This Must Be the Place di Paolo Sorrentino

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locandina This Must Be the Place
 
Regista: Paolo Sorrentino
Titolo originale: This Must Be the Place
Durata: 118'
Genere: Drammatico
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 14 Ottobre 2011 (cinema)

Attori: Sean Penn, Frances McDormand, Tom Archdeacon, Shea Whigham, Seth Adkins
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Paolo Sorrentino

Trama, Giudizi ed Opinioni per This Must Be the Place (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: David Byrne, Will Oldham
Scenografia: Stefania Cella,Roya Parivar
Costumi: Karen Patch
Trucco: Aldo Signoretti, Vittorio Sodano

Produttore: Nicola Giuliano,Andrea Occhipinti,Francesca Cima,Ed Guiney,Andrew Lowe,Michèle Petin,Laurent Petin,François Ivernel,Louis Tisne,Carlotta Calori,Stefano Massenzi,Guendalina Ponti
Produttore esecutivo: Ronald M. Bozman,Viola Prestieri
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Medusa Film
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di This Must Be the Place
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Colonna sonora / Soundtrack di This Must Be the Place
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Massimo Rossi: Cheyenne
Antonella Giannini: Jane
Stefano De Sando: Mordecai Midler
Letizia Ciampa: Mary
Myriam Catania: Rachel
Giuliana Lojodice: Dorothy Shore
Omero Antonutti: Aloise Lange

Informazioni e curiosità su This Must Be the Place


Note dalla produzione:

INTERVISTA AL REGISTA Paolo Sorrentino
Come hai conosciuto Sean Penn e come è nata l’idea di questo film?
Ho conosciuto Sean Penn nel 2008 durante la serata finale del Festival di Cannes, l’anno in cui lui era presidente di giuria e io ho vinto il premio della giuria per Il Divo. In quell’occasione aveva espresso giudizi estremamente lusinghieri sul mio film. La cosa mi sembrò un avvenimento sufficientemente eccezionale da spingermi a pensare, utopisticamente, ad un film con lui. Inaspettatamente, come in un autentico sogno americano, l’utopia è diventata realtà.

Da cosa hanno avuto origine i due temi principali del film: il ritratto di una rock star depressa e la caccia ad un vecchio nazista?
Per quanto mi riguarda, ogni film deve essere una caccia smodata all’ignoto e al mistero. Non tanto per trovare una risposta, quanto per continuare a tenere viva la domanda.
Durante la genesi di questo film, una delle tante domande che non mi abbandonavano mai riguardava la vita segreta, misteriosa che, da qualche parte nel mondo, gli ex criminali nazisti sono costretti a condurre. Uomini, ormai, con le armoniose fattezze di anziani innocui e bonari, in realtà preceduti dall’innominabile crimine par excellence: lo sterminio di un popolo. Dunque, un rovesciamento dell’immaginario.
Per scovare uno di questi uomini ci voleva una caccia e per avere una caccia ci voleva un cacciatore. Qui entra in gioco un elemento ulteriore del film: una mia necessità istintiva di innescare nel dramma una componente ironica. Allora, per raggiungere questo obiettivo, insieme a Umberto Contarello, abbiamo cominciato a scartare le ipotesi del cacciatore “istituzionale” di nazisti e pian piano siamo approdati ad un opposto assoluto del detective: una ex rockstar lenta e pigra, sufficientemente annoiata e chiusa in un proprio mondo autoreferenziale da essere così, apparentemente, la figura più lontana dalla ricerca insensata, in giro per gli Stati Uniti, di un criminale nazista, ormai probabilmente morto. Lo sfondo del dramma dei drammi: l’olocausto, e il suo avvicinamento a un mondo opposto, fatuo e mondano per definizione, quale quello della musica pop e di un suo rappresentante, mi è sembrata una combinazione sufficientemente “pericolosa”, da poter dare vita ad una storia interessante.
Perché solo dentro il pericolo del fallimento, credo che il racconto possa autenticamente vibrare.
Spero di aver scansato il fallimento.

Parlaci del personaggio di Cheyenne. Chi è?
Cheyenne è infantile, ma non capriccioso. Come molti adulti rimasti ancorati all’infanzia ha il dono di preservare solo gli aspetti limpidi, commoventi, sopportabili dei bambini.
Il suo ritiro prematuro dalle scene, a causa di un trauma, lo costringe a condurre una vita che lui non riesce a mettere ben a fuoco. Un trascinarsi, che oscilla tra la noia e il leggero stato depressivo. Galleggia. E sovente gli uomini che galleggiano trovano nell’ironia e nella leggerezza l’unica possibilità decente di stare al mondo. Questo atteggiamento ha un preciso riscontro nella percezione che gli altri hanno di lui: Cheyenne è un autentico, involontario portatore di gioia. E quando nel film Cheyenne afferma in modo candido e sfrontato che “la vita è piena di belle cose” si è portati quasi a credergli. Perché è un bambino che parla e, da qualche parte, è rassicurante pensare che i bambini abbiano sempre ragione.

Perché sentivi il bisogno di raccontare una storia sull’Olocausto?
È sproporzionato affermare che ho fatto un film sull’Olocausto. Il film è ambientato ai nostri giorni. Affonda le mani in quell’immane tragedia solo per squarci, per timide intuizioni o deduzioni. Però è vero che volevo che lo sfondo dell’Olocausto angustiasse l’oggi del racconto di questo film.
Ho cercato di farlo da un’angolazione diversa e, spero, inedita.
Il film si concentra poi, in prevalenza, sebbene con un pudore dettato dalla mia biografia, su un altro pilastro centrale: l’assenza, che possiede per definizione sempre una presenza, del rapporto tra padre e figlio.

Come mai questo nome, Cheyenne?
E’un nome da rock star, da divo del rock. Cercavo un nome che fosse credibile. Abbiamo pensato a uno dei nomi più azzeccati della storia del rock: Siouxsie and the Banshees e abbiamo vigliaccamente mutuato il nome in Cheyenne and the Fellows.

Qual è stata la reazione di Sean Penn alla sceneggiatura?
Ho mandato la sceneggiatura a Sean Penn con la ferma convinzione di essere destinato ad aspettare mesi prima di ottenere una risposta. Voci che non so se corrispondono a verità dicevano che Sean riceve qualcosa come quaranta sceneggiature al mese. Un secondo dopo aver spedito il copione la mia mente già lavorava alacremente a una qualsiasi altra idea di film che avesse un minimo di concretezza, perché francamente mi sembrava impossibile che questa mia bizzarra idea di fare un film indipendente in America con un fresco vincitore di Oscar potesse avere un suo realismo.
Invece dopo 24 ore ho trovato un messaggio in segreteria di Sean Penn. Naturalmente, come avrebbe fatto chiunque altro, ho subito pensato che si trattasse di una burla. Il mio amico produttore Nicola Giuliano è piuttosto abile sia negli scherzi che nelle imitazioni. Mi sbagliavo. Allora, nel cuore della notte, ho parlato al telefono con Sean Penn, che mi ha detto che gli era piaciuto molto il copione ed esprimeva divertito solo preoccupazione per una scena in cui doveva ballare. Mi è sembrato un problema ampiamente risolvibile. Un mese dopo, insieme al mio sceneggiatore e al mio produttore, siamo andati a trovare Sean a San Francisco. Abbiamo trascorso una serata meravigliosa dove, per incursioni improvvise, lui mi lasciava intravedere le sue intenzioni sul personaggio. Confermandomi quello che sospettavo: i grandi attori ne sanno sul personaggio sempre molto di più del regista e dello sceneggiatore.

Qual è stato l’apporto di Sean al film?
Sean Penn è l’attore ideale per un regista. Perché è estremamente rispettoso delle idee del regista e non solo ha il dono di migliorarle, ma possiede anche il talento sconfinato che gli permette di raggiungere un’autenticità e una profondità sul personaggio che francamente a me sarebbero state sconosciute anche se ci avessi riflettuto una vita intera.
Con Luca Bigazzi, il direttore della fotografia, eravamo strabiliati non solo dalla bravura, che avevamo sì messo in conto, sebbene non fino a queste vette, ma anche dalla precisione di tutto. Io e Luca, prima di cominciare un’inquadratura, avevamo sempre tante cose da dirgli, per poi renderci conto, pochi secondi dopo, che non c’era niente da dire, perché aveva capito tutto in anticipo e da solo, gesti, sguardi, precisione dei movimenti, la capacità immediata di facilitare certe inevitabili difficoltà tecniche.

Parlaci del look piuttosto estremo di Cheyenne.. il rossetto, il trucco, i capelli, l’abbigliamento tutto in nero…
Il look è ispirato a quello di Robert Smith, il leader dei Cure. Da ragazzo avevo visto i Cure in concerto diverse volte. Poi, tre anni fa, ci sono tornato e ho visto Robert Smith, ormai cinquantenne, con lo stesso, immutabile look di quando aveva vent’anni. E’ stato “impressionante” nel senso positivo della parola.
Vedendolo da vicino, mentre attraversava il backstage, ho compreso quanto può essere bella e commovente la contraddizione nell’essere umano. Un cinquantenne immerso in un look che si addice per definizione ad un adolescente. E non c’era niente di patetico. C’era solo una cosa che al cinema come nella vita può assumere i contorni estatici della meraviglia: l’eccezionale, inteso come eccezione unica e inebriante. Mesi dopo ho avuto modo di rivivere la stessa eccezionale esperienza quando in una caldissima giornata di luglio, a New York, abbiamo fatto la prima prova di trucco e costumi con Sean Penn. È stato un piccolo miracolo che accadeva sotto i miei occhi, assistere in silenzio alla progressione inesorabile dell’attore Sean Penn, che un passo alla volta, attraverso il rossetto, il rimmel sugli occhi e poi indossando i costumi e infine muovendosi, in un modo naturale e allo stesso tempo diverso da come si muove lui, si trasfigurava in un’altra cosa, diametralmente opposta, che era il personaggio di Cheyenne.

Ci parli un po’ del rapporto tra Jane e Cheyenne
Devo confessare che, per questo sottotesto, ho rubacchiato qua e là dal reale rapporto che intrattengo con mia moglie. Un rapporto dove l’astrattezza stralunata dell’uomo è fortunosamente compensata dalla concretezza inesorabile della donna che consente che le cose vadano avanti senza traumi e senza inutili tragedie. Questa contrapposizione tra astrattezza e concretezza ho cercato, insieme ad Umberto Contarello, di farla emergere dentro una cornice ironica. Con Sean Penn e Frances McDormand la dimensione giocosa del rapporto è stata assicurata in fretta anche in virtù di una loro naturale attitudine a far ridere.
Sono stato molto fortunato che Frances McDormand abbia accettato di interpretare il personaggio di Jane. Per convincerla, le avevo scritto una lettera in cui le dicevo che se lei avesse rifiutato quel ruolo avrei semplicemente modificato la sceneggiatura rendendo Cheyenne scapolo o vedovo. Ed era la verità. Non riuscivo a pensare a nessun altra attrice che non fosse lei. Quando l’ho incontrata ho trovato conferma all’idea che mi ero fatto di lei, una donna dall’intelligenza rapidissima, coniugata con un’ironia imprevedibile e inesauribile.

Nella parte del film che si svolge a Dublino, Mary gioca un ruolo molto importante nella vita di Cheyenne…
Mary è una giovane amica e fan di Cheyenne, segnata da un dolore che Cheyenne cerca come può di alleviarle. Ma alla lunga, sarà lei, nonostante la giovane età, ad alleviare forse qualche dolore a Cheyenne. Mi sembrava un rovesciamento interessante dei ruoli.
Per questo ruolo ho scelto Eve Hewson, una giovane attrice irlandese molto promettente.

Eve proviene da una famiglia con una grande dose di creatività. Pensi che questo spieghi la maturità che dimostra, così rara in una persona della sua età?
Non sono in grado di rintracciare le origini della sua maturità, però sono rimasto subito molto stupefatto da come una ragazza così giovane possedesse una struttura mentale così adulta. Questo connubio, indispensabile al personaggio del film, penso che sarà anche una grande risorsa per il suo futuro di attrice.

Come mai hai deciso di girare a Dublino?
Molto semplicemente, Dublino possiede bellezza e malinconia. Due sentimenti che possono convivere magnificamente in un racconto cinematografico.

E perché hai girato negli Stati Uniti?
Perché volevo misurarmi in maniera spudorata e spericolata con tutti i luoghi iconografici del cinema che mi hanno fatto amare questo lavoro sin da quando ero ragazzino: New York, il deserto americano, le stazioni di servizio, i bar bui coi banconi lunghissimi, gli orizzonti lontanissimi.
I luoghi americani sono un sogno e, quando ci sei dentro, non diventano reali, ma continuano ad essere sogno. Questa stranissima condizione di continua sospensione dalla realtà mi è accaduta solo negli Stati Uniti.

Puoi parlarci del ritratto che hai fatto dell’America?
E’ sempre pericoloso usare la tua visione di qualcosa che non conosci a fondo, e la mia conoscenza degli Stati Uniti, nonostante i numerosi viaggi nell’entroterra, rimane una conoscenza per così dire turistica. Però avevo l’alibi di muovermi insieme ad un protagonista, Cheyenne, che mancava dagli Stati Uniti da trent’anni. Eravamo entrambi turisti, sebbene senza un biglietto di ritorno preciso. E così ci siamo messi alla scoperta di un mondo che è stato raccontato così tante volte proprio perché è inafferrabile e mutevole.

Conoscevi già Harry Dean Stanton e Judd Hirsch?
Harry Dean Stanton è uno dei miei idoli cinematografici. Per questo film avevo la possibilità di incontrare gli attori americani e uno dei primi che ho chiesto di vedere è stato proprio Harry Dean Stanton. Il primo incontro è stato emozionante e sorprendente. Siamo stati in silenzio per un tempo lunghissimo. Io tramortito dall’imbarazzo e lui completamente a suo agio in questa specie di acquario. Poi, di colpo, senza preavviso, ha detto: “Io vivo bene perché non ho le risposte”. Io ho azzardato, tanto per dire una cosa: “L’importante è non farsi le domande”.
È seguito un altro silenzio e poi ci siamo salutati. Qualche ora dopo mi ha chiamato un suo assistente e mi ha detto che Harry Dean era rimasto favorevolmente colpito da me. Mi è sembrato, per un attimo, di vivere dentro una buona sceneggiatura.
E’ stato Sean Penn, invece, a suggerirmi di vedere Judd Hirsch per il ruolo di Mordecai Midler, per il quale incontravo difficoltà a trovare l’attore adatto. Quando è apparso Judd non ci sono stati più dubbi. Non solo perché è un attore formidabile ma perché era quel personaggio: umano, sensibile e scorbutico allo stesso tempo, simpatico e paterno senza fare nessuno sforzo per esserlo.

C’è qualcosa nello stile e nell’estetica di questo film che il pubblico potrà ricondurre ai tuoi film precedenti?
Non sono il giudice più adatto per questo genere di confronti. Spero di aver mantenuto fede al principio che mi ha mosso in relazione a questo film. Frequentare il più possibile una messa in scena semplice e, al contempo, “bella”, mettendomi prevalentemente al servizio del personaggio.

In questo film la musica gioca un ruolo molto importante. Come l’hai scelta?
Come direbbero certe scrittrici di romanzi rosa: col cuore.
Al di là della battuta, è proprio così. Non sentivo la necessità, come ho fatto in passato, di “ragionare” sulla musica. Volevo invece rivivere quelle vertigini di passione ed emozione che provavo da ragazzo quando mio fratello, di nove anni più grande, m’introduceva alla bellezza del rock. Ho trascorso quel periodo della mia vita a vivisezionare fino alla patologia soprattutto i Talking Heads e il suo genio: David Byrne. E allora un po’ temerariamente ho chiesto a David Byrne
tre cose: di usare This must be the place come titolo e canzone portante del film, di comporre la colonna sonora e di interpretare se stesso nel film. E, clamorosamente, David ha accettato tutte e tre le cose.

Hai avuto dei riferimenti nel girare questo film?
Penso che, inconsciamente, ci siano sempre molti riferimenti.
In maniera invece consapevole, devo dire che spesso col pensiero andavo a quel capolavoro di film di David Lynch che è A straight story.

Come credi che reagirà il pubblico?
Io ho reagito molto bene. E io faccio parte del pubblico.


DAVID BYRNE
Sulla realizzazione delle musiche del film
Stavo facendo un tour in Europa e Paolo è venuto ad incontrarmi a Torino. Il suo fantastico film Il Divo era uscito da poco nelle sale a New York ottenendo critiche molto positive, per cui ero davvero felice di conoscerlo. Lui e il suo produttore mi hanno detto che stavano lavorando ad un nuovo film e mi hanno accennato alla trama. Non mi hanno raccontato tutta la storia, mi hanno solo detto che sarebbe stata incentrata su una ex-rock star. Poi mi hanno spiegato che avrebbero voluto che scrivessi la musica per il film.
Sul momento ho pensato che il progetto fosse molto ambizioso e che il salto dalla realizzazione di un film italiano, splendido e particolare ma poco conosciuto all’estero, alla produzione di un film girato in inglese e con un grosso budget fosse un po’ rischioso. Così ho risposto che in quel momento ero in giro con il mio tour e che sarebbe stato meglio se mi avessero ricontattato dopo aver trovato i soldi e quando il progetto fosse stato già in piedi.

Incredibilmente un anno dopo erano pronti, avevano già una data per l’inizio delle riprese e volevano riparlare della musica. Ne sono rimasto piacevolmente sorpreso.
Così ho letto la sceneggiatura e mi sono reso conto che le cose che Paolo voleva da me erano tre. Innanzi tutto voleva che io e la mia band suonassimo dal vivo una canzone dei Talking Heads in una delle scene del film, e questo non comportava particolari problemi.
La seconda cosa riguardava il fatto che al protagonista, ad un certo punto della storia, viene dato un CD con le demo delle canzoni di un giovane cantautore. Paolo aveva bisogno di queste canzoni perché poi il personaggio di Sean Penn ascolta il CD, una canzone dopo l’altra, durante il viaggio che intraprende più avanti. La difficoltà qui nasceva dal fatto che io avrei anche potuto scrivere le canzoni, ma poi non le avrei potute cantare perché la gente avrebbe riconosciuto la mia voce, che certamente non è molto credibile come voce di un ragazzino.

La terza cosa era la colonna sonora. Paolo aveva con sé alcuni pezzi strumentali, pezzi classici contemporanei, che aveva in mente per la colonna sonora. Ma sulla colonna sonora mi sono un po’ tirato indietro perché mi sembrava che avrei avuto già abbastanza da fare con le demo delle canzoni del ragazzo, che non avrebbero dovuto essere troppo curate o pulite, ma suggerire invece qualcosa di incompiuto e di “grezzo”.
Nella sceneggiatura Paolo menziona Will Oldham, noto anche come Bonnie Prince Billy, indicandolo come una specie di pietra miliare, e in effetti il ragazzino della storia suona in un centro commerciale cantando una canzone di Will. Così ho suggerito a Paolo: “Perché non chiedi a Will Oldham delle canzoni, visto che lo senti come un riferimento?” Non ne era convinto, ma tempo prima avevo incontrato Will durante il mio tour, così ho proposto a Paolo di contattarlo io per vedere se fosse interessato a lavorare insieme alle canzoni del film. Paolo si è detto d’accordo e, sorprendentemente, Will mi ha detto che ci avrebbe provato.

Prima di spingerci troppo avanti nel lavoro, ho pensato che sarebbe stato meglio buttare giù un po’ di idee e spedire a Paolo degli esempi di musica e testi per capire se stavamo andando nella giusta direzione. Ho immaginato che fosse più facile così, perché far provare a qualcuno a descrivere la musica che ha in mente è una cosa davvero difficile.
Alcune delle proposte andavano bene, così Will ed io abbiamo continuato a lavorare su quelle; poi ne abbiamo inviate altre a Paolo, sempre solo abbozzate, e di nuovo lui ne ha scelte un paio, mentre il resto è tornato nel mio cassetto. Così, un po’ alla volta, abbiamo completato tutto, ad eccezione di una canzone per la quale Will ha scritto tutto il testo. E’ molto interessante perché le parole sono assolutamente diverse da qualsiasi cosa avrei potuto mai scrivere io. E questo è il bello di lavorare insieme a qualcuno: riesci a produrre cose che da solo non faresti mai.

Poi, dato che il giovane attore dublinese che interpreta il ragazzo delle demo non è proprio quello che si dice un grande cantante, dovevamo trovare qualcun’altro che avesse una voce credibile per il personaggio. Attraverso MySpace abbiamo trovato qui a New York un ragazzo irlandese che quando parla ha una voce un po’ tenorile con un leggero accento irlandese. E’ arrivato, ha cantato tutte le canzoni e ha fatto un ottimo lavoro.
Il nome della band nel film, ‘Pieces of Shit’, fa pensare ad un gruppo punk, mentre la musica che avevamo prodotto andava in tutt’altra direzione.
Paolo ci aveva dato solo qualche indicazione, dicendoci che avremmo dovuto realizzare una canzone più malinconica e farne un’altra più ritmata e sostenuta. Ma il protagonista è ispirato a Robert Smith, il cantante dei Cure, e io ho detto a Paolo che, se voleva che la musica fosse simile a quella dei Cure, probabilmente non ero la persona più adatta per quel lavoro. Ma lui non si è detto d’accordo e mi ha spiegato quello che aveva in mente, e cioè che Cheyenne dovesse rimanere emotivamente colpito da una musica diversa da quella che suonava in passato, una musica che lo spingesse in un’altra direzione.


Sulla canzone ‘This Must Be the Place’
Il fatto che Paolo abbia usato una canzone dei Talking Heads scritta da me, ‘This Must Be the Place’, come titolo del film è stato un po’ uno choc. Nel film vi si fa riferimento un paio di volte, viene suonata una volta per intero e credo che si senta in un altro paio di momenti, e tutto questo è decisamente lusinghiero. Per me questo pezzo è decisamente una canzone d’amore. E’ forse la canzone più dichiaratamente d’amore che io abbia mai scritto. E’ sincera, senza usare luoghi comuni, e credo che la gente la trovi toccante perché è più vera di altre canzoni, magari più curate, ma che contengono maggiori cliché.


Interpretare David Byrne
Paolo mi ha chiesto di recitare me stesso in un paio di scene, cosa che ovviamente mi ha portato a chiedermi: come faccio? Ho detto a Paolo di non avere alcuna ambizione come attore, e lui mi ha risposto: ‘No, non voglio che tu sia te stesso, voglio che interpreti David Byrne’, cosa che mi è sembrata ancora più contorta! Ma poi ho pensato che ci sarebbe stato Sean Penn, completamente calato nel suo personaggio,e che se avessi semplicemente reagito a quello che lui mi diceva, così come avrei fatto nella vita reale, avrebbe potuto funzionare.
Insieme formiamo una coppia piuttosto buffa, Cheyenne ed io, anche se l’idea di un’amicizia tra due come noi non è affatto inverosimile.


Cheyenne e Sean Penn
Quando Paolo mi ha raccontato la storia e poi leggendo la sceneggiatura, mi sono reso conto che Sean Penn avrebbe avuto un look da dark alla Robert Smith per quasi tutto il film. E deve riuscire a rendere credibile il suo personaggio, facendoti dimenticare che stai guardando Sean Penn con uno strano makeup, facendoti andare oltre e facendoti cominciare a provare dei sentimenti per questa persona, al di là del suo rossetto, dei suoi capelli e di tutto il resto.
Nel film scopri un po’ alla volta perché il personaggio di Cheyenne fa quello che fa.
All’inizio ti vengono date solo delle piccole motivazioni, ma molte cose le scopri solo durante il film e solo allora ti rendi conto del perché stia recitando in quel modo o del perché abbia smesso di fare concerti. Piano piano metti insieme gli elementi che ti vengono rivelati quasi come delle digressioni, en passant, e questa cosa a me sembra molto intelligente, perché mi piace che sia il pubblico a dover ricomporre l’intero puzzle della storia.


Intervista a EVE HEWSON
Chi è Mary?
E’ una dark sedicenne, la miglior amica di Cheyenne. E’ un’anima ombrosa e difficile da capire. Ha alle spalle una famiglia distrutta: suo fratello se n’è andato e sua madre è impazzita e si è praticamente scordata di lei. Cheyenne la accoglie e se ne prende cura. Sono amici e insieme formano una specie di tribù. Lei è una sua fan sfegatata. Si confidano uno con l’altra e lui conosce tutti i suoi segreti.

Quando lui parte le dice perché?
Quando lui se ne va, lei sa solo che suo padre sta morendo. Pensa che lui vada e torni. Poi, dopo un po’, visto che lui non torna, pensa che lui l’abbia abbandonata, proprio come suo fratello.

Qual è stata la tua impressione sul personaggio? Quanto hai dovuto lavorare per metterti nei panni di Mary?
La sceneggiatura è molto precisa e particolareggiata. E’ stato facile dar vita al personaggio, visto che tutte le sfumature sono già presenti nel testo. Si tratta però di una personalità molto complessa e avevo delle scene da interpretare molto dure. Sapevo che ci avrei messo un po’ ad entrarci dentro completamente e a capire da dove venisse tutto quel dolore. Mi ha aiutato molto la musica. Ho ascoltato i Cure e i Talking Heads. I testi delle loro canzoni mi hanno aiutato a capire quello che Mary potesse provare e pensare.

Immagino che nella vita reale il tuo look sia un po’ diverso…
Effettivamente: mi hanno tinto i capelli e mi hanno messo delle extension, mi hanno riempito di anelli e mi hanno messo vestiti attillati e pieni di strappi e di buchi, ma qualche volta mi vesto così anche nella vita reale! L’abbigliamento, i capelli e il trucco possono aiutarti molto a definire il personaggio. Mi hanno aiutato a sentirmi più ombrosa e introversa, come una persona abituata a mettere delle barriere tra sé e gli altri. Non avrei potuto sentirmi Mary fino in fondo se mi fossi tenuta addosso i miei vestiti.

Com’è stato lavorare con Paolo Sorrentino?
Ho visto Il Divo, che è un film molto potente. Tutto sembra molto teso e preciso e la cosa mi spaventava e mi faceva pensare che lavorare con Paolo sarebbe stato difficile.E invece è la persona più gentile che abbia mai incontrato. Il set è molto tranquillo perché lui sa esattamente quello che vuole e fa le cose con calma. Non c’è mai confusione o tensione. Ha sempre tutto sotto controllo. E questo è una specie di dono.

E con Sean Penn?
Ho incontrato Sean Penn per la prima volta durante la pre-produzione. Ero molto intimidita, per la sua esperienza e per il fatto che è straordinariamente bravo. Non ero sicura di come queste cose si riflettessero nella vita reale. Ma lui è stato fantastico e molto amichevole. Vuole solo lasciarsi andare. E’ stato meraviglioso e lavorando con lui si impara moltissimo.

Vuoi parlarci di Frances McDormand e del suo personaggio nel film?
Frances interpreta Jane, la moglie di Cheyenne. Insieme si prendono cura di me e lei rappresenta l’unico riferimento femminile positivo della mia vita. Adora il rapporto che ho con Cheyenne,
sostiene la nostra amicizia e, con un suo modo un po’ bizzarro, si prende cura di me. Frances e Sean lavorano in modo molto diverso, perciò è stato interessante vederli recitare insieme sul set.

Sei coinvolta soprattutto nella parte del film che si svolge a Dublino. Come è andata?
Sono cresciuta a Dublino. Mi sono trasferita a New York per la scuola e poi mi sono trasferita di nuovo a Los Angeles. Ora sono tornata a Dublino per girare un film. E’ stato decisamente confortante, perché lì mi sento a casa e questo mi ha aiutato a sentirmi a mio agio sul set.

Prima di girare il film sapevi già usare uno skateboard?
Non ero mai andata su uno skate prima. Ho detto una piccola, innocente bugia ai provini quando Paolo mi ha chiesto se sapevo usarlo e io ho risposto: “Certo! E’ facile”, cosa questa assolutamente non vera!
Così hanno dovuto procurarmi un istruttore che ha lavorato con me per una quindicina di giorni, cercando di insegnarmi qualche trucchetto e farmi sentire a mio agio con la tavola. All’inizio ero un po’ traballante. Portavo il casco e sembravo una tartaruga che se ne va in giro per Central Park. Era molto imbarazzante. Ma alla fine sono arrivata a togliermi imbottiture e protezioni e adesso riesco ad andare su uno skateboard abbastanza bene.

Come descriveresti questo film?
Non penso che si possa etichettare. E’ drammatico, ma ci sono anche molte cose divertenti.E’ particolare e straordinario…
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