Uomini senza legge di Rachid Bouchareb

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locandina Uomini senza legge
 
Regista: Rachid Bouchareb
Titolo originale: Hors-la-loi
Durata: 137'
Genere: Azione, Drammatico, Storico
Nazione: Francia, Algeria, Belgio
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: Cannes 2010,11 Maggio 2011 (cinema)

Attori: Sami Bouajila, Jamel Debbouze, Roschdy Zem, Samir Guesmi, Sabrina Seyvecou, Assaad Bouab, Bernard Blancan, Samir Guesmi, Jean-Pierre Lorit, Corentin Lobet, Régis Romele
Sceneggiatura: Olivier Lorelle, Rachid Bouchareb

Trama, Giudizi ed Opinioni per Uomini senza legge (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Yannick Kergoat
Musiche: Armand Amar, Armand Amar
Scenografia: Taïeb Jallouli
Costumi: Stéphane Rollot,Edith Vesperini

Produttore: Jean Bréhat
Produttore esecutivo: Muriel Merlin
Produzione: Studio Canal, France 2 (FR2), Tessalit Productions
Distribuzione: Eagle Pictures

La recensione di Dr. Film. di Uomini senza legge
Film duro sulla lotta armata per l'indipendenza dell'Algeria. Fa pensare.

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Colonna sonora / Soundtrack di Uomini senza legge
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Fabrizio Vidale: Said
Francesco Prando: Messaud
Angelo Maggi: Abdelkader
Graziella Polesinanti: La Madre
Oliviero Dinelli: Col. Faivre
Francesca Fiorentini: Helene
Alberto Angrisano: Ali
Fabrizio Temperini: Otmani
Vladimiro Conti: Picot
Gerolamo Alchieri: Il Padre
Saverio Indrio: Sanjak
Massimo Rossi: Brahim
Paolo Marchese: Hamid
Eugenio Marinelli: Gimenez

Informazioni e curiosità su Uomini senza legge

Note dalla produzione:
INTERVISTA CON Rachid Bouchareb
Era da molto tempo che coltivava l’idea di questo progetto?
Si, dopo Days of Glory, Uomini senza Legge è stato il passo successivo più ovvio. Days of Glory finisce nel 1945. E poi ha inizio un’altra storia. I soldati del luogo spesso parlavano degli anni dopo la Liberazione, il periodo di decolonizzazione. Olivier Lorelle, il mio co-sceneggiatore, ed io abbiamo intervistato molti testimoni oculari di questi eventi, abbiamo fatto ricerche di archivio e abbiamo visionato documentari. La memoria è una fonte molto affascinante da cui attingere per fare un film. Ad esempio, abbiamo incontrato un falsario francese che produceva documenti di identità falsi sia negli anni della Resistenza che, successivamente, durante la Guerra d’Algeria. Abbiamo incontrato tante persone incredibili. L’Armata degli Eroi di Jean-Pierre Melville mi ha ispirato moltissimo. Ho incontrato lo stesso tipo di persone - che hanno dedicato la propria vita ad una causa.

I tre fratelli e i loro percorsi di vita diversi conferiscono al film una dimensione realmente tragica
Assolutamente. Può accadere che una famiglia si frammenti. Ci sono diversi modi di combattere l’ingiustizia. La ribellione è solo uno di essi. I tre fratelli fanno delle esperienze di tipo diverso, hanno degli approcci differenti rispetto agli eventi. Sono in disaccordo sul modo di combattere l’ingiustizia e ottenere la libertà. Non tutti diventano dei combattenti della resistenza. E’ questo che enfatizza il film. Ognuno sceglie la vita che vuole. Tutti i personaggi principali e le loro storie sono basate su persone che abbiamo incontrato e intervistato.

L’approccio inflessibile di Abdelkader rispecchia la disumanità della polizia francese…
La Rivoluzione mastica le persone e poi le risputa fuori. La repressione fa esattamente la stessa cosa. Una delle scene del film prende ispirazione da L’Armata degli Eroi, quando alcuni membri della Resistenza francese devono eliminare un compagno francese. E’ una scena sconvolgente. Credo che in qualsiasi battaglia per la libertà avvengano delle terribili tragedie umane. Volevo che il film possedesse una qualità epica. Ho sviluppato dei personaggi che fanno la rivoluzione nello stesso modo in cui Al Pacino gestiva la famiglia nel Padrino. Questo mi ha dato una certa libertà dal punto di vista storico. Il mio film non è documentario. Io faccio film.

Sarebbe difficile immaginarla fare questo film senza Jamel Debbouze, Roschdy Zem e Sami Bouajila
Si, il film era per loro, E’ stato scritto per loro. Ci conosciamo molto bene ormai, ma io dovevo essere la guida, dovevano essere mie le mani sul timone. Lavorano tutti molto duramente e danno un enorme contributo sul set. Io mi occupo di controllare la direzione che prende il film, come si sviluppa ogni personaggio. Tutti e tre gli attori sanno di poter contare su di me: abbiamo una grande fiducia reciproca.

E’ il primo film che parla di questi eventi storici. Ha mai avuto paura di quello che avrebbe dovuto affrontare?
Quando fai dei film come Days of Glory o Uomini senza Legge di cosa dovresti avere paura? I francesi, gli algerini, i nord africani e gli africani, specialmente le generazioni più giovani, hanno bisogno di conoscere il passato coloniale.
E’ questa una delle funzioni dei film. Ma la gente va a vedere un film, non legge un libro di storia. Tu devi raccontargli una storia. Forse, dopo aver visto il film gli verrà voglia di approfondire i fatti anche attraverso i libri. Da questo punto di vista, il film lancia un dibattito in cui ognuno potrà dire la sua. Coloro che hanno preso parte a questi eventi possono dare un contributo: essi rappresentano la memoria. La questione è mettere il tutto assieme e rispettare ogni punto di vista diverso. Ma ci sono eventi storici che devono ancora essere spiegati. Ci sono ancora dei testimoni oculari la cui esperienza contribuirà a comprendere meglio la storia. Per quanto riguarda gli eventi accaduti a Setif nel 1945, ad esempio, gli storici francesi e algerini devono lavorare assieme in completa libertà per descrivere le esperienze francesi e algerine, senza l’intrusione di controversie riguardo alla Guerra D’Algeria.


INTERVISTA CON JAMEL DEBBOUZE
Come ha reagito quando ha saputo che avrebbe lavorato di nuovo assieme ai colleghi di Days of Glory?
Ne sono stato davvero felice. Quando Rachid Bouchareb mi chiama, mi sembra come quando Raymond Domenech chiama la sua squadra per la Coppa del Mondo. E’ un privilegio andare lì fuori a difendere i suoi progetti. E, in un certo senso, mi sembra anche di indossare la maglia francese perché, ogni volta, raccontiamo un pezzo della storia francese.

In Uomini senza Legge il suo personaggio è un cugino alla lontana di quello che ha interpretato in Days of Glory?
In un certo senso si. In Days of Glory il mio personaggio era piuttosto fragile e sembrava disinteressato rispetto a quello che accadeva attorno a lui - vedeva la guerra come una sorta di gioco. Analogamente, Said, in Uomini senza Legge, si preoccupa meno della guerra rispetto ai suoi
fratelli. E’ ossessionato dal desiderio di recuperare l’amore di sua madre, che lo vede come un delinquente. La sua reazione lo ferisce molto, perciò cerca in tutti i modi di farsi un nome nel mondo della boxe. Non crede che la rivoluzione possa renderlo libero perché nella sua mente lui è già libero.

Nonostante tutto, è molto protettivo nei confronti dei suoi fratelli.
Essendo il più giovane, ed essendo stato il più coccolato tra i suoi fratelli, ha un legame molto più forte nei confronti della famiglia rispetto a loro. Non è distante quanto Messaoud, e non è devoto ad un’ideologia come Abdelkader. Non appena capisce che i suoi fratelli sono in pericolo il suo istinto lo spinge a raggiungerli e a stargli accanto, nonostante non appoggi la loro causa e sia contro la guerra.

Pensa che il suo obbiettivo sia vendicarsi?
Certamente vuole ottenere il rispetto di coloro che hanno delle possibilità di vita migliori. Said è un uomo orgoglioso. Vuole essere alla pari rispetto ai francesi che incontra e coi quali lavora, da ogni punto di vista. Perciò per lui il fine giustifica i mezzi. Ma come tutti quelli che vengono in Francia per crearsi delle condizioni di vita migliori, ciò che veramente lo spinge è la voglia di conquistarsi il rispetto.

Capisce quale sia la ragione per cui Abdelkader agisce in questo modo?
No. Non riesco a comprendere qualcuno che difende un’ideologia col corpo e con l’anima. Non esiste ideologia per cui valga la pena morire. Sono certo che si possa raggiungere qualsiasi scopo senza far scorrere una goccia di sangue. Allo stesso tempo, io non ho dovuto affrontare quello che capita ad Abdelkader: la morte incombe costantemente su di lui e viene arruolato nella rivoluzione quando si trova ancora in carcere. E’ evidente che non ha alternative.


INTERVISTA CON SAMI BOUAJILA
Cosa l’affascinava di questo progetto?
Prima di tutto, l’idea di una nuova avventura assieme a Rachid Bouchareb. E poi, dopo aver letto la sceneggiatura mi sono reso conto del fatto che era riuscito a tessere una storia meravigliosa che è in parte thriller e in parte azione e avventura.

Ha fatto delle ricerche su questo periodo?
Avevo accumulato una certa conoscenza di questo periodo attraverso altri film, ma ho preferito concentrarmi sulla dimensione umana del mio personaggio. Ho cercato di capire come, a causa delle sue convinzioni o del suo orgoglio, un uomo possa cadere nella trappola del suo stesso carisma e trascinare altre persone assieme a lui. Quando la situazione gli sfugge dal controllo, deve affrontare se stesso e capisce di essere solo un uomo.

Il suo personaggio è un attivista che perde la sua umanità combattendo per la sua causa …
Sapevo sin dall’inizio che era un attivista, ma ho cominciato a comprendere il personaggio solo quando ho iniziato a interpretarlo. E’ stato allora che ho capito che nessun grande leader - come Gandhi, Mandela, il Che o chiunque altro - può permettersi le mezze misure. Devono essere radicali, eccessivamente radicali. Perciò non mi sorprende che Abdelkader, a volte, perda la sua umanità. Come i Viet-Cong, i combattenti dell’FLN erano delle macchine da guerra addestrate dalla Stasi. Inevitabilmente, arriva un momento in cui la macchina ha il sopravvento. Abdelkader dice chiaramente che la rivoluzione non riguarda gli individui, ma trasforma le masse in una forza inarrestabile.

Ma non è capace di uccidere personalmente.
Quella è stata un’idea di Rachid. Io stavo per prendere la corda e strangolare la mia vittima quando lui mi ha fermato, dicendo che ero una ‘macchina’ che incitava gli altri all’azione, ma che non avrebbe potuto commettere un atto del genere personalmente. Lui è un intellettuale che sa usare i concetti meglio delle armi.

L’intesa tra gli attori è palpabile.
Si era una cosa che esisteva già, perciò, quando Rachid ci ha offerto la parte per un progetto che era ancor più ambizioso di Days of Glory, ci siamo immediatamente messi al lavoro.
Tutti concordavano sul fatto che la trappola da evitare fosse quella di cadere in un film politico e perdere la dimensione dell’action\adventure, che tutti amavamo.

Com’è lavorare con Rachid?
Rachid ha un’esperienza e una conoscenza che noi non possediamo. In termini di età, lui è a metà strada tra noi e i nostri genitori, perciò poteva chiederci molto. Non doveva dire gran che: capivamo perfettamente ciò che voleva.


INTERVISTA CON ROSHDY ZEM
Fa parte integrante della famiglia di attori di Rachid Bouchareb
Si, sin dalla prima volta, quindici anni fa, abbiamo continuato a lavorare assieme. E’ un regista molto fedele, non c’è mai stato alcun dubbio riguardo al fatto che avrei fatto parte di questo progetto. La cosa interessante è che durante questi anni lui è diventato più duro nei riguardi dei suoi attori. Ci lascia ancora molta libertà ma adesso sa con precisione quale sia il suo obbiettivo.

Come si è preparato per le riprese?
La prima volta che Rachid me ne ha parlato mi ha chiesto di dare un’occhiata al personaggio di Sterling Hayden nel film di John Huston, Giungla D’Asfalto.
Quando ho visto il film mi è apparso evidente cosa stese cercando Rachid: una combinazione tra forza bruta e contenimento.

E per quanto riguarda la psicologia del personaggio?
Dopo che torna dalla Guerra in Indocina, Messaoud non sa cosa fare. Ha perso la sua naturale autorità di fratello maggiore e adotta una posizione più paternale, facendo da arbitro tra gli altri due fratelli, senza mai prendere veramente posizione.
Ciò che ha vissuto in Indocina lo ha segnato profondamente, come viene simbolizzato dalla cicatrice sull’occhio perso in battaglia. Inoltre, torna con una certa ammirazione nei confronti dei Viet Minh, che combattevano contro i francesi per riappropriarsi della loro terra e della loro libertà.
Perciò, unirsi all’FLN è qualcosa di naturale per lui: è una causa nobile.

Lui uccide delle persone, ma questa cosa tortura la sua coscienza …
Messaoud uccide affinché i suoi fratelli non debbano farlo, e soprattutto affinché Abdelkader non debba fare i conti con il senso di colpa di un atto criminale. E’ una sorta di sacrificio il suo, ma uccidere un uomo è una cosa che lo ferisce profondamente. Dopo aver strangolato l’uomo nel bar, non ne può più. Questo è stato vitale per me. Non volevo che apparisse come un killer spietato.

Va d’accordo coi suoi ‘fratelli’ Jamel e Sami?
Sto in mezzo: tra un genio e un perfezionista. Passiamo molto tempo a parlare dei dettagli della nostra performance e delle motivazioni dei nostri personaggi, e cerchiamo costantemente il modo di migliorarci. Da questo punto di vista, è un proseguimento del lavoro che abbiamo iniziato in Days of Glory.
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