Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman

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locandina Il tempo che ci rimane
 
Regista: Elia Suleiman
Titolo originale: The Time That Remains
Durata: 105'
Genere: Drammatico
Nazione: Regno Unito, Italia, Belgio, Francia
Lingua originale: ebraico, arabo
Rapporto: 1.85:1

Anno: 2009
Uscita prevista: Cannes 2009, 04 Giugno 2010 (cinema)

Attori: Ali Suliman, Elia Suleiman, Saleh Bakri, Nati Ravitz, Amer Hlehel, Lotuf Neusser, Ehab Assal, Menashe Noy, Avi Kleinberger
Sceneggiatura: Elia Suleiman

Trama, Giudizi ed Opinioni per Il tempo che ci rimane (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Marc-André Batigne
Montaggio: Véronique Lange
Scenografia: Sharif Waked
Costumi: Judy Shrewsbury

Produttore: Michael Gentile, Elia Suleiman, Hani Farsi
Produzione: Nazira Films, The Film, France 3 Cinéma, Artemis Films
Distribuzione: Bim Distribuzione

La recensione di Dr. Film. di Il tempo che ci rimane
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Colonna sonora / Soundtrack di Il tempo che ci rimane
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Massimiliano Manfredi: Fuad
Laura Romano: Moglie Di Fuad

Informazioni e curiosità su Il tempo che ci rimane

Girato con il supporto di Eurimages, Tax Shelter ING Invest, Centro del Cinema e dell’Audiovisivo della Comunità Francese del Belgio e dei Distributori televisivi della Wallonia, Media Programme della Comunità Europea, Centre National de la Cinématographie.

Una conversazione con Elia Suleiman
Che cosa ha fatto dopo Intervento divino?
Innanzi tutto mi ci sono voluti due anni per ritrovare la calma dopo la promozione di Intervento divino. Il film ha avuto una distribuzione commerciale in tutto il mondo nonostante fosse un film d’arte indipendente. Era necessario incontrare il pubblico dei diversi paesi per poter guidare e orientare gli spettatori, e io ho deciso di accompagnare il lancio del film. Tutto ciò ha richiesto molto più tempo di quanto potessi immaginare.
Poi ho attraversato un inevitabile periodo di euforia. Quando sei in quello stato vorresti che continuasse per sempre; quando ne esci, ringrazi Dio! Dall’esperienza dei miei primi due film ho imparato che dovevo vivere prima di poter scrivere. Questo dipende dalla natura semiautobiografica dei miei film, che traggono ispirazione dall’osservazione diretta della realtà. Porto sempre con me un taccuino in cui annoto piccoli dettagli di vita quotidiana, come il vento che lambisce un certo albero. Questo accumulo di annotazioni crea un terreno fertile su cui i miei film possono radicarsi. Se voglio essere autentico con me stesso e con il pubblico non posso fare più film di quanti ne faccia.
Ognuno dei miei film contiene temi diversi, ciascuno dei quali potrebbe dar vita a un film a sé stante. Mi rifiuto di ripetermi, di fare variazioni su un singolo tema. In un certo senso ciascun film ne contiene tre o quattro. Non mi riferisco solo ai miei intenti di regista, ma anche all’impegno morale di condividere con il pubblico un momento di verità e non la sensazione rassicurante del già visto o del prevedibile.
Dovrei anche aggiungere che, una volta scritta la sceneggiatura, mi ci sono voluti tre anni per trovare qualcuno che se la sentisse di finanziare il progetto. I produttori amano i miei film una volta finiti, ma trovare i finanziamenti è stata una vera avventura!

Il tempo che ci rimane è più politico degli altri suoi film?
I miei film si ispirano alla mia vita quotidiana. Quando vivi in una zona sensibile come il mio paese, la politica fa semplicemente parte della vita. Si dà il caso che la Palestina subisca un eccesso di esposizione mediatica, col conseguente risultato di lasciare campo libero agli ideologi sia a sinistra, sia a destra. Ho sentito che la mia sfida era quella di sottrarmi a questo approccio semplicistico e di fare film in cui non ci fosse nessuna lezione di storia da impartire. Mi sono focalizzato su momenti di intimità familiare, con la speranza di non ottenere altro che il piacere del pubblico e una certa verità nel modo di girare. Se raggiunge questo scopo, il film diventa universale e il mondo stesso diventa Palestina. Se questo dovesse suscitare un interesse per la dimensione politica, lo spettatore potrà andare in libreria o in biblioteca – invece di guardare la Tv – e scoprire altro ancora sui personaggi che lo hanno commosso. Non c’è dubbio che la poesia sia universale. Ma oggi un altro fenomeno rafforza questo senso di familiarità con il mondo, seppure in modo illusorio e perverso. Parlo della globalizzazione. Nonostante questo, spero che l’approccio scelto per il film possa incoraggiare qualcuno a smetterla di pensare alla Palestina in modo feticistico e contribuire a scrollarmi di dosso l’etichetta di “regista palestinese”. Originariamente il film doveva essere ambientato in due luoghi diversi del mondo. Ma una volta terminato il lavoro di scrittura, mi sono reso conto che la storia avrebbe dovuto espandersi non orizzontalmente ma verticalmente, non superficialmente, ma in profondità. Ho scelto di concentrarmi su una sola location e di dedicarmi ad una riflessione analitica su piccoli momenti della storia; di dare a questi momenti reale profondità e peso, così da renderli universali. Quando scrivi, tendi a sentirti insicuro e a fare affidamento su un tema forte, su una storia con appigli forti e chiari a cui aggrapparsi. Ma poi ti rendi conto che correre dei rischi è parte integrante del processo creativo. La poesia nasce quando tremi. Puoi raggiungere o no quel momento, ma non puoi preparatrici o provocarlo. Questo mi è stato molto chiaro quando ho girato la prima parte del film ambientata a Nazareth nel 1948.

Lei è maturato politicamente?
Un cambiamento c’è sicuramente stato. Sono in grado di guardarmi con un certo distacco, adesso. Ho notato che col passare del tempo e con l’aumentare dell’esperienza, puoi andare oltre te stesso. A volte si prendono determinate posizioni per puro interesse intellettuale. Ma poi quando davvero condividi un’esperienza di vita, una volta che entri nel territorio morale di altri, con la loro sofferenza, indipendentemente dal sesso e dalla nazionalità, ti rendi conto che si prova piacere non solo nell’essere sé stessi, ma anche nell’entrare nella pelle di altri, qualunque sia il colore di questa pelle. Si prova grande piacere nello sperimentare questa alterità. È allora che capisci che per essere libero devi essere un outsider. Dovunque ti trovi, è la condizione di outsider a renderti libero di comprendere e sentire gli altri. È in quel momento che la tua poesia diventa autentica e sincera.
Quando rivedo gli altri miei film mi capita di notare dei passaggi in cui non mi riconosco del tutto, segnali di una presa di distanza che attribuisco non a una mancanza di sincerità, ma semplicemente alla riluttanza ad avventurarmi in un terreno emotivo che in quel momento non sembrava – per me – transitabile… Ma in Il tempo che resta mi sono messo davvero a nudo. Sono andato più a fondo possibile nella mia vita privata, intima, con tutta la gioia e il dolore che questo comporta. Credo che sia un film non da capire ma da sentire, un film da cui bisogna farsi coinvolgere emotivamente. Quando l’ho visto, io stesso sono stato profondamente commosso dalle scene in cui tutta la famiglia è riunita in cucina. C’ è il ricordo di cose perdute per sempre, un che di proustiano. La cucina mi rammenta qualcosa che a sua volta mi rammenta qualcos’altro.
Non si tratta di cercare di sedurre lo spettatore, ma di invitarlo, per mezzo di dettagli minuti, intimi, a tornare alla propria infanzia – sia pure in un contesto magari completamente diverso – a lasciarsi avvolgere dallo stesso calore, dalla stessa protettiva tenerezza che io sentivo quando sedevo a tavola con mio padre e mia madre, anche all’apice del conflitto. Ho provato questo solo quando ho visto il film, non mentre lo giravo.

Lei ci dà un’immagine sorprendente del rapporto con i suoi genitori.
Ho avuto un rapporto molto particolare con i miei genitori. Da piccolo sono stato un po’ un ragazzo di strada. Poi ho lasciato il paese e quando sono tornato il rapporto che ho sviluppato con i miei genitori era più simile a un rapporto di amicizia. Io e mio padre andavamo insieme a passeggiare, a pesca: facevamo cose di ogni genere. È stato lui a farmi conoscere la musica che ho usato nel film. Lui amava quelle canzoni, mentre io ero un fanatico dei Led Zeppelin all’epoca, facevo il batterista in una rock band, e la musica che ascoltava lui non mi piaceva. Ma a poco a poco me l’ha fatta apprezzare, regalandomi nastri e comprandomi libri sulla musica araba. È stato lo stesso con i vestiti.
Se gli piaceva qualcosa di mio se lo metteva. Quando è morto ho aperto il suo guardaroba e ho visto che era pieno di miei vestiti. E io devo ammettere che molti dei vestiti che porto erano suoi.

È difficile immaginare che la sceneggiatura sia ispirata così direttamente alla vita della sua famiglia.
Quando la storia si svolge in un’epoca che ho vissuto, scrivo quello che vedo, quello di cui conosco gli odori e i sapori, poi lo adatto ai miei gusti estetici. Per il 1948, ho dovuto affidarmi ai ricordi di mio padre. In un certo senso lui è diventato il mio cosceneggiatore.
Quando si è ammalato gli ho chiesto di tenere un diario che io ho poi adattato come avrei fatto con un romanzo. Era molto importante che mi desse descrizioni precise. Avevo paura di cadere in una forma narrativa classica, ma alla fine sono rimasto fedele al mio metodo nel dare vita ai ricordi di mio padre sullo schermo. Il mio intento era dichiaratamente quello di parlare della sua giovinezza, ma questa è anche un punto di partenza cifrato per il film, che corrisponde a un “big bang” storico.

Com’era la situazione a Nazareth in quel periodo?
Nazareth all’epoca era stata più o meno risparmiata, per ragioni storiche molto precise. Nella loro conquista del Nord gli Haganah[organizzazione paramilitare ebraica]hanno scavalcato Nazareth, dopo aver scaricato la massa di profughi che erano stati espulsi dagli altri villaggi. Ben Gurion aveva chiesto di evitare Nazareth per via delle sue chiese: sapeva che le campane si sarebbero sentite fino al Vaticano, esponendo così gli Israeliani al giudizio del mondo intero. Per cominciare, gli Haganah avevano intenzione di colonizzare l’intera Palestina, l’odierno Israele, la Cirenaica, Gaza e le Alture siriane del Golan, fino al fiume Litani in Libano. Questo in effetti sarebbe stato Israele. Hanno raggiunto il loro scopo nel 1967 quando hanno conquistato la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan. Hanno conquistato il Litani nel 1982 ma poi hanno dovuto ritirarsi. C’era un piano preciso delineato a Tel Aviv da Ben Gurion e dal suo entourage. Un chiaro progetto di pulizia etnica. È per questo che hanno raso al suolo con i bulldozer 500 villaggi per costruire kibbutzim e moshavim. Ogni edificio, ogni villaggio che lei vede oggi è stato costruito sulle rovine di un altro.

Come ha ritratto la Resistenza Palestinese?
In effetti, fra i Palestinesi come mio padre, è sorto un movimento di resistenza, ma nessuno disponeva di mezzi di alcun genere. Mio padre dovette adattare un fucile inglese che aveva trovato, per farlo funzionare con proiettili tedeschi, perché al mercato nero non si trovava altro! Non dimentichi che gli Haganah erano stati addestrati come un esercito regolare dagli Inglesi. Cosa puoi fare contro un esercito di professionisti? La resistenza era composta da vicini di casa e gente di paese, che aveva come armi fucili da caccia o buoni giusto per proteggere le loro terre, mentre gli Haganah procedevano sulla base di un piano preordinato. L’intelligence aveva redatto rapporti su ogni singolo villaggio, approfittando della buona fede e dell’ospitalità degli abitanti. Quando arrivavano nei villaggi avevano già tutti i nomi degli anti-colonialisti, dei nazionalisti, degli attivisti di sinistra – di chiunque fosse politicamente impegnato. Molte esecuzioni sommarie furono condotte semplicemente sulla base di queste liste.

Come è stata l’esperienza di girare un film storico?
Volevo fare un film epico diverso da tutti gli altri. Volevo fare un film intimo e personale che raccontasse fatti storici ma che facesse anche scoccare emozioni intense senza essere manipolatorio. Alcuni degli eventi rappresentati hanno avuto luogo in modo brutale e caotico. Io stesso sono stato segnato per sempre da ricordi di questo periodo. Volevo però presentare questo caos come una danza in cui la violenza è suggerita sul piano emozionale ma non esibita. La sfida era quella di tradurre la violenza in un linguaggio filmico alieno da ogni sensazionalismo. La violenza di quel periodo è stata estrema, ma il mio obiettivo era di alludervi, non di rappresentarla.
Un aspetto importante è stato quello economico. Fare un film storico richiede scenografie e attrezzeria. All’inizio le nostre condizioni erano le seguenti: ogni giorno, quando arrivavo sul set, il mio caro amico e partner Avi Kleinberger veniva da me per fare la lista di quello che non eravamo riusciti ad avere, in modo da poterci adattare a quello che avevamo a disposizione.
La mia prima reazione è stata di frustrazione. Sentivo queste limitazioni come impossibilità, come ostacoli al mio processo creativo. Paradossalmente ho dovuto fare pratica di sobrietà, imparare a fare il massimo con il minimo. Questa esperienza travalica l’aspetto puramente cinematografico. Questa attitudine monastica ti aiuta a diventare un essere umano migliore, ad essere pronto a dare più che a ricevere. E’ stata una lezione di vita per me, mi ha insegnato la generosità vera. Questo mi dà fiducia nel futuro. Sarò più attento alle piccole cose, a quei dettagli essenziali che alla fine sono la cosa che risulta più toccante per il pubblico.

I silenzi sono una delle caratteristiche salienti del suo stile.
Trovo che il silenzio sia molto cinematografico. Il silenzio è una cosa meravigliosamente sovversiva. Tutti i governi lo odiano perché è un’arma di resistenza. Quando leggi una poesia, per esempio, il respiro gioca un ruolo fondamentale. Molte persone si sentono intimidite dal silenzio, perché le destabilizza, li spossessa della loro identità. Prenda i film commerciali, con una narrazione classica: uno prega che arrivi un momento di silenzio, e quando il film è finito ti accorgi che non è stato detto niente; allo spettatore non è stato dato niente su cui riflettere. Il silenzio ti fa mettere in discussione le cose.

Il silenzio è il respiro del cinema?
È di più. È un momento di condivisione, e di partecipazione. Lo spettatore ha il privilegio di tradurre questo silenzio in parole, di prendere parte alla creazione dell’immagine. È un momento di tenebra rischiarato solo da una sigaretta accesa e dalla presenza di un caro amico. È la vista di un sorriso che ti fa capire di aver amato la vita. È il ritorno naturale e intuitivo alle origini del cinema. Si potrebbe provare a definirlo in molti modi, ma questo significherebbe fare un grande torto al silenzio.

Note
I Palestinesi hanno subito una diaspora dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948.
Insieme, comprendono tre gruppi:
Gli Arabi Israeliani: sono i Palestinesi che vivono in Israele e che sono riusciti ad ottenere la cittadinanza. Questo gruppo comprende in totale 1.300.000 individui – a cui ne vanno aggiunti 150.000, che rappresentano la quota di “presenti-assenti” che vivono in Israele ma a cui è stata rifiutata la cittadinanza.
I Palestinesi dei Territori occupati – la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est – stimati attorno ai 3.500.000.
I profughi, la maggioranza dei quali vive nelle nazioni confinanti (Siria, Libano e Giordania.) Ce ne sono milioni in totale, ma il loro numero esatto è difficile da stimare.

PALESTINA-ISRAELE
1947 Gli Inglesi lasciano la Palestina (protettorato inglese) senza prestabilire un governo o una qualsiasi forma civile di reggenza, predestinandola al caos.
29 Novembre 1947 L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta un piano a favore della divisione della Palestina in uno stato Ebraico e in uno Arabo.
9 Aprile 1948: Massacro di Deir Yassin. Milizie Sioniste uccidono 200 Palestinesi. Diversi massacri simili vengono commessi nel corso della guerra. 700.000 palestinesi sono trasformati in profughi.
11 Dicembre 1948: Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che autorizza i profughi che vogliano tornare alle loro case, a farlo nel minor tempo possibile.
1949: Firma dell’armistizio fra Israele e gli Stati Arabi confinanti. Gli Arabi che sono rimasti in territorio israeliano vengono privati della nazionalità israeliana e sottoposti all’amministrazione militare che limita la loro libertà di circolazione. Questo regime dura fino al 1956.
29 Ottobre 1956: Massacro di Kfar Kassem: 49 Arabi Israeliani vengono uccisi dalla polizia di frontiera israeliana con il pretesto che si trovavano in strada mentre era stato imposto il coprifuoco.
1959: Viene creato in Kuwait il movimento di Liberazione della Palestina (Fatah), sotto il comando di Yasser Arafat.
Maggio 1964: Viene creata in Palestina l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
1° Gennaio 1965: Fatah porta a termine la sua prima operazione militare contro Israele.
Febbraio 1969: Yasser Arafat diventa presidente del comitato esecutivo dell’OLP.
30 Marzo 1976: Sei Arabi Israeliani vengono uccisi dalla polizia durante una manifestazione nel Land Day. Gli Arabi Israeliani erano scesi in piazza per protestare contro la discriminazione politica e la confisca delle terre.
24 Giugno 1987: gli Arabi Israeliani scendono in sciopero per l’uguaglianza dei diritti.
9 Dicembre 1987: Esplode la prima Intifada (ribellione) a Gaza, che rapidamente si sposta in Cisgiordania
13 Settembre 1993: Vengono firmati a Washington gli Accordi di Oslo fra Yasser Arafat e Yltzhak Rabin.
1° Luglio 1994: Yasser Arafat si trasferisce a Gaza e assume la leadership dell’Autorità palestinese.
4 Novembre 1995: Yltzhak Rabin viene assassinato da un estremista Israeliano.
Settembre 2000: Esplode la seconda Intifada.
Ottobre 2000: Manifestazione di solidarietà dei Palestinesi Israeliani per i Territori occupati. La polizia uccide tredici manifestanti. I procedimenti penali avviati nei confronti dei responsabili vengono successivamente abbandonati.
Dicembre 2008-Gennaio 2009: Guerra di Israele contro Gaza. Il 2 gennaio decine di migliaia di Arabi protestano a favore di Gaza.
Febbraio 2009: Vittoria della destra e dell’estrema destra in Israele. Avigdor Lieberman, capo del partito Yisrael Beiteinu, che ritiene che gli Arabi Israeliani debbano firmare un patto di lealtà, diventa Ministro degli Affari Esteri.

IL MONDO ARABO E L’IRAN
23 Luglio 1952: Rivoluzione egiziana, i “Liberi Ufficiali” guidati da Gamal El-Abdel Nasser prendono il potere in Egitto.
19 Agosto 1953: In Iran cade il governo di Mossadegh in seguito a un colpo di stato orchestrato dai servizi segreti britannici e americani.
1° Novembre 1954: Inizio della ribellione Algerina guidata dal Fronte di liberazione nazionale (FLN).
26 Luglio 1956: Nasser proclama la nazionalizzazione del canale di Suez: pochi mesi più tardi, Francia, Gran Bretagna e Israele attaccano l’Egitto.
14 Luglio 1958: In Iraq viene proclamata la Repubblica. Intervento militare americano e inglese in Libano e Giordania.
Giugno 1967: Guerra Arabo-Israeliana.. Israele prende il controllo di Cisgiordania, Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est, delle alture Siriane del Golan e della penisola Egiziana del Sinai.
Settembre 1970: L’esercito giordano schiaccia la resistenza palestinese (Settembre nero).
30 Settembre 1970: Morte del presidente Nasser che ha passato i suoi ultimi giorni nel tentativo di trovare un accordo fra l’Olp e il re di Giordania.
1971: I Fedayin sono espulsi dalla Giordania, l’Olp mette radici in Libano.
Ottobre 1973: Guerra Arabo-Israeliana dello Yom Kippur o del Ramadan, combattuta tra Israele e una coalizione composta tra Siria e Giordania.
Aprile 1975: Inizio della guerra civile in Libano, a cui partecipano i palestinesi.
19-21 Novembre 1977: Il presidente egiziano Anouar El-Sadate visita Gerusalemme, aprendo la strada agli Accordi di Camp David del 17 settembre 1978 e alla pace fra Egitto e Israele firmata il 26 marzo del 1979.
Febbraio 1979: Ritorno dell’ Ayatollah Khomeini in Iran. Caduta dello Scià.
1980-1988: Guerra fra Iraq e Iran.
Giugno 1982: L’esercito israeliano invade il Libano e arriva a Beirut. A Settembre ha luogo il massacro di Sabra e Chatila, due campi di rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut.
2 Agosto 1990: L’Iraq invade il Kuwait.
Maggio 2000: Israele si ritira dal sud del Libano dopo un’operazione militare più che ventennale.
Marzo 2003: Gli Stati Uniti invadono l’Iraq e rovesciano il regime di Saddam Hussein.
Luglio-Agosto 2006: Guerra fra Israele e Hezbollah.

MONDO
5 Marzo 1946: Winston Churchill pronuncia il discorso di Fulton, considerato l’inizio della Guerra
Fredda.
1947: La Gran Bretagna si ritira dall’India. Scissione fra India e Pakistan.
1° Ottobre 1949: I comunisti proclamano La Repubblica Popolare Cinese.
1950-1953: Guerra di Corea.
5 Marzo 1953: Muore Jozif Stalin.
1954: I Francesi sono sconfitti a Dien Bien Phu. Accordi di Ginevra.
Aprile 1955: La Conferenza di Bandung inaugura la nascita del Movimento dei Paesi non Allineati.
1956: Le truppe Sovietiche schiacciano la sollevazione di Budapest.
1960: Varie nazioni africane conquistano l’indipendenza.
1965: L’America intensifica la sua presenza in Vietnam.
1968: La ribellione nota come “Primavera di Praga” è schiacciata.
1973: Summit ad Algeri dei Paesi non Allineati che chiedono un nuovo assetto internazionale. Crescita del prezzo del petrolio e nazionalizzazione della produzione da parte dei paesi produttori.
1975: Le forze nordvietnamite vincono in Vietnam; il paese è riunificato.
1975-1976: Caduta della dittatura portoghese. Angola, Mozambico e Guinea Bissau raggiungono l’indipendenza.
Dicembre 1979: Invasione Sovietica dell’Afghanistan.
Marzo 1985: Michail Gorbaciov diventa Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica.
11 Novembre 1989: Caduta del Muro di Berlino.
26 Dicembre 1991: L’URSS si dissolve.
1994: Prime elezioni libere in Sud Africa. Nelson Mandela diventa presidente.
11 Settembre 2001: Attacco alle Torri gemelle a New York e al Pentagono a Washington. Il presidente George W. Bush annuncia la “guerra al terrorismo”: Gli Stati Uniti rovesciano il regime dei Talebani in Afghanistan.
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