Tutta colpa della musica di Ricky Tognazzi

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locandina Tutta colpa della musica
 
Regista: Ricky Tognazzi
Titolo originale: Tutta colpa della musica
Durata: 98'
Genere: Commedia
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 09 Settembre 2011 (cinema)

Attori: Ricky Tognazzi, Marco Messeri, Stefania Sandrelli, Elena Sofia Ricci, Rosalba Pippa, Monica Scattini, Diego Casale, Grazia Cesarini Sforza, Ronny Morena Pellerani, Raffaele Pisu, Debora Villa
Soggetto: Simona Izzo, Leonardo Marini
Sceneggiatura: Simona Izzo, Leonardo Marini, Ricky Tognazzi

Trama, Giudizi ed Opinioni per Tutta colpa della musica (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Lorenzo Peluso
Musiche: Carlo Siliotto
Scenografia: Mariangela Capuano
Costumi: Germana Melodia

Produttore: Attilio De Razza
Produttore esecutivo: Tore Sansonetti
Produzione: Attilio De Razza per Tramp Limited, in collaborazione con Medusa Film e Sky
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di Tutta colpa della musica
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Informazioni e curiosità su Tutta colpa della musica

Film realizzato con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.


Intenzioni degli autori
“La vecchiaia inizia quando si è sicuri di non essersi mai sentiti così giovani ”. (Jules Renard)
Eh sì, siamo al fatale adagio degli amori senili, o magari no, facciamo “mezza età inoltrata”, s’il vous plaît. Però, anche a voler giocare d’astuzia col rapporto fra le parole e le cose, la sostanza resta quella: le chiome incanutiscono o nel peggiore dei casi si volatilizzano, la pelle – forse stanca degli anni di splendore – comincia a rilassarsi e perdere il suo tono, i muscoli acquistano consistenze da latticino, le pance dilagano, le ossa si decalcificano (ma come si permettono?)… e tutto in barba a ogni infaticabile e coraggioso sforzo di tenere in piedi la baracca. Il corpo, diventando un beffardo e maligno aguzzino, suggerisce che è meglio fermarsi un po’ e mettersi alla finestra a guardare. Ma fosse solo questo…

Il fatto è che qui si consuma la più assurda e maledetta delle schizofrenie: il corpo va per la sua strada, e invece il cuore… Perché il desiderio, la passione, i sentimenti non possono fare a meno di rigenerarsi come un’importuna araba fenice? Perché l’amore riesce sempre a credere a una nuova vita, un nuovo tempo, nuove sfide, nuove tentazioni, nuove possibilità? E perché, seppure cerchiamo di metterlo a freno, con quel po’ di ragione che ci resta, di fargli da grillo parlante, lui in tutta risposta ci dà una buona martellata e scappa libero con le proprie illusioni?

Già, questa è la storia di un secondo amore, anzi, di vari secondi amori, che i nostri personaggi vivono con timore e con slancio, incapaci, come forse è giusto, di non travisare quello che è un incipiente crepuscolo per una nuova alba.
È la storia di Giuseppe e di Nappo, alias Napoleone, dei loro amori e del loro coro. Già, il coro. Perché, se come per “Ultrà”, “La scorta”, “Canone inverso”, “Il Padre e lo Straniero”, tutto ruota attorno all’amicizia di due uomini, proprio come per lo stesso “Canone inverso” la musica qui diventa il vero codice espressivo e narrativo delle passioni e delle peripezie dei nostri beniamini, il tappeto volante che pare sollevarli e illuderli di una nuova avventura, di una nuova giovinezza.

Giuseppe, mezzemaniche aziendale d’annata, è giunto ormai alla pensione e questa soglia si traduce per lui nella necessità di guardare negli occhi una condizione familiare infelice, dalla quale non può fare a meno di continuare a scappare. Prima si rifugiava nel lavoro. E ora?
Sarà Nappo, l’amico di tutta una vita, a fornirgli una nuova possibilità di fuga. Lo trova un giorno mestamente assiso su una panchina, in una sorta di precoce training per la vecchiaia, e lo porta via con sé. Lo porta al suo coro. Napoleone, infatti, oltre che un classico dongiovanni di provincia, smargiasso e vitalista impenitente, è anche un accanito melomane e anni fa ha fondato un suo coro. Qui Giuseppe, ad un’età improbabile, dopo una vita passata a sentire solo rumori di fabbrica e stridori di lamentele uxorali, vive una vera e propria scoperta della musica. Una scoperta inaspettata, magica, che lo rapisce come un sortilegio. Certo, a ciò contribuisce anche il fatto che nel coro Giuseppe ritrova qualcosa che pensava di aver sepolto definitivamente in anni e anni di noia e routine: l’amore.

Giuseppe s’innamora di Elisa, il soprano del gruppo. Elisa, inizialmente perplessa nei confronti del simpatico orecchiante che si è appena unito al coro, a un certo punto non può fare a meno di lasciarsi trascinare dai sentimenti dell’altro. Sembrerebbe facile, ma l’amore a una certa età è un fenomeno complicato, ognuno si porta sulle spalle tutto il bagaglio di una vita. E qui il problema non è tanto Giuseppe, che con Grazia, la moglie, da parecchio vive da separato in casa. Anche Elisa è sposata, e con un uomo che ama ancora; il marito, però, gravemente invalido, giace da tempo su un letto, in uno stato vegetativo che non è più vita e non è ancora morte.

Elisa ha scelto di occuparsi del consorte, di dedicarsi completamente a lui e ai figli. Al coro ci va per dimenticare, dimenticare il dolore, se stessa, il proprio bisogno di amare, la necessità di andare avanti… Ma Giuseppe irrompe nella sua vita, risveglia sentimenti coi quali lei non vorrebbe più avere a che fare, e mette in crisi la fragile quotidianità con la quale Elisa tiene in piedi la propria esistenza e la propria famiglia. La mette di fronte a difficili, impossibili scelte.
Ma questa non è solo la storia di Giuseppe e di Elisa. È anche la storia di Nappo, che in una sorta di nascondino con il tempo ha sempre preferito all’amore le avventure seriali. Si muove ancora per la provincia come il gran gallo dei bei tempi, ma, anche se lui fa finta di non accorgersene, la vita comincia a presentargli il conto.

E la nemesi giunge con le fattezze di Flora, una bellissima ventenne, che plana su di lui con la fatale leggerezza di un’innocente predatrice. Nappo si innamora perdutamente, non ne può fare a meno, anche se sa, o sospetta, che questo fiore di giovinezza rubato alla vita potrà costargli caro.
E la nostra è anche la storia di Patrizia, la storica ex di Nappo, l’unica che per un soffio non l’ha sottratto al suo gallismo. Lei che lo ama ancora; lei che si prende cura del suo coro, del quale è divenuta una sorta di sarcastica vestale; lei che, comunque sia, per quanto tradita e trascurata, corre sempre in suo soccorso. Lo salverà anche questa volta?

E non dimentichiamoci il coro. La nostra storia è soprattutto il nostro coro, cioè Ippolito, il direttore d’orchestra che solo per il suo giovane amore, Gavino, è davvero un Maestro, e poi Renza, Fiamma, Mazzinghi, Antonio, Rolando… e non scordiamo Chiara, la figlia di Giuseppe, Amelia, la nonna, la coriacea Grazia, Marcello, Adrian, Ivan… Non ne dovrebbe lasciare per strada neppure uno la nostra storia, che vorrebbe proprio essere un coro, una ronde, una catena di uomini e donne, che, sospinti dall’incanto di un’aria di
Bellini, ci dicono che l’amore – per quanto sia crudele l’anagrafe - è davvero la forza che muove tutte le cose.


Interviste ai protagonisti
Stefania Sandrelli
Ci descrivi il personaggio di Elisa?
Elisa è una donna come tante, con dei problemi familiari. Da qualche anno suo marito è gravemente invalido. Lei se ne occupa con amore, con dedizione, ma questa tragedia è un trauma che né lei né i suoi figli sono ancora riusciti a superare. Per fortuna ha la musica, ha il canto, è un soprano con una splendida voce che le permette di partecipare a un coro dove avrà la possibilità di avere altri rapporti che la solleveranno da una vita ormai segnata.

In questo film si lancia un messaggio d'amore importante: l'amore non ha limiti d'età e si possono rivivere delle sensazioni e delle emozioni che si credevano sopite, anche dopo i 60 anni...
Sono certa che anche a 60 anni si possa amare e forse, paradossalmente, in modo più compiuto, dato che, avendo già percorso un pezzo importante di vita, si può essere più consapevoli.

Nella vita reale t’innamoreresti di un uomo come Giuseppe?
Giuseppe ha la disponibilità, la bontà, la gentilezza d’animo, una forma d’ingenuità e di purezza che ha anche Giovanni (Giovanni Soldati, compagno di Stefania Sandrelli nella vita, ndr). Diciamo che Giovanni per fortuna non è così sprovveduto e poi soprattutto la nostra storia è diversa.

Quello di Elisa è un ruolo in cui ti sei trovata a tuo agio?
È un ruolo che ho amato subito tantissimo già leggendo la sceneggiatura, e che poi si è magicamente sviluppato sotto la guida sapiente di Ricky e Simona. È cresciuto talmente tanto che ne sono rimasta spiazzata e forse anche questo ha contribuito a creare un’alchimia straordinaria.

Nel film hai trovato anche altri attori di grande spessore.
La bravura degli attori crea sempre un sostegno insostituibile. Abbiamo recitato tutti un po’ “borderline” ma credo che anche questo abbia dato molto alle performance fornite da tutti.

Sei tornata a lavorare con Messeri dopo la bellissima prova ne “La prima cosa bella”. Che esperienza è stata?
Marco Messeri è una persona che amo molto, lui e io come attori siamo diversi e complementari, ci completiamo. Marco mi ha regalato un libro con una dedica molto calzante. Fra le altre cose dice che al cinema noi due creiamo un’alchimia imprevedibile, che è il nostro bello! Marco è un grande attore.

La musica nel film è un po' il filo conduttore di tutto. Tu sei la prima donna di un coro. Che valore ha la musica nella tua vita?
Per me la musica è nutrimento, e io - da Puccini al Jazz e poi altra grande musica che ho avuto la fortuna di ascoltare alla Bussola, da mio fratello Sergio, grande pianista classico, a Gino Paoli -, mi sono nutrita alla sorgente della musica da quando sono nata. La considero la più alta delle arti. Quando ascolto un brano che amo, volo!


Marco Messeri
Ci descrivi il personaggio di Giuseppe?
Giuseppe porta in sé il paradosso di quest’epoca: lo scollamento tra la fine legale dell’età lavorativa e lo smisurato allungamento della salute e della vita umana. Cosa fa un uomo che a sessant’anni si trova sano e gagliardo alle prese con il tempo libero? Cosa fa di fronte alla moglie che nel frattempo è diventata una sconosciuta e ha intrapreso un percorso mistico incomprensibile? Ecco il film risponde a questi interrogativi.

Giuseppe è un uomo di mezza età che dopo la pensione, non ha più molti stimoli, non crede più al fatto che ci si può concedere una seconda possibilità. Ti rappresenta o la visione della vita per te è completamente diversa?
I tentennamenti nell’animo di un uomo maturo sono uguali per tutti, ma ognuno deve imparare, con saggio equilibrio, che non si deve soffocare l’innata e prorompente voglia di scoprire la vita. Forse è proprio l’avventurosa esistenza dell’attore che può riassumere questo concetto: per sopravvivere l’attore diventa consapevole che sotto la sua maschera di cicala si nasconde invece una formichina che lavora duramente.

Nel film t’innamori di un'altra donna, lasciando da parte la famiglia. Ti sei sentito a tuo agio in questo ruolo?
Se mi sono sentito a mio agio? Ne sono stato felicissimo, è stata una magnifica occasione. Ovviamente la mia bella famiglia in questa spumeggiante finzione non c’entra nulla!

Sei tornato a lavorare con la Sandrelli, dopo la bellissima prova ne “La prima cosa bella”. Che è esperienza è stata?
Lavorare con Stefania è sempre un immenso piacere, ma è buffo pensare che questo è il quarto film che facciamo come coppia: non solo con Virzì sul set de “La prima cosa bella”, ma anche “Con gli occhi chiusi” di Francesca Archibugi e “La passione” di Carlo Mazzacurati. Una sera a cena suo marito ha scherzato con me dicendo “Marco ormai sei di famiglia!”.

La musica nel film è un po' il filo conduttore di tutto. Che valore ha nella tua vita?
La musica ha per me un valore immenso! Concordo con Willie Nelson che ha detto:
“Ci sono solo due cose per cui vale la pena di vivere: chitarra e donne perfettamente accordate”.

Tua figlia nel film è la giovane cantante Arisa. È stata una piacevole scoperta nel ruolo inedito di attrice?
Questo film è stato una gincana di scoperte: dalla formidabile presenza scenica di Arisa alla palpitante interpretazione di Elena Sofia Ricci, dal maniacale periscopio artistico di Simona Izzo allo scoppiettante senso umoristico di Ricky Tognazzi… Giuro che i novanta minuti della pellicola sono animati da questa bella alchimia di turbolenze creative con vera magia.


Elena Sofia Ricci
Ci descrivi il personaggio di Patrizia?
Patrizia è un personaggio di rara tenerezza, nel quale ci si può riconoscere. È una donna che ha amato e ama un uomo bambino, un uomo immaturo continuamente attratto da donne più giovani e lei rimane lì, silenziosamente accanto. Rinuncia alla sua vita pur di stargli vicino, lo ama in silenzio quasi fosse tre passi indietro.

Patrizia è una bella donna che ha speso gran parte della sua vita ad amare un uomo che non l'ha corrisposta, rinunciando alla gioia di una famiglia, di una maternità. Un bel personaggio in cui credi si potranno rispecchiare molte donne?
Penso di sì, a chi almeno una volta nella vita non è capitato di amare qualcuno senza essere corrisposto? Magari non tutte lo hanno fatto come Patrizia, alcune sicuramente in seguito si sono consolate, ma penso che nella vita possa succedere.

T’innamoreresti di un uomo come Nappo?
No, non credo, non ce la potrei fare! Forse in passato avrei potuto, ma ora come ora, sicuramente non riuscirei a innamorarmi di un uomo così. Ho bisogno di una persona con cui condividere progetti comuni.

È un ruolo in cui ti sei trovata a tuo agio?
Assolutamente sì, ho amato molto questo personaggio. Ricordo che Ricky Tognazzi mi chiamò proponendomi Patrizia e sottolineandomi che non si trattava di un ruolo da protagonista. Sinceramente non do peso all'importanza del ruolo, io mi devo innamorare delle donne che interpreto, che siano protagoniste o meno, è irrilevante. Se Ricky mi avesse detto di scegliere tra tutti i ruoli femminili avrei comunque scelto Patrizia. Mi ha fatto tenerezza e amo le donne capaci di trasmettere tale emozione.

Nel film hai trovato anche altri attori di grande spessore. Che esperienza è stata?
Conosco Stefania Sandrelli da moltissimi anni, per me è di famiglia, avevamo già lavorato insieme in un paio di occasioni ed è stato entusiasmante ritrovarla in questa nuova esperienza. Avevo già avuto modo di lavorare anche con Ricky Tognazzi e Marco Messeri ed è stata una gioia essere con loro nuovamente. È sempre molto gratificante lavorare con persone di cui si ha molta stima.

La musica nel film è un po' il filo conduttore di tutto. Che valore ha nella tua vita?
È il filo conduttore di tutta la mia vita. Mi è sempre piaciuta la musica sinfonica, adoro Vivaldi e Mahler, ne sono appassionata sin da bambina. Sono cresciuta a "pane e musica", se così si può dire, l’ho amata e l’ho studiata per anni. Non per niente sono sposata con un grande compositore!


Ricky Tognazzi
Ci descrivi il personaggio di Nappo?
Nappo è un “diversamente giovane”, un eterno Peter Pan incapace di ammettere che è arrivata l’ora di mettere la testa a posto. Vive circondato da un harem di cui vuole continuare a essere il sultano. Io nella vita, sono l’opposto di Nappo: un monogamo-ossessivo che si è arreso alla vita coniugale, ma la cosa meravigliosa del nostro mestiere è proprio quella di avere più vite, più personalità e nel caso specifico, più donne. E che donne! Da Elena Sofia Ricci, splendida nella pienezza dei suoi anni, alla giovane e frizzante Ronny Morena, dalla morbida, spiritosa e sensuale Stefania Sandrelli, alla scoppiettante e ironica Debora Villa, dalla talentuosa e sorprendente Arisa , per la prima volta sullo schermo, che ha regalato al film una splendida canzone originale, a tutte le coriste che mi hanno deliziato, non solo con le loro voci.

Due uomini protagonisti, due amici: che sintonia è nata con Marco Messeri?
Il divertimento, il gioco e la vera complicità Nappo - Ricky li trova con “l’uomo della sua vita” Giuseppe-Marco Messeri. Che gioia lavorare con Marco, avevamo girato insieme un corto anni fa e mi ero ripromesso di dividere la scena con lui. Questo progetto è stata l’occasione per rinnovare la nostra intesa. Marco non è solo un attore, ma anche un autore dotato di una creatività incontenibile e ha regalato al personaggio tratti della sua personalità e della sua vis comica e sentimentale.

È stato complicato ritornare al doppio ruolo di regista e attore?
Come sempre c’è una sorta di “schizofrenia” quando devi dirigere te stesso. Un attore, allo stop, cerca gli occhi del regista per coglierne il giudizio, io quando recito, cerco gli occhi vigili di Simona, sceneggiatrice in campo. Certo è, che mentre sono in scena, ogni tanto, mi distraggo a osservare l’attore che recita con me e magari dimentico di dargli la battuta, a dir la verità, mi capita più spesso con le attrici, quando m’incantano.

La musica nel film è un po' il filo conduttore di tutto. Che valore ha nella tua vita?
La musica è il filo conduttore della mia vita: da quella classica e operistica che mi ha fatto amare mia madre, a quella degli anni sessanta, che ha contribuito alla grande rivoluzione culturale di quello straordinario periodo storico ed ha accompagnato la mia giovinezza. Sicuramente la musica di quegli anni non è stata fondante solo per la mia generazione. Mia figlia, come molti giovani, è una patita di quel genere e, insieme, spesso, ascoltiamo la “nostra musica”.
È la seconda volta che mi cimento in un film dove la musica è una delle grandi protagoniste. “Canone Inverso” non è stata una grande e meravigliosa esperienza
cinematografica soltanto per me: ha infatti spinto molti giovani a studiare il violino e spero che con “Tutta colpa della musica” si incrementi il bel canto in Italia. Il coro torinese che ha partecipato al film: “Accademia Corale di Stefano Tempia”, che porta ancora oggi il nome del suo fondatore, ed è diretto da Guido Maria Guida, ha dato un importante contributo alla realizzazione dell’opera. E i coristi non si sono limitati a cantare ma si sono improvvisati, con successo, anche attori. Un particolare ringraziamento lo devo al coro alpino: “A.N. Gruppo di Collegno” che ha interpretato il film con entusiasmo, passione, dedizione e ironia “sfidando” il coro polifonico protagonista del film. Ma l’omaggio più grande va a Bellini e alle note di “A te, o cara” che avevano già accompagnato il capolavoro di Herzog: “Fitzcarraldo”.


Arisa
Ci descrivi il personaggio di Chiara?
Chiara è una ragazza che vive repressa a causa di una madre troppo apprensiva.
Riesce piano piano ad affrontare i propri limiti grazie all'amore. Attraverso il legame con il farmacista Marcello Zambelli, Chiara riesce finalmente a liberarsi dalle proprie repressioni.

Per Rosalba Pippa, in arte Arisa è un debutto sulla scena cinematografica. Cosa ti ha spinto ad accettare?
Mi è piaciuta molto la sceneggiatura, condivido il messaggio che si vuole dare: non ci si deve arrendere mai. Mi piace il valore che viene dato alla terza giovinezza, il fatto che le persone anche invecchiate restino sempre persone con sentimenti vivi e che si possa porre in essere il proprio destino anche quando non si è più giovanissimi.

Ti sei trovata a tuo agio dinanzi alla macchina da presa?
Si, a parte le mie paranoie! Diciamo che per superarle faccio finta che la macchina da presa non ci sia.

Il personaggio che interpreti si sviluppa nel film: chiusa al mondo maschile e convinta che nessuno possa interessarsi a lei all'inizio, donna sensuale e innamorata dopo. Ti è piaciuta questa evoluzione?
Si molto… sto aspettando che avvenga anche nella mia vita!

Nel film hai recitato con attori che sono i protagonisti del cinema contemporaneo. Come ti hanno accolto? Come ti sei trovata?
Benissimo. Ho notato che nel cinema c'è molta intesa tra colleghi, io non mi reputo una collega, sono ancora agli inizi, ma mi sono sentita ben accetta, ho trovato molta solidarietà.

La musica è qui il filo conduttore di tutto. Nella tua vita, la musica, è davvero la componente più importante?
Per me si. Io vivo di musica, tutto ciò che faccio oltre la musica, tutto ciò che resta, è un contorno. La musica è fondamentale nella mia vita.

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