Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow

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locandina Zero Dark Thirty
 
Regista: Kathryn Bigelow
Titolo originale: Zero Dark Thirty
Durata: 150'
Genere: Thriller
Nazione: U.S.A.
Rapporto:

Anno: 2012
Uscita prevista: 7 Febbraio 2013 (cinema)

Attori: Jessica Chastain, Scott Adkins, Joel Edgerton, James Gandolfini, Jennifer Ehle, Taylor Kinney, Mark Strong, Chris Pratt, Jason Clarke, Mark Duplass, Harold Perrineau, Kyle Chandler, Frank Grillo
Sceneggiatura: Mark Boal

Trama, Giudizi ed Opinioni per Zero Dark Thirty (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Greig Fraser
Montaggio: William Goldenberg,Dylan Tichenor
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Lisa Chugg
Costumi: George L. Little

Produttore: Kathryn Bigelow,Mark Boal,Megan Ellison,Tabrez Noorani
Produttore esecutivo: Ted Schipper,Greg Shapiro
Produzione: Annapurna Pictures
Distribuzione: Universal Pictures Italia

La recensione di Dr. Film. di Zero Dark Thirty
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Colonna sonora / Soundtrack di Zero Dark Thirty
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Francesco Bulckaen: Patrick
Chiara Colizzi: Maya
Massimiliano Manfredi: Dan
Francesco Prando: George
Franca D'amato: Jessica
Franco Mannella: Joseph Bradley
Fabio Boccanera: Justin
Gianfranco Miranda: Jared
Giorgio Borghetti: Larry
Angelo Maggi: Wolf
Sandro Acerbo: Steve
Stefano De Sando: Capo Della Cia

Personaggi:
Joel Edgerton: Patrick
Jessica Chastain: Maya
Jason Clarke: Dan
Mark Strong: George
Jennifer Ehle: Jessica
Kyle Chandler: Joseph Bradley
Chris Pratt: Justin
Taylor Kinney: Jared
Édgar Ramírez: Larry
Fredric Lehne: Wolf
Mark Duplass: Steve
Frank Grillo: Comandante
Fares Fares: Hakim
Harold Perrineau: Jack
Reda Kateb: Ammar
James Gandolfini: Capo Della Cia
Scott Adkins: John
John Barrowman: Jeremy
Ricky Sekhon: Osama Bin Laden

Informazioni e curiosità su Zero Dark Thirty


Note dalla produzione:

UNA CACCIA ALL'UOMO
Nelle storiche caccia all'uomo di criminali internazionali, la ricerca di Osama Bin Laden è senza precedenti.
“E' stato come trovare un ago nel pagliaio”, nota la regista Kathryn Bigelow. “Una volta fuggito dall'Afghanistan, Bin Laden si è blindato all'interno di una rete che ci sono voluti anni ed anni prima di scoprire”. Ciò che a mio avviso è davvero intrigante dello script di Marc, è proprio il modo in cui descrive ogni minimo passaggio, in maniera così drammatica quanto concreta, spietata ed inquietante. Si tratta di un racconto molto crudo, schietto”.
Come si è arrivati alla svolta? Quali sono stati gli indizi che hanno portato alla scoperta del nascondiglio di Bin Laden? Si sono fatti facilmente corrompere i terroristi di Al Quaeda?

Al dilà di questi interrogativi sostanziali, per la Bigelow e Boal, la questione fondamentale era un'altra: chi erano gli agenti della CIA che malgrado le avversità, e l'interesse del mondo verso altre emergenze di crisi, non si sono arresi ed hanno continuato a seguire le tracce di Bin Laden? Per la prima volta un film si concentra sulla dimensione umana di questa storia, portando alla luce gli sforzi e le difficoltà degli agenti, ed il caro prezzo costato loro della missione.
“Il problema per me, in qualità di regista, è stato sul come poter unire tutti i pezzi di questa storia epica in modo continuativo, come facenti parte di uno stesso registro”; afferma la Bigelow. “Le ricerche di Marc e la sceneggiatura offrono una prospettiva molto ampia degli avvenimenti, dall'Afghanistan a Washington, al Pakistan, alla vita. Alla fine è diventato tutto come una sorta di processo istintivo, attimo per attimo, scena dopo scena, nel modo di descrivere la storia, moderatamente. E' stata un'impresa enorme e complicata, ed allo stesso tempo sottile; non avrei mai potuto fare Zero Dark Thirty senza aver avuto una grande esperienza come filmmaker alle spalle”.


LE INDAGINI
Le ricerche utili a Bigelow e Boal per raccontare le vicende di Zero Dark Thirty, si preannunciavano ardue, di fronte ad informazioni riservate e sfide complicate per la produzione. Ma in realtà tutto è cominciato sei anni fa in modo semplice e senza ostacoli. “Ho scritto a mano la storia”, dice Boal, “in due tranches differenti. Inizialmente, sei anni fa ho cominciato la stesura di una sceneggiatura che narrasse il fallimento della cattura di Bin Laden a Tora Bora.
Mi ci sono voluti un paio d'anni tra ricerche e scrittura, per arrivare alla pre-produzione di questo film nel 2011, in Romania. Poi, più o meno inaspettatamente, Bin Laden è stato ucciso, cosicché il film ormai non era più attuale. Perciò ho dovuto iniziare a scrivere tutto daccapo”.

“Questa storia mi ha da sempre coinvolto emotivamente perché sono cresciuto a New York, nei pressi del World Trade Center, e dopo l'11 Settembre, ho sentito l'esigenza di saperne di più su Bin Laden e la reazione degli Stati Uniti”, nota Boal, che si è interessato della sicurezza nazionale, e delle guerre in Iraq ed Afghanistan pubblicando articoli per riviste quali Playboy e Rolling Stone. “Quell'uomo ha attaccato la mia città, e all'indomani di quel giorno mi sono affermato come scrittore, definendo la mia vita professionale. Certo non posso dire di aver scelto io l'argomento da trattare. Gli scrittori, come bambini, non sempre hanno bisogno di trovare l'ispirazione. E' lui che ha preso il sopravvento su di me”.

A quei tempi la Bigelow stava attirando su di sé l'attenzione della critica e del pubblico come regista, con la sua visione senza compromessi, e la sua affinità per gli agguati ed il 'tendere le trappole', dove l'azione si abbina agli intrighi umani, in prodotti come Il buio si avvicina, Blue Steel – Bersaglio Mortale e K-19: The Widowmaker. Nel bel mezzo delle ricerche a Tora Bora, Boal e la Bigelow hanno dato vita a The Hurt Locker, che hanno incoronato la regista come cronista leader di guerra del XXI secolo, nonché la prima donna vincitrice del Premio Oscar® per la Miglior Regia.

Inoltre, malgrado i riconoscimenti e l'attenzione sul tema, l'argomento Bin Laden non è mai decollato a Hollywood, tanto che i registi hanno dovuto ricorrere a finanziamenti indipendenti per dar vita al progetto. Boal e Bigelow hanno unito le forze con la produttrice e finanziatrice Megan Ellison, che ha sostenuto il film con la sua etichetta Annapurna Pictures.
Dopo l'evento storico del 1 Maggio 2011, quando la notizia di Bin Laden ha sconvolto il mondo intero, Boal si è trasferito a Washington per parecchi mesi, facendo una full immersion lavorativa di quasi 80 ore a settimana, andando letteralmente in giro a raccogliere più informazioni possibili. E' poi volato in Pakistan ed altre zone del Medio Oriente per seguire le vicenda da vicino.

“Le notizie di attualità di alcune agenzie sono state utili, ed in più la maggior parte dei reportage sono stati fatti nella maniera tradizionale, andando in giro, rivolgendosi direttamente alle fonti, e avvalendosi di una buona dose di fortuna”, spiega Boal. “La mia intenzione era quella di ottenere più resoconti possibili direttamente dalle persone coinvolte nella missione, ed alla fine sono stato fortunato, perché ho avuto la possibilità di scrivere una sceneggiatura fatta quasi interamente da racconti reali”.
“Ovviamente, a meno che non si stia facendo un documentario, ad un certo punto bisogna scrollarsi di dosso le vesti del giornalista per indossare quelle di scrittore, per poter raccontare una storia importante. Dopotutto questo è pur sempre un film. Se si sta descrivendo dettagliatamente una caccia all'uomo durata dieci anni, che bisogna adattare e comprimere sottoforma di film della durata di due ore, bisogna che la storia venga raccontata in maniera davvero efficiente”.

L'approccio di Boal si è sincronizzato perfettamente con la visione che la Bigelow aveva del film. “Il pubblico non sa quasi nulla di quello che gli eroi non celebrati dell'intelligence hanno vissuto, ed è così che deve essere, ma qui si ha la rara opportunità di conoscere da vicino questi uomini e queste donne che sono stati al centro di una delle operazioni più segrete della nostra storia”, afferma la regista. “Mark non solo si è accertato dei fatti, ma ha assorbito tutte quelle sottili sfumature che facevano parte di quella realtà – le personalità, i conflitti, le motivazioni, le incertezze, a cui si è brillantemente ispirato”.


GLI INTERROGATORI
Così come lo spettatore, il personaggio centrale della storia, Maya, viene catapultato nella caccia a Bin Laden con l'inquietante esperienza della cosiddette “tecniche d'interrogatorio rinforzato”* a cui è sottoposto un detenuto che appartiene ad Al Quaeda.
La sconcertante reazione di Maya di fronte a queste immagini scioccanti riecheggiano in tutti noi.
“Per usare un eufemismo, questo è un argomento estremamente controverso. Volevo provare a catturare la complessità della situazione sia moralmente che psicologicamente. L'obiettivo non è stato di palesare nel film un regolamento di conti, o voler porre fine al dibattito sull'efficacia della tortura, talaltro dibattito ancora in corso, anche tra coloro che l'hanno sostenuta ed implementata”; afferma Boal. “Ma essendo parte della storia, non potevamo non includerla. L'obiettivo era quello di riportare chiaramente e realmente gli eventi agli spettatori”.

“D'altra parte," aggiunge,"verso la fine del film, vediamo che in definitiva il rifugio di Bin Laden è stato trovato non attraverso una qualsiasi di queste tecniche utilizzate, ma grazie ad una combinazione tra corruzione, spionaggio tradizionale e mezzi di sorveglianza elettronici”.
Durante le riprese di queste scene, la Bigelow è rimasta attonita. “Da essere umano avrei voluto coprirmi gli occhi e non guardare, ma come filmmaker, avevo la responsabilità di documentare e testimoniare”, afferma. “Ho dovuto vincere il mio disagio per agevolare la narrazione della storia”.
Anche il Direttore della Fotografia Greig Fraser, ACS le ha trovate strazianti, ammettendo che girare le scene degli interrogatori “E' stato davvero difficile, ed è qualcosa che preferirei non dover rifare”, confessa. “Sebbene siano una simulazione, a livello psicologico segnano molto. Ma queste cose sono realmente accadute, e credo che siano la testimonianza di quanto questo film si sia avvicinato agli eventi”.


GLI AGENTI DELLA CIA
Una delle fasi centrali della produzione di Zero Dark Thirty è stata la scelta accurata del cast, che vanta di più di 120 ruoli di attori, scelti tra gli oltre 1000 aspiranti provenienti da tutto il mondo.
Ogni personaggio - facente parte sia del cast principale come gli agenti della CIA e Navy Seals, sia dei ruoli minori, tra cui i detenuti che appaiono solo in alcuni video clip (e che la Bigelow ha girato singolarmente come dei mini-film)- è stato accuratamente selezionato, al fine di creare una rete di personaggi consona ed all'altezza della storia stessa. La Bigelow cercava attori esperti, non necessariamente personaggi pubblici, per far sì che lo spettatore si possa identificare.

“La scelta del cast è stato un lavoro enorme e molto impegnativo” afferma la Bigelow, “ma alla fine è stato l'istinto a guidarmi. Per ogni ruolo erano fondamentali le piccole sfumature come certe cadenze dialettali, certe intonazioni che avrebbero dato quel senso di assoluta veridicità. Finché non vedi, non credi**.
La Bigelow ha addirittura scelto delle voci di sottofondo che avessero precisi accenti, tipici delle regioni di confine del Pakistan.

La chiave di volta del casting è stata la scelta di Maya, l'agente della CIA che si è totalmente dedicata alla ricerca di Bin Laden, tanto da rintracciarlo in un sobborgo del Pakistan. E' una donna che per certi versi rientra nella categoria del classico detective ossessivo cinematografico- che non si dà pace finché il suo uomo non viene catturato- ma che ha in sé delle caratteristiche più contemporanee, relative al fatto che nel film non si evince la sua versatile personalità, lasciando che lo spettatore tragga le sue conclusioni su cosa motivasse Maya, e cosa poi ha causato un suo cambiamento. Mentre, non ci sono dubbi sulla sua determinazione, intelligenza e risolutezza, sebbene appaia sostanzialmente una donna misteriosa.

“Non sono un gran sostenitore della teoria Freudiana sulla personalità e le esperienze”, afferma Boal. “Preferisco i personaggi che vengono definiti unicamente per quello che fanno in quel momento. Allo stesso tempo c'erano problemi pratici: ho dovuto limitare le informazioni biografiche del personaggio per rispettare la segretezza dell'identità”.
Tuttavia, Maya è chiaramente una donna con grandi aspirazioni, e a ricoprire questo ruolo, i filmmaker hanno optato per una delle attrici più versatili e magnetiche di oggi: Jessica Chastain.
“Avevamo bisogno di un'attrice talentuosa, con una grande padronanza dialettica per far fronte alla complessità dei dialoghi, e che avesse un approccio impavido che il ruolo richiedeva”, afferma la Bigelow. “Jessica racchiude serietà ed intensità. Riesce ad incanalare profondità ed è attenta ai particolari anche nei momenti più delicati”.

La Chastain ricorda di essersi sentita da subito adatta al ruolo. “Fin dalla pagina 20 dello script, sentivo che avrei interpretato Maya”, ricorda. “Ho capito da subito perché fosse così provata ed ossessionata da questa ricerca. Ho pensato che sarebbe stata una delle parti più importanti che avrei mai letto; ho apprezzato molto la sua forza e la sua tenacia.
Il personaggio mi ha fatto sorridere quando mostrava la sua determinazione nel voler ottenere qualcosa. I dettagli della sceneggiatura sono eccezionali. Tutti quelli della mia generazione ricordano perfettamente dove si trovavano quando è arrivata la notizia della morte di Bin Laden, eppure nessuno di noi immagina cosa abbiano fatto gli uomini della CIA per trovarlo ed ucciderlo. Il film porta alla luce degli eroi come Maya, gente che ha fatto la differenza”.

L'attrice ha dovuto inoltre subire la metamorfosi di Maya che passa dal ruolo di nuova recluta terrorizzata dai bombardamenti, ad agente d'acciaio pronta ad affrontare le incognite del mondo della lotta al terrorismo.
“Sono rimasta davvero colpita dalla vita di Maya”, continua la Chastain. “In sostanza si vede la sua crescita nel film, e la caccia a Bin Laden la senta come una missione personale; si vede tutto il suo cambiamento, fino a diventare realmente un'altra persona. La fine del film, poi l'ho trovata molto interessante: è quasi come se lei alla fine avesse perso la sua identità. Nella mia interpretazione quindi incarno tutta questa complessità emotiva, tratta da una vita reale”.

Lavorando per le riprese in India e Giordania l'attrice ha avuto la possibilità di vedere come le donne, come Maya, passino inosservate secondo questa cultura straniera. “Ti senti in un altro mondo, tagliata fuori da tutto ciò che solitamente vivi”, nota la Chastain. “Penso che sia stata la stessa cosa per Maya la prima volta che è arrivata. Tutto ciò con cui ti relazioni è amplificato – molto vicino, molto veloce, e sono tutte cose che si capiscono solo vivendole. Non vedo come avremmo potuto fare questo film, con queste caratteristiche, in qualche altro posto”.

Giunta in Pakistan, Maya è sotto l'ala protettiva di Dan, un agente della CIA che da subito ha il compito di istruirla sul trattamento dei terroristi nemici.
Questo ruolo centrale è affidato all'attore australiano Jason Clarke. Ha convinto la Bigelow durante un'audizione risalente a qualche anno fa.”Mi è rimasto impresso”, aggiunge la regista. “E' una forza della natura, e racchiude determinazione e sofisticazione: tutte caratteristiche perfette per questo ruolo”.
Clarke è andato in Afghanistan, esattamente l'11/9, installandosi in un villaggio remoto. La Bigelow continua: “E' una persona che conosce molto bene la storia, ed in qualsiasi posto lui vada è sempre molto attento”.

“L'aver molto viaggiato mi ha agevolato per il personaggio di Dan”, concorda Clarke. “Deve essere in grado di mimetizzarsi, deve saper affrontare gli imprevisti, è guardingo, sensibile e consapevole. Sono stato in posti strani, addirittura spaventosi, ed ho imparato che bisogna imparare ad essere svegli, decisivi, ma soprattutto pazienti: tutte qualità che Dan ha sviluppato.
Tutte queste qualità entrano in gioco durante gli interrogatori della CIA, benché in quelle occasioni si mescolino anche ad adrenalina, istinti primordiali, frustrazioni. Clarke osserva che estorcere informazioni da persone non collaborative è molto complicato, ed implica molte zone d'ombra per chi è coinvolto. “Ironia della sorte, gli interrogatori formano le relazioni sociali”, spiega. “Penso che il film faccia vivere al pubblico un'esperienza unica: viscerale, emozionale ed intelligente, tanto da poter trarre da soli le proprie conclusioni”.

Uno dei ruoli più strazianti in Zero Dark Thirty è quello di un uomo sottoposto agli interrogatori di Dan in più sedute, che subisce torture fisiche e mentali. A giocare il ruolo del detenuto non collaborante Ammar, è l'attore franco-algerino Reda Kated, acclamato per la sua performance nel romanzo criminale di Jacques Audiard Il profeta.
Riguardo queste sequenze, Boal afferma: “Non ci siamo scelti i tempi in cui viviamo. La lotta al terrorismo pone gli individui in una situazione in cui le normali regole e la moralità non sono poi così delineate”.

Kateb ammette di aver avuto delle riserve: “Quando ho letto la parte, mi sono un po' intimorito a causa dell'intensità e della brutale onestà delle circostanze… Sono cose che abitualmente non fanno parte di me. Ma poi l'ho letta una seconda volta, e lo script era scritto talmente bene che ho capito di dover andare oltre i normali clichè che ci riserviamo sul mondo arabo che vediamo in TV. Ho capito che nella sceneggiatura venivano racchiusi tutti i lati umani della vicenda, e secondo il mio punto di vista un artista deve essere in grado di farlo”.

Una volta sul set, Kated ammette l'importanza di conservare l' energia fisica e morale, e di doverle applicare con giudizio. “Dovevo stare molto attento a non farmi prendere dall'impeto del momento, perché dovevo essere altrettanto pronto per le riprese successive”, spiega. “Ho dato molto, e non potevo rischiare di perdere la carica necessaria per le riprese dei giorni seguenti”.
Per lavorare insieme a Jason Clarke, durante il suo interrogatorio, bisognava avere anche molta complicità. “E' strano incontrare una persona in maniera serena e poco dopo ritrovarsi ad affrontare quei confronti strazianti”, ammette Kated, “Ma sapevamo perfettamente che quei ruoli duravano fino alla fine delle riprese. Avendo bene in mente questo, siamo stati capaci di farlo molto bene, e nella realtà siamo in grande sintonia”.

Durante quelle scene inquietanti, Clarke spesso nella pausa delle riprese ha dovuto rassicurare Kateb di essere sempre lo stesso Jason. “Volevo solo fargli capire che non doveva preoccuparsi di nulla”, afferma. “Che quella era soltanto una messa in scena”.
Ad interpretare il ruolo di Joseph Bradley, il capo della postazione della CIA di Maya ad Islamabad, è Kyle Chandler. “Kyle ha un fascino tutto americano”, afferma la Bigelow. “Ci sono uomini come lui che fanno parte della CIA, agenti che mostrano quel lato di sé, per essere più scaltri. Fa vedere di agire nella maniera più giusta, anche se in fondo è un po' mascalzone”, osserva.

Boal aggiunge: “Una volta un ex capo di un servizio di intelligence mi ha rivelato che .Le brave persone non diventano case officiers***, e questo concetto mi ha condizionato molto, -l'idea cioè, che questo sia un lavoro dove l'inganno è un pre-requisito per far carriera- mente scrivevo la parte di Kyle.
“Svolge un lavoro in cui si pretende molto da se stessi”, commenta Chandler. “Deve prendere delle importanti decisioni che potrebbero alterare la vita di altre persone, sia immediate che a lungo periodo. E' stato notevole rendermi conto che della gente comune svolga lavori straordinari”.

A Langely (USA), l'ultimo capo di Maya è George, in testa alle Divisioni del Counter Terrorism Center
della CIA in Afghanistan e Pakistan, il cui ruolo è affidato a Mark Strong. Anche se i dialoghi di Strong sono
parte della sceneggiatura, molte frasi sono estratte dai reportage. “Nel lungo discorso dove afferma .fate il
vostro dovere, portatemi della gente da uccidere', si riportano frasi realmente dette”.
Nell'incertezza degli indizi, e senza la figura ben precisa di un leader, Maya si affianca ad una nuova
recluta per la sua frenetica ricerca: Larry, un agente della CIA del Ground Branch ed esperto di spionaggio,
interpretato da Edgar Ramirez, che ultimamente ha interpretato il famigerato terrorista Carlos lo sciacallo in
Carlos.

“Ho trovato molto interessante rivestire i panni di un ragazzo che deve continuamente mimetizzarsi e
passare inosservato”, spiega. “Larry vive senza una sua identità”.
La scelta reale delle location, e le immagini stile guerriglia, hanno aumentato l'intensità
dell'interpretazione di Ramirez. La Bigelow lo ha mandato nei mercati caotici dell'India ad aggirarsi
liberamente, e con una telecamera nascosta che lo seguiva in ogni suo spostamento.
“Ha dato un'immagine speciale alle cose”, afferma. “Si aveva l'impressione di respirare la stessa aria
che respiravano coloro che realmente davano la caccia a Bin Laden: è questo quel che ho più apprezzato
del film. Le esperienze autentiche e le emozioni vere della gente che ha vissuto quelle vicende, e di come
hanno condotto il loro lavoro”.

A contrastare Maya c'è un'altra figura femminile della CIA in Pakistan: Jessica, dotata di un
maggiore bagaglio di esperienze e tradizionalista; un personaggio ispirato ad un agente della CIA realmente
esistita.
Jessica, interpretata da Jennifer Ehle, rappresenta una generazione di analisti della CIA in azione
ancor prima dell'11 settembre. “Appartiene più alla .vecchia scuola', per come prende in mano le redini”, nota
la Ehle. “All'epoca dei suoi esordi come agente segreto, le tecniche della CIA si rifacevano a quelle della
Guerra Fredda, ed è così che si è formata”.
Per questo sono nate tensioni e competizioni che hanno disturbato Maya. “Jessica e Maya sono
entrambe delle donne dominanti tra gli agenti in Pakistan, dice la Ehle. “Perciò è normale che ci siano degli
attriti tra loro, ma all'occorrenza hanno saputo avvicinarsi”.


I NAVY SEALS
Nelle fasi culminanti della caccia a Bin Laden, è intervenuto un altro gruppo di velati guerrieri: i Navy SEAL Team Six, incaricati di effettuare l'incursione con gli elicotteri nel covo di Bin Laden ad Abbottabad. Rinomati per la loro fisicità, e la loro capacità di resistenza anche in condizioni estreme, i Navy SEAL sono una razza speciale di soldati: giudiziosi, creativi, tenaci, tiratori. A rappresentare questi uomini, la Bigelow è andata alla ricerca di attori che potessero incarnare questa personalità, e potessero sostenere l'allenamento necessario utile al film, tra cui un rigoroso ed intenso campo di addestramento in stile Special Forces.
Il ruolo di Patrick, leader dei Navy SEAL, è affidato ad un attore emergente australiano: Joel Edgerton. “Kathryn e Mark erano ossessionati da ogni dettaglio”, afferma Edgerton. “Siamo stati monitorati sul set da un ex Navy SEAL, al quale chiedevano costantemente 'come sono andati?' 'come tenevano le armi?' …Senza sosta!”.

Aggiunge la Bigelow: “Joel è una presenza che incute serenità ed energia, e si sente subito la sua autorevolezza e la sua forza. Ha reso Patrick una persona disponibile, che è stato fondamentale per la riuscita del film. Ha una naturale propensione alla leadership che lo rende credibile come capo di un gruppo”.
Lo stesso pensava di Chris Pratt, attore alla ribalta con il film plurinominato agli Oscar® Moneyball – L'arte di Vincere, che in questa pellicola interpreta Justin, il camerata di Patrick nel raid. “Quel che mi ha colpito è stata la sua forza, e la sua affabilità”.

Ma Pratt ha apportato un valore aggiunto al suo ruolo – in famiglia avevano svolto la carriera militare. La Bigelow aggiunge: “Sembrava che capisse perfettamente come questi ragazzi riuscissero a sopravvivere a questa struggente esperienza lavorativa, senza perdere l'umorismo”.
Col personaggio di Pratt, Justin rappresenta lo scetticismo di molti, di fronte alle informazioni riguardo la natura circostanziale delle prove che Bin Laden fosse realmente nascosto nel covo di Abbottabbad. “Penso sia lecito il suo scetticismo”, dice Pratt. “Dopotutto, quella non era la prima volta che i ragazzi erano stati mandati ad 'uccidere Bin Laden'. Ed un ragazzo come Justin ha perso molti amici sul campo durante quelle missioni, e come tutti conosce il prezzo da pagare in caso di passi falsi”.


L'ILLUSIONE DELLA REALTA'
“Ho voluto ricreare un ambiente che non sembrasse artificiale, e che catturasse al contempo l'esotismo e la forza propria della storia con delle immagini il più possibile suggestive”; afferma la Bigelow. “Così è andata a finire che anche se abbiamo pianificato tutto al centimetro, fortunatamente sembra tutto invece spontaneo, o addirittura scoperto a caso… la naturalezza però ci è costata molto tempo”.
In primo luogo, per la Bigelow parte del lavoro è stato affrontato a livello manageriale per l'integrazione delle attività del camera department con l'art department, al fine di unificare ed integrare i due sistemi. La scenografia ed i costumi erano allo stesso modo coordinati, sostiene, “di pari passo con la macchina da presa”.

La Bigelow si è avvalsa di un Direttore della Fotografia come Greig Fraser (Biancaneve e il cacciatore; Blood story; Bright Star), ed uno Scenografo come Jeremy Hindle (al suo debutto cinematografico in questa veste), i quali oltre che colleghi sono anche grandi amici. “Sono due professionisti”, dice la Bigelow. “Lavorando così a stretto contatto si conoscono talmente bene che uno potrebbe finire la frase dell'altro, e tutto quell'in più che ne viene fuori contribuisce a creare un'estetica più omogenea”.

“So che a Greig piacciono molto le superfici che riflettono”, afferma Hindle, “Perciò gli ho fornito delle opportunità, specialmente usando luci soffuse, per dare più brillantezza alla fotografia”.
Il risultato è dato da una camera 'viva' e coinvolgente, a mano, dalle immagini grossolane. “Ogni volta che una scena assomigliava a quella di un altro film, Greig ed io ci guardavamo e dicevamo 'Santo Cielo, non lo possiamo fare', perciò la rifacevamo da capo rendendola meno familiare, ma sempre nel modo più naturale possibile”.

Fraser si è entusiasmato fin dall'inizio di fronte le sfide di Zero Dark Thirty. “A livello fotografico, una delle cose più interessanti di questa storia è che si pone il pubblico di fronte una realtà che non conosce. Dagli uffici della CIA a Washington, alle strade del Pakistan fino al nascondiglio di Bin Laden, ci sono molti contrasti geografici ed una miriade di immagini che accompagnano l'audience in un viaggio reale”.
Tutti questi contrasti diventano una costante della vita quotidiana di Maya. “E' passata dalle luci bianche e nitide degli uffici della CIA, alla foschia, lo smog e la vivacità dei colori delle strade”; osserva la Bigelow.

La Bigelow e Fraser hanno da subito deciso di girare il film con telecamere digitali ARRI ALEXA. “E' stata una scelta ben precisa, nata dalla necessità di catturare le luci nella penombra del raid ad Addottabad”; spiega la Biogelow. “Queste macchine da presa sono molto sensibili alla luce, perciò siamo stati in grado di utilizzare anche solo luci soffuse, che ci hanno permesso di simulare con molta precisione anche le riprese notturne e più buie”.
“Nelle mani di Greig, e dotate di specifiche lenti che ha opportunamente scelto, le ALEXA hanno dato una texture unica, che non sembra quella di un film, né tantomeno il risultato di una macchina digitale”; sostiene la Bigelow. “L'immagine non è perfettamente nitida, è grossolana con colori densi, saturi e ricchi”.


L'ISPIRAZIONE A LUOGHI ESTREMI
La produzione di immagini così ricche ha significato girare in lungo e in largo per individuare i posti che meglio corrispondevano alla realtà delle vicende. Per mantenere il loro impegno votato al realismo, la Bigelow e Boal sono stati molto determinati fin dall'inizio a non voler girare Zero Dark Thirty negli studi. Al contrario, sono stati pronti ad andare anche nei posti più lontani a cercare delle location che meglio rappresentassero le realtà tribali e le città del Pakistan, teatro della caccia a Bin Laden.
La Bigelow afferma: “Hai di fronte un ambiente reale, che devi manipolare, isolare, allestire con tutti gli attrezzi del mestiere per tentare di dargli una valenza visiva”.

Dopo aver cercato in tutto il mondo una struttura che assomigliasse all'edificio dell'Ambasciata Americana ad Islamabad, in Pakistan, i filmmaker hanno optato per l'Università delle Scienze in una cittadina del nord dell'India, Chandigarth, ai confini col Pakistan. La scuola, perfettamente funzionante e piena di giovani studenti, è stata ridipinta ed allestita ponendo molta cura agli spazi di ripresa. E' stato inoltre effettuato un esame dettagliato sulla scelta del colore e la consistenza delle pareti; e per finire il tutto è stato sottoposto all'approvazione del Dipartimento di Stato.
“In che modo, dove e come abbiamo girato, rispecchiano i fatti realmente accaduti”; afferma Boal. “Sapevamo di andare incontro ad una impresa ardua nel trascinare tutti i componenti utili alla realizzazione del film in giro per il mondo, ma dopotutto ci ha dato delle emozioni uniche: la realizzazione di questo genere di film suscita sempre in tutti un gran senso di precarietà e pericolosità”.

Tuttavia, Zero Dark Thirty ha rappresentato il primo film sul Medio Oriente interamente girato lì; per questo la produzione ha attirato una ammirevole attenzione su di sé. “Per le riprese in India abbiamo dovuto scontrarci con molta burocrazia”, nota Boal. “Dovevamo ottenere i permessi per molte delle cose che invece negli USA sono scontate: dalle sigarette fumate sul set, alle riprese durante un giorno di festa nazionale: tutto necessitava dell'approvazione degli Affari Interni… Così facendo pensavamo che niente sarebbe andato storto, ma gli imprevisti non sono mancati.
A Chandigarth le riprese si sono tenute nel pieno caos cittadino, il che significava dover spesso contenere e gestire la folla. “Attiravamo molti curiosi, e spesso non riuscivamo a controllarli”, ricorda Boal. “La soluzione è stata attirare la folla con false riprese: una di queste, che riprendeva un ballo, ci è poi realmente servita”.

Ad un certo punto la produzione ha avuto a che fare con una folla differente: un gruppo di dimostranti infuriati, il cui turbamento era dovuto ad una decalcomania raffigurante la bandiera americana della grandezza di 2 pollici, lasciata inavvertitamente su una falsa insegna stradale pakistana. E' stata necessaria la 'risoluzione diplomatica'. “Il gruppo ha mandato il proprio leader, ed abbiamo dovuto riunirci in una tavola rotonda per spiegargli che non volevamo in nessun modo oltraggiare l'India”; ricorda Boal. “La loro risposta è stata: 'Siete nostri graditi ospiti, ora potete continuare con le riprese'”.


LA RIPRODUZIONE DEL COVO DI BIN LADEN IN GIORDANIA
Il punto culminante di Zero Dark Thirty si svolge sul set più impegnativo ed intrigante: il ritrovamento di Bin Laden all'interno di un complesso blindato di 38000 piedi in una zona residenziale di Abbottabbad, in Pakistan, 100 km a nord del confine con l'Afghanistan ed a meno di un miglio dall'Accademia Militare Pachistana.
Con il supporto di cianografie, dati dell'intelligence e reportage indipendenti, la produzione ha potuto riprodurre il complesso murato, mattone su mattone, centimetro per centimetro con tanto di piastrelle, utilizzando costruttori locali provenienti da un villaggio del Mar Morto. La Bigelow voleva a tutti i costi mostrare con precisione l'ambiente in cui Bin Laden è stato trovato, che significava non voler utilizzare un set parziale.

“L'edificio che abbiamo costruito era assolutamente reale: le luci si accendevano, le porte si chiudevano ed ogni stanza era arredata esattamente come descrivono le informazioni fornite dalle nostre ricerche”; afferma la Bigelow.
La riproduzione degli ambienti è stata curata dallo scenografo Jeremy Hindle, che condivide con la Bigelow l'attenzione ai dettagli. “Entrambi volevamo che la scenografia di questo film non desse l'idea di essere stata allestita per l'occasione”, spiega. “Doveva sembrare una casa vissuta in quel momento”.

“Il suo scopo era quello mostrare un contesto emotivo fatto di azione e violenza, oltre alla rappresentazione fisica”, osserva Hindle “I suoi film lasciano la sensazione che l'azione ti abbia colpito al cuore oltre che la testa”.
Per ricostruire l'edificio Hindle si è avvalso della collaborazione dell'azienda britannica Framestore, specializzata negli effetti speciali in 3D. Insieme al suo team ci sono voluti 3 mesi di lavoro per terminare la struttura dalla posa dei primi mattoni, a dargli un aspetto di 'vissuto', tanto che alla fine difficilmente si distingueva nelle foto dall'originale.
“E' stato davvero inquietante”, riflette. “Dopo sei settimane di pittura, texture, fessurazione, demolizioni e ricostruzioni, l'edificio ha preso vita. Si aveva l'impressione di essere proprio ad Abbottabad”.

L'autenticità proviene infatti dalla stabilità della struttura. “Abbiamo dovuto costruire un edificio che resistesse al volo ed all'atterraggio degli elicotteri Black Hawk, perciò abbiamo dovuto assicurare le fondamenta fino 2-3 metri sottoterra”, spiega Hindle.
Oltre al complesso di Bin Laden, cha ha rappresentato un'impresa enorme, Hindle si è occupato anche di ricreare un certo numero di location che non sono più visionabili né documentabili. Ad esempio le Khobar Towers, un complesso residenziale dell'Arabia Saudita bombardato nel 1996 presumibilmente da Osama Bin Laden e Al Quaeda; e Camp Chapman, la base della CIA vicino Khost in Afghanistan, fatta saltare da un kamikaze nel dicembre del 2009.


LE LUCI DEL RAID
Una volta terminata la costruzione del complesso, un ulteriore sforzo è stato il ricostruire fedelmente gli avvenimenti accaduti quella fatidica notte. La difficoltà incontrata è stata la coreografia di un insieme di luci con una simulazione di sparatoria che si attenesse all'esperienza realmente vissuta dai SEALs.
“I SEALs sono arrivati sul posto in una notte completamente buia, senza luna – la più buia del mese ed abbiamo dovuto ricreare quell'atmosfera, dovendo fornire allo spettatore le informazioni visive sufficienti su quel che stava accadendo”, dice il Direttore della Fotografia Fraser. “Non volevamo sfruttare l'illuminazione notturna convenzionale, perciò ci siamo dovuti inventare qualcosa. Senza dubbio è molto, molto complicato ricreare un ambiente senza luci”.

“Abbiamo provato una dozzina di opzioni per dare all' ambiente un aspetto notturno, abbiamo fatto molte prove, ed abbiamo discusso su 'quanto' buio dovesse essere”. Fraser continua: “Alla fine siamo arrivati alla conclusione che per far rendere conto al pubblico di quanto fosse buia quella notte, e quali fossero gli stati d'animo, occorresse mettere in scena qualcosa di non convenzionale”.
L'oscurità della notte nelle sequenze è interrotta da alcuni lampi di luce generati da esplosioni o altre fonti luminose vicine. “Anche questo fa parte della realtà vissuta dai SEALs”, nota Fraser. “Avevano bisogno della luce, e ne approfittavano quando c'era”.

“Per ottenere questi effetti, abbiamo allestito un impianto di luci a raggi infrarossi, ed abbiamo girato come se fossero dei video amatoriali. Questo lavoro si è rivelato piuttosto preciso nel riprodurre lo scenario che i SEALs hanno avuto davanti ai loro occhi, perché anche loro stessi erano dotati di luci a raggi infrarossi”.
La Bigelow ha girato la maggior parte delle sequenze del raid due volte- una per riprendere il buio della notte, ed un'altra per le riprese effettuate con il sistema di illuminazione per la visione notturna- mentre tutti gli altri facevano i conti con una tempesta di sabbia che alzava muri di polvere sul set. “Stavamo effettuando le riprese proprio la notte del primo anniversario del raid; ed è stata una sensazione inquietante”, afferma la Bigelow.


GLI STEALTH BLACK HAWKS
Uno degli aspetti più audaci della missione statunitense ad Abbottabad è stato l'utilizzo di mezzi top secret, sperimentali, mai impiegati in circostanze analoghe: gli elicotteri Sikorsky Black Hawk modificati con l'alta tecnologia Stealth per consentire loro di avvicinarsi ed evitare il rilevamento dalla sicurezza militare pachistana. Sebbene gli elicotteri convenzionali Black Hawks abbiano una lunga storia alle spalle per gli usi militari in zone insidiose come Grenada, Iraq, Somalia, i Balcani e ultimamente in Afghanistan, la tecnologia sperimentale utilizzata ad Abbottabad una volta attivata ha reso questa missione sempre più imprevedibile.

I parametri della struttura dell'elicottero Stealth Black Hawk restano riservati, anche se alcuni disegni e delle foto sono emerse dopo il raid. Per la progettazione delle 4 copie utili al film, lo scenografo Hindle si è basato sulle immagini note dei caccia con tecnologia stealth. Come i jet, gli Stealth Black Hawk utilizzano materiali hi tech per i rivestimenti, impiegano angoli strutturali piatti per eludere i radar, e hanno un sofisticato controllo della rumorosità.

“Nessuno realmente sa per certo come sono fatti da vicino”; dice Hindle, “Ma oltre alle foto ed i disegni che si possono trovare su internet, abbiamo contattato vari esperti dell'aviazione ed elicotteristi, ed abbiamo tratto le nostre conclusioni, di come dovrebbero essere. In definitiva non esistono molte alternative. Hanno la fusoliera del Black Hawk, e nella parte superiore sono state apportate le modifiche per renderli invisibili ai radar”.
Le copie degli elicotteri sono stati prodotte a Londra esternamente in acciaio e fibra di vetro, poi spedite in Giordania per essere assemblate per le riprese oltre che per motivi logistici. “Li abbiamo spediti in tre container”, spiega Hindle, “e c'è voluta una vita per farli arrivare. Pezzi di elicotteri stealth che nessuno ha mai visto prima non sono stati semplici da far passare alla dogana in Giordania!”.

Per offrire al pubblico l'effetto della caduta dell'elicottero, che per poco mandava all'aria tutta la missione, la Bigelow e Hindle hanno deciso di appendere una copia di Black Hawk appena fatta, ad una gru di 60 metri, per simulare la rotazione a spirale tipica degli elicotteri che cadono. “Alla rotazione però dovevano essere coinvolti anche gli attori ed i cameraman”, dice Hindle. “Perciò abbiamo utilizzato delle macchine che facevano vento, alzando detriti che ci hanno permesso di girare la scena al massimo che potevamo”.

Oltre alle copie degli elicotteri utilizzate, nel film vengono impiegati due Black Hawk Giordani che hanno sorvolato dal vivo l'edificio per le riprese, i quali in post produzione sono stati manipolati col CGI per assumere un aspetto stealth. I filmmaker oltre gli elicotteri, volevano mostrare l'esperienza di volo dei SEALs in questa situazione imprevedibile e pericolosa. “Abbiamo dato al pubblico la sensazione di come doveva sentirsi un soldato di loro intrappolato all'interno di un 'bus volante' basso e lento, senza l'agibilità e la velocità di cui dispone un normale Black Hawk”, riassume Boal. “Le luci sono spente e tutto quello che c'è, è l'oscurità del Pakistan. La loro non è stata un'impresa facile, ma ci sono riusciti”.


LA FASE CONCLUSIVA
Completata la fotografia, la Bigelow è passata a dirigere il montaggio, dove ha lavorato con i montatori nominati agli Oscar® Dylan Tichenor e William Goldenberg, che hanno studiato attentamente il metraggio per ricostruire la storia finale. Fino ad allora aveva girato quasi 610 mila metri di filmati digitali. “Era una montagna di materiale”, nota la Bigelow, “Dovevamo tagliare più di tre ore. Ma Billy e Dylan sono stati fantastici, e mi hanno aiutato ad arrivare alla giusta durata”.
Un altro importante contributo al lavoro l'ha dato il supervisore al montaggio sonoro e designer sonoro pluripremiato agli Oscar® Paul N.J. Ottosson, che in precedenza ha lavorato con la Bigelow in The Hurt Locker. “La mia visuale è solo a 180 gradi, ed il suono completa gli altri 180”.

La componente fonetica finale del film è data dall'evocativa colonna sonora del compositore Alexandre Desplat (Il Discorso del Re) quattro volte nominato agli Oscar®. La Bigelow ha lavorato a contatto con Desplat affinché componesse delle musiche che fossero complementari e non sostituissero il tono realistico del film. “Alexandre ha la rara capacità di giustapporre un'atmosfera profonda ad una struttura melodica molto complessa e finemente sintonizzata”, afferma la Bigelow. “Ha dato vita a motivi sorprendenti, in grado di accompagnare lo spettatore attraverso dieci anni di storia”.
Concludendo: “L'obiettivo finale per noi tutti è stato di portare la gente in questo mondo oscuro ma di vitale importanza, osservabile solo in rari momenti, ed illuminarne il loro volto”.


“Enhanced Interrogation” : Il programma di detenzioni segrete della Cia, nel corso del quale i detenuti venivano
sottoposti al "waterboarding" e a tutta una serie di "tecniche d'interrogatorio rinforzate" (comprendenti la privazione del
sonno e l'obbligo di rimanere in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo), era stato istituito con l'autorizzazione
dell'allora presidente Bush. – fonte: Amnesty International
’You know it when you see it’ cit. di Potter Stewart , Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti
il ‘case officier’ è un agente nonché membro dello staff ufficiale di un servizio di intelligence
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