamo una parata di star. Abbiamo distribuito i ruoli cercando l'attore migliore o l'attrice migliore per ciascuna parte senza dover avere per forza dei nomi di richiamo. C'è perciò un misto di talenti molto noti e meno conosciuti. Alcuni sono stranieri, altri parlano yiddish. Bisognava che tutto suonasse vero, autentico, dovevamo far sparire l'artificio del cinema.
Perché rivolgersi a Niels Arestrup per il ruolo del contadino che accoglie la piccola Sara dopo la sua evasione dal campo di concentramento?
Niels ha quel lato un po' scorbutico delle persone di campagna, e ne ha anche l'aspetto fisico. E la sua freddezza apparente contrasta con il coraggio e la bontà del personaggio. Ha letto la sceneggiatura in due giorni, ha accettato di incontrarmi per un caffè e mi ha detto di sì. Niels contribuisce come Kristin a dare equilibrio all'insieme. La sua sobrietà nell'interpretare un ruolo che avrebbe potuto cedere in modo troppo semplicistico ai buoni sentimenti è fondamentale. A volte pensavo addirittura che non facesse abbastanza sul set. E' in quei momenti che si scopre che bisogna saper dare retta alle persone che ne sanno più di noi. Lavorare con attori del calibro di Niels o Kristin ci insegna ad essere umili.
Come ha scelto Mélusine Mayanceper per il ruolo di Sara bambina?
Partivo da una certezza: i bambini si induriscono e crescono più velocemente in tempo di guerra. Cercavo, in fondo, tanto la bambina quanto l'adulta che sarebbe diventata . Vedendo Ricky una storia d'amore e libertà mi è venuta voglia di incontrare Mélusine. Ed è entrata a far parte di un gruppo di tre ragazzine che avevamo selezionato per far fare loro qualche prova prima dei provini filmati.
Lo scopo era quello di conoscerle un po' meglio, di valutare la loro maturità e vedere come avrebbero reagito alla durezza del soggetto. Alla fine ne sono rimaste due: una più istintiva e Mélusine, una professionista, che si è imposta con naturalezza. Era il film per lei! Ha inchiodato tutti. E' precisa negli obiettivi che si pone, ha un senso innato della macchina da presa, è sempre al suo posto, senza la minima esitazione. Come ha detto François Ozon: «Mélusine non è una ragazzina, è un'attrice». Per un ruolo così difficile per la sua età, è una fortuna averla trovata.
Abbiamo anche la sopresa di rivedere Aidan Quinn, il coprotagonista con Brad Pitt di Vento di passioni, nel ruolo del figlio di Sara, che la giornalista interpretata da Kristin Scott Thomas va a cercare per la sua inchiesta. Come siete riusciti a stanarlo?
Qualche volta Tatiana riassume il suo libro così: è la storia di un uomo che alla fine scopre chi era sua madre… Per questo ruolo cercavo un'idea, una presenza, qualcuno che avesse personalità. La scoperta di William alla fine del film è cruciale, perché è la cosa che dà un senso all'inchiesta di Julia. La ricerca è stata lunga e difficile e, anche se la presenza di Kristin ci ha aperto delle porte, gli agenti americani ci hanno educatamente ignorato.
Perché avevamo appena tre giorni per le riprese di quelle scene e niente soldi. Alcuni attori ci hanno detto di sì, ma chiedendo dei compensi proibitivi. E poi, un giorno, la nostra direttrice casting americana mi ha annunciato di aspettare una risposta da Aidan Quinn. Ero sorpreso, ma non potevo desiderare di meglio: un attore di cui gli amanti del cinema riconoscono il volto, ma che riesce lo stesso a sparire dietro il suo personaggio. Inoltre Aidan è un essere umano fantastico e un attore molto generoso, un po' pazzo, preso totalmente della parte ed estremamente efficace.
Una volta messi insieme questi talenti, qual era il vero obiettivo che si era posto nel fare questo film?
Fare un bel film da sabato sera, accessibile e popolare, ma che potesse anche stimolare a riflettere. Volevo tornare all'essenziale, a una sorta di classicismo. E volevo provare a me stesso di essere in grado di farlo.
Quali sono stati i suoi punti fermi nelle scelte di regia per poter riuscire in questo intento?
All'inizio mi sono interrogato in particolare su come differenziare le due epoche. Come trovare e mantenere quella sobrietà così necessaria al soggetto trattato? Dove si situa il confine tra sobrietà e mancanza di creatività? Volevo anche esprimere attraverso le immagini la differenza dei mondi nei quali Sara e Julia crescono: il caos dell'occupazione contro un certo confort borghese. Così ho deciso di girare tutta la parte relativa al 1942 con una macchina da presa a spalla e delle lenti a focale corta per mostrare sempre il punto di vista dei personaggi e rimanere dentro lo svolgersi dell'azione; il tutto alternando delle immagini più grafiche per ricreare l'atmosfera, come quelle per la scena dell'evasione da Beaune La Rolande… Per la parte contemporanea ho, invece, optato per una messa in scena molto classica, limitando le inquadrature, affinché tutti i primi piani e tutti i movimenti avessero un significato. Il mio obiettivo era di fare in modo che gli spettatori potessero seguire la storia senza che la mia regia, seppure presente, li distogliesse neanche per un istante. Volevo che la storia fosse sempre al primo posto.
In questo film lei si confronta in modo diretto con la descrizione del Velodromo d'Inverno. Che tipo di approccio ha adottato?
Ho incontrato dei sopravvissuti e tutti mi hanno parlato del calore soffocante, dei suoni, degli odori, del continuo brulichio… Anziché realizzare una messa in scena pura e semplice, le loro testimonianze hanno incoraggiato l'idea di privilegiare un approccio immersivo, di rendere quelle sensazioni in modo quasi impressionista. Poi vedo per la prima volta Mr. Klein e mi rendo conto che Losey l'ha girato al velodromo Jacques Anquetil di Vincennes. Ora, questa struttura ha mantenuto lo stile Eiffel, proprio come il Velodromo d'Inverno. Per noi era dunque un luogo da tenere in considerazione, e questo soprattutto dopo che i responsabili degli effetti speciali mi avevano spiegato che era possibile trasformare sullo schermo questo velodromo a cielo aperto in una struttura coperta. Così abbiamo girato là, e Mac Guff ha fatto un lavoro straordinario.
Alla fine ci sono solo quattro inquadrature truccate in tutta la sequenza. Per il resto ho lavorato al montaggio per dare un'impressione del numero, senza dover tenere sempre 500 comparse nell'inquadratura. Volevo che lo spettatore avesse la sensazione dello spazio enorme del Velodromo d'Inverno, ma senza essere troppo minuzioso nella ricostruzione, perché non mi fido del 3D, che permette qualsiasi cosa ma qualche volta a discapito del realismo. Ho anche proibito qualsiasi totale del luogo perché, in questo caso, il punto di vista sulla situazione sarebbe diventato esterno, ovvero il contrario del mio intento di mostrarla in soggettiva. Tutte le inquadrature del Velodromo d'Inverno sono realizzate per ricoprire il punto di vista di Sara.
In quei momenti non si sente anche una specie di responsabilità nei confronti della Storia?
Questo mi terrorizzava… Scrivendo non ci pensavo sul serio, perché in genere affronto i problemi uno alla volta, mano a mano che si presentano. Ma è venuto a galla in modo violento e improvviso quando ho letto La petite fille du Vél'd'Hiv, di Annette Müller, una sopravvissuta che all'epoca dei fatti era di poco più giovane di Sara. Sicuramente è in quel momento che ho preso coscienza di ciò che stavo per immortalare. La mia preoccupazione è aumentata quando ho rivisto Schindler's list.
C'è una scena che temevate di girare più delle altre?
Quella della separazione dei bambini dalle loro madri. E questo ancora di più quando mi sono ritrovato a girarla avendo accanto a me Annette Müller…
E' stato lei a volerla sul set?
No, è stata lei. E' venuta con suo fratello Michel, che era con lei nel 1942.
E come ha vissuto le riprese di questa scena terribile?
Ero immerso nella mia bolla, non volevo essere influenzato dall'emozione che si percepiva sul set per non diventare troppo compiacente. Ho cominciato piazzando la macchina da presa a distanza, in fondo, per controllare come si sarebbero posizionate le comparse. Che sono state eccezionali. Il loro contributo al film è stato impagabile. Poi mi sono avvicinato lentamente al cuore dell'azione.
In mezza giornata però non sono riuscito a catturare l'essenza di quello che vedevo, l'intollerabile barbarie, e la mia preoccupazione aumentava. Ho chiesto allora all'operatore di posizionarsi con un 14mm in mezzo alla gente, non facendo caso agli spintoni o agli urti. Si è fatto male, ma in cinque ciak ha ottenuto quel caos che si vede ora sullo schermo.
Con La chiave di Sara, lei è il primo ad aver girato nel Memoriale della Shoah.
Sì. Il Memoriale non era mai stato ripreso per un film di finzione. E la scena in cui il personaggio di Kristin vi si reca è un po' rischiosa, perché si può scivolare facilmente nella politica. L'uomo che incontra lì le riassume così la sua missione: «sfuggire alle cifre e alle statistiche per restituire un volto e una realtà a ciascuno di quei destini». Queste parole definiscono lo scopo ultimo del mio film. Finora i film sull'Olocausto sono rimasti. – in modo comunque indispensabile. – sul piano della Storia con la S maiuscola. In questo campo io non mi sentivo a mio agio. E' stato già fatto moltissime volte e, secondo me, Schindler's list è insuperabile. Mi sono allora chiesto quale piccola pietra avrei potuto aggiungere io per contribuire alla costruzione di questo edificio. E ciò che mi è sembrato giusto fare è stato cercare di far. “sentire.” questa tragedia alla gente, prescindendo dai grandi discorsi, per restituirle una dimensione concreta e palpabile, una dimensione umana, facendo in modo che lo spettatore si senta a contatto con gli eventi, indipendentemente dalle opinioni e dalle origini di ciascuno. Il personaggio di Kristin è americano e non ebreo. La storia di Sara e della Shoah quindi non è la sua storia, ma la toccherà in modo indiretto. Questo potrebbe succedere a chiunque.
Come collocarsi allora in relazione a queste circostanze?
La chiave di Sara è finzione, ma il libro da cui ho tratto l'adattamento è estremamente ben documentato e rispetta moltissimo la realtà dei fatti. Seguendo questi destini diversi, spero di aver realizzato un film nel quale tutti possono sentirsi coinvolti. Un film che ci faccia conoscere la storia da un punto di vista accessibile a tutti e nel quale poterci identificare, ma non senza semplificare o fare prediche.
INTERVISTA A KRISTIN SCOTT THOMAS
Conosceva già il libro di Tatiana de Rosnay prima che Gilles Paquet Brenner le proponesse di recitare nel suo adattamento?
Assolutamente no! Ma l'aveva letto mia figlia, che ne era entusiasta.
Cosa l'ha spinta allora ad unirsi a questa avventura?
Ho incontrato Gilles a New York, dove recitavo in teatro, la sera della vittoria di Obama! Avevo già letto la sceneggiatura che mi aveva affascinato per l'argomento trattato, estremamente interessante. In effetti affronta in modo diretto la questione di come convivere con il passato, continuando ad andare avanti, quando si è esseri umani coscienti e responsabili messi di fronte a storie che sconvolgono, fanno vergognare o fanno sentire colpevoli. Questi interrogativi accomunano molte persone che si portano dentro tutto per anni. Mi piaceva anche il fatto che La chiave di Sara trattasse del rastrellamento del Velodromo d'Inverno, argomento tabu, da un punto di vista diverso: parlando della consapevolezza che abbiamo oggi di questa tragedia, sulla quale si ha la tendenza a stendere un velo. Perché la Francia dell'epoca era divisa tra gli eroi, i collaboratori… e l'immensa maggioranza di coloro che cercavano innanzi tutto di salvarsi la pelle.
Trovo che sia positivo poterne parlare, anche perché in un certo senso è liberatorio.
Come è andata la collaborazione con Gilles Paquet Brenner prima delle riprese?
Non ci siamo visti molto perché ero molto impegnata su diversi set. Per cui non mi era facile incontralo. Tuttavia, prima di iniziare a girare, Gilles mi ha fatto vedere le immagini riferite al. ‘42 che aveva appena ultimato, cosa che mi è stata enormemente utile. In seguito, sul set, ho apprezzato particolarmente la sua tenacia nell'affrontare le difficoltà. Più le cose si facevano complicate, più Gilles diventava preciso e fermo nelle sue scelte. E' straordinario e coinvolgente vederlo al lavoro.
E' stato difficile lavorare al suo personaggio?
Non molto, perché questo personaggio è abbastanza simile a me sul piano sociale. Vivo in un ambiente in cui molti dei miei amici sono giornalisti come lei. Potrei benissimo essere lei, per cui è stato facile mettermi nei suoi panni. Per aiutarmi ho anche letto il libro di Tatiana de Rosnay prima di iniziare a girare e vi ho trovato delle indicazioni per la mia interpretazione. Ma non bisogna mai dimenticare che l'approccio di una scrittrice è decisamente diverso da quello di un'attrice.
Si è documentata in anticipo su questo complesso periodo della storia francese?
No, perché ho scelto di fare lo stesso percorso del mio personaggio in relazione a quegli avvenimenti. Ovviamente conoscevo alcuni aspetti della storia di quel periodo, perché mi sento emotivamente coinvolta dalla sorte degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Ma non ero mai stata al Memoriale della Shoah, per esempio, e non ho voluto andarci prima delle riprese per poter vivere la situazione esattamente come l'avrebbe vissuta Julia. Non volevo avere preconcetti che avrebbero potuto condizionare la mia interpretazione, volevo piuttosto partire da zero, in un certo senso. E vivere il percorso di questa donna che si lascia trasportare dall'affettività quando si rende conto che i fatti del passato hanno un riflesso sulla sua vita personale e sulle decisioni che è chiamata a prendere. Ovviamente anche la voglia di sperimentare tutto questo durante le riprese mi ha spinta ad accettare di entrare a far parte del progetto.
Che ricordo le resta delle riprese al Memoriale della Shoah che ha appena menzionato?
In realtà non è stata una cosa nuova per me, perché mia suocera è stata molto attiva e ha lavorato molto sul tema della memoria e sulla tragedia di quegli anni: ha anche fatto parte del comitato che ha fatto mettere delle targhe sui muri delle scuole con i nomi dei bambini deportati. Quando si leggono quelle targhe, proprio come quando si entra nel Memoriale della Shoah, e ci si trova davanti ai volti di quelle persone, le cose si sentono per forza in modo diverso. Proprio come dice il mio personaggio nel film, quando si trova immerso in quella situazione: si può davvero provare cosa significhi avere un figlio deportato e sentire tutta l'impotenza e la frustrazione che derivano dal non poter far nulla per proteggerlo. Da madre è proprio ciò che ho provato all'interno del Memoriale. Con grande intensità.
Eppure questa scena, proprio come la sua interpretazione in tutto il film, è caratterizzata dalla sobrietà. La sfida che si era posta per questo film era quella di evitare di cadere nel lacrimevole?
Era una trappola da evitare: non bisognava cedere alla compassione. Questo film in fondo dimostra che la vita continua, che come esseri umani abbiamo delle risorse psicologiche che ci consentono di andare avanti e che fanno sì che, anche di fronte alle peggiori tragedie, riusciamo a ricominciare. Così Sara, dopo tutto quello che ha vissuto, si è lasciata i bambini alle spalle.
Bisognava evitare di chiudersi in un sentimento sterile, anche se, ovviamente, al momento mi sono commossa per molte cose. Ma il mio personaggio deve superare quel tipo di emozioni. Non bisogna dimenticare che all'inizio Julia è una giornalista che conduce un'inchiesta e si accosta quindi ai fatti da un punto di vista professionale. E' solo quando inizia la sua ricerca per ritrovare Sara che, un po' alla volta, si ritrova piena di dolore e di frustrazione. E questo ancora di più quando scopre di essere incinta proprio nel momento in cui pensava di non poter più avere figli, e con un marito che vuole che abortisca. Tutti questi elementi la rendono fragile e vulnerabile alle emozioni. D'altra parte il confronto tra le due epoche mostra anche che, se durante la Seconda Guerra mondiale l'essere umano è riuscito a resistere di fronte a tante cose orribili, Julia ha lei stessa l'impressione di dover affrontare la fine del mondo, pur trovandosi di fronte a situazioni decisamente più semplici da gestire.
Prima di girare, ci sono state scene che la angosciavano più di altre?
Per questo film penso di aver scoperto le difficoltà un po' alla volta, e di non averle mai veramente previste. Ma abbiamo avuto la grande fortuna di girare in senso cronologico e di finire così con la scena che chiude il film, cosa che ovviamente ha aiutato nella costruzione del personaggio.
Nel film lei ha un confronto piuttosto duro con Aidan Quinn. Cosa le piace di questo attore?
La sua semplicità. Lo apprezzo come attore da molto tempo, da spettatrice. Perciò non sono rimasta sorpresa nel vedere fino a che punto Aidan è un vero professionista che non gioca a fare la star. Lavorare con lui è un piacere inaudito.
E quanto le ha fatto piacere ritrovarsi con Frédéric Pierrot, il suo collega in Ti amerò sempre, che qui interpreta suo marito?
Ovviamente anche in questo caso è stato un piacere enorme. Sono stata io a suggerire il suo nome per quel ruolo. Frédéric ha talmente tanto talento che è affascinante vedere la facilità con la quale ha interpretato questo personaggio dai molteplici aspetti: è allo stesso tempo padre di famiglia, figlio invischiato in storie riemerse dal passato, marito e uomo d'affari.
Cosa ha provato quando ha visto per la prima volta il film finito?
Ne sono rimasta scombussolata! Non credo di aver considerato a pieno la potenza reale di questo film mentre lo giravamo. Quello che era davvero inimmaginabile durante la lettura e che Gilles è riuscito a rendere in modo straordinario è il montaggio, gli avanti e indietro tra la parte del 1942 e la parte attuale della storia. Gilles ha saputo creare un legame molto forte tra le due epoche. Gli spettatori si sentono coinvolti sia dalle ricerche di Julia che dalla lotta per la sopravvivenza di Sara allo stesso modo. Una vera sfida riuscita.
INTERVISTA A MÉLUSINE MAYANCE
Cosa ti ha spinto a fare cinema?
Grazie ai miei genitori ho avuto la fortuna di vedere molti film, di qualsiasi genere. In casa abbiamo una grande videoteca. Con loro ho scoperto e adorato Jurassic Park a soli tre anni! Ma nonostante facciano questo mestiere, non mi hanno mai spinto a farlo. E' stato per caso che mi sia ritrovata nel cast di Ricky una storia d'amore e libertà di François Ozon: un giorno, uscendo da scuola, stavano facendo un casting e sono stata scelta per fare dei provini. Ci sono andata e sono stata presa.
Com'è successo per La chiave di Sara?
Mi hanno chiamata per il casting che si è svolto in tre tappe diverse, durante le quali ho dovuto interpretare scene diverse: la prima volta da sola, poi con la bambina che interpreta quella che scappa insieme a Sara.
Cosa hai provato leggendo la sceneggiatura?
Per la verità avevo la sceneggiatura prima di fare i provini e l'avevo adorata! Tutto: la storia, il mio personaggio. Non sapevo molto sulla Seconda Guerra mondiale e ho imparato molte cose durante la preparazione del film.
A questo proposito, come ti sei preparata?
Mio padre è direttore artistico e si occupa degli attori durante le riprese. Per cui contemporaneamente è anche il mio coach! Con lui ho lavorato al testo, a quello che volevo esprimere e a quello che provavo. Con una preparazione così non c'è stato niente che mi sembrasse complicato. E poi, con mia madre, abbiamo letto il romanzo di Tatiana de Rosnay, le ho fatto molte domande e abbiamo fatto delle ricerche su Internet per saperne di più sul periodo. Ho anche letto La petite fille du Vél'd'Hiv d'Annette Müller. Tra l'altro, quando ho finito il suo libro, ho cercato di scoprire se fosse ancora viva. Avevo voglia di incontrarla, non per farle delle domande, ma solo per abbracciarla, tanto la sua storia mi aveva fatto piangere. Ora, quel giorno stesso, Gilles aveva organizzato per me un incontro con lei, proprio prima delle riprese della scena del film in cui le madri vengono separate dai figli per essere deportate nei campi.
Dopo, mamma mi ha chiesto cosa le avessi detto. Le ho risposto: «Niente. L'ho abbracciata e ho pianto».
Come hai vissuto le riprese delle scene più violente del film, come appunto quella della separazione?
In effetti così come avevo fatto per le riprese di Ricky una storia d'amore e libertà. Semplicemente ero la piccola Sara che viene separata da sua madre. Ho avuto la sensazione di vivere quello che lei aveva vissuto. Ma riesco anche a mantenere un certo distacco. E a ogni fine ripresa tornavo ad essere me stessa senza problemi. Non sono rimasta traumatizzata!
Come è stato lavorare con Gilles Paquet Brenner sul set?
E' stato grande! Riusciva a farmi capire perfettamente quello che si aspettava da me. Ed è veramente bello lavorare con lui. Inoltre si è battuto perché fossi io ad avere la parte e sono felice che abbia avuto fiducia in me.
Vuoi continuare a lavorare nel cinema?
Oh sì, e in qualsiasi genere di film! Sogno di poter interpretare ruoli anche molto diversi: fare una commedia, lavorare con Jean Pierre Jeunet, Tim Burton… Questo è un mestiere straordinario. In effetti quando finiscono le riprese, sono sempre un po' triste. E quando tra due film comincia a passare troppo tempo, confesso che sento la mancanza del set… Ogni volta non vedo l'ora di tornarci.
LA PAROLA A TATIANA DE ROSNAY
E' difficile per uno scrittore accettare la visione che un regista può avere del suo libro. Ma avevo deciso di fidarmi di Gilles Paquet Brenner fin dal principio. C'era qualcosa di appassionante e di appassionato in lui mentre mi spiegava la «sua» visione della «mia» Sara. E c'era Serge Joncour, l'amico fidato, il romanziere di talento, e sapevo che questa nuova Sara sarebbe rinata attraverso il suo sguardo.
Ho letto la sceneggiatura. L'ho amata. Bisogna dire che per noi scrittori una sceneggiatura è sempre troppo asciutta: nessuna descrizione, nessuna sfumatura. Bisogna aggiungervi la recitazione degli attori. E io non ero in grado di farlo. Ma ho constatato che Serge e Gilles avevano rispettato il mio libro, non avevano cambiato nulla di essenziale.
Poi l'avventura delle riprese. L'indimenticabile incontro con Mélusine Mayance, Sara. La rivedo ancora, che viene verso di me, la stella gialla sul petto, il volto piccolo e appuntito, i grandi occhi chiari. La mia Sara! Un momento intenso e quasi irreale. Poi Kristin Scott Thomas nei panni di Julia Jarmond. Faccio la comparsa in una scena in cui c'è lei, e anche lì, momenti magici impressi per sempre nella mia memoria.
Poi è arrivato il giorno in cui ho visto il film per la prima volta, con Serge. Sono preoccupata. Ho paura di restare delusa. Ho paura di non riconoscere la «mia» Sara. I primi dieci minuti mi sfuggono completamente. Faccio fatica a non pensare al libro. Mi faccio forza. E allora sprofondo nel film. E me ne innamoro. Alla fine, durante l'ultima scena, un'incredibile ondata di emozione mi sommerge, e mi metto a piangere. Sì, mi metto a piangere.
Il film è oscuro, come il mio libro. Nessun pathos, nessuna sdolcinatezza. Kristin Scott Thomas caratterizza a meraviglia la giornalista americana che vuole scoprire la verità a ogni costo. Michel Duchaussoy che interpreta Edouard Tézac è straordinario per misura e sobrietà. Gisèle Casadesus Mamé m'incanta. Niels Arestrup Jules Dufaure. – mi conquista con la sua rude tenerezza. Aidan Quinn e il suo sguardo intenso mi turbano. Tutti gli attori sono assolutamente al loro posto in questo film, Frédéric Pierrot, Dominique Frot, Natasha Mashkevich . E nel mio cuore da autrice, perché sullo schermo si trasformano nei miei personaggi.
Gilles Paquet Brenner è riuscito a trasmettere l'emozione che avevo cercato di condividere con i miei lettori scrivendo questo libro. Il ritratto di una donna che scoperchia un vaso di Pandora. L'immagine straziante di una ragazzina dalla vita spezzata. Un uomo che non sapeva niente di sua madre. Un tabù abbattuto sessant'anni dopo uno degli avvenimenti più oscuri della nostra storia. Gliene sono grata.
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