Real Steel - cuori d'acciaio di Shawn Levy

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locandina Real Steel - cuori d'acciaio
 
Regista: Shawn Levy
Titolo originale: Real Steel
Durata: 127'
Genere: Azione, Fantascienza
Nazione: U.S.A., India
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 25 Novembre 2011 (cinema)

Attori: Hugh Jackman, Dakota Goyo, Evangeline Lilly, Anthony Mackie, Kevin Durand, Hope Davis, James Rebhorn, Marco Ruggeri, Karl Yune, Olga Fonda
Soggetto: Richard Matheson
Sceneggiatura: Leslie Bohem, John Gatins

Trama, Giudizi ed Opinioni per Real Steel - cuori d'acciaio (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia:
Montaggio:

Produttore: Shawn Levy,Susan Montford,Don Murphy,Robert Zemeckis
Produttore esecutivo: Josh McLaglen,Mary McLaglen,Jack Rapke,Steven Spielberg,Steve Starkey
Produzione: 21 Laps Entertainment, Angry Films, ImageMovers, Reliance Entertainment
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

La recensione di Dr. Film. di Real Steel - cuori d'acciaio
Non male, onesto intrattenimento ogni tanto al limite dello stucchevole ma con interessanti spunti.

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Colonna sonora / Soundtrack di Real Steel - cuori d'acciaio
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Fabrizio Pucci: Charlie Kenton
Lorenzo Crisci: Max Kenton
Daniela Calo': Bailey Tallet
Stefano Benassi: Ricky
Franca D'amato: Debra
Michele Kalamera: Marvin
Gabriele Sabatini: Finn
Riccardo Scarafoni: Kingpin
Ekaterina Jernova: Farra Lemkova
Taiyo Yamanuchi: Tak Mashido
Daniele Valenti: Bill Panner
Massimo Bitossi: Herb
Andrea Lavagnino: Tim

Personaggi:
Hugh Jackman: Charlie Kenton
Dakota Goyo: Max Kenton
Evangeline Lilly: Bailey Tallet
Kevin Durand: Ricky
Hope Davis: Debra
James Rebhorn: Marvin
Anthony Mackie: Finn
John Gatins: Kingpin
Olga Fonda: Farra Lemkova
Karl Yune: Tak Mashido
Gregory Sims: Bill Panner
Marco Ruggeri: Cliff

Informazioni e curiosità su Real Steel - cuori d'acciaio

“Real Steel” è in parte basato su “Steel”, il racconto breve del maestro di fantascienza Richard Matheson, già adattato per la TV in una puntata di “Twilight Zone” del 1963, interpretata da Lee Marvin. Matheson vanta una prolifica carriera da oltre mezzo secolo, e molti dei suoi romanzi più noti fra cui “I Am Legend”, “Hell House”, “Somewhere in Time” e “What Dreams May Come”, sono stati trasformati in film. Matheson fa parte della Science Fiction Hall of Fame dal 2010.

Note dalla produzione:
LA PREMESSA
Immaginate un’epoca in un futuro non lontano (2020) in cui gli appassionati di boxe sono ormai stanchi di assistere a match in cui semplici esseri umani si prendono a pugni. E’ un’epoca in cui il pubblico è sempre più assetato di violenza e di massacri, e non si accontenta più delle performance limitate di atleti in carne ed ossa. E’ un mondo in cui la boxe si è evoluta al punto tale in cui non ci sono più uomini sul ring, bensì robot che si affrontano senza alcuna regola. Concetti come l’abilità, l’eleganza, il talento e la professionalità appartengono ormai al passato. I fan cercano ormai solo la potenza incontrollata di colpi fatali, allo scopo della totale distruzione dell’avversario.

L’idea di robot pugili ha stuzzicato la fantasia del noto regista Shawn Levy, che vanta commedie di grande successo tra cui “Una notte al museo” e “Notte folle a Manhattan”. Quando la DreamWorks gli ha presentato l’idea di “Real Steel”, Levy afferma di essersi interessato al progetto per via della partecipazione di Steven Spielberg e Stacey Snider. “Mi hanno convocato per parlarmi di questa idea che inizialmente sembrava assolutamente folle da realizzare in un film”, racconta Levy. “Ovviamente ero molto lusingato e quando ho letto la sceneggiatura ho pensato che poteva essere l’occasione di farne un film ambientato nel mondo dello sport, in cui viene esplorato con sentimento il rapporto fra un padre e un figlio. Questo mi ha galvanizzato”.

“Eravamo entusiasti di poter lavorare con Shawn”, commenta Stacey Snider, socia principale/co-presidentessa/CEO dei DreamWorks Studios. “Con questo film, ha superato persino i grandi successi che finora lo hanno reso noto. ‘Real Steel’ rappresenta veramente il suo punto di svolta”.
Il produttore esecutivo Steven Spielberg concorda, e dichiara a sua volta: “Shawn ha creato una realtà. Questo è forse il suo film più realistico, con cui Shawn si è completamente reinventato come filmmaker. Il film è bellissimo, le riprese sono ricche di dettagli e di immaginazione. Quando è finito, gli ho detto: ‘Finora avevi raccontato tante belle storie, ma questo è il tuo primo vero film’.”

Shawn Levy non è solo un fan del pugilato ma un accanito ammiratore di film del genere, quali “Toro Scatenato” e “Rocky”. “Mi piacciono anche quelli minori, perché generalmente c’è un eroe caduto in disgrazia che fa di tutto per riabilitarsi e alla fine riesce nuovamente a trionfare sul ring”, spiega il regista. “‘Real Steel’ è un omaggio a tutti i film sulla boxe che guardavo quando ero ragazzo, insieme ai miei fratelli. Alcuni li avrò visti persino 50 volte!”
Levy continua: “Penso che alla gente piaccia la netta divisione fra vincitore e perdente che caratterizza un incontro di pugilato. E’ un aspetto molto semplice che non fa altro che accrescere l’interesse in questo sport. Con pugili brillanti come Ali o Sugar Ray Leonard, accade sempre qualcosa di elettrico, che non è paragonabile a nessun altro sport”.
Rispetto all’atmosfera di “Real Steel”, Levy afferma che il film senza dubbio non è ‘intimista’ ma che ha una dimensione epica che supera di gran lunga tutti i suoi lavori precedenti. “La boxe dei robot è uno sport grandioso e spettacolare”, dice, “ma al di là di questo, il film stesso è molto cinematografico, e presenta grandi panorami e vaste location. E’ un viaggio attraverso gli sconfinati territori americani”.

Tuttavia il regista Levy non voleva puntare solo sugli scenari o sui futuristici robot meccanici, per raccontare questa storia. “Per me questo film non doveva essere solo spettacolare”, spiega Levy. “Non sarebbe stato originale. La sceneggiatura contiene un aspetto molto umano, quindi il risultato doveva essere un grande film d’azione che fa da sfondo ad una storia sincera e toccante sul tema del riscatto morale e della salvezza”.
Forse Steven Spielberg descrive meglio il tema centrale del film quando lo definisce “l’appassionante storia di tre individui che vogliono rimettersi in gioco: un quarantenne, un ragazzino di dodici anni e un robot di nome Atom, che è il vero ingrediente segreto di ‘Real Steel’.”
Il personaggio di Hugh Jackman, Charlie Kenton, in gioventù è stato un peso massimo, ma ora è ridotto male. Spiega il regista Levy: “La cosa peggiore è che Charlie ora è costretto a guadagnarsi da vivere proprio grazie a quelle macchine che gli hanno tolto il lavoro. I robot che deve promuovere nelle gare gli generano un sentimento misto di gratitudine e risentimento”.

Quando Charlie ritrova, senza volere, Max, il figlio che da tempo ha abbandonato, è chiaro a tutti che l’unica cosa che i due hanno in comune è un reciproco risentimento. Tuttavia nutrono entrambi un forte interesse nei confronti dei pugili robot, e poco a poco, non senza difficoltà, iniziano a comunicare. All’inizio fanno fatica ad ingranare, ma quando trovano un vecchio robot in una discarica, ha inizio il loro viaggio comune per ritrovare se stessi.
Riflette il produttore Don Murphy: “La prima volta che incontriamo Charlie, è un uomo disperato; organizza incontri di boxe fra robot nel circuito della contea. Ma poi seguiremo la sua trasformazione e la sua determinazione per raggiungere il suo massimo obiettivo e cioè gareggiare e vincere nella lega ufficiale, la WRB [World Robot Boxing League]”.
Ma grazie ai suoi due compagni – un robot trovato in un cumulo di rifiuti, e un ragazzino pieno di grinta che conosce a memoria tutte li dettagli della grande lega del boxing, la WRB - Charlie non ha solo l’occasione di vincere, bensì di rinascere.

Regista esperto di commedie, Levy afferma che avendo sempre associato i set delle commedie al divertimento e alla leggerezza, di contro era convinto che il set di un film drammatico fosse necessariamente più serio e più intenso. Ma gli è stato dimostrato ampiamente il contrario! “Ho capito che qualsiasi sia il genere di film che dirigo, mi piace fare questo lavoro, mi piace essere lì tutti i giorni e la mia energia è contagiosa. Voglio che i miei set siano un posto in cui la gente vuole dare il meglio di sé e in cui sa di poter essere trattata con rispetto. In parte contribuisco a questa atmosfera perché fornisco alla squadra sempre le direttive della giornata, lasciando però, allo stesso tempo, a tutti, spazio alla scoperta e all’improvvisazione. Molto di quello che abbiamo girato nel film non era sul copione. Se si concede libertà sul set, si sviluppa meglio la creatività e si ricevono grandi sorprese”.

Essendo così ammirato per la sua creatività e amabilità, Levy attrae facilmente i massimi talenti dell’industria dello spettacolo, per lavorare nei suoi film. Afferma: “Sono davvero fortunato. Faccio un film all’anno, o quasi, e non potrei mantenere questo ritmo se non avessi una squadra di persone che sono davvero il ‘top’ in questo campo: parlo di gente come Mauro Fiore [direttore della fotografia], Tom Meyer [scenografo], Marlene Stewart [costumista], Josh McLaglen e Mary McLaglen [produttori esecutivi] e, ovviamente, il mio montatore Dean Zimmerman, che considero un mago. Lo stesso vale per la squadra della post produzione. E’ il quinto film che facciamo insieme”.
La produttrice Susan Montford riassume la sua esperienza al fianco di Shawn Levy in “Real Steel”: “Siamo rimasti colpiti da Shawn perché è un vero leader. E’ una grande fonte di ispirazione e grazie a lui tutti vogliono dare il meglio, sia gli attori che i tecnici. Tutti vengono sul set contenti di quel che stanno facendo e desiderosi di realizzare un bel film: questo è un risultato straordinario per un regista”.


IL CAST
Il regista Levy e la sua squadra di produzione hanno trascorso diverso tempo per trovare gli attori ideali per ognuno dei ruoli di “Real Steel” e sono felici del risultato, che ha arricchito i personaggi al di là di ogni aspettativa.
Il primo della lista per Levy era Hugh Jackman nel ruolo di Charlie Kenton. Commenta così questa scelta, il produttore esecutivo Steven Spielberg: “Penso che Shawn abbia avuto un grande intuito ad immaginare Hugh Jackman nella parte di Charlie. E’stata un’idea brillante. E’ stata la scintilla che ha acceso tutto il resto”.
Ciò che ha attratto immediatamente Hugh Jackman (“X-Men - Le origini - Wolverine”, “The prestige”) al ruolo di Charlie è lo stesso che ha convinto il regista e la DreamWorks a voler realizzare questa magnifica storia. Dice Jackman: “La cosa che mi è piaciuta subito e in assoluto del copione è il rapporto fra padre e figlio e l’idea che qualcuno che ha commesso degli errori e che abbia rimpianti, ottenga dalla vita una seconda possibilità, per riuscire a diventare una persona migliore”.

Jackman era inoltre intrigato dal mondo in cui è ambientata la storia. “Mi piaceva molto l’idea di un’epoca non troppo lontana da noi. E’ un futuro incredibilmente accessibile”, afferma il premiato attore. “Oltre tutto sono un fanatico degli sport e l’idea di robot che combattono sul ring mi affascinava . E poi c’è la storia di un uomo in difficoltà, una persona che alla fine ritrova il coraggio di combattere per vincere. E’ senza dubbio uno di quei film che ti fanno sentire bene, e per me era anche qualcosa di estremamente diverso da quello che avevo fatto fino a quel momento. E poi avrei lavorato con Shawn Levy! E’ la persona più positiva, energica e divertente con cui lavorare. Le riprese di questo film sono state le più interessanti e gustose che abbia mai sperimentato finora”.

Ricambiando il complimento, il regista Levy dichiara con grande enfasi: “Hugh Jackman è uno degli attori più simpatici e gentili dello ‘show biz’. Ormai posso confermarlo di persona. Sembra assurdo, ma si comporta come se non sapesse di essere estremamente attraente nonché una super star del cinema. Spero che non se ne accorga così non cambierà mai. E’ il migliore, e nonostante il suo personaggio sia un uomo indurito dalla vita, lui ne ha mostrato anche il cuore e lo ha reso amabile”.
Per il ruolo di Max, il figlio abbandonato dal padre quando era piccolo, i filmmakers hanno fatto provini a centinaia di ragazzini e hanno trovato tanti attori eccezionali. “Abbiamo sempre saputo che c’era qualcuno fra loro che non solo sarebbe stato adatto alla parte per quanto riguarda il suo aspetto e il suo talento, ma anche perché possiede un tocco in più, qualcosa di inspiegabile a parole, ma che è magico sul grande schermo”, dice Levy.

I filmmakers hanno organizzato un’ampia ricerca per il cast. Racconta Jackman: “Quando è arrivato Dakota, Shawn ed io siamo rimasti davvero colpiti. E’ molto profondo e non ha barriere, permette alla macchina da presa di mostrare la sua anima e questa è una qualità incredibilmente rara per un ragazzo della sua età. Il suo viso ha un aspetto angelico; è estroverso, ed è un ragazzo sereno, dolce e rispettoso. Sia sullo schermo che nella vita reale, è una persona davvero speciale”.
Steven Spielberg ha percepito in Dakota una qualità di cui è sempre alla ricerca quando scrittura gli attori per i suoi film. Spiega: “Durante il provino di Dakota, ho visto un ragazzo vero, non un attore. L’autenticità è quello che cerco sempre negli attori, adulti o ragazzi che siano”.

Dakota Goyo ha fatto quattro provini per il ruolo di Max: due volte su cassetta e due volta di persona, a Los Angeles, dove ha avuto l’occasione di provare con Hugh Jackman. Racconta di questa esperienza: “Non mi sono sentito a disagio con Hugh perché è simpaticissimo. E’ così gentile, organizzato e disponibile. Sono stato contento di aver lavorato al suo fianco perché è una persona straordinaria”.
Per il ruolo di Bailey, assegnato alla popolare star televisiva Evangeline Lilly (“Lost”), il regista Levy confessa di essere da sempre un grandissimo ammiratore dell’attrice e di essersi rallegrato quando la donna ha accettato il ruolo. “Evangeline mi lascia stupefatto”, dice Levy. “Ero pazzo di lei a ‘Lost’. Sono un grande fan di quella serie. In ‘Real Steel’ non solo è pazzesca nelle grandi scene drammatiche fra lei e Dakota e fra lei e Hugh, ma riesce a spiccare anche quando si trova tra la folla durante gli incontri di pugilato. In quei brevi momenti che si alternano con i combattimenti sul ring, riesce a comunicare un’energia viscerale e trascinante. Per noi rappresenta un po’ tutto il pubblico. Si cala totalmente in ciò che accade”.

Lilly è rimasta conquistata dal ruolo di Bailey dopo aver letto il copione di “Real Steel”, che le era stato inviato dal suo agente. Lilly ricorda: “Mi ha toccato il cuore, è stato scritto con grande trasporto e ho desiderato moltissimo poter interpretare quel ruolo”.
Al di là di un bel copione, c’era un altro fattore che ha interessava Lilly rispetto a questo progetto: la possibilità di lavorare con Hugh Jackman. “Qualche tempo fa, dopo aver visto un film da titolo ‘The Fountain – L'albero della vita’, di Darren Aronofsky, interpretato da Hugh Jackman, ho sperato di poter avere un giorno l’occasione di recitare al suo fianco. In quel film l’interpretazione di Hugh lascia senza fiato. Perciò solo per il fatto che anche lui partecipava in questo progetto, ho accettato il ruolo. Oltre tutto, il copione era bellissimo e Shawn Levy lo avrebbe diretto”.

Lilly ha incontrato il regista per fare un provino e non appena sono stati presentati, l’attrice racconta di aver capito che quel film era giusto per lei. “Shawn è molto simpatico”, dichiara l’attrice. “Lo definirei ‘spumeggiante’: è allegro e ha un’energia molto positiva. Penso che nell’industria dello spettacolo sia facile cadere nella trappola di prendersi troppo sul serio e di diventare oppressivi con gli attori. Al contrario Shawn non potrebbe essere più leggero e giocoso, né più collaborativo e divertente”.
Nel film, il personaggio di Lilly, Bailey, è la figlia dell’ex allenatore di Charlie ai tempi in cui faceva il pugile. I due personaggi si conoscono da una vita. Da giovani sono stati innamorati l’uno dell’altra, ma la loro attrazione non è solo fisica: è basata sul fatto che si conoscono benissimo, dentro e fuori. Ognuno sa come interessare l’altro. Bailey conosce Charlie meglio di chiunque altro e la forza gravitazionale che si stabilisce fra i due, fa parte del sottotesto della storia.

Dopo aver visto “Hurt Locker”, Shawn Levy ha voluto che Anthony Mackie leggesse il copione di “Real Steel” per incarnare il ruolo di Finn, il carismatico cronista del Crash Palace, il luogo degli incontri di boxe non ufficiali. Racconta Mackie: “Sono rimasto davvero colpito dalla sceneggiatura. Non avevo letto mai nulla del genere. Il personaggio di Finn è molto carismatico. Ho parlato con Shawn e gli ho detto che mi piaceva l’idea di impersonare Finn”. 8
Per completare il cast, i filmmakers hanno scritturato l’attrice nominata al Tony Award® per il play “God of Carnage”, nel ruolo di Deborah, la zia di Max, che si batte per ottenere la custodia di suo nipote, rimasto orfano della madre, e James Rebhorn (“White Collar”, “30 Rock”) per la parte di Marvin Barnes, il ricco e anziano marito di Deborah, che potrebbe mantenere Max se il tribunale decidesse di affidarlo a lui e a sua moglie.

Kevin Durand, che aveva già lavorato con Hugh Jackman in “X-Men le origini: Wolverine” e con Evangeline Lilly in “Lost”, ha interpretato il ruolo di Ricky, il promotore di combattimenti fra robot, che nonostante sia da sempre un amico di Charlie, non esita ad affrontarlo per farsi restituire i soldi di un vecchio debito.
L’attrice russa Olga Fonda, che non aveva lavorato ancora granché al cinema, interpreta la proprietaria del robot russo, mentre Karl Yune (“Memorie di una geisha”, “Speed Racer”) incarna Tak Mashido, il designer del primo robot nel mondo, considerato ormai un’icona nel mondo della boxe meccanica.
Hope Davis, Kevin Durand, James Rebhorn, Karl Yune, Olga Fonda e Anthony Mackie sono tutti attori straordinari”, conclude Levy.
“I loro ruoli potrebbero essere considerati secondari ma ognuna di queste persone meravigliose ha arricchito il film con la sua presenza, regalando spessore a personaggi che potevano risultare comuni. Ogni volta che appaiono sullo schermo, la loro interpretazione regala sorprese e impreziosisce il film”, conclude.


I ROBOT
Il produttore esecutivo Steven Spielberg ha preso parte attiva al design dei robot e ha subito chiesto al regista Shawn Levy di non realizzare tutto in modo digitale, nonostante esista una tecnologia ad hoc. Dice Spielberg: “Nel mondo digitale gli attori recitano praticamente davanti al nulla. Se l’elemento principale è vero e l’attore può interagire con esso, toccarlo e guardarlo negli occhi, allora la sua performance si sviluppa pienamente. E’ un bene che gli attori abbiano qualcosa di reale e di tangibile con cui confrontarsi. Ho dato un solo consiglio a Shawn: ‘Ogni volta che puoi, fai costruire questi robot a grandezza naturale’”.
Levy replica: “Steven Spielberg ha fatto ‘Jurassic Park’ molto tempo fa; in quel film furono ricostruiti dinosauri a grandezza naturale, utilizzando l’animatronica e questo rende la recitazione molto più realistica rispetto a ciò che accade quando gli attori non hanno nulla davanti a sé. Per questo Spielberg ci ha consigliato di costruire alcuni robot. Ne abbiamo costruiti quattro e il risultato è magnifico, le performance sono autentiche ed emozionanti. Gli attori hanno interagito con robot veri”.

Per il design dei robot, i filmmakers si sono rivolti alla squadra di esperti artisti ed artigiani della Legacy Effects. Gli artisti hanno creato un’affascinante gamma di pugili meccanici, ognuno diverso dall’altro, ognuno dotato di particolarità e funzioni.
Nel film i robot sono mossi da persone munite di telecomandi high-tech e pannelli di controllo, ma sono tutti personaggi molto speciali. Come dice la produttrice Susan Montford: “Si sarebbe potuto fare un film per ogni robot ideato, perché ognuno di loro possiede una personalità molto ben delineata”.
Aggiunge il produttore Don Murphy: “L’idea di base era quella di creare dei personaggi ben sviluppati. Anche se ovviamente non sono esseri umani in carne e ossa, devono risultare realistici al punto tale da riuscire a sviluppare sentimenti nei loro confronti. Le loro personalità sono riconoscibili e il pubblico può identificarsi con loro”.

Con questo obiettivo, i filmmakers hanno dotato ognuno di questi spietati robot di specifiche personalità e look, nonché di diverse tavolozze cromatiche. Le dimensioni dei robot variano intorno ai 2 metri di altezza, e sono macchine antropomorfiche, dotate cioè di due braccia, due gambe, il torso e la testa (o persino due teste, come nel caso del robot Twin Cities). Ma sono in grado di fare cose che gli umani non possono fare. E’ stato un processo creativo molto difficile, ma in ultima analisi soddisfacente, in cui i designer dei robot al fianco dei filmmakers, hanno ideato il perfetto schieramento di personaggi robotici.
Il regista Levy dice: “Voglio che il pubblico sia consapevole che nonostante la premessa del film sia fantasiosa, i robot non sono fantascientifici. Questi robot sono macchine da combattimento che - ci piace immaginare - gli umani potrebbero essere in grado di ideare e costruire in un futuro non lontano. Al di là delle loro dimensioni – ben lontane da quelle dei ‘Transformers’ e oltre tutto i nostri non sono indistruttibili –– sono dotati di una certa fragilità e umanità che ci ricorda i precedenti Gigante di Ferro o Wall-E.”

Oltre al look e alla personalità, Levy ha voluto dotare i singoli robot di effetti sonori particolari che riflettono il materiale con cui sono costruiti. Quando un robot sferra un pugno, il suono che si sente corrisponde al materiale del suo scheletro, ai suoi meccanismi, alla sua mole e alla sua massa. C’è anche un effetto sonoro che appartiene ad ognuno di loro e che si attiva accendendoli, ed è simile a un fruscio o al rumore di un motore o al suono di un computer che si accende.
L’ingegnere del suono Craig Henighan si è sbizzarrito nel creare questi suoni che non esistono in nessun data-base. Ha effettuato registrazioni nei luoghi più strani, incidendo ad esempio i rumori della ferraglia all’interno di una discarica, quelli generati da uno scontro automobilistico, o fra due tipi di metallo che sbattono l’uno contro l’altro. In seguito li ha riascoltati al contrario, distorcendone i toni.
Chiarisce il regista Levy: “Il suono di ogni robot è stato realizzato su misura e anche se questo genere di dettagli spesso non colpisce il grande pubblico, il risultato all’interno del film fa la differenza”.

Mentre gli altri pugili robot sono moderni e appariscenti, Atom, il nostro eroe robot, è stato recuperato da un cumulo di ferri vecchi e all’inizio è completamente rovinato, pieno di graffi e ammaccature. Ma i suoi LED blu al posto degli occhi brillano vivacemente, suggerendo una vitalità che non può essere ignorata.
Atom possiede un’insolita funzione, la “modalità ombra” che riflette ogni movimento che vede; quindi quando Charlie gli mostra come combattere, Atom assorbe i movimenti di Charlie, che appartengono alla ‘vecchia scuola’ del pugilato, portando una nuova dose di umanità nella boxe, con una eleganza ed una finezza che da tempo erano assenti sul ring.
Lo scrittore e i filmmakers hanno trascorso molto tempo a chiedersi cos’è che rende Atom così “speciale”. Atom è solo fatto da metallo e programmi oppure è dotato di una qualche forma di consapevolezza?

Levy racconta che all’inizio della produzione, il produttore esecutivo Robert Zemeckis ha suggerito che la fase più delicata sarebbe stata proprio quella in cui si sarebbe deciso in merito ai sentimenti di Atom. “Quando riesci a far funzionare questo concetto, a chiarirlo in modo da renderlo credibile, il film acquista la sua poesia”, dice Levy. “E’ quello il momento in cui il film può dare la pelle d’oca agli spettatori”.
Per alcuni membri del cast, la presenza di robot a grandezza naturale su set è stata una sorpresa totale. Ricorda Anthony Mackie: “Era il mio primo giorno sul set e stavo parlando con Shawn [Levy] quando con la coda dell’occhio ho visto questo enorme robot imponente. Non mi aspettavo di vederlo, e sono rimasto basito! Poi il robot ha iniziato a guardarsi intorno e a un certo punto temevo quasi che mi notasse e che mi aggredisse! In quel momento mi sono reso conto di quanto fosse diverso dal solito, il film che stavamo facendo. E’ stata una esperienza bellissima”.


IL PUGILATO
Per quanto riguarda la coreografia dei combattimenti, Shawn Levy ha voluto che ogni incontro sul ring fosse diverso dall’altro, traendo vantaggio dal fatto che i robot non sono umani. “Non si stancano, non rallentano mai”, dice Levy. “Quindi le coreografie avevano tante possibilità diverse. Garrett Warren ha coreografato i combattimenti, rendendo ognuno di loro unico e specifico”.
“Un incontro di pugilato che si inserisce nel contesto di una lega ufficiale, deve attenersi alle regole della boxe, mentre i combattimenti ‘clandestini’ assomigliano molto alle arti marziali miste”, spiega Levy. “Si può trattenere l’avversario afferrandolo per la gola, e si possono usare ginocchia, gomiti, tutto è consentito. Questa varietà rende la coreografia davvero interessante. Ogni combattimento possiede anche la sua struttura narrativa. C’è qualcuno che guida, una dinamica di gioco, e gli eventi si susseguono in modo tale da rendere ogni incontro una storia a sé, all’interno della coreografia”.

La produzione si è rivolta a Sugar Ray Leonard—largamente considerato uno dei pugili migliori di tutti i tempi, vincitore di titoli di cinque diverse divisioni di pesi— per avvalersi dei suoi consigli e delle sue opinioni rispetto alla boxe del film e per addestrare Hugh Jackman sul ring. Spiega il produttore Don Murphy: “Una delle prime cose che abbiamo fatto per rendere la boxe fra robot non solo realistica ma convincente, è stato chiamare Sugar Ray Leonard per aiutarci a creare la coreografia dei combattimenti, non solo per mostrare agli attori dotati di costumi per la motion capture (la tecnica in cui un movimento viene successivamente tradotto in un modello digitale), come muoversi, ma anche per spiegare al regista e alle controfigure come colpire l’avversario. Grazie a lui i match risultano verosimili e non si ha l’impressione che ci siano solo due robot che si battono.”
Hugh Jackman era elettrizzato all’idea di incontrare Leonard, soprattutto perché il padre di Jackman è stato un pugile nonché un campione nell’esercito, e aveva combattuto fino a quando aveva poco più di 20 anni.


SUGAR RAY
Nato a Palmer Park, Md., Sugar Ray Leonard ha iniziato a fare boxe nel 1969, all’età di 14 anni.
Essendo un ragazzo introverso, Sugar Ray spiega che uno dei motivi per cui si è rivolto alla boxe è stato per proteggersi dai suoi fratelli. “Mi picchiavano sempre, senza motivo”, racconta Leonard.
“Nessuno credeva che sarei diventato un pugile perché ero un ragazzo timido e taciturno. Ma gli altri sport non mi interessavano. Il rugby era troppo pericoloso. Il Jackman racconta: “Quando ho detto a mio padre che avrei fatto questo film e che avrei collaborato con Sugar Ray Leonard, non credo di averlo mai visto più eccitato in tutta la mia vita. Lui è inglese, perciò è piuttosto riservato. Mi ha detto che fra tutti Sugar Ray Leonard è un vero campione. Ci sono stati altri campioni ma nessuno forse è più stimato di Sugar Ray. E quando lo incontri, si capisce perché. E’ generoso e disponibile. Ha un modo di fare positivo ed effervescente. Ha molto rispetto per gli altri.

“E’ quasi impossibile immaginare quest’uomo nel vortice di un incontro di boxe, che abbia vissuto situazioni tanto dure e violente, proprio perché è così gentile e accomodante. Solo conoscerlo è un’esperienza incredibile, figuriamoci averlo come insegnante! Ha inventato dei colpi che nessuno aveva mai visto prima. Averlo come maestro è stato il massimo”, conclude Jackman.
Nonostante la natura di questo sport sia spesso considerata violenta, gli esperti concordano nell’affermare che la boxe è costituita da un’eguale parte di idoneità mentale e fisica. Leonard concorda. “Se riesci a entrare nella testa del tuo avversario, puoi avere la meglio”, spiega. “E’ la stabilità mentale che aiuta a vincere un campionato. Per me lo sport è una forma d’arte. Prima di ogni combattimento, mi immagino la scena e nove volte su dieci l’incontro va proprio come lo avevo immaginato”.

Leonard è convinto che pugili si nasce, non si diventa. Tuttavia è riuscito a rendere Hugh Jackman totalmente credibile nei panni di un boxer. “Osservo Hugh da anni e ritengo che abbia la giusta intensità e il giusto fisico per essere un boxer. E’ stato un grande studente. Ascoltava con attenzione, cercava di assorbire quel che dicevo, di farlo suo e di metterlo in pratica”.

Nonostante Jackman non sia completamente digiuno dell’argomento, avendo già partecipato a qualche incontro di boxe nella sua vita, era interessato ad apprendere le sottigliezze della boxe da uno dei massimi esperti in materia. Da Leonard ha appreso il modo migliore per proteggersi, per sferrare un gancio con la mano destra e ha imparato che quando si molla un pugno contro l’avversario, la mano libera deve essere alzata per proteggersi. “Hugh ha dovuto modificare un po’ la sua postura”, dice Leonard. “Ma è già un atleta e ha una forma incredibile. Ha imparato tutto molto velocemente”.
L’elemento più importante su cui ha puntato Leonard per il film è l’autenticità. Nel film Jackman diventa il ‘corner man’ del robot pugile Atom, e Leonard ha discusso a lungo con Hugh Jackman rispetto al legame fra il corner man e il pugile e l’importanza di questa figura all’interno del ring.

“Il mio personaggio nel film è il corner man”, spiega Jackman. “Charlie possiede, controlla e promuove questi robot, ed è il loro corner man. Sugar Ray mi ha spiegato bene cosa significa questo ruolo. Anche se gli avversari sono robot, il compito del corner man è di trasmettere forza. Sugar Ray mi ha raccontato che voleva sempre Angelo Dundee al suo fianco nelle ultime due o tre settimane prima di un incontro, perché Angelo sapeva esattamente come parlare con lui durante un combattimento. Mi ha detto che non c’è niente di peggio di un corner man che non sa come parlare con il suo pugile. Il corner man ha il compito di aiutare il pugile ad alzarsi da terra, sa quando deve stare zitto, sa dire la cosa giusta. Il legame fra pugile e corner man non può mai interrompersi. Era un concetto su cui non mi ero mai soffermato e lo trovo bellissimo”.
Il regista Shawn Levy aggiunge: “Potrebbe sembrare strano parlare di un rapporto fra Hugh e un robot, ma Sugar Ray ha veramente influenzato il modo in cui Hugh ha interpretato le scene in cui si trova nell’angolo del ring. Leonard ha contribuito in modo appariscente e sottile, e i suoi consigli sono stati preziosi”.


IL MONDO DEI PUGILI ROBOT
In “Real Steel” c’è una chiara linea di demarcazione fra i due mondi dei pugili robot. Ci sono due livelli in questo sport. Da un lato c’è la lega, la WRB (World Robot Boxing), che equivale alla NASCAR e alla NBA, con sponsor importanti, grandi somme di denaro, sedi autorizzate e un rigido regolamento.
“Benvenuti nella Lega WRB, il livello più alto della boxe fra i robot. Sede dei più grandi pugili robot di tutti i tempi, la nostra lega è contraddistinta da un’eccellenza meccanica che diventa la forza propulsiva del più potente sport del mondo. Due robot guerrieri entrano nel ring, programmati per la
Dall’altro lato esiste un oscuro mondo clandestino, in cui gli incontri di boxe si svolgono in luoghi nascosti, senza regole né restrizioni, con i robot che si battono fino alla morte. E’ una realtà losca dove tutto è possibile. 13
La WRB viene sostenuta da grandi budget, e assicura stadi colmi di gente che partecipano a uno spettacolo che culmina nel Campionato ‘Real Steel’. La lega presenta la schiera di robot più avanzati del mondo, realizzati secondo la tecnologia più sofisticata.

In “Real Steel” Charlie Kenton si fa strada attraverso il pericoloso sottobosco del pugilato, con i suoi pugili robot, cercando con tutte le sue forze di fare ammettere uno dei suoi robot ad un incontro organizzato dalla Lega WRB, dove lo attende la fama e grandi premi in denaro.
I vistosi, violenti e costosi pugili robot della Lega WRB vantano un pedigree garantito sia dagli ingegneri che li hanno ideati, che dai loro ricchi proprietari e utilizzatori. Ogni robot è unico e diverso dall’altro, ha la sua distinta personalità, i suoi colori, il suo design, stile di combattimento e caratteristiche. In questo film i filmmakers hanno ideato un’intera lega, con statistiche relative ad ogni pugile.
Il film si svolge nel 2020 e all’inizio del film apprendiamo che la WRB esiste da sette anni, essendo stata inaugurata nel 2013 con il primo match fra due robot trasmesso in televisione. In seguito al grande successo del programma, era nata la WRB. Nel 2014 la boxe fra robot non ufficiale era già in moto.

Nel 2016 i “super robot” dominavano ormai la WRB e il pugilato fra robot era diventato uno sport globale. Nel 2018 un nuovo tipo di pugile robot era esploso sulla scena: Zeus, più grande e più potente di ogni altro robot mai costruito. ll suo scopo era dominare e scoraggiare, annientare completamente i suoi avversari. Zeus è il campione del mondo incontrastato.
La WRB è un mondo di eventi globali trasmessi in televisione, che comporta un vasto merchandising delle immagini dei pugili, sponsor importanti, grandi somme di denaro, prestigio, pubblicità martellante e un vasto pubblico. E’ il mondo a cui aspira il piccolo organizzatore di incontri di pugilato Charlie Kenton – ed è disposto a tutto pur di riuscire a farne parte.


LA TECNOLOGIA
Il regista Shawn Levy sa riconoscere il merito del lavoro altrui e afferma che per la straordinaria tecnologia di “Real Steel” lui e le squadre di effetti speciali “hanno attinto alla tecnologia che James Cameron ha sviluppato per ‘Avatar’.”
Levy spiega: “Si tratta di effetti visivi di livello futuristico. In parole povere, al posto di un’inquadratura vuota che in seguito viene riempita attraverso il computer con un robot animato, abbiamo utilizzato la ‘motion capture’, con veri pugili coreografati da Garrett Warren e Sugar Ray Leonard che si battono sul ring. Abbiamo acquisito i dati relativi ai loro movimenti corporei. Li abbiamo digitalizzati, immagazzinati. Poi, a distanza di mesi, siamo arrivati su un set e abbiamo effettuato la ripresa. A quel punto i dati immagazzinati di motion-capture, grazie al sistema Simul-Cam B, sono stati inseriti in un luogo reale.

“Abbiamo preso la tecnologia inventata per ‘Avatar’ con qualche sottile differenza. ‘Avatar’ prendeva le performance in motion capture e le inseriva nel mondo virtuale. Noi invece prendiamo le performance motion-capture per inserirle nel mondo vero”.
Levy capisce che questo processo può apparire complicato, e cerca di spiegarlo in modo ancora più semplice. “Ecco di cosa si tratta”, dice. “I combattenti nel ring indossano costumi dotati di sensori per catturare i dati. I pugili combattono. I loro dati mobili – i dati generati dal loro movimento – vengono convertiti simultaneamente in un robot avatar sullo schermo. Quindi possiamo andare sul vero ring con una macchina da presa e grazie a questa tecnologia, portare con noi il match fra robot girato sei mesi prima, per inserirlo in quel ring in quel momento. Così funziona il sistema Simul-Cam B.”

Per illustrare ulteriormente la tecnologia, Levy parla del lavoro svolto nei suoi film precedenti. “Quando ho girato i film della serie ‘Una notte al museo’, oppure quando Hugh ha fatto ‘Wolverine’ e ‘X-Men’, gli attori hanno dovuto recitare davanti al nulla. Bisognava solo sperare che alla fine tutto andasse bene. Ora invece si può effettuare una ripresa in cui Hugh è accanto ai robot nell’inquadratura. Hugh può vedere l’immagine con la quale si deve misurare, e questo aiuta a non dover solo immaginare o sperare”.
La motion capture è stata quindi adattata al movimento dei robot al posto di quello umano. Spiega Levy: “Non potevamo usare la motion capture pura. Se l’avessimo fatto i robot si sarebbero mossi in modo troppo umano. Quindi li abbiamo rallentati dell’89 percento. E’ una modifica piuttosto importante. La reale velocità umana non può essere applicata ai robot. Eliminando un po’ di velocità, abbiamo aumentato la massa ai robot. Inoltre, dato che a volte Atom era troppo bravo, abbiamo dovuto rendere le sue giunture più rigide, per aumentare la sensazione del peso e della sua circonferenza”.


IL LOOK
Il look del mondo di “Real Steel” è eccezionale per quanto riguarda la scenografia. Lo visione della avveniristica realtà del film, da parte dello scenografo Tom Meyer (“Orphan”, “Jonah Hex”) era molto simile alla nostra: atemporale e radicata nell’America più tipica con un look desolato e una patina ingiallita. Il regista Levy definisce il look “retrò-futuristico”. “Abbiamo creato un collage”, spiega Levy, “fra l’iconografia americana retrò e immagini modernissime, legate a questo sport”.
Aggiunge: “Il nostro non è il futuro che viene normalmente presentato nei film, generalmente caratterizzato da una tipica desaturazione grigia e metallica. Qui la tavolozza cromatica è ricca, satura, ma la luce è completamente naturale. Gli ambienti sono piuttosto disadorni”.

Il film è stato girato nel Michigan, principalmente a Detroit, e non abbiamo costruito nessun set. Le location del film erano spazi aperti, arene e vecchie fabbriche automobilistiche. Levy voleva un look duro e realistico per il film, arricchito Inaspettatamente da belle immagini. Con il direttore della fotografia premio Oscar®di “Avatar”, Mauro Fiore, Levy ha ottenuto esattamente quel che stava cercando. Levy racconta di aver detto a Fiore: “Ho adorato ‘Avatar’, ma io voglio Training day” [anch’esso girato da Fiore]. Per Shawn Levy, la bellezza era proprio nell’aspetto ruvido e non perfetto, e questo è stato il mantra della fotografia di questo film.
Ogni aspetto del look di “Real Steel” è nato dal concetto “retrò-futuristico”. E perciò la costumista Marlene Stewart è stata incaricata di interpretare la visione suggerita dal copione per aiutare il regista e gli attori a ottenere il look adatto ai loro personaggi.

Stewart ha creato un guardaroba per il personaggio di Hugh Jackman, Charlie, ispirato alla moda degli anni ‘60. Dice che persino il modello e la marca degli occhiali che indossa non sono più in commercio da 15-20 anni.
Dall’altra parte, per il personaggio di Tak Mashido, il creatore e il proprietario del robot Zeus, i vestiti sono ultra moderni, abiti d’alta moda con un tocco decisamente futuristico.
Disegnare il “futuro prossimo” è stata una sfida che Stewart ha accettato con entusiasmo. “Creare immagini per un futuro non lontano dal nostro, è un compito molto più difficile rispetto a un film ambientato nel passato o in un lontano futuro, dove il design è completamente controllato”, dice Stewart. “Per il look del ‘futuro non lontano’ di Charlie, ho cercato di confezionare abiti piuttosto classici, ispirati agli anni ’30 mentre i trench si basano sugli anni ’60. Ho mescolato varie epoche, ma il risultato non è datato; si tratta solo di abiti che risultano familiari e non totalmente nuovi”.

Per le scene degli incontri di boxe ‘clandestini’, che hanno luogo nel Crash Palace, Stewart ha creato un misto di grunge e punk, mescolando colori e modelli per ottenere un effetto ‘estremo’. “Si capisce dove ha luogo la storia non tanto per via di Charlie e Max, ma grazie a chi popola lo sfondo”, dice Stewart. “Lo sfondo diventa un personaggio che arriva in primo piano”.
Per contrasto, nel momento in cui la storia scivola verso le sedi degli incontri legali, Stewart ha creato una tavolozza monocromatica, semplice e lineare, che tende a non mettere in risalto nessun individuo in particolare, bensì il gruppo. “Nelle prime scene dei combattimenti illegali, tutto si concentra sui personaggi loschi e particolari, che hanno il compito di coinvolgere il pubblico nella storia”, dice Stewart. “Questi due contrasti permettono agli spettatori di cogliere l’atmosfera di questo “futuro non lontano”.

Stewart spiega che in queste scene ha usato una tavolozza quasi esclusivamente composta dal bianco e dal nero, dando ai personaggi interpretati da Olga Fonda e da Karl Yune un look che riflette il loro benessere materiale. “Loro appartengono più alla classe agiata, rispetto al personaggio di Charlie, che ha un look molto più trasandato. Rappresentano l’opposto del mondo di Charlie”, dice Stewart.
Stewart fa parte della fidata squadra di collaboratori del regista Shawn Levy. Hanno lavorato insieme nei film “Una notte al museo” e “Notte folle a Manhattan” e Stewart è felice di aver dato vita a un sodalizio con un regista di talento quale Levy.
Dice di Levy: “Una delle cose che trovo interessanti di Shawn è la sua sensibilità e il fatto che si occupa di tutto, dai vestiti, ai capelli, al trucco; di tutto ciò che riguarda i personaggi. Per quanto riguarda i costumi, è senza dubbio un esperto in materia. E’ fantastico avere qualcuno che parla la tua stessa lingua, che capisce il tuo mondo creativo e lavorare con lui è sempre una bella esperienza”.


L’ESPERIENZA
Il regista Shawn Levy riassume la sua esperienza di lavoro in “Real Steel”: “E’ molto soddisfacente quando il film sullo schermo corrisponde al film che hai in mente”, dice. “E’ il film che avevo presentato a Steven [Spielberg] e a Stacey [Snider] la prima volta che li ho incontrati. E siamo riusciti a restare fedeli all’idea iniziale”.
Aggiunge: “Mi piace che il pubblico che va al cinema, trovi il film coinvolgente, si lasci trasportare dalle emozioni. Mi piace che si diverta e che faccia il tifo per i protagonisti. Volevo che questo film fosse allo stesso tempo spettacolare e toccante. E spero che questi due elementi colpiscano il pubblico”.
Hugh Jackman commenta: “‘Real Steel’ è bellissimo. L’azione è strepitosa ma il film è anche pieno di sentimento, e il pubblico si perderà nel suo mondo. Amerà i suoi personaggi, sia gli esseri umani che i robot!”
Aggiunge il produttore Don Murphy: “‘Real Steel’ è un film davvero per tutti. C’è la boxe per gli uomini, Hugh Jackman per le signore e il tema della famiglia per tutti e due”.
La produttrice Susan Montford concorda pienamente: “E’ una storia bellissima, una vicenda a cui tutti parteciperanno con interesse e uno spettacolo grandioso. Piacerà moltissimo al pubblico”.
billetto scrive a proposito di Real Steel - cuori d acciaio
il trailer è stato pubblicizzato con la canzone di Eminem "Till I Collapse"

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