Regista: Jo Baier
Titolo originale: Das Ende ist mein Anfang
Durata: 98'
Genere: Drammatico
Nazione: Germania, Italia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 01 Aprile 2011 (cinema)
Attori: Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvart, Gianni Cavina, Nicolò Fitz-William Lay
Soggetto: Tiziano Terzani,Folco Terzani
Sceneggiatura: Ulrich Limmer, Folco Terzani
Trama, Giudizi ed Opinioni per La fine e' il mio inizio (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Das Ende ist mein Anfang
Durata: 98'
Genere: Drammatico
Nazione: Germania, Italia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 01 Aprile 2011 (cinema)
Attori: Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvart, Gianni Cavina, Nicolò Fitz-William Lay
Soggetto: Tiziano Terzani,Folco Terzani
Sceneggiatura: Ulrich Limmer, Folco Terzani
Trama, Giudizi ed Opinioni per La fine e' il mio inizio (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Judith Kaufmann
Montaggio: Claus Wehlisch
Musiche: Ludovico Einaudi
Costumi: Gerhard Gollnhofer
Produttore: Manfred Brey,Ulrich Limmer
Produzione: Collina Film, B.A. Produktion, Südwestrundfunk, ARTE, Degeto Film
Distribuzione: Fandango Distribuzione
Montaggio: Claus Wehlisch
Musiche: Ludovico Einaudi
Costumi: Gerhard Gollnhofer
Produttore: Manfred Brey,Ulrich Limmer
Produzione: Collina Film, B.A. Produktion, Südwestrundfunk, ARTE, Degeto Film
Distribuzione: Fandango Distribuzione
La recensione di Dr. Film. di La fine e' il mio inizio
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Colonna sonora / Soundtrack di La fine e' il mio inizio
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Informazioni e curiosità su La fine e' il mio inizio
Tratto dal libro omonimo di memorie di Tiziano Terzani.La produzione è stata sostenuta dal FilmFernsehFond Bayern (Fondo per i film per la televisione della Baviera), dal Deutscher FilmFörderfond (Fondo Tedesco per la promozione dei film), dal Filmförderungsanstalt (Istituto per la promozione dei film) e dalla Regione Toscana.
Note dalla produzione:
NOTE DI PRODUZIONE
L’unico momento che conta veramente è adesso
“Quando impari qualcosa da un uomo anziano, afferri ciò che sa, così ne hai già conoscenza da giovane.” Folco Terzani
Erano soprattutto tre i punti che destavano l’interesse di Ulrich Limmer per il libro di Tiziano Terzani: il forte legame padre-figlio, la riflessione sulla morte, uno dei grandi tabù del nostro tempo e il messaggio che trasmette: un uomo può cambiare sé stesso. E se fa questo, allora può cambiare anche il mondo.
Lo ha impressionato anche il fatto che la riflessione di Tiziano Terzani sulla morte non lo spinge a un irrigidimento, bensì a portare avanti la propria vita. “Puoi fare qualcosa, puoi cambiare qualcosa. Così si chiude il cerchio, per Tiziano Terzani, ma anche per lo spettatore - dice Limmer - che esce dal cinema con una conoscenza”.
“Tiziano era un contemporaneo affascinante, il suo impulso era di voler mettere in movimento qualcosa. Ed era un formidabile interprete di sé stesso, uno che sapeva mettersi in scena in maniera eccellente“. Il suo modo di apparire – abiti bianchi, baffi neri e, al termine della sua vita, capelli e barba lunghi e bianchi – è rimasto imponente fino alla fine, dice Limmer.
Fin dal principio il produttore Ulrich Limmer e il regista Jo Baier avevano in mente un solo interprete: Bruno Ganz.
Il regista e il produttore si sono incontrati con Bruno Ganz, che già apprezzava i film di Jo Baier, e che da tempo voleva lavorare con lui. Quando ha sentito che il film si sarebbe dovuto realizzare senza nessun flashback né visite in Asia e che avrebbe ruotato solamente intorno al padre e al figlio in un unico luogo, la casa dei Terzani, “i suoi occhi sono diventati grandi così”, racconta Limmer. Ha detto soltanto “davvero?” – ed è stato conquistato.
Effettivamente ruoli simili, così ricchi di testo e monologhi sono rari nei film, una grossa sfida, anche per un attore con tanta esperienza e talento come Bruno Ganz.
Jo Baier: “Lui fa delle cose grandissime, il film in gran parte poggia sulle sue spalle. Occorre essere eccellenti attori per non far diventare i testi monotoni”.
La sceneggiatura è stata scritta da Ulrich Limmer insieme a Folco Terzani. Limmer: “Fin dal principio mi era chiaro che avremmo scritto una sceneggiatura non drammatica. Un grosso rischio. Ma effettivamente anche nella vita reale non c’erano grandi conflitti tra le persone chiamate in causa, nessuna tragedia. Persino il fatto che Tiziano muoia, egli non lo intende come un dramma. L’unico dramma, se poi si vuole parlare di dramma, è l’esistenza stessa della morte”.
Il film nasce perché le emozioni tra i personaggi sono molto forti e assolutamente credibili: un uomo, che presto morirà, racconta la sua vita e le sue esperienze. Limmer: “è un’idea folle fare un film simile. Ma lo stimolo era proprio questo: abbandonare i sentieri già battuti dalla drammaturgia tradizionale, e al posto dei conflitti mettere al centro la parola, la narrazione”.
Folco Terzani ne è stato subito affascinato. “Fare la riduzione cinematografica di un dialogo, dove tutto dipende solo dalla bravura degli attori, dove le parole fanno nascere immagini nella mente, immagini che non sono mostrate. E’ davvero una “grande” storia, che effettivamente richiede una “grande” produzione. La nostra scelta era girare un film assolutamente semplice. In questa semplicità tu puoi quindi ritrovare la grandezza della storia”.
Un compito niente affatto facile, tanto più se si dovevano ridurre le vaste memorie di Terzani per la trasposizione cinematografica e concentrarle sui punti essenziali e decisivi. La parte del figlio Folco Terzani è interpretata da Elio Germano. Il produttore Ulrich Limmer ne era entusiasta da quando lo aveva visto nel film Mio fratello è figlio unico. Ha dovuto gestire un ruolo difficile, una parte che richiede un “ascolto attivo”. Dato che non parla tedesco, ha imparato a memoria le parole chiave nei monologhi di Bruno Ganz, per poter reagire nel modo appropriato. Lui ha una forte presenza scenica, le sue emozioni si sviluppano sul suo viso.
La moglie di Tiziano, Angela, è interpretata dall’austriaca Erika Pluhar. Nel suo libro, Terzani caratterizza il rapporto con sua moglie in una semplice frase: “Lei è stata tutto per me”. Nel corso degli anni la donna, due volte madre, che ha sempre seguito suo marito nei più svariati angoli del mondo, si è avvicinata lei stessa alla scrittura. Si è fatta conoscere come autrice con le sue annotazioni sul periodo che ha trascorso in Cina e in Giappone. Descrive suo marito come qualcuno che aveva una grande curiosità verso gli uomini e le loro condizioni di vita, verso la politica e l’arte.
“Più vedeva, più era affascinato dalla vita. Era uno scopritore, sempre a caccia, finché non comprendeva di cosa si trattava. Era questa la sua grande passione. Fondamentalmente lui era molto semplice. Possedeva un forte senso etico ed estetico. Gli stava estremamente a cuore- dice Angela Terzani- il messaggio: Prenditi cura tu stesso della tua vita, prendila in mano e non delegarla. Questo rende sovrani, e allora non siamo più povere vittime. Così è vissuto, con la schiena dritta e un bell’aspetto, fino all’ultimo giorno”.
Forse è questo che quando era in vita attirava fortemente le persone verso di lui – lui che non orientava mai la sua vita verso nessuna tendenza, ma coltivava valori che sembravano così fuori moda come la famiglia, la libertà e l’indipendenza del pensiero. Angela Terzani sa usare bene questa popolarità: “Ora non è più qui per sé stesso, ma per gli altri. Desiderava che il suo messaggio diventasse di tutti. Questo non ha più nulla a che fare con me e con i figli”. Per questo motivo la famiglia ha deciso che le riprese si sarebbero potute svolgere nella loro casa. Angela Terzani: “Il modo in cui ha vissuto, ha il suo posto qui, qui è più vero che da qualsiasi altra parte, e questa è la cosa più importante: che sia vero.”
Bruno Ganz è d’accordo: “All’inizio era sconcertante. Tutto appartiene a questa persona, che però non è qui, c’è sua moglie, suo figlio, e poi sua figlia. All’inizio il grado di difficoltà era alto. Ma poi nel corso del tempo si è verificato il contrario. Si è iniziato a pensare che fosse una cosa fantastica, girare esattamente nel posto dove si è svolta la fine della sua vita.”
Angela Terzani ha ammirato il modo in cui Bruno Ganz ha riportato in vita le parole di suo marito.
Una delle scene più autentiche e cruciali è per lei il racconto che descrive la sua esperienza sull’Himalaya. Una scena chiave per Bruno Ganz, per così dire la vetta che doveva scalare per interpretare questo personaggio. La scena, di quasi 10 minuti, è molto lunga, e Ganz l’ha recitata per intero senza interruzioni.
L’operatrice delle riprese Judith Kaufmann, premiata quest’anno per il film “Die Fremde (When we leave)” con il “Deutscher Kamerapreis”, ha trovato per il film immagini suggestive e ricche di sfumature. Per lei era importante che si restasse ad ascoltare, che si entrasse dentro la storia. La Kaufmann: “Uno non sta automaticamente ad ascoltare quando vede il viso di chi parla. Abbiamo ricercato immagini che non illustrano il testo, ma che gli aggiungono qualcosa. Immagini della natura. Il crepuscolo e l’atmosfera di luce naturalmente erano molto importanti nel tema della caducità”. Per Judith Kaufmann è il tema centrale del film: rimanere fedeli a sé stessi, cercare la propria via, non lasciarsi impaurire.
Le riprese si sono svolte nella Toscana settentrionale, sulla scena originale nella casa dei Terzani. A lungo lo staff della produzione era andato in cerca di un’altra casa – tre membri dell’troupe hanno viaggiato attraverso l’Italia per sei settimane, ma non hanno trovato nulla di paragonabile. O erano case coloniche ancora in esercizio, nelle quali le condizioni per le riprese sarebbero state difficili, oppure erano case per le vacanze con la piscina in giardino, il che sarebbe stato inappropriato, visto che nella casa dei Terzani non c’è piscina.
In realtà non si voleva neppure invadere troppo la sfera intima della famiglia – dopotutto si trattava di far salire su per la montagna un grosso apparato di oltre 40 persone. Ma visto che non si trovava nessun altro luogo, si è ritornati in Toscana. Una decisione che si è rivelata giusta perchè quel posto era un’incredibile fonte di ispirazione. Limmer: “Là ho compreso moltissimo di questa famiglia e della costellazione tra padre e figlio.” Quest’atmosfera particolare ha influenzato anche lo troupe. Si lavorava con molta concentrazione, e nonostante ovviamente la sera si mangiava tutti insieme, si beveva e discuteva animatamente, ognuno cercava anche il silenzio.
Prima che il piccolo paese conseguisse una certa notorietà attraverso i Terzani, era un luogo dimenticato dal mondo. La vallata si trova al confine con l’Emilia Romagna. Il padre di Tiziano, un semplice operaio, lì aveva iniziato a sciare, su degli sci che si era costruito da solo con pezzi dello steccato del giardino. Tiziano veniva qui fin da quando era bambino, e nel corso della sua vita il paesino di montagna, con i suoi pastori e i castagni, sono rimasti il suo rifugio.
Quanto più lontano era attirato nel mondo, tanto più questo nascondiglio tra i monti diveniva importante. Al Tiziano più attempato piaceva soprattutto il fatto che la tecnologia e l’industrializzazione non erano mai arrivati nella “sua” valle, che conservava la sua quiete.
La particolarità di questo luogo influisce anche sull’autenticità del film – LA FINE E’ IL MIO INIZIO non è un prodotto di fantasia, ma la trasposizione cinematografica di una reale storia di famiglia e di vita.
INTERVISTA CON ULRICH LIMMER
Come ha trovato il libro – o forse è stato il libro a trovare Lei?
Il nome di Tiziano Terzani mi era già noto come lettore di DER SPIEGEL, e già in passato mi ero sempre meravigliato: cosa fa in Asia un giornalista italiano per un giornale tedesco? Poi in DER SPIEGEL del 2007 fu pubblicato un articolo su questo libro. L’ho acquistato subito, non me ne sono più staccato, e ho pensato che sarebbe stato un film assolutamente straordinario. Un’idea folle, trarre un film da un dialogo. Venni a sapere che lo stesso Folco Terzani deteneva i diritti di riduzione cinematografica e gli scrissi una mail per dirgli quanto ero entusiasta di questo libro, e che mi avrebbe fatto piacere parlare con lui a proposito di un film che rendesse realmente soltanto questo dialogo. Dunque nessun flashback, niente Cina, niente Vietnam, bensì questa situazione padre-figlio e familiare. Un paio di settimane più tardi ci siamo incontrati in Italia e dopo un’ora eravamo così in sintonia che insieme abbiamo iniziato a metter mano al progetto.
Dopo aver lavorato così a lungo su Tiziano, che idea si è fatto? Che tipo di uomo era?
Un uomo assolutamente interessante, molto erudito ed estremamente curioso, un conversatore brillante, ma sicuramente anche una persona molto dominante. Probabilmente è così: se hai molta luce, da qualche parte getti anche delle ombre. Ma la cosa interessante per me era l’evoluzione di un uomo radicato molto saldamente nel mondo, che come giornalista era interessato a tutto, aveva vissuto intensamente il dopoguerra, e poi ha subìto una trasformazione enorme e ha intrapreso il viaggio verso l’India. E naturalmente questa forte riflessione sulla morte.
Noi tutti siamo così incanalati a senso unico che prendiamo le distanze dalle persone in procinto di morire, le portiamo negli ospedali, negli ospizi, non le accompagniamo nella morte. Tutti noi soffriamo tantissimo per la paura della morte, molte delle nostre attività più solerti sono finalizzate a dimenticarla. Mentre scrivevamo la sceneggiatura nella casa dei Terzani, una volta Angela Terzani ha domandato in quale punto il film sarebbe terminato. Risposi che non avrei potuto farlo terminare diversamente da dove termina anche il libro, non ero a conoscenza di altre circostanze dei fatti. E allora lei ha detto: “Questo è un grosso errore. Devi mostrare come muore.”
Poi me lo sono fatto raccontare e l’abbiamo reso nel film. E’ giusto così, perché la morte non è il nemico, ma una parte della nostra vita. E in questo modo vogliamo mostrarla.
Credo che la curiosità di Tiziano fosse il fattore più determinante nella sua vita. E la volontà di un giovane proveniente da condizioni del tutto modeste, di diventare qualcuno. E di rappresentare qualcosa. Da qui anche questo istinto all’auto-messa in scena. E allora via dalla divisa di lavoro, via dal lavoro fisico, via dal proletariato – il salto da fare per diventare un uomo riconosciuto, uno che veramente fa muovere qualcosa.
Cosa le rimane a livello personale di queste riprese?
Molto. Aver conosciuto persone molto particolari come Folco, con la sua vitalità e curiosità, e Angela, con la sua incredibile bontà e generosità. E inoltre questo: dedicati quanto prima possibile al fatto che morirai. Ciò ovviamente non deve portare a fossilizzarti, ma a considerare che la vita è fatta per essere vissuta, deve essere vissuta e tu devi fare qualcosa. Tu puoi fare qualcosa, puoi cambiare qualcosa.
Inoltre Tiziano ha fatto qualcosa che noi tutti sfortunatamente dimentichiamo sempre più spesso: ritirarsi nella quiete e meditare su sé stessi. Questo è un insegnamento importante, che porto via da qui per me stesso. Nella nostra professione di cineasti siamo continuamente in movimento, non ti concedi quasi mai di riflettere su cosa vuoi esattamente e su quali siano i tuoi sogni.
Come è stato il lavoro di sceneggiatura, insieme a Folco Terzani?
Spesso abbiamo scritto nella casa dei Terzani tra le montagne, e l’ambiente circostante è stato una fonte incredibile di ispirazione. Ho compreso molto a proposito di questa famiglia e dell’insieme dei rapporti tra padre e figlio. Folco ha accettato che anche il conflitto che aveva con suo padre divenisse parte del film. Abbiamo posto un’attenzione molto scrupolosa a non raccontare qualcosa che non corrispondesse alla situazione familiare. Il modo in cui nel film Folco si comporta con l’editore è effettivamente molto realistico. Nel copione abbiamo cercato di riprodurre solo momenti autentici.
Durante il lavoro di sceneggiatura ho capito con quanta meticolosità e creatività Folco ha messo insieme per il libro i racconti di suo padre. Non è successo esattamente che suo padre in questi tre mesi avesse narrato i racconti proprio come sono riportati nel libro. Piuttosto Folco ha ricomposto per punti tematici questi dialoghi, che erano distribuiti in più mesi, e in questo modo ha dato al libro una propria impronta. Nel nostro lavoro di sceneggiatura siamo stati estremamente attenti a non alterare i testi di Tiziano, ma anche in questo caso abbiamo rielaborato in parte una nuova successione d’ordine, allo scopo di conferire alla sceneggiatura una sua logica interna.
La seconda, fortissima relazione è quella tra Tiziano e Angela
Angela ha una personalità molto forte, dotata di un’incredibile bontà e limpidezza. Se si ha la fortuna di incontrare una donna come Angela, che è pronta a partecipare così tanto, nella buona e nella cattiva sorte, è un dono incredibile. Lei non è una vittima, anzi al contrario: ha vissuto molto pienamente la sua vita e ha scritto i propri libri sul periodo vissuto in Giappone e in Cina. E’ una donna forte e indipendente.
Come è stato il lavoro con Jo Baier e con il team sul set?
Jo Baier è un regista molto amichevole. L’atmosfera generale è determinata in misura notevole dal regista, dal modo in cui si relaziona con le persone. Lui ha un rapporto molto buono con il team, tutte persone che si impegnano parecchio, ognuno è stato toccato dalla storia di Tiziano Terzani e della sua morte. E quando vedi recitare questi due attori, Bruno Ganz ed Elio Germano, o Erika Pluhar e Andrea Osvárt, che fa la parte di Saskia, è molto toccante. Non lascia indifferente nessuno. A ciò si aggiunge la magia di questo luogo, il modo in cui la famiglia e le persone del paese ci hanno accolto. Questa è come una seconda patria. Succede raramente, e di sicuro ha molto a che fare con i testi di Tiziano e con il messaggio del film.
Il film è anche spaventosamente attuale e critico nei confronti del presente…
Terzani dice cose relativamente semplici, non sono nuove conoscenze filosofiche. Dice che c’è qualcosa nel nostro mondo che va in modo sbagliato. E’ sbagliato semplicemente che ci abbandoniamo al consumismo, che siamo definiti dai marchi piuttosto che dai valori. I valori sono caduti nell’oblio, crediamo a Gucci, Dior e Audi. Ma abbiamo perso ogni sorta di spiritualità – non tutti, ma molti. E non ci appartiamo più ad ascoltare la nostra voce interiore. E questo lui lo vive proprio mentre ci mostra come morire sia una parte di noi. Separarti da tutto ciò che hai tanto accumulato, è questo che devi realmente compiere. Proprio in questo momento stiamo vivendo una crisi finanziaria enorme, che è provocata dalla cupidigia infinita di banchieri che hanno perso il senno. E noi non siamo nella condizione, e neppure la politica lo è, di mettere dei freni a tutto ciò.
La cosa più semplice sarebbe dire: rinuncia! Rinunciate ai bonus e smettetela! Sarebbe così semplice. Ma non succede. Non riusciamo ad arginare quest’avidità inconcepibile. Il nostro potenziale rivoluzionario è pari a zero. Nessuno ha chiesto ragione seriamente a uno qualsiasi di questi banchieri, neppure in senso simbolico, al contrario annuiamo senza dire alcunché davanti al fatto che già stanno intascando di nuovo profitti milionari, e che stanno portando di nuovo stanno portando l’economia sull’orlo della rovina – in questo senso tutti insieme dobbiamo pagare il conto di questa cupidigia. Attraverso questa crisi il libro ha acquisito una grande attualità. Ma è pur sempre ugualmente attuale per il fatto che dice: tu della tua vita puoi fare qualcosa. Vivi in modo consapevole. Così come dovrai anche morire in modo consapevole. Fai qualcosa della tua vita e fallo non soltanto cercando di guadagnare quanti più soldi possibili, ma accrescendo la tua ricchezza interiore.
Uscendo dalla sala cinematografica, cosa vorrebbe che restasse alle persone che hanno visto il film?
Parlate gli uni con gli altri. Poco tempo fa in un’inchiesta ho letto che alcuni giovani dicevano che avrebbero trovato meraviglioso se la famiglia qualche volta mangiasse insieme. Io l’ho trovato spaventoso, perché vuol dire che in famiglia non si sta più seduti insieme, non si comunica più l’uno con l’altro. Computer, televisore, auricolari, musica in continuazione - tutto questo fa sì che ormai i figli si isolino. Il film incoraggia a parlare gli uni con gli altri, a scambiarsi le proprie esperienze. Questa è una cosa. La seconda è: prendete coscienza del fatto che voi avete in mano la vostra vita. Pensiamo sempre che la vita ci tenga in pugno. Il nostro capo, la scuola, le condizioni di lavoro, ecc. Le sole persone che possono cambiare la vostra vita siete voi stessi. Rifletti su di te e sulla forza che hai. E naturalmente, prendi consapevolezza del fatto che morirai, dunque assapora ogni giorno. Prendi coscienza del fatto che vivi nel presente. L’unico momento che conta veramente è adesso.
INTERVISTA CON JO BAIER
In che modo si trovano le immagini, è possibile descrivere questo processo?
Trovare immagini è una questione di esperienza. Di regola, le immagini si manifestano quando si legge un testo. Per lo più scrivo io stesso i miei testi, cosicché le immagini nascono nel momento stesso della scrittura. Se leggo libri, abitualmente li traspongo in immagini. In questo caso tutto era molto più semplice, poiché il soggetto era già presente davanti a noi. Abbiamo ripreso nel film quel che era realtà.
Leggendo la sceneggiatura quale idea si è fatto dell’uomo Tiziano Terzani?
L’immagine di Tiziano Terzani si era consolidata in me fin da prima della sceneggiatura, anche attraverso le conversazioni con la sua famiglia, ma soprattutto in precedenza ovviamente con il libro “La fine è il mio inizio”. Il libro è molto ricco di informazioni, eppure fa nascere il desiderio di sapere di più riguardo alla sfera privata. Il libro è per così dire la sua pagina ufficiale. Per rendere una persona comprensibile, concreta e visibile occorrono elementi che non sono contenuti nel libro. Questo processo di forma, drammaturgia o non-drammaturgia, è una questione che ha radici antiche. Per me è stato molto più ricco di informazioni l’incontro con Angela Terzani, poiché lei nel libro non compariva molto. Folco invece l’avevo già conosciuto in una fase precedente, abbiamo avuto molte conversazioni. Con questo puzzle composto da pezzi unici e vivaci si completa il soggetto e si dà anche l’ultimo tocco all’immagine di Tiziano. E’ lui il mio eroe, dice molte cose che mi parlano all’anima, ma ci sono anche momenti in cui mi irrita. Ma è importante anche che ci si possa irritare. Era sicuramente una persona molto complessa. E i personaggi multidimensionali e dalle molteplici sfaccettature mi interessano ancora di più.
Aveva il film già pronto in mente prima dell’inizio delle riprese?
In linea di principio è così nel momento in cui si mette mano alla macchina da presa. Ma la cosa sorprendente sono sempre e continuamente gli attori, che modificano o completano ciò che è prestabilito. Quel che mi piace è che Folco ha una personalità autonoma, la conversazione diventa più dialogo che monologo. Questo riesce grazie al meraviglioso Elio Germano, che è un ascoltatore molto attivo.
Come è stato il lavoro con Bruno Ganz?
Innanzitutto devo dire che Bruno Ganz per me era l’interprete ideale. Non avrei potuto immaginare nessun altro attore per Tiziano. Eravamo tutti molto felici quando ci ha detto di sì. Nel lavoro di gruppo Bruno è una persona piuttosto timida, molto riservata, che ha bisogno di tempo prima di aprirsi. Questo lo si deve accettare. Si è occupato in modo davvero intenso del lungo testo, del personaggio di Tiziano, a tale riguardo abbiamo avuto in continuazione discussioni importanti e stimolanti. Questo mi è piaciuto molto. E’ bello poter lavorare con un attore così intenso e riflessivo, non c’è il minimo dubbio. In ultima analisi, nel personaggio del film abbiamo cercato di trovare un mix derivante dal reale Tiziano (del quale poi esistono molte riprese cinematografiche) e dal reale Bruno Ganz. Naturalmente questo è un camminare sul filo del rasoio. Ma io trovo che Bruno l’abbia fatto in modo stupendo.
Sul set deve aver regnato un’atmosfera di lavoro particolarmente intensa. Da cosa è dipeso?
Dalle persone scelte con cura. E’ lo staff artistico con il quale lavoro da molto tempo, so che prendono molto sul serio quello che fanno. Sul set regna la concentrazione e il silenzio. Si tratta in modo serio della vita e della morte, potersi occupare di queste cose umane basilari è un privilegio del quale la maggior parte delle persone è consapevole.
Lo spettatore cosa deve, cosa può prendere per sé dal film?
Molta speranza e molta conoscenza sul senso della vita, qualcosa su cui Tiziano Terzani ha riflettuto a lungo. Oltre a ciò la consapevolezza di poter morire senza essere disperati. Tristi sì, ma non disperati. Poter accettare la morte come qualcosa che è stabilito per noi.
Lei una volta ha scritto: chi vuole scrivere qualcosa, deve vivere qualcosa.
A questo riguardo Tiziano Terzani è l’esempio ideale. Per poter raccontare qualcosa si deve vivere qualcosa, accumulare esperienze, andare ad occhi aperti per il mondo.
Dove trova Jo Baier le sue storie?
Mentre vado ad occhi aperti per il mondo, e se trovo una storia come questa sono felice che sia possibile ancora una volta riflettere così a fondo su molte cose.
INTERVISTA CON FOLCO TERZANI
Come mai Lei e Sua madre avete preso la decisione di concedere al team del film l’accesso alla dimora di famiglia?
All’inizio non volevamo che si girasse qui. Ma alla fine abbiamo accettato in modo che l’idea di questo progetto potesse essere trasposta nel miglior modo possibile. Non è stato facile, questo posto è la nostra casa e non voglio darla in pasto al pubblico, sotto la luce dei riflettori. Qui non c’è ancora turismo. E così deve rimanere.
Lei ha collaborato alla sceneggiatura e poi ha sperimentato come dalla Sua storia è stato tratto un film. Come è stato questo per Lei?
Una ricostruzione storica non mi interessa. Certo erano belle storie, quelle che mio padre ha vissuto, ma ognuno ha storie del genere. Ciò che mi interessava erano le conclusioni che ne traeva. Se lui avesse trascorso la sua vita qui, se mi avesse raccontato come aveva cercato funghi o come aveva portato le pecore ai pascoli tra i monti, e da queste storie avesse tratto quelle sue conclusioni, per me sarebbe stato lo stesso. Saigon o le pecore, non fa alcuna differenza.
Importanti sono le conclusioni. Certo, a volte mi sono commosso. Mi ha sorpreso vedere il modo in cui Bruno Ganz parlava, come raccontava. Stranamente non mi sono mai commosso quando mio padre raccontava le sue storie. Se era mio padre a raccontare, non avevo mai le lacrime agli occhi. Ero sempre sereno, rilassato. Ma c’è qualcosa che è nato con il film: ho capito più attraverso la realtà cinematografica che non nella realtà vera.
La carriera giornalistica di mio padre non mi interessava, tuttavia i suoi ultimi anni mi hanno affascinato. Quando lui ha semplicemente abbandonato il suo lavoro, è salito sull’Himalaya e ha iniziato a meditare sul mondo. Ero curioso dei suoi pensieri… anche perché negli ultimi anni l’avevo visto poco.
Come era Suo padre prima di questo grande cambiamento?
Prima era giornalista. In realtà io sono venuto al mondo in una valigia. A due settimane di età ero già su una nave diretta dall’America verso l’Italia, poi ancora a Singapore e in seguito siamo sempre stati costantemente in viaggio attraverso l’Asia. Fin quando non ho iniziato gli studi non siamo mai rimasti a lungo in un posto. Lui era in viaggio e se tornava a casa, allora raccontava. Gli altri lo conoscevano come scrittore, ma lui era ancora meglio come narratore. Era leggendario.
Anche in famiglia. Se parlava, parlava solo lui. E quel che diceva era interessante. Se veniva a casa di ritorno da un viaggio, allora sedevamo tutti intorno a un tavolo e lui iniziava… Ci piaceva in modo pazzesco. Di quando in quando la gente chiedeva: “Ma non vi dispiace che lui sia sempre via?” Certamente, era via spesso. Ma se c’era, era talmente presente, aveva così tanto da raccontare e poi ci coinvolgeva in discussioni senza fine. Di scarpe nuove non ne potevi certo parlare. Cose simili a casa erano impossibili. Si doveva discutere del partito comunista della Cina… all’epoca io avevo 10 o 12 anni. A un certo punto ha smesso di riflettere sulla Cina e sui problemi del partito comunista. Anche per la sua malattia. La chiamava l’opportunità che il tumore gli aveva dato. E’ stato un colpo violento, la paura che ti sveglia. Sai che non hai più tempo – allora ha cambiato radicalmente la sua vita. Questo è stato il motivo per cui si è ritirato dal mondo frenetico e ha iniziato ad osservare il mondo dall’alto delle montagne… in senso fisico e metaforico.
E’ un’immagine assolutamente forte: l’Himalaya, le montagne più alte del mondo. Sale a capodanno del 2000, e là trova un anziano. Vanno d’accordo l’uno con l’altro e l’anziano inizia a spiegargli le cose. Diventano amici. Si intendono bene e allora mio padre lascia stare tutto, lascia perdere tutto e va a vivere lassù tra le montagne.
Da allora in poi non ci siamo più visti spesso. Aveva deciso di abbandonare la sua vita normale, il suo lavoro, il giornalismo, i suoi amici, le feste. Non potevamo neppure telefonargli. Non aveva telefono, niente luce elettrica e niente internet. Né c’era nessuna strada che portasse a casa sua.
L’ultimo tratto si doveva farlo a piedi. Viveva isolato. In quel periodo non abbiamo avuto molti contatti. Qualche volta scendeva giù dalla sua montagna e ci mandava un’email. Così comunicavamo con lui. Non sapevo che cosa ne stesse venendo fuori, cosa si stesse sviluppando là. Mi piaceva il fatto che fosse andato dietro a un sogno folle, ma io non sapevo cosa facesse veramente là. Quando in seguito lessi i suoi libri, come “Lettere contro la guerra”, allora avvertii: fermo un momento, questa è un’altra persona. Cosa è successo là? Si è trasformato, ha cambiato totalmente la sua prospettiva. Il suo modo di vedere la guerra non è più unilaterale, non si tratta più del “male” o del “bene”, dei deboli o dei forti, del “dobbiamo fare una rivoluzione, oppure non farne nessuna”. Ora il suo punto di vista era quello di qualcuno che contempla “qualcosa” a distanza, qualcosa che si ripete sempre in continuazione, come una lunga serie di guerre che vanno sempre avanti e che in realtà sono sempre la stessa guerra. Guerre alle quali non si può mettere fine con una rivoluzione, perché in questo modo i problemi non sono mai stati risolti.
Allora lui inizia a meditare, a risolvere i problemi nel suo intimo. Vale a dire, se tu non puoi influire sui grandi problemi, allora inizia a risolverli nel tuo piccolo. Questo è il punto dal quale qualcuno inizia a cambiare sé stesso. A quell’epoca scrisse la meravigliosa lettera a Oriana Fallaci.
Semplicemente fantastica… e mi domandavo, chi è costui che scrive simili lettere? E’ mio padre e tuttavia non lo conosco. C’è qualcosa di nuovo in lui. Da allora in poi l’ho visto in modo diverso. Da allora in poi io, suo figlio, ero affascinato da lui come persona. E quando poi mi scrisse che presto sarebbe morto, allora iniziai a diventare assolutamente curioso di quello che aveva da dire. Volevo parlare con lui, venire a casa e parlare con lui… non sapevamo affatto per quanto a lungo… Avrebbe potuto essere soltanto per una settimana… abbiamo avuto fortuna, è durato tre mesi. Ha avuto il tempo di dire tutto quel che voleva dire. Dopo è morto. Gli ho domandato tutto quello che mi interessava. L’ho interrogato anche dopo la sua morte. Non è rimasto niente di irrisolto nella mia mente. Mi ha risposto su tutto e io rifletto volentieri su questo. Mi ha fatto un grande regalo.
INTERVISTA CON BRUNO GANZ
Come è stato il Suo primo avvicinamento a Tiziano Terzani?
Innanzitutto ho letto il libro prima che la sceneggiatura fosse pronta, e in seguito anche un altro, quello sulla storia con gli indovini. Mi sono informato presso molte persone e sono rimasto stupito nel vedere quante persone abbiano letto i suoi libri. Gente che si interessa agli aspetti spirituali, gente alla ricerca di un senso. Non solo quelli che si ricordano dei suoi articoli su DER SPIEGEL, ma anche più giovani.
Che cosa l’ha interessato dell’uomo di mondo Tiziano Terzani?
La combinazione di aspetti. Aveva una sensibilità aperta per la zona asiatica, mescolata a un raziocinio italiano altamente sviluppato, alla consapevolezza di essere europeo, e si è aperto. Poi il modo di affrontare la morte in modo indiano. Anche questo mi interessa, almeno quanto il fatto che lui è un testimone del secolo, il Vietnam, Pol Pot, Mao li ha vissuti fino alla fine. Per me, in quanto attore, io ho trovato interessante il modo in cui ha raccontato questi avvenimenti lungo tutto un secolo, fatti che hanno conseguenze fino al giorno d’oggi, e non solo per l’America. E quindi il viaggio sull’Himalaya, dopo la diagnosi del suo cancro. Non voleva subirlo come vittima, voleva costruire qualcosa per avvicinarsi al finale che attende tutti noi. Questo viaggio esprime la sua volontà di lottare e la sua forza.
Può descrivere il modo in cui come attore riesce a mettersi nei panni di una personalità così forte?
Per sette settimane ho studiato il testo giorno per giorno, talvolta fino a otto ore al giorno.
L’apprendimento non è solo meccanica, mette in movimento anche la fantasia. E’ così che ci si avvicina al personaggio. Fare come se si fosse quest’uomo è un’assurdità. Ma ho dovuto spogliarmi della mia sfera privata – in questo la barba ha aiutato, ma sono stato contento quando è di nuovo sparita. In questo caso non si trattava tanto di fare un ritratto “realistico”, come ad esempio ho cercato di fare con Hitler. Questa è una’altra cosa. Qui l’avvicinamento ha avuto luogo essenzialmente nell’apprendimento del testo.
C’è una scena nella quale si concentra tutto?
La riconquista del paradiso è il non essere più disgiunti dal mondo. Sull’Himalaya a circa 6.000 m di altezza lui un giorno vede una piccola coccinella, che vola al disopra di un profondo precipizio in direzione delle montagne e immagina di essere questa coccinella. Questo ritrovamento dell’unità, questo senso cosmico, che si è soltanto una parte del tutto in relazione all’attesa della morte, tutto ciò viene espresso in una scena e viene compartecipato completamente. Questo mi rimarrà nei ricordi, più che i resoconti di viaggio.
Quale ruolo ha il morire o la morte nella Sua vita?
Mi accorgo che è il terzo film di fila nel quale muoio. Ho pensato che forse è una possibilità data dalla recitazione, quella di avvicinarsi alla morte in veste di attore. Ma io sono già morto in scena così tante volte, visto che sono un giovanotto…. naturalmente è diverso. Ma credo che alla fine alla morte non ci si può preparare. Ci rifletto su, so che con film di questo genere ci arrivo vicino. Ma non vedo come ne possa prendere qualcosa, o come possa alleggerirmi l’andare incontro alla morte. A questo non credo.
Tiziano Terzani avrebbe potuto essere Suo amico?
In un certo modo senz’altro, ho un enorme rispetto per lui. Ma ci sono anche cose che mi allontanano da lui. Le figure molto forti spesso hanno aspetti che non sono così piacevoli. Ma il suo anelito alla verità, alla sua verità, era una cosa sinceramente pulita. Penso che mi sarei affidato a lui come un bambino. Creo che sarebbe stata una buona relazione.
INTERVISTA CON ELIO GERMANO
Come descriverebbe Tiziano Terzani?
Era una persona incredibile. Si capisce dalle varie e interessanti documentazioni su di lui. E ascoltando le persone he lo hanno conosciuto quando parlano di lui. Sicuramente era uno uomo complesso…quel che mi ha impressionato più di tutto è il suo acume, la sua capacità di capire il mondo, e non attraverso la ragione, ma piuttosto attraverso i sentimenti, la sua capacità di farci prendere parte al mondo. E sapeva puntualizzare le sue storie. E’ come se nell’ultima fase della sua vita quel che voleva esprimere fosse più importante di egli stesso.
Potrebbe descrivere il film in alcune frasi?
Raccontiamo di persone che riflettono sul senso della vita, su temi che nella vita di tutti i giorni spesso dimentichiamo, temi come la morte, la malattia, la vita e i nostri rapporti con le altre persone. Una sfida enorme, poiché è già abbastanza difficile mettersi d’accordo con sé stessi su questi temi. E proprio su questo noi ora facciamo un film. Un film senza effetti speciali, su persone che parlano della vita e della morte.
E’ un tema che va oltre le singole persone. La questione è chiaramente molto più grande di ogni singolo individuo. La sfida è stata quella di viverli questi temi perchè non c’è soluzione. Forse, come scrive Tiziano, può accadere una specie di guarigione se noi accettiamo che il mondo può essere così. Questa è l’unica possibilità.
Come Le riesce di mettersi nei panni dei personaggi?
Non ho un metodo predeterminato. Ogni volta è diverso. Cerco di trovare una direzione che sia utile alla storia. In questo caso ho letto i libri di Tiziano. In seguito sono venuto qui, ho dormito nella camera di Folco, ho vissuto con la famiglia e sono andato a passeggiare qui nei boschi, senza parlare molto. Volevo semplicemente essere qui. Questo posto ha qualcosa di speciale, qualcosa di magico, qui davvero c’erano le streghe. Ci sono molte storie e leggende su questo mondo che non si possono comprendere con la razionalità, un mondo contadino e complesso, che – insieme alla natura – ha fatto sì che noi tutti ci sentissimo “più piccoli”, meno importanti.
Come è stato lavorare con Bruno Ganz?
E’ stato pazzesco. Un giovane attore vicino a un grande attore. Questo ci ha aiutato parecchio ad interpretare in maniera convincente una storia tra padre e figlio, in cui c’è effettivamente una figura paterna predominante.
Agli spettatori cosa dovrebbe restare del film?
Mi piacerebbe che il pubblico seguisse la nostra storia con consapevolezza, una storia sulla malattia e sulla morte, due questioni fondamentali delle quali non si parla mai. La coscienza di dover morire, senza per questo pensare a un dramma e con un sorriso sulle labbra, così come ci indica Tiziano…sarebbe una gran bella cosa se il pubblico potesse portarsi dietro questo sentimento, questa comprensione.
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