Hannah Arendt di Margarethe von Trotta

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locandina Hannah Arendt
 
Regista: Margarethe von Trotta
Titolo originale: Hannah Arendt
Durata: 114'
Genere: Drammatico
Nazione: Germania, Lussemburgo, Francia
Rapporto:

Anno: 2012
Uscita prevista: 27 Gennaio 2014 (cinema)

Attori: Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen, Michael Degen, Megan Gay, Nicholas Woodeson
Sceneggiatura: Pam Katz, Margarethe von Trotta

Trama, Giudizi ed Opinioni per Hannah Arendt (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Caroline Champetier
Montaggio: Bettina Böhler
Musiche: André Mergenthaler
Scenografia: Volker Schäfer

Produttore: Bettina Brokemper,Antoine de Clermont-Tonnerre,Sophie Dulac,Alexander Dumreicher-Ivanceanu,Bady Minck,Johannes Rexin,David Silber,Michel Zana
Produzione: Heimatfilm, Amour Fou Luxembourg, MACT Productions
Distribuzione: Nexo Digital, Ripley's Film

La recensione di Dr. Film. di Hannah Arendt
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Colonna sonora / Soundtrack di Hannah Arendt
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Informazioni e curiosità su Hannah Arendt

Al cinema come evento unico per il Giorno della Memoria, lunedì 27 e martedì 28 gennaio.

Note dalla produzione:

NOTE DI REGIA
La luce che proviene dalle opere di una persona si diffonde nel mondo e rimane anche dopo la sua morte. Che sia grande o piccola, effimera o duratura, dipende dal mondo e dai suoi metodi. Ai posteri l’ardua sentenza. La luce che proviene dalla vita di una persona – le parole dette, i gesti, le amicizie – sopravvive soltanto nei ricordi. Se deve entrare in questo mondo, ha bisogno di trovare una forma nuova. Una storia deve essere composta da tanti ricordi e storie.
(Elisabeth Young-Bruehl; autrice della biografia “Hannah Arendt”).


Un film su Hannah Arendt e perché.
La luce del lavoro che Hannah Arendt ha trasmesso al mondo brilla ancora. E visto che il suo lavoro viene citato da un numero sempre crescente di persone, diventa più luminoso ogni giorno che passa. In un’epoca in cui molte persone si sentono obbligate ad aderire a un’ideologia precisa, la Arendt rappresentava un esempio luminoso di qualcuno che rimane fedele alla sua visione particolare del mondo.
Nel 1983, volevo realizzare un film su Rosa Luxemburg, perché ero convinta che fosse la donna e pensatrice più importante dello scorso secolo. Io desideravo comprendere la donna dietro alla combattente rivoluzionaria. Ma ora, agli inizi del ventunesimo secolo, Hannah Arendt è una figura anche più importante. La sua visione e profondità iniziano a essere capite e affrontate correttamente solo adesso. Quando formulò per la prima volta il concetto de “la banalità del male” – un termine che aveva coniato nel suo reportage sul processo a Eichmann – venne criticata aspramente e attaccata, come se fosse una nemica del popolo ebraico. Oggi, questo concetto è diventato una componente essenziale di qualsiasi discussione che tenta di giudicare i crimini dei nazisti.

E, ancora una volta, io ero interessata a trovare la donna dietro a questa grande pensatrice indipendente. Lei era nata in Germania e morta a New York. Cosa la portò lì?
In quanto ebrea, non ha certo lasciato la Germania di sua spontanea volontà e per questa ragione, la sua storia suscita una domanda che mi sono posta in tanti altri miei film: come si comporta una persona di fronte a eventi sociali e storici che non può influenzare o cambiare? Come tanti altri ebrei, la Arendt avrebbe potuto diventare una vittima del nazionalsocialismo, ma si rese conto del pericolo e abbandonò la Germania per recarsi a Parigi. Quando la Francia venne invasa, lei scappò a Marsiglia e, passando attraverso la Spagna e il Portogallo, arrivò finalmente a New York. Mentre fuggiva, pensava amaramente ai tanti amici che avevano scelto di rimanere e sostenere i nazisti. Lei era molto delusa, constatando quanto rapidamente si adattavano a una “nuova era”, descrivendo questo fenomeno in un’intervista come “Zu Hitler fiel ihnen was ein”. Voleva dire che, per giustificare la loro decisione, “si facevano delle idee false su Hitler”.

L’esilio rappresentò la sua “seconda nascita”. La prima trasformazione nella sua vita avvenne quando studiò filosofia con Martin Heidegger. A quell’epoca, la sua vocazione era inseguire il pensiero puro. Ma dopo l’esilio forzato, non aveva scelta, se non quella di impegnarsi negli eventi concreti del mondo. Nel 1960, quando si sentì finalmente a suo agio in America, era pronta ad affrontare uno dei capitoli più tragici del ventesimo secolo. Lei avrebbe osservato direttamente l’uomo il cui nome evocava l’assassinio di milioni di ebrei: Adolf Eichmann. Il nostro film si concentra su quei quattro anni turbolenti, in cui le vite della Arendt e di Eichmann si incrociano. Questo ci offriva l’opportunità di raccontare una storia che portasse a una comprensione profonda dell’impatto storico ed emotivo suscitato da questo confronto esplosivo. Quando la pensatrice originale e priva di compromessi si ritrova di fronte al burocrate sottomesso e ligio al dovere, sia la Arendt che il discorso sull’Olocausto cambiano per sempre. In Eichmann, lei ha visto un uomo il cui mix fatale di obbedienza e incapacità di pensare in maniera autonoma (“Gedankenlosigkeit”) gli ha permesso di trasportare milioni di persone verso le camere a gas.

Ritrarre Hannah Arendt quasi esclusivamente nel periodo che inizia con la cattura di Eichmann e termina poco dopo la pubblicazione del suo libro La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, ha reso possibile non solo investigare il suo lavoro rivoluzionario, ma anche rivelare il suo carattere e la sua personalità. Abbiamo modo di conoscerla come donna, come compagna di vita e, cosa più importante per lei, come amica. Alcuni flashback ci riportano agli anni venti e cinquanta – in cui vediamo la relazione appassionata di una giovane Hannah con Martin Heidegger — così come il loro incontro diversi anni dopo la conclusione della guerra. Lei non riusciva a troncare il rapporto con Heidegger, nonostante lui avesse aderito al partito nazionalsocialista nel 1933. Questi flashback sono importanti per capire il passato della Arendt, ma il film è incentrato soprattutto sulla sua vita a New York assieme al marito Heinrich Blücher, che lei aveva incontrato quando era esule a Parigi, ai suoi amici tedeschi e americani, soprattutto l’autrice Mary McCarthy, e al suo amico di lunga data, il filosofo ebreo tedesco Hans Jonas.

Questo è un film che mostra Hannah Arendt come una persona divisa tra i suoi pensieri e le sue emozioni, tanto da dover spesso separare l’intelletto dai sentimenti. La vediamo come una pensatrice e insegnante appassionata; una donna capace di un’amicizia che dura tutta la vita – qualcuno l’aveva definita un “genio dell’amicizia” – ma anche una combattente, che in maniera coraggiosa difendeva le sue idee e non si sottraeva a nessun confronto. Il suo obiettivo era sempre quello di capire. La sua frase caratteristica, “io voglio capire”, è quella che la descrive meglio.
Ed è proprio la sua ricerca per comprendere le persone e il mondo che mi attiravano. Come la Arendt, io non voglio giudicare, ma soltanto capire. In questo film, per esempio, voglio capire quello che Hannah Arendt pensava sul totalitarismo e il collasso morale dello scorso secolo: sull’autodeterminazione e la libertà di scelta; e quello che è riuscita a rivelare del male e dell’amore. Spero che il pubblico arrivi a capire, come è capitato a me, perché è così importante ricordare questa grande pensatrice.

La chiave per comprendere la sua vita è il desiderio della Arendt di rimanere fedele a quello che definiva “amor mundi”, l’amore del mondo. Sebbene il suo esilio forzato l abbia portata a essere vulnerabile e a soffrire di alienazione, ha continuato a credere nel potere dell’individuo di sopportare la forza crudele della storia. Il suo rifiuto di farsi sopraffare dalla disperazione e dalla mancanza di speranza la rendono, ai miei occhi, una donna straordinaria, la cui “luce brilla ancora oggi”. Una donna che può amare ed essere amata. E una donna che può, come si è definita, “pensare senza steccati”. Insomma, una pensatrice indipendente.
Per offrire una visione autentica della Arendt come essere umano, abbiamo dovuto andare oltre le tantissime risorse scritte e audiovisive trovate negli archivi. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche tradizionali, abbiamo svolto delle interviste importanti con delle persone contemporanee, che hanno fatto parte della vita e del lavoro di Hannah Arendt per tanti anni.


INTERVISTA A Margarethe von Trotta
I suoi film quasi sempre mostrano un confronto intenso con delle figure storiche significative – Rosa Luxemburg, Hildegard von Bingen, le sorelle Ensslin … Cosa la emozionava in Hannah Arendt?
La questione di come realizzare un film su una donna che pensa, come osservare una donna che è dedita principalmente al pensiero. Ovviamente, avevo anche paura di non renderle giustizia. Questo ha reso il ritratto cinematografico molto più difficile, per esempio, rispetto a quello di Rosa Luxemburg. Entrambe erano molto intelligenti e uniche, dotate della capacità di amare e stringere amicizia, delle pensatrici e oratrici provocatorie. La vita di Hannah Arendt non è stata drammatica come quella di Rosa Luxemburg – ma è stata importante e commovente.
Per saperne di più su di lei, non solo ho letto i suoi libri e le sue lettere, ma anche cercato di trovare persone che la conoscessero. Attraverso queste conversazioni, ho scoperto gradualmente quello che volevo dire di lei, e quale periodo della sua vita sarebbe stato più congeniale per i miei scopi. Talvolta, lei mi incuteva timore, perché improvvisamente appariva irritante e arrogante. Soltanto dopo aver scoperto la celebre conversazione tra lei e Günter Gaus, mi sono convinta che Hannah Arendt fosse veramente una persona affascinante, arguta e piacevole. Dopo averli osservati insieme, ho capito cosa intendesse Gaus quando ha detto, durante un’intervista, che lei era il tipo di donna che ti conquista immediatamente.

La sua ricerca continua si è svolta mentre lavorava a una sceneggiatura, che lei ha iniziato a scrivere nel 2003, assieme alla sceneggiatrice americana Pam Katz. Nel 2006, ha deciso di incentrare il film, HANNAH ARENDT, che allora aveva il titolo di lavorazione “The Controversy”, sui quattro anni che ruotano attorno al processo di Eichmann del 1961.
Volevamo raccontare la storia di Hannah Arendt senza sminuire l’importanza della sua vita e del suo lavoro, ma anche senza doverci affidare alla struttura dispersiva di un tradizionale biopic. Dopo Rosenstraße e The other Woman, Hannah Arendt rappresenta la mia terza collaborazione con Pam Katz. Siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi ed in Germania. La prima domanda che ci siamo poste è stata: cosa dovremmo scegliere per mostrare la vita di Hannah Arendt? La sua relazione con Martin Heidegger, che molti probabilmente si aspettano? La sua fuga dalla Germania? Gli anni passati a Parigi o quelli a New York? Dopo aver riflettuto su queste possibilità, abbiamo capito che concentrarci sui quattro anni in cui ha raccontato e scritto tanto su Eichmann fosse il modo migliore di mostrare sia la donna che il suo lavoro. Il confronto tra Hannah Arendt e Adolf Eichmann ci ha permesso di illuminare non solo il contrasto enorme tra questi due protagonisti, ma anche di avere una comprensione migliore dei tempi oscuri dell’Europa del ventesimo secolo.
Hannah Arendt è celebre per aver dichiarato “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Con il suo fermo rifiuto di obbedire a nulla che non fosse la sua conoscenza e le sue convinzioni, lei non avrebbe potuto essere più diversa di Eichmann, che riteneva suo dovere essere fedele agli ordini dei suoi superiori. In questa cieca lealtà, Eichmann ha abbandonato una delle caratteristiche principali che differenziano gli esseri umani dalle altre specie: la capacità di pensare in maniera autonoma. Il film mostra Hannah Arendt come una teorica politica e una pensatrice indipendente che viene messa di fronte al suo esatto contrario: il burocrate sottomesso che non ragiona e che sceglie di essere un sottoposto entusiasta.

Lei è riuscita a catturare efficacemente il personaggio “non pensante” di Eichmann attraverso i filmati d’archivio in bianco e nero del processo.
Si può mostrare l’autentica “banalità del male” solo osservando il vero Eichmann. Un attore distorcerebbe la sua immagine, senza renderla più accurata. Uno spettatore potrebbe ammirare la bravura di un attore, ma non riuscirebbe a capire la mediocrità di Eichmann. Si trattava di un uomo incapace di formulare una singola frase corretta dal punto di vista grammaticale. Ascoltando il modo in cui parla, si capisce che non è in grado di analizzare in maniera significativa quello che stava facendo. C’è soltanto una scena con Barbara Sukowa che si svolge nel tribunale e in cui c’era bisogno di un attore, così vediamo Eichmann di spalle. Abbiamo girato le altre scene in tribunale dalla sala stampa, dove il processo veniva mostrato su diversi monitor. Questo era un modo per utilizzare il vero Eichmann, grazie ai filmati d’archivio, in tutti i momenti importanti. Inoltre, abbiamo pensato che, visto che la Arendt era un’accanita fumatrice, avrebbe passato più tempo nella sala stampa che in tribunale. In questo modo, avrebbe potuto seguire il processo e fumare allo stesso tempo. Molto tempo dopo aver scritto questa sequenza, siamo riuscite a parlare con la nipote della Arendt, Edna Brocke, che era con lei a Gerusalemme in quel periodo. Lei ci ha confermato che la “zia Hannah” aveva
passato buona parte del suo tempo nella sala stampa, perché lì poteva fumare!

HANNAH ARENDT non sarebbe un film della Von Trotta se non potessimo vedere Hannah Arendt come una donna, una compagna di vita e un’amica. Insomma, se non capissimo meglio la complessità di questa grande pensatrice.
Il film parla anche della sua vita a New York, il rapporto con gli amici, l’amore per Martin Heidegger – anche se eravamo convinti che Heinrich Blücher sia stata una presenza più importante per lei, definendolo le sue “quattro mura”, perché lui rappresentava la sua vera “casa”. Heidegger è stato il primo amore di Hannah e lei ha mantenuto un legame con lui nonostante il suo rapporto con i nazisti. All’inizio della mia ricerca, Lotte Köhler, l’unica amica di Hannah Arendt ancora in vita, mi ha dato il libro sulla corrispondenza pubblicata tra Heidegger e la Arendt, dicendomi anche che la Arendt aveva conservato tutte le sue lettere nel cassetto del letto. In un flashback, vediamo che la Arendt incontra Heidegger durante una visita in Germania. Questo incontro si è svolto veramente, sebbene alcune settimane prima lei avesse scritto una lettera al suo amico e mentore, Karl Jaspers, in cui definiva Heidegger un assassino. La nipote della Arendt mi ha riferito che sua zia spiegava il rapporto duraturo con Heidegger insistendo sul fatto che “alcune cose sono più forti di un essere umano”.

Per il ruolo di Hannah Arendt lei ha scelto ancora una volta Barbara Sukowa. Perché?
Fin dall’inizio, pensavo a Barbara Sukowa per il ruolo di Hannah Arendt e per fortuna sono riuscita a superare le sue resistenze. Non avrei fatto il film senza Barbara. Avevo bisogno di un’attrice da mostrare mentre stava riflettendo in silenzio e lei era l’unica in grado di superare questa prova difficile.

La bravura di Barbara Sukowa è evidente, tra tante scene che potremmo segnalare, nel discorso di otto minuti alla fine del film. Pochi registi avrebbero tentato di mantenere l’attenzione del pubblico per così tanto tempo. Perché ha preso questa decisione?
Molti pensavano che un film su Hannah Arendt dovesse cominciare con un discorso solenne, ma noi iniziamo con una conversazione tra amiche che parlano dei loro mariti. Volevamo che il discorso finale fosse il momento in cui il pubblico arriva a capire i risultati che il suo pensiero ha portato alla luce. Soltanto dopo che l’abbiamo osservata mentre lei ha maturato i suoi pensieri sul personaggio di Eichmann, e mostrato gli attacchi brutali e ingiusti ricevuti per questo, siamo pronti a sentirla per così tanto tempo. A quel punto, uno si è innamorato di lei e del suo modo di pensare. Inoltre, l’interpretazione di Barbara è intelligente ed emozionante, tanto da tenerti con il fiato sospeso. Siamo arrivati gradualmente a questo momento, fornendo piano piano al pubblico l’opportunità di capire le fondamenta dei complessi pensieri della Arendt e comprendere cosa intendesse per la banalità del male. Il discorso rappresenta il climax intellettuale ed emotivo di tutto il film.

La troupe era piena di donne importanti: la cosceneggiatrice Pam Katz, la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Böhler... Una coincidenza o una scelta consapevole?
Non lo avevo pianificato, è successo. Ma chissà, forse non è stata una coincidenza. Comunque, Hannah Arendt era il contrario di una femminista e HANNAH ARENDT non è il tipico “film al femminile”. E’ una pellicola realizzata da persone impegnate e professionali, che vogliono raccontare una storia che renda giustizia alla vita di Hannah Arendt. Secondo Karl Jaspers, insegnante e amico di Hannah Arendt, “il coraggio di esprimersi in pubblico è possibile solo quando c’è fiducia tra la gente”. Tutti i suoi film possiedono questo coraggio. Come lo ha sfruttato in HANNAH ARENDT? Seguendo lo spirito di Hannah Arendt: fidandomi della capacità del pubblico di superare l’ignoranza e l’incredulità, per maturare il desiderio di capire e alla fine arrivare effettivamente a questa comprensione.
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