Millennium - Uomini che Odiano le Donne di David Fincher

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locandina Millennium - Uomini che Odiano le Donne
 
Regista: David Fincher
Titolo originale: The Girl with the Dragon Tattoo
Durata: 158'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 3 Febbraio 2012 (cinema)

Attori: Daniel Craig, Rooney Mara, Robin Wright, Stellan Skarsgård, Joel Kinnaman, Embeth Davidtz, Christopher Plummer, Joely Richardson, Goran Visnjic, Julian Sands
Soggetto: Stieg Larsson
Sceneggiatura: Steven Zaillian

Trama, Giudizi ed Opinioni per Millennium - Uomini che Odiano le Donne (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Jeff Cronenweth
Montaggio: Kirk Baxter,Angus Wall
Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross
Scenografia: Donald Graham Burt
Costumi: Trish Summerville

Produttore: Ole Søndberg, Søren Stærmose, Scott Rudin, Ceán Chaffin
Produttore esecutivo: Steven Zaillian, Mikael Wallen, Anni Faurbye Fernandez
Produzione: Scott Rudin Productions, Yellow Bird Films
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia

La recensione di Dr. Film. di Millennium - Uomini che Odiano le Donne
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Colonna sonora / Soundtrack di Millennium - Uomini che Odiano le Donne
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Fabrizio Pucci: Mikael Blomkvist
Alessia Amendola: Lisbeth Salander
Omero Antonutti: Henrik Vanger
Rodolfo Bianchi: Martin Vanger
Emanuela Rossi: Erika Berger
Manlio De Angelis: Dirch Frode
Alessandra Muccioli: Cecilia Vanger
Carlo Cosolo: Nils Bjurman
Roberta Greganti: Anita Vanger
Joy Saltarelli: Harriet Vanger
Cristina Grado: Isabella Vanger
Ugo Maria Morosi: Harald Vanger
Carlo Sabatini: Det. Isaksson
Vittorio De Angelis: Dragan Armansky
Giorgio Lopez: Det. Morell
Eleonora De Angelis: Annika Giannini
Claudia Catani: Liv
Alessandro Messina: Plague
Fabrizio Odetto: Greger
Edoardo Nordio: Hans-erik Wennerstrom

Personaggi:
Daniel Craig: Mikael Blomkvist
Rooney Mara: Lisbeth Salander
Christopher Plummer: Henrik Vanger
Stellan Skarsgård: Martin Vanger
Robin Wright: Erika Berger
Steven Berkoff: Dirch Frode
Geraldine James: Cecilia Vanger
Yorick Van Wageningen: Nils Bjurman
Joely Richardson: Anita Vanger
Moa Garpental: Harriet Vanger
Inga Landgré: Isabella Vanger
Per Myrberg: Harald Vanger
Alan Dale: Det. Isaksson
Goran Visnjic: Dragan Armansky
Donald Sumpter: Det. Morell
Embeth Davidtz: Annika Giannini
Arly Jover: Liv
Tony Way: Plague
Alastair Duncan: Greger
Ulf Friberg: Hans-erik Wennerstrom
Joel Kinnaman: Christer Malm
Elodie Yung: Miriam Wu
Julian Sands: Henrik Vanger Da Giovane
David Dencik: Morell Da Giovane
Fredrik Dolk: Avvocato Di Wennerstrom
Gustaf Hammarsten: Harald Da Giovane

Informazioni e curiosità su Millennium - Uomini che Odiano le Donne

Dal romanzo era già stato tratta una trilogia di film svedesi molto ben fatti (Uomini che odiano le donne).

LA PRODUZIONE
Millennium: Uomini che odiano le donne è il primo film tratto dalla trilogia di Stieg Larsson Millennium, la serie di romanzi polizieschi che ha venduto 65.000.000 di copie in 46 paesi di tutto il mondo, diventando un successo planetario. Pubblicato nel 2005, poco dopo la scomparsa dell’autore, il primo romanzo della serie, Uomini che odiano le donne, introduce il lettore al giornalista finanziario Mikael Blomkvist e alla hacker vendicatrice Lisbeth Salander.

Con Salander, Larsson crea un’eroina atipica rispetto ai personaggi che popolano il vasto panorama poliziesco, una ragazza punk prodigio che tiene a distanza la gente col suo aspetto esteriore e non interagisce con gli altri ‘normalmente’, ma che grazie alla sua empatia con i più deboli, riesce ad aiutare Mikael a risolvere il mistero della scomparsa di Harriet Vanger. La sua sete di vendetta e il fragile rapporto con Mikael sono il nucleo di Uomini che odiano le donne e dei due romanzi successivi – La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.

Il regista David Fincher e lo sceneggiatore Steven Zaillian hanno cercato di rimanere fedeli all’attenzione posta da Larsson sulla corruzione collettiva, aziendale e personale con cui Mikael e Lisbeth si devono confrontare man mano che si addentrano nella questione della scomparsa di Harriet Vanger. Zaillian si è ispirato proprio alle parole di Larsson. “La sceneggiatura riprende alla lettera il romanzo”, dichiara il regista Fincher.
Costretti a semplificare la trama del primo libro, regista e sceneggiatore hanno puntato molto su quanto ha reso i romanzi della trilogia così celebri tra i lettori di tutto il mondo. “Ciò che ci interessava di più erano i due personaggi, Blomkvist e Salander, che hanno reso i libri il fenomeno culturale che sono”, dichiara Fincher. “Tra di loro c’erano tensione, antagonismo e un potenziale enorme”.

Aggiunge Zaillian: “Lisbeth è un gran bel personaggio, fuori dal comune, ma credo che se i romanzi fossero stati centrati sulla sua figura non avrebbero avuto lo stesso successo. È il modo in cui la sua storia e quella di Blomkvist si intrecciano e ciò che ciascuno di loro sta attraversando a rendere il libro così potente”.
Fincher e Zaillian hanno deciso di non eliminare dal film le scene di violenza e vendetta descritte nel libro. “Eravamo convinti che questo è un film sulla violenza nei confronti delle donne, con diverse sfumature di degradazione, e non si può sfuggire da questo fatto”, dichiara Fincher. “Quando si deve fare in modo che il pubblico senta dentro di sé il bisogno di vendetta ma capisca anche la validità delle idee espresse è come camminare su una linea sottile come la lama di un rasoio”.

Ed è esattamente quanto è riuscito a fare Larsson nei suoi romanzi: ha presentato ai lettori argomenti come la corruzione del potere, la misoginia, l’intolleranza, il fanatismo, la globalizzazione, il benessere sociale, la giustizia e le punizioni utilizzando come espediente le difficili indagini di Mikael e Lisbeth. Secondo Rooney Mara, che ha interpretato Lisbeth Salander: “Al pubblico interessa il sottobosco della società più di quanto voglia ammettere. Alla gente interessano i segreti oscuri della gente e delle società. Uomini che odiano le donne ha questa caratteristica, oltre ad avere due personaggi fuori dal comune che il pubblico ama molto”.


VENDICATORI E VENDICATI: CAST E PERSONAGGI
Blomkvist
Proprio come l’autore Stieg Larsson, il personaggio di Mikael Blomkvist è un giornalista d’inchiesta dedito allo sradicamento della corruzione nella finanza e nel governo. In quanto coproprietario della rivista di qualità Millennium, è raramente in prima linea, ma è famoso per essere andato fin troppo oltre, rischiando la galera e anche la vita a causa delle sue inchieste spietate sui potenti e sui benestanti. Per il ruolo di Blomkvist, Fincher ha scelto Daniel Craig, l’attore britannico che grazie all’equilibrio tra intensità e fascino è riuscito a ottenere la parte di
James Bond in Casino Royale e Quantum of Solace.

“È proprio il film di Blomkvist, è lui la chiave d’accesso”, dice Fincher. “È un personaggio più convenzionale mentre Lisbeth è un satellite che gli orbita intorno. Per questo avevamo bisogno di qualcuno come Daniel, qualcuno che non solo fosse carismatico sul grande schermo ma che fosse anche molto dotato come attore. È davvero bravo, si percepiscono tutte le
sfumature del personaggio”.
Come tanti altri, anche Craig ha letto Uomini che odiano le donne poco dopo la sua pubblicazione, quando iniziava ad andare di moda. “Qualcuno mi diede una copia del libro in vacanza e lo lessi in due giorni”, ricorda. “È uno di quei libri che ti tengono inchiodato. Si intuisce subito che accadrà qualcosa di molto brutto e credo che questo sia uno dei motivi per cui riscuote tanto successo”.

Anche allora Craig è stato attratto da Lisbeth Salander. “Credo che ciò che la rende interessante è il fatto che anche se ha subito una violenza sessuale, da un punto di vista psicologico non è mai una vittima”. E continua: “La sua forza e il modo in cui riesce a subire il colpo, rialzarsi e andare avanti è ciò che colpisce il lettore”.
Il libro ha certamente sedimentato nella sua coscienza, ma è stato il team creativo messo insieme per portarlo sullo schermo che ha reso il ruolo di Blomkvist qualcosa di concreto per Craig. “La storia era buona già di per sé, ma la regia di David e la sceneggiatura di Steven Zaillian l’hanno reso estremamente interessante ai miei occhi”, dichiara. “Credevo nel contenuto e nelle loro idee per trasformarlo in immagini”.

Fin dal principio, poi, Craig si è sentito vicino a Blomkvist. “Mi piace il suo atteggiamento, mi piace la sua politica, mi piace perché è un tipo disorganizzato ma in modo interessante”, commenta Craig. “Si batte per le cose giuste, prova a scoprire la corruzione e a essere un giornalista influente, se è ancora possibile”.
Steven Zaillian è rimasto colpito dal modo in cui Craig è entrato nel personaggio. “Blomkvist è meno duro di quanto vorrebbe essere, ma è un tipo davvero a posto, una brava persona. E Daniel lo ha interpretato alla perfezione”, osserva. “Il suo personaggio è complicato quanto quello di Salander”.

Craig ha deciso fin dal principio di non dare a Blomkvist un accento forte, ma piuttosto di farlo parlare in modo naturale, come si addice alla cultura cosmopolita di Stoccolma. “Ho preferito un linguaggio chiaro”, spiega. “Io e David ne abbiamo discusso e nessuno dei due voleva caratterizzare il personaggio con un accento particolare. Anzi, a dir la verità molti svedesi parlano un ottimo inglese, con o senza accento. Pensavo fosse la cosa giusta da fare. Blomkvist è un gran viaggiatore, è stato in tutto il mondo, ascolta la BBC da quando ha sei anni e penso che il personaggio sia proprio così”.

Dopo averlo desiderato per molto tempo, lavorare con Fincher è stata un’esperienza eccezionale per Craig, nonostante le difficoltà. “Si sa che David fa un sacco di ciak e ne abbiamo fatte parecchie, ma non mi è mai pesato”, sostiene Craig. “Posso fare riprese tutto il giorno se so che ne uscirà qualcosa di buono, finché stiamo creando qualcosa ogni volta che lo facciamo.
David è anche molto preciso e per dirlo in modo carino… minuzioso. Ma quando vedi il modo in cui costruisce una scena pezzo per pezzo, è facile cedere. Ti affidi completamente, sapendo che lui ha sotto controllo tutti i dettagli importanti”.

Craig ricorda che era in ottima forma quando è stato ingaggiato, il che non era esattamente auspicabile trattandosi di un giornalista che trascorre gran parte del suo tempo davanti alla scrivania o a intervistare le fonti. “David mi disse di ingrassare, e fu molto difficile ma ci sono riuscito”, ride.
Le difficoltà fisiche non mancano, soprattutto nelle scene clou del film, ma Craig nota che anche durante quelle scene era concentrato soprattutto sull’aspetto interiore: “Le scene finali sono molto coinvolgenti da un punto di vista emotivo per Blomkvist”, sintetizza.


Salander
Appena è stata messa in piedi la produzione di Millennium: Uomini che odiano le donne è scattata la ricerca di Lisbeth Salander. Il problema era che tutti coloro che avevano letto il libro si erano già fatti un’idea della donna. Michiko Kakutani del New York Times la descrive così nella sua recensione del libro: “Lisbeth Salander, la spietata eroina-folletto di Stieg Larsson, è uno dei personaggi più originali degli ultimi tempi: un monello, una Audrey Hepburn con tatuaggi e piercing, che segue il motto di Lara Craft ‘niente prigionieri’ e ha la mente lucida e fredda del signor Spock. È la vittima indifesa trasformatasi in vigilante; una ragazza asociale e testarda definita ‘incapace di intendere e di volere’ dai servizi sociali che ha dimostrato di essere estremamente efficiente come il guerriero di un videogioco”.

Nel creare il personaggio, Steven Zaillian ha tentato di rendere Salander in tutte le sue sfumature, come una persona con una bella corazza eppure vulnerabile appena qualcuno le si avvicina troppo. “È di quei personaggi che ti diverti a scrivere”, dichiara Zaillian. “In lei c’è una sorta di desiderio di realizzarsi nel modo in cui si occupa delle cose, nel modo in cui sopporta tutto quanto le accadrà, ma ci sono anche altri aspetti di lei. Gran parte del successo del film lo dobbiamo a Lisbeth Salander”.

Fincher voleva trovare tutte queste caratteristiche in un’unica attrice, ma soprattutto cercava qualcuno che volesse correre il rischio di interpretare un personaggio rischioso e fare il salto. È ciò che ha trovato in Rooney Mara, ma non è stato facile.
I filmmaker hanno dovuto cercare a lungo la loro Lisbeth. Il lungo elenco includeva Mara, che aveva interpretato Erica Albright, la fidanzata di Mark Zuckerberg nel film di Fincher The Social Network, un ruolo piccolo ma memorabile. Fincher le ha fatto fare una serie apparentemente infinita di audizioni chiedendole di fare di tutto, dal recitare la poesia svedese al posare con le moto, per verificare se fosse in grado di interpretare il ruolo.

“Ciò che mi ha convinto di lei durante l’audizione è che si è comportata come mi aspettavo da Lisbeth: non si è arresa. Cercavo una persona indomabile”, dichiara. “Alla fine del processo di casting sapevo che avrebbe fatto di tutto”.
E continua: “Fin dall’inizio ha dimostrato di avere le caratteristiche che stavamo cercando, di cui avevamo bisogno. Lei stessa è un tipo piuttosto solitario, ma più che altro era disposta a lavorare per entrare nel personaggio. Mi sono detto ‘Non so se sarà in grado di farlo, ma sono certo che ce la metterà tutta se le diamo il nostro aiuto e la nostra guida e poi la lasciamo libera.’ Ed è andata proprio così. Si è tagliata i capelli, ha imparato ad andare in moto, è andata in Svezia da sola ed è scomparsa nel nulla. E se trovi qualcuno disposto a farlo sei a cavallo. Il piercing se lo possono fare tutti”.

Per Mara la serie di audizioni è stata una prova di nervi che l’ha aiutata a entrare ancora di più nel personaggio. “Ero pronta a tutto per avere la parte”, dichiara l’attrice. “Ma più mi avvicinavo all’obiettivo e più mi chiedevo ‘Cos’altro devo dimostrarvi? Ho fatto di tutto. O riprendo in mano la mia vita oppure facciamo questo film. Sono pronta alla sfida ma prendete una decisione’”.
Dopo mesi di provini e di attesa arriva l’ultimatum. “David mi porta nel suo ufficio e inizia a farfugliare qualcosa sulla parte, a elencare tutti i motivi per rifiutarla, di come avrebbe cambiato la mia vita e non necessariamente per il meglio. Poi mi dà il suo iPad con un comunicato stampa che diceva che il ruolo era mio. Mi ha detto che avevano intenzione di diffonderlo quel giorno e che avevo mezz’ora per decidere se ero d’accordo”.

Mara non esita. Il personaggio è già dentro di lei. “Non c’è mai stato un personaggio femminile come Lisbeth, un tipo minuto, androgino che ha molte sfaccettature”, dice l’attrice. “Sei dalla sua parte, eppure la metti in discussione perché non sempre fa delle cose che approvi. Per me è stata un’esperienza interessante”.
E aggiunge: “Credo che in molti si identifichino in lei, anche se per molti è un tipo strano. Perché quasi tutti, prima o poi, ci siamo sentiti esclusi e lontani dalle autorità costituite”.
Appena accetta il ruolo, per l’attrice inizia la sfida. “Un’ora dopo aver detto sì a David stavo scomponendo un computer, andavo in moto e facevo lezione di skateboard. Ed esattamente cinque giorni dopo ero a Stoccolma”, ricorda. “Non c’era proprio tempo di pensare cosa significasse aver avuto la parte, o come mi sentivo. Entrai letteralmente in una centrifuga”.

Ma gli avvertimenti di Fincher non la spaventano. “Mi disse: ‘Andrai in Svezia da sola e sperimenterai la vita della ragazza.’ E aggiunse: ‘Il film ti risucchierà. Dovrai allontanarti per un po’ dalla tua famiglia e dai tuoi amici.’ Ma all’epoca non mi conosceva bene”, spiega l’attrice. “Non sapeva che sono una solitaria e che non mi spaventava ciò che voleva. Forse avrebbe spaventato un’altra, ma non me”.
Alla fine Mara trasforma radicalmente anche il suo aspetto: taglia i lunghi capelli, si fa fare numerosi piercing e si schiarisce le sopracciglia, la cosa più scioccante, stando alle sue parole. Così facendo non solo dà a Lisbeth un look incredibilmente trasgressivo, ma le scopre il volto, dando la possibilità al personaggio di esprimere la combinazione di fredda intelligenza e rabbia repressa.

“Prima di schiarire le sopracciglia ero convinta, ero pronta, ero entusiasta”, ricorda Mara. “Poi mi guardai allo specchio e mi prese un colpo. Ma credo sia stata una delle scelte migliori per l’aspetto esteriore del personaggio. È il nostro marchio”.
Anche trovare il modo giusto per mostrare i blocchi emotivi che Lisbeth si impone è un’idea di Mara: “Io e David parlammo del fatto che Lisbeth non aveva una ferita aperta. È tutta una cicatrice. Non piange, raramente permette a se stessa di provare delle emozioni, ma sotto alle cicatrici ci sono le ferite e il pubblico deve saperlo”.

Più Mara entra nel mondo chiuso di Lisbeth più capisce perché Stieg Larsson considerava importante l’influenza della leggendaria eroina Pippi Calzelunghe sul suo personaggio. “Lisbeth è come sarebbe Pippi Calzelunghe 25 anni dopo. Ha sostituito il cavallo con la moto, ora ha un computer, ma rispetta le stesse regole morali, e se la prende con i cattivi”, osserva l’attrice.
La complessità di Lisbeth viene alla luce in alcune scene particolarmente sconcertanti della storia: un paio di aggressioni violente nell’ufficio del tutore legale della ragazza, Nils Bjurman. Entrambe le scene sono state particolarmente intense, sia da un punto di vista fisico che psicologico, ma sono indispensabili per capire cosa spinge Lisbeth ad aiutare Blomkvist a scoprire l’assassino di una donna. “Le scene con Bjurman la dicono lunga su Lisbeth”, afferma Mara. “La violenza guida le sue scelte e fa da sfondo alla storia per molti versi. Queste scene erano sempre nei miei pensieri”.

Quando recitano sul set l’emozione è forte: “Sapevo fin dall’inizio che queste scene sarebbero state intense, ma sono state più difficili da interpretare di quanto immaginassi”, ricorda l’attrice.
Per tenere alta la tensione Mara evita i contatti con Yorick van Wageningen, l’attore che interpreta Bjurman. “Yorick è una persona dolcissima, ma gli stavo alla larga perché non volevo pensare a quanto fosse dolce”, dichiara. “Per noi due era meglio non parlare molto, ma limitarci a entrare nella stanza e vedere come sarebbero andate le cose”.

Le cose si chiariscono per Lisbeth e si ricompongono soprattutto quando la ragazza e Mikael Blomkvist diventano più intimi. Non è l’attrazione sessuale a sorprenderla ma un’istintiva fiducia mai provata prima. “Durante quasi tutto il film, Lisbeth non fa che allontanare la gente. Non fa che reprimere e allontanare. Non instaura dei rapporti quando entra in contatto con la gente”, osserva Mara. “Ma con Mikael è diverso, inizia a pensare che forse di lui si può fidare, anche se poi ha delle buone ragioni per chiedersi se è stupida a credere nelle persone”.

Per concludere, Mara sostiene che in questi mesi ha lottato con le unghie e con i denti per interpretare Lisbeth e ottenere questo ruolo. “È una di quelle parti che ti capitano una volta nella vita”, dichiara. “Ma a parte questo, la cosa più interessante di questa esperienza è che mi sento più brava. Ho imparato tantissimo e ho fatto tante cose che non avrei mai pensato di poter fare”.
E conclude: “La cosa che preferisco di David è che sfida tutti. È per questo che i suoi film sono fantastici. Perché ti sfidano e ti fanno riflettere su cose nuove, e credo che alla gente piacciano le sfide”.


Il resto del cast
Al fianco di Daniel Craig e Rooney Mara in Millennium: Uomini che odiano le donne
recitano bravi attori come Christopher Plummer nel ruolo di Henrik Vanger, il mecenate in
pensione che dà avvio alle indagini sul passato oscuro della propria famiglia; Steven Berkoff nei
panni di Dirch Frode, l’avvocato di Vanger che per primo incarica Lisbeth Salander di indagare su
Mikael Blomkvist; Robin Wright nel ruolo di Erika Berger, socio di Blomkvist del Millennium
Magazine e sua ex amante; Stellan Skarsgård nei panni di Martin Vanger, fratello di Harriet;
Yorick van Wageningen nel ruolo di Nils Bjurman, nuovo tutore legale di Lisbeth; Joely
Richardson nei panni di Anita Vanger, che più di tutti conosceva la scomparsa Harriet; e
Geraldine James nel ruolo della riluttante Cecilia Vanger.
Al centro del potere della famiglia Vanger è Martin, ora presidente della torbida azienda
di famiglia, che accoglie Blomkvist nella villa familiare a Hedeby Island per investigare sulla
scomparsa di Harriet. A interpretare Martin è Stellan Skarsgård, l’attore svedese noto per i suoi
ruoli in film internazionali. “Mi interessano le persone complesse e complicate e Martin è proprio
così”, dice l’attore. “Può essere estremamente affascinante ma in alcuni momenti del film sembra
una persona completamente diversa”.
Come il resto del cast, Skarsgård si è fidato dell’intuito di Fincher. “David sa cogliere i
singoli dettagli”, dice l’attore. “È molto abile da un punto di vista tecnico ma è anche consapevole
che, indipendente dal genere, il punto di forza di un film sta nei personaggi e così, oltre a
realizzare dei film impeccabili dal punto di vista tecnico, tiene anche molto ai personaggi e per
questo riesce a ottenere ottime interpretazioni”.
Un altro membro della famiglia Vanger che ha un ruolo fondamentale nelle indagini è
Anita Vanger, rappresentata da Joely Richardson. Come altri membri del cast, anche lei è stata
guidata da Fincher nel ritrarre un personaggio infido come il suo. “Continuava a dirmi ‘più cupa,
più inquieta, niente moine, niente di risolto o sanato’”, dichiara l’attrice. “Anche se ci si
avvicinava alla risoluzione o alla guarigione, voleva il personaggio inquieto e cupo. Non ci sono
emozioni chiare nel mondo descritto da questo film”.
Il personaggio che spinge Lisbeth Salander oltre i limiti è Bjurman, il nuovo tutore che
crede di poterla controllare dopo aver studiato la sua scheda di orribili esperienze in orfanotrofi,
di arresti, dipendenze e internamenti in istituti psichiatrici. Controlla il suo conto corrente e le
chiede favori sessuali. Quando la ragazza non ne può più degli abusi decide di dargli una lezione
e dimostrare una volta per tutte che è un sociopatico.
Il ruolo di Bjurman è interpretato dall’attore olandese Yorick van Wageningen. Fincher lo
ha scelto per un motivo: “Sentivo che il personaggio non poteva essere cattivo, doveva essere
molto peggio”, dichiara il regista. “Doveva essere qualcuno che non è tanto uno stupratore
quando un uomo che vede una ragazza scontrosa e burbera che non ti guarda negli occhi e decide
che non vale niente. Per lui dominare qualcuno è come essere nelle sabbie mobili. Così quando ho
visto Yorick, ho visto un essere umano completo e un attore brillante che poteva rendere il
personaggio in tutto e per tutto. Era in grado di entrare nella mente di Bjurman e trovare il
groviglio di sentimenti negativi cui attingere per interpretare il personaggio”.
Per van Wageningen, la complessità del personaggio è stato il motivo principale per
accettare una parte così difficile. “A questo personaggio succede di tutto e io non ero sicuro di
volerlo fare”, ammette van Wageningen. “Da una parte ero euforico perché lavoravo con David
Fincher ma dall’altra ero terrorizzato dal personaggio, ma sono riuscito a sfruttare entrambe le
emozioni. Pensavamo che il modo migliore per rappresentare Bjurman fosse di farlo sembrare
abbastanza affabile. La difficoltà non è stata trovare l’aspetto violento del personaggio ma la sua
umanità”.
Ma le cose non sono così facili. “Spesso passavo almeno un quarto d’ora a piangere nella
mia roulotte tra una ripresa e l’altra”, ricorda van Wageningen. “Credo che una scena come quella
dello stupro di Lisbeth funziona solo se diventa reale per tutti e due. E quindi le emozioni
dovevano essere vere, la violenza reale. È stato davvero orribile per me e poi la scena finale tra
loro… Credo di non essermi ancora ripreso. Ho raggiunto un luogo dove la gente normalmente
non arriva e dove nessuno vorrebbe arrivare”.
Van Wageningen e Mara decidono di non avere contatti al di fuori del set. “È difficile da
fare quando devi girare delle scene insieme, perché generalmente si vuole discutere un po’ del
film”, dichiara l’attore. “Ma entrambi sapevamo cosa voleva Fincher e sapevamo cosa volevamo
dai nostri personaggi, e così ci siamo lasciati andare nel film. Per questo, secondo me, è così
realistico”.
Secondo van Wageningen è stato tutto merito del lavoro di Fincher col cast: “David crea
uno spazio dove in una ripresa puoi osare ciò che non hai mai fatto prima”.


L’AMBIENTAZIONE
Fin dall’inizio David Fincher e Steven Zaillian hanno deciso di mantenere la stessa ambientazione svedese scelta da Stieg Larsson per Millennium: Uomini che odiano le donne, senza pretendere di spostare di peso la storia in America. “Non ci pensavamo proprio ad ambientarla in America”, dichiara Fincher. “Un film del genere non era possibile a Seattle e neanche a Montreal. Doveva svolgersi in Svezia perché le radici della storia affondano in Svezia”.
In verità, Larsson aveva presentato ai lettori di tutto il mondo una Svezia che molti non avevano mai visto. Se è vero che spiccano alcuni aspetti della Svezia come la democrazia, il paesaggio rustico e l’efficienza, la trilogia Millennium svela anche le crepe spesso nascoste sotto la bella facciata del paese.

Per cogliere il contrasto tra luce e ombre del paesaggio svedese descritto da Larsson, Fincher ha lavorato molto con la troupe artistica che include il direttore della fotografia candidato Oscar® Jeff Cronenweth (The Social Network) e lo scenografo premio Oscar® Donald Graham Burt (The Social Network, Il curioso caso di Benjamin Button).
Anche il cast si è tuffato nella vita svedese. “Vivere in Svezia mi è servito sotto molti punti di vista, molto più della preparazione e di ciò che ho studiato”, sostiene Rooney Mara, “perché non è possibile capire davvero Stieg Larsson o Lisbeth se non conosci gli svedesi e non senti l’energia di una città come Stoccolma”.

Dalla glaciale costa del Norrland al minimalismo modernista di Stoccolma, l’ambiente svedese è stato un’ispirazione costante per Jeff Cronenweth, ASC, che ha lavorato con la camera digitale RED One (la stessa usata per The Social Network) e quella di nuova generazione, la RED Epic, sfruttandone appieno versatilità e risoluzione. Fin dall’inizio è stato deciso che le immagini del film avrebbero avuto una certa asprezza che doveva rispecchiare le atmosfere dei libri di Larsson.
“L’idea era quella di usare fonti di luce inusuali e far sì che sembrassero reali”, spiega Cronenweth. “Quindi possono esserci delle ombre o dei difetti, ma è la realtà. Abbiamo usato sagome e ombre ma anche riprese che equilibrano la situazione, così non c’è un’unica immagine per tutto il film”.

Per girare gli esterni all’aperto, Cronenweth ha sfruttato la variabilità delle stagioni del paese per valorizzare le atmosfere del film. “Il clima svedese ha una parte fondamentale in questo film”, dichiara. “È sempre sullo sfondo ed era importante che il pubblico lo percepisse. L’inverno diventa un personaggio silenzioso nel film dando a tutto una luce bassa e fredda molto delicata e per niente diretta”.
Cronenweth è rimasto colpito dal modo in cui la MdP Epic ha superato le rigidi condizioni atmosferiche. “È stato molto interessante riprendere tutti quegli alberi neri con lo sfondo bianco della neve e le auto in viaggio che brillavano sotto i fiocchi di neve. Sono elementi difficili da riprendere con una MdP normale, ma non con la digitale”, dichiara. “David e io siamo rimasti molto soddisfatti delle immagini”.

Cronenweth e Fincher hanno molto in comune, per esempio condividono la stessa idea estetica. “Mi piace pensare che abbiamo la stessa visione sulle scelte estetiche”, dichiara il direttore della fotografia. “Lavoriamo insieme da talmente tanto tempo che credo di essere molto vicino al modo in cui David vede le cose più di chiunque altro. David è davvero bravo a rendere qualsiasi tipo di scena in cui c’è un coinvolgimento emotivo”.
Stando alle parole di Cronenweth gran parte di quelle sequenze erano le riprese del viso di Rooney Mara in situazioni che andavano dal terrore alla tenerezza. “La pelle di Salander è così chiara che la luce rimbalza come per magia”, riflette. “Quindi abbiamo potuto usare luci molto basse e lei è sempre meravigliosa”.

Una delle scene preferite di Cronenweth è quando Lisbeth dà la caccia a un ladro di computer attraverso la caotica metropolitana di Stoccolma. “David ha organizzato quella scena su una lunga scala mobile di una vera stazione metropolitana svedese”, spiega. “Si vede Lisbeth che sembra trasformarsi in un animale e volevamo cogliere la sua energia. È una di quelle situazioni in cui abbiamo usato soprattutto le MdP Epic perché sono piccole. A volte le abbiamo messe in equilibrio su una palla da baseball che fungeva da treppiede. Abbiamo anche realizzato delle piattaforme attraverso le quali far passare il corrimano della scala mobile. Tutto ciò per dare la sensazione che ci si trovasse proprio lì a combattere la stessa battaglia. Abbiamo girato in modo che alcune cose si vedono subito e altre rimangono in ombra e questo vedo-non vedo crea la tensione nel pubblico. Che si tratti di una scena di lotta, di uno stupro o di una scena di sesso, David è ineccepibile”.

Ad arricchire l’immaginario del film è il lavoro dello scenografo Donald Graham Burt, che da molto collabora con Fincher, e ha vinto un Oscar® per Il curioso caso di Benjamin Button (insieme all’arredatore Victor J. Zolfo). Ciò che ha attirato Burt a partecipare a Uomini che odiano le donne era la possibilità di immergersi completamente in una cultura che non conosceva.
“Pensavo che sarebbe stata una bella sfida partecipare al primo film di una major hollywoodiana mai girato in Svezia”, dichiara. “È una cultura di cui si sa poco ed era completamente nuova e diversa, per questo mi attirava”.

È partito per un viaggio di un mese in Svezia non tanto per trovare esterni quanto per respirare l’atmosfera del paese. “Ci vuole tempo per iniziare a capire le sfumature di una cultura, a vedere i modelli che ricorrono nell’architettura, il paesaggio, la tipologia delle città e le abitudini della gente”, osserva. “Sentivo di dovermi integrare con questo mondo prima di trasporlo nel film. Non si trattava solo di entrare nei luoghi fisicamente, ma anche capirne l’aspetto metafisico, di capire come il modo di vivere della gente si manifesta nell’aspetto esteriore della città”.
Successivamente Fincher raggiunge Burt in Svezia e i due iniziano a discutere della struttura generale del film dal punto di vista scenografico. “L’idea era di rimanere fedeli alla realtà svedese, ma senza creare delle immagini cartolina, evitando i posti più tipici. Volevamo usare luoghi ai margini, poco conosciuti e frequentati”, dichiara Burt.

Mentre Burt costruisce dei set in esterni in Svezia, lavorando con i locali, la gran parte del lavoro viene realizzato in America per permettere a Burt e alla sua equipe maggiore flessibilità creativa. I due set includono due luoghi essenziali ai fini della storia: l’appartamento di Blomkvist e quello di Salander che sono completamente diversi. “L’appartamento di Salander gira tutto intorno al suo computer e alla sua attività di hacker mentre tutto il resto è in secondo piano”, afferma Burt. “Quando la ragazza è al computer tutto il resto non conta, è tutto il suo mondo, quindi c’è questa sensazione che tutti gli altri oggetti della sua vita sono trascurati o ignorati. Inoltre vive in un edificio anonimo ed enorme privo di orpelli, il ché non fa che rafforzare l’idea che è una solitaria, che si nasconde. Per contro l’appartamento di Blomkvist è elegante e bello. Lui lavora in una rivista di classe ma è anche un investigatore e dentro di lui c’è qualcosa dell’outsider”.

Una delle sfide più interessanti per Burt è stata la creazione della proprietà dei Vanger: una villa a sud ovest di Stoccolma è stata trasformata nella residenza di famiglia che nasconde molti segreti. Stando alle parole di Burt la proprietà dovrebbe essere nel tipico stile di una “villa dello Småland”, ispirata all’architettura francese del XVIII secolo. “Volevamo una residenza austera, ben organizzata, molto formale e insomma, da ricconi”, sintetizza. “Gli svedesi sono eccezionali quando si tratta di essere moderni e minimalisti ma hanno anche queste splendide case di campagna che fanno da contrappunto alla città moderna. Ma è sempre roba per ricchi”.
A fare da contraltare alla casa di campagna è la banalità dell’ufficio di Bjurman. “Abbiamo collocato il suo ufficio in un edificio della metà del secolo, dove tutto è molto pulito e ordinato”, afferma Burt. “Niente di ipertecnologico. È molto semplice, a differenza di quanto accade al suo interno”.

Nel lavorare alla scenografia Burt ha cercato di riprodurre fedelmente la Svezia di Larsson, senza dimenticare il suo fascino per gli affari loschi che si tramano tutti i giorni.
“Abbiamo fatto tutto nel rispetto della cultura svedese, fino alle caraffe di succo di mirtillo rosso che non mancano in nessuna cucina”, dichiara Burt. “C’è una certa estetica che attraversa tutti i livelli della società svedese, dai benestanti ai più poveri, ed è la semplicità, la funzionalità, la tutela di ciò che si ha. L’unica cosa che abbiamo evitato è stato l’uso dei colori rosa e arancio della vecchia architettura svedese che si vede nei quartieri storici, perché per questa storia sono necessari toni più cupi e attenuati”.


COSTUMI, ACCONCIATURA E TRUCCO
Il compito di vestire la vasta gamma di personaggi creati da Stieg Larsson, che ha descritto tutti gli aspetti della società svedese, è ricaduto sulla costumista Trish Summerville.
Summerville, in collaborazione col parrucchiere Danilo e col truccatore Pat McGrath, ha reso possibile lo stile intenzionalmente scostante di Lisbeth Salander: capelli corti, trucco scuro, sopracciglia schiarite e indumenti che la proteggono come cappucci, abiti di pelle e jeans tagliati.
L’operazione è riuscita perché Lisbeth è trasgressiva ma anche reale, riesce a farsi notare nel mondo della sicurezza aziendale in cui lavora ma può anche scomparire facilmente ai margini della società. “Non volevamo renderla appariscente e vistosa, ma credibile”, dichiara Summerville. “Non volevamo che sembrasse una punk o una metallara, volevamo creare un look interessante, tipo usato o di seconda mano. Ci siamo fatti un’idea di Lisbeth come di una che può scomparire nel nulla a suo piacimento”.

I suoi abiti dalle tinte scure includono giacche da moto, stivali da combattimento, scarponcini, cinte, braccialetti di cuoio, orecchini che ‘si dilatano’ e magliette con scritte provocatorie (spesso in svedese) e ogni capo d’abbigliamento è stato lavato, sabbiato, candeggiato e raschiato per dare l’idea che sia stato usato molto. “E poi ci sono le felpe col cappuccio”, dice Summerville a proposito di uno degli articoli di Lisbeth più significativi dal punto di vista metaforico. “Indossa sempre una felpa col cappuccio e quando fa la hacker ha un enorme ‘scaldacollo’ e David l’ha definita ‘lo Jedi’”.
Per l’acconciatura iniziale di Lisbeth, Summerville ha coinvolto l’amico Danilo, che ha lavorato con artisti del calibro di Lady Gaga e Gwen Stefani, perché pensava fosse la persona giusta per questo lavoro. “È stato davvero un punk e ha vissuto ovunque nel mondo e così ho pensato: ‘Se non ci riesce lui, non ci riuscirà nessuno’”.

Fincher voleva che i capelli di Lisbeth fossero non solo indicativi del suo stato d’animo ma anche fluidi e malleabili. “Il film di David si svolgeva nel corso di un anno e quindi la protagonista non poteva avere lo stesso taglio di capelli per tutto il tempo”, spiega Summerville. “Danilo ha tagliato drasticamente i capelli di Rooney, che all’epoca le arrivavano a metà schiena. Le ha fatto delle micro frangette, rasando l’attaccatura dei capelli, mentre li ha fatti corti sulla nuca e davanti ha lasciato lunghe ciocche che si potevano sistemare in vari modi. Si potevano legare, lasciare sciolte o fare la cresta”.

È stato Danilo a schiarire le sopracciglia di Mara. Summerville ricorda la metamorfosi cui ha assistito. “Ha trasformato radicalmente il suo viso e il suo aspetto”, dice. “Rooney era talmente scossa che chiese di rimanere da sola per qualche minuto. Poi andammo in un negozio di tatuaggi e piercing e si fece fare il piercing sul sopracciglio lo stesso giorno. Fu come se questa trasformazione immediata, avvenuta in un solo giorno, avesse dato vita al personaggio di Lisbeth”.
Summerville ha realizzato con Fincher tutti i disegni dei tatuaggi di Lisbeth e insieme hanno deciso dove collocarli, inclusa l’immagine del film che compare sulla spalla di Salander. “Il drago è stato decisamente il più difficile”, dichiara.

Sul set, per il passaggio da una scena all’altra la capigliatura, il trucco e i tatuaggi di Mara sono stati curati dall’acconciatore e truccatore Torsten Witte, un vecchio collaboratore di Summerville, che aveva già lavorato con Fincher durante i provini per trovare Salander. “Anche allora sapevo che David aveva Rooney in mente”, ricorda. “Per me, lei era la tavolozza perfetta su cui dipingere”.

La ragazza ha anche sopportato lunghe sedute con Witte. “Spesso mi sentivo in colpa perché ci incontravamo con Rooney alle 4:30 di mattina per tagliarle i capelli, fare la tinta e i tatuaggi”, dice. “C’era molto da fare per mantenere i vari aspetti del suo look. David e Trish erano molto precisi su ciò che volevano vedere in ciascuna scena. In generale David voleva che Lisbeth fosse da una parte attraente ma in un certo senso anche ripugnante, tanto che ti viene da pensare: ‘Questa sì che è una ragazza interessante’ ma allo stesso tempo ti chiedi: ‘Ma che roba è?’. Il suo aspetto era sempre diverso. Se Lisbeth era stata per 36 ore al computer, senza mangiare e fumando in continuazione, allora aveva le occhiaie e i capelli in disordine. Il suo look poteva essere molto pesante ma anche molto innocente e semplice, in base alla situazione”.

Il taglio di capelli è stato utile alla flessibilità dell’aspetto. “I capelli scuri e corti erano una cornice eccezionale per questo viso pallido e delicato che non vede mai la luce del sole”, osserva Witte. “Ci permetteva di sbizzarrirci. Mi piacevano i capelli intrecciati, la cresta dava a Rooney un aspetto molto duro ma mi piacevano anche tirati indietro o raccolti sotto il cappuccio. Insomma, l’importante era che David fosse sempre in grado di vedere il suo viso”.
Per il trucco di Mara il produttore Ceán Chaffin ha suggerito di interpellare la truccatrice britannica Pat McGrath, definita da Vogue come la più influente nel mondo della moda, per avere un’idea sul da farsi. “Ceán apprezzava davvero il suo lavoro e lei venne fino in Svezia e per due giorni realizzò diversi tipi di look”, ricorda Summerville. “Fece un lavoro eccezionale. E poi realizzò il trucco per l’intero film, con oltre 30 diversi look per il personaggio. Lei e Danilo e il resto della troupe sono stati davvero fantastici. David ci dava le idee – roba folle, da capogiro – e in cambio otteneva tantissima creatività”.

Il lavoro quotidiano sul trucco di Lisbeth era legato al probabile disprezzo che la ragazza provava nei confronti della cura quotidiana del proprio aspetto. “Trish e io discutemmo su come renderla credibile e una cosa che emerse fu che probabilmente Lisbeth aveva solo un paio di prodotti cosmetici che usava ogni giorno, come l’eye-liner nero e l’ombretto scuro e così abbiamo usato solo cinque prodotti per ciascuno dei suoi trucchi”, spiega Witte.
Ogni giorno, poi, Witte deve applicare sette nuovi tatuaggi sulla pelle di Mara. “Abbiamo usato inchiostro vero e poiché si girava con la mdp RED, che avrebbe mostrato i tatuaggi in tutto il loro splendore sullo schermo, li facevamo tutti i giorni”, racconta.

Mara non si è limitata al piercing sul sopracciglio. “Difficilmente un finto piercing al capezzolo è credibile, e così un giorno Rooney decise che doveva farlo per il suo personaggio e andammo tutti insieme”, ricorda. “I piercing al naso e alle labbra, invece, sono finti. Ma per Rooney è stato un lavoraccio ed è andata fino in fondo. È stato un bel lavoro di squadra, con Trish e David cercavamo di capire tutti insieme cosa era necessario per quel personaggio di volta in volta”.

Anche quando al centro dell’attenzione c’era lo stile di Lisbeth, legato al suo stato d’animo, era comunque necessario creare un forte contrasto con il personaggio di Daniel Craig, Mikael Blomkvist. “Mi sono divertita tantissimo con Daniel, è divertente abbigliarlo”, dichiara la costumista Sommerville. “Abbiamo cercato di usare molto maglioni e capi d’abbigliamento ingombranti per renderlo un po’ più pesante e pigro. Gli abiti che indossa Lisbeth sono molto
logori, mentre gli abiti di Mikael sono aderenti, sono una specie di uniforme. Però è anche abbastanza rilassato: non stira le camicie e le indossa col colletto aperto e mezze fuori dai pantaloni. Indossa sempre gli stessi jeans, abbiamo acquistato 30 paia di Scotch & Soda per Daniel”.

Summerville ha apprezzato soprattutto la grande libertà di movimento che ha avuto nel film, con decine di personaggi di diversa estrazione sociale. Uno dei suoi preferiti è Erika Berger, l’amante e socia di Blomkvist interpretata da Robin Wright. “Per me Erika è la versione più matura e professionale di Lisbeth Salander, cresciuta e addolcita”, spiega. “Come Lisbeth, Erika ha una risolutezza tutta femminile e credo sia questo aspetto ad attirare Blomkvist. È stato molto
divertente lavorare con Robin”.
Per quanto riguarda il lavoro con Fincher, Summerville lo definisce la migliore esperienza di tutta la sua carriera. “Bisogna davvero giocare sempre la propria partita al massimo”, dichiara, “ma perché mai non si dovrebbe?”


L’AUTORE: STIEG LARSSON E LA SERIE MILLENNIUM
Stieg Larsson è morto di infarto il 9 novembre 2004 a 50 anni, poco prima della pubblicazione di Uomini odiano le donne. Quando il libro ha iniziato a scalare la vetta dei bestseller in tutto il mondo, molti si sono chiesti come fosse possibile che un romanzo d’esordio postumo diventasse un fenomeno culturale di una generazione. Ma Larsson non è sbucato dal nulla. Era da tempo conosciuto in Svezia come giornalista dedito allo smascheramento di organizzazioni neonaziste che credono nella supremazia bianca, come pure di falde estremiste che si annidavano nel tessuto europeo.

Gli stessi argomenti che lo stimolavano in qualità di giornalista – crimini aziendali, forze antidemocratiche, abuso di potere, violenza contro le donne, immigrazione, xenofobia e razzismo – diventano i temi centrali della serie Millennium.
Sebbene questi temi non fossero del tutto sconosciuti al genere thriller, è stata l’enfasi data da Larsson, senza cadere in facili sentimentalismi, agli invisibili, all’etica, alla libertà dell’individuo e alla natura della punizione a far emergere il suo stile e a rendere le sue storie estremamente godibili.

Nato nel 1954 col nome Karl Stig-Erland Larsson, trascorre l’infanzia con i nonni nel Norrland, una regione aspra del nord della Svezia simile a quella descritta in Uomini che odiano le donne, che ha una lunga tradizione di racconti ed è legata a molti famosi scrittori svedesi. Da ragazzo, grazie all’influenza del nonno fortemente antifascista e dei genitori politicamente attivi, Stieg comincia a interessarsi alla democrazia e alla politica. Quando il nonno muore di infarto a 56 anni, il ragazzo torna dai genitori in città e ha così la possibilità di conoscere entrambi gli aspetti della società svedese. A 14 anni i genitori, che credono in lui, chiedono un prestito per acquistare una macchina per scrivere ed è così che inizia a scrivere storie anche se presto prenderà la strada del giornalismo prima di tornare alla narrativa in tarda età.

Durante l’adolescenza, stando alle parole dell’amico di lunga data Kurdo Baksi, Larsson ha una terribile esperienza che ispirerà alcuni degli eventi brutali della trilogia. In diversi articoli Baksi ha scritto che a 15 anni Larsson ha assistito impotente allo stupro di gruppo di una ragazza.
Un’esperienza che ha alimentato una rabbia continua nei confronti dello sfruttamento delle donne e il desiderio, secondo Baksi, “di fare qualcosa contro l’assurdità della violenza”.
A vent’anni, dopo aver svolto il servizio militare, Larsson diventa attivista. Viaggia molto in Africa e aiuta i ribelli eritrei a combattere la guerra civile. Nel 1977 inizia a scrivere per la più importante agenzia stampa svedese, la Tidningarnas Telegrambyra, dove lavorerà come articolista e graphic designer per gran parte della sua vita.

Proprio come il protagonista del romanzo Michael Blomkvist, le sue ricerche sono orientate allo svelamento di gruppi estremisti razzisti e nazionalisti che minacciano seriamente l’Europa negli anni ’80 e ’90. È corrispondente scandinavo per Searchlight, una rivista britannica antifascista, e successivamente fonda Expo Magazine in svedese per perseguire lo stesso scopo. Acquisisce una tale esperienza in materia che tiene degli incontri a Scotland Yard sull’uso di internet da parte dei neofascisti di tutta Europa come mezzo di coordinamento.
Questo aspetto della vita di Larsson lo porta in contatto con la violenza estrema ma gli permette anche di conoscere chi la combatte, come il manipolo di bravi ricercatori informatici da cui trae ispirazione per disegnare i personaggi della trilogia.

Larsson rischia in prima persona per il suo impegno e riceve minacce di morte, senza contare che assiste all’esplosione causata da una bomba nell’auto di un collega uscito incolume dall’attentato. Su Expo Larsson collabora con un’antologia sui delitti d’onore, con la quale vuole spostare l’interesse verso gli abusi sistematici nei confronti delle donne in diverse realtà sociali e non solo in Svezia.
Anche se Larsson è da sempre stato un appassionato di fantascienza e ha sempre detto agli amici di voler scrivere un romanzo giallo, è solo alla fine degli anni ’90 che inizia a comporre il suo thriller a tempo perso, mentre è in vacanza e dopo il lavoro, incentrato su tutti i temi che più gli stanno a cuore. È così che nasce Uomini che odiano le donne.

La storia ruota intorno ai due personaggi che rappresentano i temi cardine dell’intreccio: il giornalista Blomkvist, una sorta di alter ego di Larsson, e Salander, che secondo Larsson è un personaggio mai visto prima nella letteratura gialla, una outsider disfunzionale che vive secondo il proprio codice etico. Sebbene somigli molto a Blomkvist, Larsson condivide anche parecchio con Salander, dall’abitudine di fumare le sigarette alla tendenza a essere riservato.

Larsson prima ha scritto i tre romanzi e poi li ha proposti alle case editrici come trilogia. Il primo editore ha rifiutato i manoscritti. Il secondo invece, Norstedts Forlag, ne ha intuito il potenziale, anche se mai si sarebbe aspettato che i libri, e in particolare Salander, sarebbero presto diventati un fenomeno culturale.
Purtroppo prima che i romanzi fossero mandati alle stampe, Larsson ha avuto un forte attacco di cuore dopo aver fatto sette piani di scale del suo ufficio a Stoccolma. Uomini che odiano le donne viene pubblicato postumo nel 2005 ed è un successo clamoroso. Il romanzo vince il prestigioso premio Glasnyckeln come miglior romanzo giallo scandinavo ed è il più letto della stagione e poi degli ultimi dieci anni.

Nonostante ciò, la compagna di vita di Larsson, Eva Gabrielsson, ha dichiarato che non erano i plausi che interessavano a Larsson, se fosse stato ancora in vita per vedere il successo del libro. Durante una conferenza allo Spanish Observatory on Domestic Violence, che ha conferito a Larsson un premio postumo nel 2009, la donna ha dichiarato: “A Stieg Larsson non interessava l’attenzione del pubblico su di sé come cittadino privato. Diventare una celebrità per lui era impensabile. Scrivere solo per soldi come giornalista generalista o autore commerciale era il suo incubo personale. Non avrebbe voluto tutta questa visibilità. Stieg Larsson voleva che la visibilità l’avessero le persone e le società”.
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