Il figlio piu' piccolo di Pupi Avati

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locandina Il figlio piu' piccolo
 
Regista: Pupi Avati
Titolo originale: Il figlio più piccolo
Durata:
Genere: Commedia, Drammatico
Nazione: Italia
Lingua originale: italiano
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 19 Febbraio 2010 (cinema)

Attori: Christian De Sica, Luca Zingaretti, Nico Toffoli, Laura Morante, Nicola Nocella, Sydne Rome, Gisella Marengo, Massimo Bonetti, Alberto Gimignani, Pino Quartullo
Soggetto: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati

Trama, Giudizi ed Opinioni per Il figlio piu' piccolo (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Pasquale Rachini
Montaggio: Amedeo Salfa
Musiche: Riz Ortolani
Scenografia: Giuliano Pannuti
Costumi: Steno Tonelli

Produttore: Antonio Avati
Produzione: Duea Film, Medusa Film
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di Il figlio piu' piccolo
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Colonna sonora / Soundtrack di Il figlio piu' piccolo
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Personaggi:
Christian De Sica: Luciano Baietti
Laura Morante: Fiamma
Luca Zingaretti: Bollino
Nicola Nocella: Baldo
Massimo Bonetti: Pilastro
Manuela Morabito: Betty Chirone
Alessandra Acciai:
Fabio Ferrari:
Alberto Gimignani:
Maurizio Battista:
Giulio Pizzirani:
Pino Quartullo:
Sydne Rome: Sheyla

Informazioni e curiosità su Il figlio piu' piccolo

Note dalla produzione:
Pupi Avati racconta "Il figlio più piccolo"
Dopo la storia "corale" descritta nel "Gli amici del bar margherita" Pupi Avati affronta nuovamente un "ritratto di famiglia", che si svolge tra il presente e il ricordo.
Protagonista della vicenda l'industriale Luciano Baietti il quale, dopo un matrimonio riparatore, si allontana dalla giovane moglie, Fiamma, e dai suoi figli, Paolo e Baldo.
Anni dopo Luciano, coinvolto in affari poco puliti, ricompare nella vita di Baldo, spinto dalla necessità di evitare un tracollo economico e trascinandolo cinicamente in un giro rischioso e più grande di lui.

Avati ha scelto come protagonista del film Christian De Sica, ripetendo le esperienze precedenti di affidare ad un attore brillante un ruolo "serio" e drammatico: come ha già fatto con Diego Abatantuono, Carlo delle Piane, Antonio Albanese o Ezio Greggio nel recente "Il Papà di Giovanna".

Spiega Pupi Avati: ““Il figlio più piccolo” è la storia di un immobiliarista romano in crisi, interpretato da Christian De Sica, che ha perso molti soldi nel tracollo della sua holding, una struttura costruita su una serie di scatole vuote. Allora il suo commercialista, che è Luca Zingaretti, gli consiglia di intestare la società con tutte le perdite al figlio che vive a Bologna. È una storia molto dura, incentrata sul denaro e sulla ricerca del successo a qualsiasi costo, non a caso ambientata in Emilia, dove una persona conta per quello che ha.”

PUPI AVATI: CONCLUDO UNA TRILOGIA SUI PADRI
Cosa l'ha indotto a raccontare questa storia?
"Questo film conclude una trilogia che ha avuto per oggetto la figura paterna. Dopo "La cena per farli conoscere" - dove si raccontava un padre inadempiente che solo nel momento del bisogno si rammentava delle tre figlie che aveva sparso per il continente, con "Il papa' di Giovanna" ho posto al centro del racconto un padre fin troppo presente, tuttavia ignaro della psicopatia nella quale sta precipitando la figlia amatissima. Questo terzo genitore, protagonista del "Figlio più piccolo" è senza alcun dubbio il peggiore dei tre. Si rammenta di avere un figlio solo per biechi motivi di interesse, per salvarsi, addossandogli i suoi tanti problemi con la giustizia e con il fisco.
Una delle ragioni che mi hanno indotto a compiere questa ulteriore incursione nel presente e nell'avere individuato un pretesto per testimoniarlo, pretesto che a mio avviso il cinema italiano di oggi non ha sufficientemente considerato.
Pretesto che mi deriva dalla convinzione di quanto il successo economico condizioni ormai in modo irreversibile qualsiasi ambito del nostro vivere, spazzando via tutto il resto. Ormai soprattutto nel settentrione del nostro paese "conti per quello che hai, quello che possiedi e la misura di quanto vali".
Ecco perché la figura di un immobiliarista (Christian De Sica) mi è parsa da subito emblematica, inedita e puntualmente rappresentativa di quell'oggi che, dopo gli struggimenti anni Cinquanta della società dei bar, avvertivo la necessità di rincontrare. Mi avrebbe dato inoltre la possibilità di comparare una visione così cinica della vita con un atteggiamento opposto (e qui entra in campo la figura della moglie, interpretata da Laura Morante) quello che sopravvive nei riverberi di una cultura intrisa di quegli ideali forse eccessivamente utopici che hanno contrassegnato gli anni Settanta.
E' difficile trovare un matrimonio più dissonante di quello tra il finanziere Luciano Baietti e la cantautrice Fiamma che canta a platee irrimediabilmente deserte "l'Africa di tutte le ferite, di tutte le paure, di tutte le bugie..."
Allo stesso modo è raro trovare un'anima più contorta e indecifrabile di quella del consigliere finanziario di Luciano, il professor Sergio Bollino interpretato da Luca Zingaretti."

E invece chi è il figlio più piccolo?
"Come nel "Papa di Giovanna" anche in questa circostanza si trattava di "appoggiare" sulle spalle di una debuttante (o quasi) gran parte della vicenda.
Abbiamo dovuto individuare un adeguato "figlio più piccolo" e la cerca è stata fortunata. Permettendoci di individuare attraverso una serie di provini Nicola Nocella, neo diplomato al Centro Sperimentale che coincideva in modo straordinario con il nostro personaggio, dimostrando inoltre di essere dotato di una sensibilità rara.
Dopo questa felicissima esperienza con Nicola Nocella e quella precedente con Alba Rohrwacher debbo assolutamente ricredermi sulle capacità interpretative degli attori diplomati al Centro Sperimentale di Cinematografia preparati magistralmente in questi anni da Giancarlo Giannini."

Che cosa racconta la storia?
"La vicenda prende l'avvio 16 anni fa a Bologna in coincidenza di un matrimonio e di una separazione, nel senso che lo stesso giorno in cui Luciano Baietti sposa Fiamma regolarizzando la sua situazione con lei e dando il proprio nome ai loro due bambini, la lascia ottenendo in cambio non solo la libertà ma anche la proprieta di due appartamenti che diventeranno grazie alla creatività finanziaria del suo commercialista Sergio Bollino il punto di partenza di quella holding che oggi può vantare il controllo di una dozzina di società in una cittadina del Lazio, che abbiamo fatto di tutto per rendere irriconoscibile."

Come ha scelto i suoi attori?
"Avevo già avuto con noi un adolescente De Sica in "Bordella" ed era da tempo che immaginavamo un suo nuovo coinvolgimento in un nostro progetto, tuttavia senza aver ancora individuato quello al quale lui potesse dare un autentico contributo fuori dagli stereotipi pur così efficaci delle sue commedie natalizie.
Devo poi a mio fratello Antonio l'idea di coinvolgere Luca Zingaretti.
Confesso che non lo conoscevo abbastanza e avendo avuto conferma del suo desiderio di lavorare con noi ho costruito un personaggio lontano anni luce da quei personaggi intrisi di positività (da Perlasca a Montalbano) che lo hanno portato al grande successo.
Dopo aver apprezzato il lavoro di Laura Morante nel "Nascondiglio" le ho offerto il personaggio di una donna estremamente ingenua, fatta di tutt'altra pasta. Lei mi ha confermato che nella sua carriera pur così ricca di personaggi una ingenua di un candore così sconfinato non l'aveva ancora mai interpretata..."

INTERVISTA Christian De Sica: Pupi mi ha fatto un regalo
Come è nata questa insolita esperienza con Avati, ha contato il suo desiderio di emanciparsi dal cinema commerciale delle collaudate commedie natalizie per puntare ad opere più impegnate?
"Avevo già recitato con Pupi in una sua commedia corale del 1976 che si chiamava "Bordella", all'epoca lui aveva tanto entusiasmo giovanile e la barba e i capelli lunghi che gli davano l'aspetto di un rivoluzionario e lo facevano somigliare al cantautore Francesco Guccini, mentre io pesavo cento chili... In seguito le nostre strade si sono separate, lui è diventato un grande autore e io ho fatto il comico, ma quando l'anno scorso mi ha cercato per offrirmi di recitare da protagonista in questo film ho capito subito che si trattava di un vero e proprio regalo, di una splendida possibilità di fare qualcosa di diverso dal solito al cinema. Ho sempre stimato Pupi da spettatore ma tornando a lavorare con lui ad oltre 30 anni di distanza ho scoperto sia in fase di preparazione che durante le riprese anche un grande maestro di recitazione: ogni cosa che diceva era giusta e pertinente... Devo confessare che mi ha ricordato mio padre Vittorio De Sica per la sua formidabile capacità di dirigere i suoi attori - protagonisti o comprimari che siano, non sono mai stonati - ma anche nel modo di fare, pensare e girare e nel saper affrontare argomenti importanti e difficili sempre con mano leggera."

Quando ha letto la sceneggiatura ha capito subito che si trattava di una storia congeniale per lei?
"Si, mi è piaciuta moltissimo, Pupi scrive sempre i suoi copioni come se fossero dei veri e propri romanzi, ho trovato avvincenti sia la storia che il mio personaggio, nonostante fosse molto negativo: mentre quello del film precedente di Avati, "Il papa' di Giovanna", era un genitore iperprotettivo, questo che io interpreto qui è invece al contrario un padre particolarmente distruttivo. Questo immobiliarista romano spregiudicato e cinico che ha perso molti soldi nel tracollo della sua società è piuttosto spietato e senza scrupoli, e capace di tutto, arriva al punto di intestare la sua holding fallimentare con tutte le perdite, al figlio che vive a Bologna.
Ma come tutti i mostri ha un momento di magia: ad esempio in una scena in cui parla al ragazzo e gli confessa, nella sua amoralità, come è riuscito a risolvere la sua vita e ad avere successo creando il suo impero si commuove per le proprie malefatte. Ha anche il suo lato umano, insomma, alla fine quando uscirà dal carcere sara diventato un uomo profondo che farà quasi tenerezza e grazie a Pupi credo di essere riuscito a dar vita ad un personaggio davvero "a tutto tondo".

E' fondato secondo lei il paragone tra "Il figlio più piccolo" e le commedie più riuscite degli anni '60 e '70 che riuscivano a divertire e ad emozionare affrontando argomenti legati alla vita civile e sociale?
"Sì, a differenza dei suoi film più recenti ambientati nel passato Avati qui affronta un contesto molto più difficile, quello dell'Italia di oggi, il suo è un bell'affresco di un Paese competitivo patria delle "veline" e dei "furbetti del quartierino", dove il denaro è sempre al primo posto. Non vorrei sembrare esagerato ma questa volta siamo di fronte ad una "pietas" che ho trovato raramente nelle miglior commedie amare degli scorsi decenni, credo sia più vicina addirittura a quella di "Umberto D." e di "Ladri di biciclette": alla fine per il protagonista c'è una certa redenzione, si ipotizza una qualche speranza, nelle storie di Pupi Avati c'è sempre e comunque un grande amore per gli uomini, anche per quelli cattivi..."

Che tipo di rapporto si è creato sul set?
"Va precisato subito che la mia è una prova attoriale diversa dal solito, giocata sui mezzi toni e lontana dalla recitazione sopra le righe tipica delle commedie degli equivoci natalizie. Pupi ha scritto un copione di ferro, le sue non sono mai pagine scritte ma pagine... di verità che calzano aderenti sulla pelle degli attori che le recitano. Lui è un dialoghista eccellente ma quando eravamo sul punto di girare però era naturale che poi "aggiustassimo addosso" a noi stessi qualcosa, mi capitava di suggerirgli ad esempio di modificare certe inesattezze di linguaggio per cui un romano non direbbe mai: "siete pazzi?" ma invece semmai: "siete matti?" A lui non piacciono gli attori che recitano in modo impostato e se qualche volta ci provavo, giocando un po', lui mi fermava subito intimandomi di smetterla perché sembravo falsissimo... Mi consigliava di non usare stereotipi e facili scorciatoie per cercare l'effetto ma di guardare invece dritto negli occhi chi avevo davanti e allo stesso modo invitava sempre tutti a recitare a bassa voce. Io che sono un po' sordo ero costretto così a guardare con estrema attenzione le labbra degli altri attori per capire cosa dicevano quando mi porgevano le battute..."

Come si è trovato con i suoi compagni di lavoro?
"Benissimo, devo ringraziarli uno ad uno, mi hanno aiutato tutti, a partire da Nicola Nocella che interpreta mio figlio: è una vera rivelazione, una bellissima scoperta, un camaleonte che può fare tutto grazie ad un'ipersensibilità quasi femminile. Con Laura Morante ho recitato soltanto due scene: è un'attrice che sembra incutere timore reverenziale ma in realtà e molto simpatica e spiritosa e tra noi si e consolidata un'enorme stima reciproca e una grande amicizia. Con Luca Zingaretti, infine, è nato un grande amore, l'ammirazione che ho per lui da sempre si è consolidata ancora di più e prima o poi penso che convoleremo a giuste nozze..."

Crede che "Il figlio più piccolo" segnerà una svolta nella sua carriera?
"Non rinnego le commedie nazionalpopolari di Natale e non intendo rinunciarvi, almeno per ora, ma naturalmente non mi dispiacerebbe l'idea di non fare solo il "comicarolo" e di ripetere presto con altri registi l'esperienza di ruoli più complessi, andando verso la terza età potrebbe aprirsi per me una nuova fase di attore drammatico... Ho consolidato comunque l'impressione che Pupi Avati sia uno degli ultimi maestri del cinema in circolazione in grado di insegnare qualcosa e non a caso gli ho affidato mio figlio Brando che si è recentemente diplomato in regia alla UCLA di Los Angeles perché faccia esperienza sul set come suo assistente nel suo prossimo film. Ma vorrei ricordare che anche il fratello di Pupi, Antonio Avati, rappresenta per me una felice anomalia: per la prima volta ho visto un produttore che rincorreva le persone per rimborsare loro i soldi della "diaria" per il vitto e l'alloggio: ho lavorato in 93 film e questa era la prima volta che mi succedeva."

INTERVISTA Laura Morante: Avati non accetta suggerimenti
Come si è trovata su questo nuovo set di Pupi Avati a due anni dal thriller "Il nascondiglio"?
"Quando abbiamo girato insieme per la prima volta Pupi mi aveva subito avvertito che il mio personaggio avrebbe dovuto essere quello di una donna brutta o per lo meno senza glamour. Questa volta invece mi ha premesso che per il ruolo avrei dovuto rinunciare ad essere intelligente, anche perché non voleva che io esprimessi i miei punti di vista: gli piace provocare, non oso pensare a cosa mi chiederà la prossima volta... I suoi copioni sono sempre molto solidi, sono scritti al passato con descrizioni complete e dettagliate e si leggono come fossero novelle ma allo stesso tempo lui si lascia ispirare volentieri dagli attori che ha scelto. Una volta che ci si trova sul set, pero, se si vuole fargli arrivare dei suggerimenti è importante non presentarli mai come tali, quelli espliciti non vengono accolti, bisogna escogitare dei modi subdoli, perché quando se ne accorge e portato a scegliere di andare nella direzione opposta a quella che tu avevi ipotizzato... E' un tipo molto "dispettoso", insomma."

Com'è stato caraterizzato il suo personaggio?
"E' una donna di un'ingenuità che rasenta l'idiozia... una sorta di figlia dei fiori fuori dal tempo che si esibisce in concerti scalcinati di musica country con la chitarra acustica in stile anni '70 insieme ad un'amica americana (Sydne Rome), mietendo continui insuccessi. E' un po' una disadattata, fa uso di psicofarmaci, non si sa come faccia a sopravvivere, forse viene aiutata dal figlio maggiore che ha la testa sulle spalle ed ha capito quanto quel padre fuggito nel giorno delle nozze che lei non ha mai messo in discussione in quindici anni sia in realtà inaffidabile, a differenza di quanto non faccia il figlio minore che lei ha forgiato nell'assurda adorazione e nel culto di un uomo cinico ed egoista al quale ha continuato a dare costantemente nel tempo un amore incondizionato e acritico.
Questa donna mi ricorda tanto una mia zia che era stata abbandonata da un compagno mascalzone ma continuava a giustificarlo e ad idolatrarlo, era incapace comunque di rancore: personaggi simili per quanto possano sembrare stravaganti sono molto più diffusi di quanto possa sembrare..."

Che cosa l'ha interessata di più del suo ruolo?
"In genere mi offrono personaggi troppo poco "forti" per i miei gusti, mentre invece mi piacciono quelli eccessivi, mi sento più vicina alla tragedia e alla commedia più che a quella sorta di dramma intimista che spesso si mette in scena in Italia. Ho una speciale inclinazione per le persone sprovvedute e sopraffatte dagli eventi, sono tipiche della commedia, mi piace molto interpretare donne lontane da quella che sono io davvero, anche se alla fine nonostante le apparenze conservo anch'io un fondo di preoccupante ingenuità.
Mi piaceva il fatto che si trattasse di un personaggio che implicasse una rinuncia all'elocubrazione intellettuale, l'approccio che ho avuto mi ha ricordato quello che avevo nel mio passato di ballerina quando da ragazza pensavo che per danzare bene fosse necessario rinunciare ad un eccesso di cerebralità e lasciarsi invece andare. Credo che l'innocenza non si possa recitare ma che debba invece essere vissuta: il personaggio funziona se non si sente la finzione, come accadeva ad esempio a Marilyn Monroe che riusciva sempre ad interpretare il ruolo di ingenua con grazia straordinaria e credibilità assoluta, non perché lei fosse davvero una donna stupida ma per la sua capacità unica di mettere da parte la propria intelligenza e di lasciarsi andare quando era in scena ad una sorta di istinto musicale: penso ad un musicista jazz quando improvvisando in una jam session non calcola mai troppo tutto, agisce qualcosa di più forte che scavalca l'intelligenza e la comprensione delle cose. L'arte secondo me deve prescindere dall'intelletto, Monet diceva che per vedere bisogna rinunciare a capire, perché quello che tu capisci ti preclude la visione, si dovrebbe avere il coraggio di rinunciare all'intelligenza: ho conosciuto attori intelligentissimi che non sapevano recitare affatto..."

Come si è trovata su questo set?
"Se il lavoro compiuto all'epoca de "Il nascondiglio" era stato più difficile e rischioso perché si trattava di un thriller insolito e spiazzante ambientato nella provincia negli Stati Uniti, in questa occasione invece mi sono divertita molto, credo che si tratti di una commedia moderna molto ben riuscita, pervasa com'è da un costante riso amaro e crudele, questa crudeltà però non impedisce l'emozione ma secondo me invece la amplifica. Ci sono personaggi patetici, mostruosi e incapaci di sentimenti e altri ingenui e fuori dal mondo, fino al punto di diventare quasi disadattati e c'è sempre un doppio registro che ti porta a ridere, poi a soffrire e poi ad arrabbiarti, questa alternanza e molto bella."
Nicola Nocella, il giovane attore pugliese che interpreta il figlio minore e straordinario, sceglierlo è stato un colpo di fortuna e di genio; Christian De Sica e Luca Zingaretti, poi, sono assolutamente perfetti nei loro rispettivi personaggi."

INTERVISTA Luca Zingaretti: i "cattivi" sono più interessanti
Come è entrato in contatto con Pupi Avati?
"Ho sempre molto apprezzato i suoi film, speravo da tempo di poter lavorare con lui che un giorno mi ha finalmente cercato per offrirmi questo ruolo, confessandomi candidamente che non mi aveva mai visto recitare ma che si fidava del parere di suo fratello Antonio, che gli dà sempre consigli utili sugli attori. Mi ha chiesto di essere disponibile per un certo periodo, abbiamo fatto una lettura comune del copione e in seguito ci siamo parlati a lungo prima delle riprese: Pupi è un regista con cui devi misurare da subito le domande e le richieste di chiarimenti che vanno necessariamente formulate in anticipo perché poi quando sei sul set arriva "il tempo del fare". Naturalmente poi c'è sempre il lavoro "in corsa" con i vari aggiustamenti a cui tu riesci più o meno facilmente a dar vita: visto che il personaggio ti è stato per fortuna già chiarito prima provi a fare delle piccole proposte attraverso alcune idee che possono venirti al momento."

Che rapporto si è creato con lui?
"Per un attore è comunque un grande privilegio poter lavorare con autori come Avati che sanno sempre bene quello che vogliono ed hanno la capacità di indicarti la strada. Sono rimasto molto soddisfatto perché oggi e sempre più difficile trovare registi stimolanti che ti mettono di fronte a dei compiti che tu devi svolgere bene, è raro trovare gente che ti propone una sfida. Si è creato per fortuna subito un bel rapporto di reciproca fiducia e poi sul set certe volte lui mi sembrava addirittura stupito di come recitassi certe scene, è bello che qualcuno resti sorpreso scoprendoti un attore completo ma devo dire che per me è sempre stato importante prepararmi adeguatamente: credo che il successo arrivato grazie alla tv con "Il commissario Montalbano" sia dovuto al fatto che dietro al bellissimo personaggio creato da Andrea Camilleri nei suoi romanzi c'è anche un bravo attore..."

Chi è il Sergio che lei interpreta?
" E un'anima nera, un ambiguo ed amorale commercialista-squalo, una specie di Jago che muove i fili di questa inquietante vicenda di ingordigia, di finanza folle e di soldi bruciati. E lui che scrive i discorsi, indica la strategia e inonda di consigli perfidi il suo cliente, l'immobiliarista De Sica sull'orlo del fallimento, convincendolo ad intestare le sue proprieta con tutte le sue perdite al figlio minore che in pratica non ha mai conosciuto, un ragazzo mite ed ingenuo cresciuto nel suo mito. Quella che viene rappresentata è una banda di persone senza scrupoli, credo che la cosa più grave ma anche più divertente sia che questa gente non è immorale ma semmai amorale, fa delle gran porcate con la finanza ma le compie con leggerezza, come se non fosse una cosa negativa, perché è cresciuta ed è stata allevata nel culto della furbizia e senza nessuna etica, senza riflettere mai adeguatamente sul male che può procurare agli altri..."

Ha trovato particolari difficolta nel dar vita ad un personaggio particolarmente negativo?
"No, ho trovato il film divertente ma anche tenero, per il fatto che tutti i personaggi sono comunque umani. 9 volte su 10 i caratteri dei "cattivi" sono più interessanti perché più sfaccettati, scritti meglio, il cattivo non si dimentica mai. Pero preferisco che le differenze si facciano e si notino non tanto tra buoni e cattivi quanto semmai tra personaggi scritti e descritti bene oppure no. Allo stesso modo non ho pregiudizi tra cinema e tv, ho sempre pensato che conti solo la qualità e che una buona fiction sia meglio di un cattivo film d'autore..."

Che cosa può dire dell'esperienza con gli altri attori?
"Avevo incontrato Christian solo in poche occasioni fugacemente e conoscendolo mi si è rivelato meglio sia da un punto di vista umano che professionale: è un grande attore, e simpatico, ha stile, è un degno principe ereditario, quando arriva lui in scena la troupe lo sente e per lui che è nato sui set e li ha "respirati" sin da bambino (e che set..), credo che il segnale migliore di riconoscimento e di stima sia quello che proviene dagli operai e dai tecnici gente esperta e navigata che non si fa impressionare da atteggiamenti esteriori ma bada al sodo: se convinci, emozioni e fai ridere loro prima di tutto e tutti vuol dire che stai facendo una gran bella cosa.
Mi è dispiaciuto poi non aver incontrato nemmeno una volta in scena Laura Morante con cui avevo recitato qualche anno fa ne "L'appuntamento" di Mario Orfini: la trovo bella e brava nella parte della moglie abbandonata di Christian, una donna piuttosto strana e fuori dal tempo, un residuato di quella cultura dell'utopia dura e pura che fatica a trovare una sintesi di fronte al cinismo dei due affaristi."

INTERVISTA Maurizio Battista: il mio debutto nel cinema
Pupi Avati ti fa debuttare adesso nel cinema con "Il figlio più piccolo" in un ruolo non comico. Come è andato l'incontro con Pupi?
"Con Pupi e (Antonio) è stato molto affettuoso e paterno, non avrei mai pensato un giorno d'incontrare Avati e tanto meno di poterci lavorare ma il giorno che la mia agenzia mi ha detto "ti vuole incontrare Pupi Avati" io ho pensato che mi doveva sgridare per qualche cattiveria che avevo detto in qualche mio spettacolo, ma non era così. Il maestro mi dà un soggetto da leggere e mi dice "fammi sapere se ti piace". Ma come poteva non piacermi!! Dico la verità (scherzo) potevo anche non leggerlo e avrei detto che era un capolavoro... e così mi ha dato la parte di Nazzareno, nel quale mi immedesimo molto e così è partita la nostra avventura insieme... Grazie fratelli Avati per la grande emozione. Un'emozione. Che forse non proverò più."

Ti ha aiutato lavorare fin da piccolo in un bar?
"Il bar è determinante per conoscere la gente e le loro fisse, le virtù un po' meno. Nel bar si vede veramente di tutto ed io ho preso molto... Il bar in fondo è un piccolo teatro: tu sulla pedana e loro davanti che ti fissano. Grazie al bar e grazie papà"

Ti definisci un attore "romano" ?
"Ringrazio sempre Dio per avermi fatto nascere a Roma, una città, incredibbbile nella sua bellezza e piena di contraddizioni. E per questi motivi che amo Roma... e anche la mia AS Roma. Sono Romano e Romanista. Vi meraviglia la mia esagerata fede sportiva? Ricordatevi: le Rome non si discutono, si amano!!"


Pupi Avati, come per altri film, ha fatto in modo che Il figlio più piccolo sia anche un romanzo, edito in Italia da Garzanti.
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