Regista: Danny Boyle
Titolo originale: 127 Hours
Durata: 90'
Genere: Drammatico, Avventura
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 25 Febbraio 2011 (cinema)
Attori: James Franco, Amber Tamblyn, Kate Mara, Lizzy Caplan, Clémence Poésy, Kate Burton, Darin Southam, Elizabeth Hales, Norman Lehnert
Soggetto: Aron Ralston
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Trama, Giudizi ed Opinioni per 127 Ore (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: 127 Hours
Durata: 90'
Genere: Drammatico, Avventura
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 25 Febbraio 2011 (cinema)
Attori: James Franco, Amber Tamblyn, Kate Mara, Lizzy Caplan, Clémence Poésy, Kate Burton, Darin Southam, Elizabeth Hales, Norman Lehnert
Soggetto: Aron Ralston
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Trama, Giudizi ed Opinioni per 127 Ore (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Enrique Chediak,Anthony Dod Mantle
Montaggio: Jon Harris
Musiche: A.R. Rahman
Scenografia: Suttirat Larlarb,Les Boothe
Costumi: Suttirat Larlarb
Produttore: Danny Boyle,Christian Colson,John Smithson
Produttore esecutivo: Bernard Bellew,Lisa Maria Falcone,John J. Kelly,Tessa Ross
Produzione: Cloud Eight Films, Everest Entertainment, Darlow Smithson Productions, Pathé
Distribuzione: 20th Century Fox
Montaggio: Jon Harris
Musiche: A.R. Rahman
Scenografia: Suttirat Larlarb,Les Boothe
Costumi: Suttirat Larlarb
Produttore: Danny Boyle,Christian Colson,John Smithson
Produttore esecutivo: Bernard Bellew,Lisa Maria Falcone,John J. Kelly,Tessa Ross
Produzione: Cloud Eight Films, Everest Entertainment, Darlow Smithson Productions, Pathé
Distribuzione: 20th Century Fox
La recensione di Dr. Film. di 127 Ore
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Colonna sonora / Soundtrack di 127 Ore
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Voci / Doppiatori italiani:
Massimiliano Manfredi: Aron Ralston
Letizia Scifoni: Megan Mcbride
Letizia Ciampa: Kristi Moore
Chiara Gioncardi: Rana
Stefano De Sando: Padre di Aron
Lorenza Biella: Madre di Aron
Informazioni e curiosità su 127 Ore
Basato sul libro biografico "Between a Rock and a Hard Place" di Aron Ralston.Note dalla produzione:
La Fox Searchlight Pictures e la Pathé presentano, in associazione con la Everest Entertainment, una produzione Cloud Eight / Decibel Films / Darlow Smithson. 127 HOURS è diretto da Danny Boyle e la sceneggiatura, scritta da Danny Boyle & Simon Beaufoy (“The Millionaire”), si ispira al romanzo Between a Rock and a Hard Place di Aron Ralston. Il film è prodotto da Christian Colson, Danny Boyle e John Smithson, mentre Bernard Bellew, John J. Kelly, François Ivernel, Cameron McCracken, Lisa Maria Falcone e Tessa Ross sono i produttori esecutivi. Il cast, guidato da James Franco, include Amber Tamblyn, Kate Mara, Clémence Poésy, Kate Burton e Lizzy Caplan. Per ricreare l’intera gamma di esperienze vissute dal protagonista, la produzione si è avvalsa delle competenze e dell’inventiva di due direttori della fotografia di prim’ordine, Anthony Dod Mantle, B.S.C., D.F.F. (“The Millionaire”) ed Enrique Chediak (“28 Giorni dopo” - 28 Days Later), della scenografa e ideatrice dei costumi Suttirat Larlarb (“The Millionaire”), di Jon Harris (“Kick-Ass”) al montaggio e del curatore delle musiche A.R. Rahman (“The Millionaire”).
127 HOURS
Un venerdì sera di aprile 2003 il ventiseienne Aron Ralston parte per lo Utah per trascorrere un weekend tra le stupefacenti bellezze del remoto Canyonlands National Park. Sei giorni più tardi ricompare, raccontando una storia a dir poco sbalorditiva di sopravvivenza nella natura selvaggia e d’indimenticabile forza umana di fronte alle avversità.
Molte fra le persone che conoscono ciò che è accaduto e sanno in che modo Ralston è sopravvissuto alle sconvolgenti 127 ore trascorse da solo, in un luogo isolato, con una mano bloccata da un masso inamovibile, scarse riserve di cibo e poche gocce d’acqua, riuscendo a liberarsi soltanto con un incredibile atto di coraggio, si sono chieste:
Che cosa ha provato quando si è reso conto di essere giunto alla resa dei conti estrema?
Dove ha trovato la volontà di resistere in una situazione così disperata?
Riuscirei a fare lo stesso, pur di sopravvivere?
Queste sono le stesse domande che si sono posti il regista Danny Boyle, il produttore Christian Colson e lo sceneggiatore Simon Beaufoy, che hanno lavorato insieme in “The Millionaire” (Slumdog Millionaire), esuberante storia d’amore ambientata nei bassifondi di una città indiana, che ha vinto vari Oscar ed è diventata un fenomeno globale. Ma Boyle ha anche visto qualcosa di più nell’avvincente storia di Ralston, e cioè l’opportunità di forgiare un’esperienza cinematografica innovativa da far vivere in prima persona, in cui gli spettatori fossero emotivamente coinvolti in ogni momento – in ogni fantasia, sogno, ricordo, rimpianto e ispirazione – mentre Ralston passa dalla disperazione a una determinazione a voler vivere così possente da spingerlo a compiere un gesto quasi impossibile.
Non appena ha iniziato a leggere il bestseller di Aron Ralston Between a Rock and a Hard Place, Boyle ha saputo esattamente che tipo di film volesse trarre da quella storia vera: un film basato su riprese profondamente focalizzate sul protagonista, per penetrare nel suo viaggio interiore, per spingersi sotto la pelle di Aron e nella sua testa quando la scelta tra la vita e la morte diventa più incalzante, come non sarebbe stato possibile in nessun altro modo.
"Sapevo di voler portare il pubblico nel canyon dove si trova Aron e lasciarlo lì finché il ragazzo non si fosse liberato" spiega il regista. "Per me questa è una straordinaria storia di sopravvivenza nella natura, ma penso che la vicenda si svolga anche su un altro piano che sorprenderà gli spettatori. Non è semplicemente il racconto di come Aron sia riuscito a sopravvivere, per quanto il fatto abbia dell’incredibile. Aron ha attinto da una forza vitale che va ben oltre il suo straordinario coraggio ed è questo che speriamo di essere riusciti a catturare sullo schermo. È qualcosa che ci lega gli uni agli altri e ci spinge a stare insieme: quando Aron, che è completamente solo nel canyon, focalizza il pensiero su un’idea di comunità, accade qualcosa di straordinariamente potente".
Boyle aggiunge: "Riguardo alla disavventura di Aron, molte persone mi dicono di non sapere se sarebbero riuscite a compiere lo stesso gesto. Ma io penso che tutti noi faremmo qualunque cosa pur di rimanere vivi e conservare questo bene prezioso che è la vita. Penso che, in quei sei giorni nel canyon, Aron abbia avuto piena consapevolezza del valore della vita. Una delle idee del film è che lui non sia mai stato veramente solo. Fisicamente, in realtà, lo era e molto, ma spiritualmente era circondato da tutti coloro che aveva conosciuto, amato e sognato. Questo sentimento ha fatto la differenza ed è ciò che volevamo trasporre nella nostra storia".
Boyle era effettivamente consapevole di voler tentare qualcosa che, all’apparenza, sembrava impossibile. "Ci accingevamo a realizzare un film d’azione il cui protagonista non poteva quasi muoversi!".
Come si fa a mantenere viva l’azione quando l’eroe del film si trova in uno spazio circoscritto largo appena qualche decina di centimetri e tutto ciò che accade avviene principalmente nella sua testa?
"Sentivo che avremmo potuto realizzare un film profondamente viscerale e coinvolgente, a livello visivo ed emotivo, tanto che il pubblico si sarebbe smarrito nella storia, proprio come è successo ad Aron nel canyon" risponde Boyle.
Il team della produzione sapeva che vi era un solo attore in grado di essere convincente e di trasmettere le emozioni necessarie a coinvolgere gli spettatori nel film. "James Franco ha questa straordinaria dote" osserva Boyle "ed è di questo che avevamo bisogno perché 127 HOURS è un film praticamente con un unico protagonista. Ma James è andato ben oltre, affrontando senza esitazioni ogni singola sfida, fisica ed emotiva, che gli lanciavamo. È stato eccezionale in questo film. Si è talmente calato nella parte che, in un certo senso, il film è diventato la storia tanto di James Franco quanto di Aron Ralston".
Ciò che ha reso il progetto ancora più interessante per Boyle e Beaufoy è stato il fatto di essere totalmente agli antipodi della loro precedente esperienza in “The Millionaire” (Slumdog Millionaire). Con un ardito cambio di direzione, sono passati dalle riprese nella ‘città degli eccessi’ di Mumbai alle riprese in un claustrofobico canyon in mezzo al nulla, largo quanto basta per contenere appena una persona.
"È stato incredibile passare dalla folla di Mumbai, dove sei circondato da un miliardo di persone, all’estremo opposto di un uomo completamente solo e in balia di se stesso" dichiara Boyle. "Era un contrasto magnifico e una sfida terrificante. I due film non avrebbero potuto essere più diversi e, tuttavia, in un certo senso, in entrambi si combatte contro circostanze avverse".
127 HOURS evoca la grande tradizione dei film in cui la natura spinge l’uomo fino al limite, da “Il richiamo della foresta” (Call Of The Wild) a "La morte sospesa - Touching the Void"), ma 127 HOURS rompe con la tradizione perché celebra la vita anziché il trionfo dell’individuo.
"Quando era intrappolato, Aron non avrebbe potuto essere più lontano da qualunque contatto umano, ma ciò ha scatenato in lui la percezione di quanto fossero importanti i suoi cari e tutte le persone che si era lasciato alle spalle. Ciò ha fatto emergere un prepotente legame con la vita, così profondo da dargli la forza di andare avanti. Ecco qual è il cuore del film e, decisamente, non si tratta di una storia incentrata su un sol uomo, come potrebbe apparire a prima vista" afferma Boyle.
Queste motivazioni sono condivise dalla Everest Entertainment, che ha contribuito a finanziare il progetto. "Sono molto lieta che la Everest abbia partecipato alla realizzazione di una storia tanto significativa" ha dichiarato Lisa Maria Falcone "Siamo sempre in cerca di progetti memorabili e appassionanti in cui il pubblico può identificarsi e 127 HOURS esemplifica alla perfezione il genere".
INCONTRO CON ARON RALSTON
Non appena è venuto a conoscenza della storia di Aron Ralston, Danny Boyle ha spedito una copia del suo libro al socio Christian Colson, produttore di “The Millionaire” (Slumdog Millionaire). Colson confessa di non essere stato catturato immediatamente dalla storia.
"Ho posato il libro e mi sono detto che la storia era sì incredibile, ma era impossibile trarne un film – e ho detto questo a Danny" ricorda Colson. "Danny mi ha allora fatto avere una bozza di sceneggiatura che aveva scritto, lunga appena sei pagine, ma che illustrava specificamente il modo in cui pensava di narrare la vicenda, arricchendola di incisi e idee visive straordinarie. Appena ho letto quelle poche pagine, ho cambiato completamente idea e ho accettato di realizzare il film. La narrazione della storia era una sfida immane, ma Danny aveva trovato il modo di mantenerla viva ed emotivamente significativa, offrendo al pubblico un’esperienza da vivere in prima persona".
I diritti sulla biografia di Ralston erano all’epoca nella mani di John Smithson, un importante produttore di documentari. Colson ha incontrato Smithson a Londra e i due si sono accordati per la realizzazione di un film intenso e drammatico ispirato alla bozza di sceneggiatura di Boyle, a cui Smithson avrebbe partecipato come produttore.
Boyle ha subito iniziato a lavorare alla sceneggiatura, mettendo a punto due versioni preliminari, prima che lui e Colson interpellassero Simon Beaufoy, che aveva fatto parte del team di “The Millionaire” (Slumdog Millionaire), per averlo come co-sceneggiatore.
La prima cosa da fare per Boyle era di conoscere bene Aron Ralston. Il processo è iniziato là dove quella che era stata la vita precedente di Aron era di fatto finita: il Blue John Canyon nello Utah. Boyle e Colson vi si sono recati una prima volta a luglio 2009 con Ralston per una passeggiata e un’arrampicata nei luoghi che resteranno per sempre legati al cuore del giovane. Questa gita era indispensabile per Ralston che voleva, come prima cosa, che i realizzatori avessero una profonda familiarità con quel paesaggio aspro e frastagliato che per lui rappresenta ancora tutto il mondo.
All’inizio, Ralston ha avuto qualche dubbio riguardo all’approccio fantasioso di Boyle. "Per me era emotivamente difficile perché, anche se sapevo che dovevamo realizzare un film drammatico, avevo qualche resistenza ad allontanarmi dalla storia così come si era svolta" egli ammette.
Ma alla fine l’idea di arrivare alla verità più profonda attraverso uno stile narrativo viscerale e avvincente ha iniziato a piacere a Ralston, che ha a quel punto condiviso con i realizzatori i suoi ricordi più personali e i sentimenti più intimi. Spiega l’autore: "Ho vissuto una storia che avrà sempre un posto centrale nella mia vita, ma ho capito che, per realizzare il film in modo da dare agli spettatori la sensazione di avere vissuto l’esperienza in prima persona, la narrazione aveva bisogno di una sceneggiatura più vivace".
Ralston ha stretto un forte legame anche con lo sceneggiatore Simon Beaufoy, facendo alcune escursioni con lui nella regione del Colorado Plateau. "Ci siamo arrampicati, abbiamo camminato e strisciato lungo i fianchi delle montagne e abbiamo parlato delle mie esperienze" ricorda l’autore. "Simon ama la vita all’aria aperta e così ci siamo fatti delle belle chiacchierate, dalle quali lui è riuscito a cogliere alcuni aspetti importanti della vicenda".
Non volendo tralasciare nulla, Ralston ha mostrato ai realizzatori gli intensi "video messaggi" profondamente privati che ha registrato mentre era intrappolato nel canyon, nella speranza di lasciare qualcosa di sé ad amici e famigliari, nel caso in cui non fosse sopravvissuto.
"Quel materiale è stato di grande aiuto per noi e anche per James Franco", afferma Boyle.
Ralston è rimasto altrettanto positivamente colpito dalla collaborazione con il regista. "Lavorare con Danny è stata un’esperienza fantastica" egli afferma. "Si è dimostrato perspicace e creativo, ma anche molto sensibile nei confronti di una storia tanto personale. Aveva già effettuato moltissime ricerche prim’ancora che c’incontrassimo all’inizio del processo e ho apprezzato che mi abbia fatto partecipare alla produzione. Nella fase di aggiornamento della sceneggiatura e anche durante le riunioni e le interviste con gli attori, Danny mi ha coinvolto più di quanto mi sarei mai aspettato".
Ralston ha messo a disposizione dei realizzatori tonnellate di informazioni, che hanno permesso di ricreare molti dei sorprendenti dettagli pratici della sua lotta per la sopravvivenza, dal dormire con un’imbracatura di funi al bere la propria urina. "Volevamo attenerci alla cruda realtà sperimentata da Aron quando si è trovato intrappolato" osserva il produttore Colson. "Abbiamo quindi predisposto la stessa attrezzatura che lui aveva nel suo zaino, la stessa quantità di acqua, il coltello con la stessa qualità di filo, ogni singolo dettaglio. Sentivamo di non potere, e di non dovere, fare confusione con nessun dettaglio".
In ogni caso, anche mentre la conoscenza con Aron si andava approfondendo, Boyle era convinto che fosse essenziale creare un proprio legame personale con la vicenda. "Aron ha raccontato la sua disavventura molte volte, ma sapevo che, per realizzare il film, avrei dovuto immergermi nella storia per poi narrarne la mia versione personale" commenta il regista. "La cosa straordinaria di Aron è che ci ha permesso veramente di fare questo: la storia è la sua, ma la narrazione è la nostra...".
Boyle è stato attratto da uno dei temi di fondo nella vicenda di Ralston: quello di un uomo che non si è mai veramente aperto, un uomo individualista al punto da non rendersi conto dell’importanza dei rapporti con le altre persone. "Aron era un esemplare perfetto in questo senso – autosufficiente, indipendente, atletico, pieno di risorse – ma non era un uomo perfetto" spiega il regista. Ciò che lo ha commosso particolarmente è che, quando Ralston si è trovato da solo a fronteggiare la morte, l’unica cosa a cui sia riuscito a pensare sono state le persone della sua vita – passata, presente e futura –, quanto contassero per lui, quanto il pensiero gli facesse desiderare di vivere un altro giorno ancora.
"Aron si considera un solitario, ma ciò che lo trattiene e spinge indietro verso la vita sono il branco, la massa, la comunità. Per me quella è diventata l’idea centrale del film. ‘Ho bisogno di aiuto’, dice Aron quando incespica contro i suoi soccorritori verso la fine del film. Ecco cosa dice. Ecco cosa diremmo tutti. È per questa ragione che viviamo insieme in gruppo" dichiara Boyle.
In seguito, osservando Boyle sul set, Ralston si è reso conto che il regista stava realmente rendendo propria la sua storia, nel miglior senso del termine. "Era presente nel fluire di ogni momento e osservarlo mi ha dato un senso di vertigine. Ho sentito che lui era veramente dentro la storia!".
Il modo in cui Boyle ha deciso di affrontare il film è stato l’unico in cui Ralston poteva immaginare di vedere quei sei giorni rappresentati sullo schermo. "Ero solo e cercavo di pensare alle persone che amavo attraverso ricordi e fantasie e perfino attraverso esperienze extracorporee. Ero in uno stato che è diventato sempre più allucinato man mano che mi disidratavo, che la mancanza di sonno si faceva sentire e la disperazione cresceva. Tutto ciò mi ha messo a nudo la mente, uno strato dopo l’altro, fino a lasciare scoperte soltanto le connessioni emotive" dichiara Ralston. "Danny è riuscito a far emergere tangibilmente questo mio vissuto nel film".
Vedere l’esperienza più sconvolgente della sua vita riproposta da James Franco e dagli altri membri del cast è stato pazzesco, confessa Ralston, che quando si è trovato sul set ha rivissuto tutto ciò che era accaduto in quei sei giorni. "È come se il mio io del 2010 avesse guardato indietro all’io del 2003 e lo avesse osservato mentre sfugge al canyon", egli spiega.
Il film ha fatto tornare Ralston al Blue John Canyon in una data particolarmente significativa: il settimo anniversario del suo incidente. "Ovviamente, essere lì quel giorno è stato importante per Aron e credo che ciò abbia contribuito ulteriormente all’autenticità del film", afferma Colson.
Ralston ha provato emozioni difficili da esprimere e in silenzio, dentro di sé, ha espresso la sua gratitudine alla roccia, al canyon, a tutte le meraviglie del mondo di cui ha potuto godere dopo quella giornata in cui la sua vita è all’improvviso cambiata. "È stato un momento molto privato" spiega Ralston. "Sono quasi morto in quel crepaccio, ma quando ne sono uscito è stata una rinascita. Una vita è finita e un’altra è cominciata. È stato davvero incredibile per me sapere che avremmo girato il film al Blue John Canyon in questo periodo, cioè nella settimana dell’anniversario della mia rinascita. Ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che una fine può anche rappresentare un inizio".
Il momento in cui si è liberato ha segnato per Ralston un nuovo inizio. In una delle scene più drammatiche del film, Aron ha un’allucinazione riguardo al suo incerto futuro e in essa vede il figlio che ancora non ha generato. Durante la produzione, quel presagio si è avverato con la nascita del suo primo figlio.
Ora che ha una famiglia, Ralston ritiene che tutta la sua vita sia stata una preparazione a quella resa dei conti. "Sono sempre stato attratto dal limite che separa la vita dalla morte e questa mia esperienza è stata il momento apicale" egli afferma. "In un certo senso, penso che fossi destinato ad arrivare a un punto in cui mi sarei spinto troppo oltre, su una montagna, in un fiume o in un canyon. Al tempo stesso, c’è un risvolto positivo nella mia disavventura, cioè che tutto ciò che avevo fatto nella vita, tutte le persone che avevo conosciuto, sono in quel momento diventate una risorsa da cui attingere per sopravvivere e poi rinascere".
Ralston proverà sempre un senso di timoroso rispetto per ciò che ha vissuto e per come l’esperienza gli ha cambiato la vita. "Quella giornata al Blue John Canyon è stata uno spartiacque. C’è quello che è accaduto prima e c’è tutto quello che è venuto dopo. Ciò che è accaduto è stato una vera benedizione nella mia vita".
JAMES FRANCO ENTRA NEL CANYON
Fin dall’inizio, Danny Boyle sapeva di dover chiedere qualcosa di piuttosto straordinario al suo attore protagonista, e cioè non solo le doti artistiche, ma anche le capacità fisiche indispensabili per interpretare il ruolo di Aron. Oltre ad essere presente in quasi ogni fotogramma del film, l’attore avrebbe dovuto essere in grado di lavorare in luoghi fisicamente opprimenti e di rappresentare una condizione mentale confusa, oltre a permettere alla macchina da presa di penetrare profondamente nelle sue emozioni più recondite. Privato di tutto, perfino della possibilità di muoversi, ad Aron restava solo la visione primeva di ciò che era e ciò che sperava di diventare.
In questo contesto, Boyle voleva che l’attore protagonista fosse dotato di una percezione personale di Aron e del suo vissuto, che fosse un amante della natura selvaggia, dotato di coraggio ma anche incline all’auto-riflessione. Queste qualità, abbinate alle doti interpretative, sembravano sposarsi perfettamente in James Franco, attore che si sta affermando come uno dei più originali talenti della sua generazione. Nella sua filmografia troviamo “Strafumati” (Pineapple Express), il ruolo dell’iconico James Dean in un celebre film per la televisione, il premiato “Milk” al fianco di Sean Penn, in cui interpreta l’amante di Harvey Milk e, più di recente, il leggendario poeta anticonformista Allen Ginsberg in “Urlo” (Howl). Franco, che si definisce un avventuroso uomo rinascimentale, ha di recente conseguito un MFA alla Columbia University e sta per iniziare un dottorato all’università di Yale.
Ralston stesso è stato entusiasta della scelta. "Mi ha fatto piacere sapere che il ruolo sarebbe andato a un attore con tante e tali qualità. Avendo visto James in altri film, sapevo che s’immedesima veramente nei personaggi che interpreta" egli afferma. "Ero emozionato all’idea di conoscerlo. Abbiamo ascoltato insieme la registrazione in cui avevo espresso le mie ultime volontà, che pensavo sarebbe stato il mio modo di salutare amici e famigliari. Ho anche mostrato a James alcuni dettagli di quelle ore drammatiche, come la mia postura e il modo in cui impugnavo il coltello quando l’ho conficcato nel braccio".
E aggiunge: "È stato divertente guardare James che mi osservava, perché vedevo le rotelle girare nel suo cervello mentre prendeva mentalmente nota di tutte le informazioni che gli davo. Alla fine, però, James ha arricchito il personaggio con un magico non so che, rendendolo veramente speciale".
Franco è stato fortemente attratto dal ruolo fin da quando ha saputo del progetto, anche se si trattava di qualcosa di totalmente diverso da qualsiasi altro personaggio interpretato fino a quel momento. "Una delle ragioni per cui volevo il ruolo è che si compone di tante sfaccettature personali, inclusi quei particolari momenti che tutti viviamo quando siamo completamente soli" egli spiega. "Ho provato la sensazione che quello fosse un tratto di me stesso che potevo capire veramente e approfondire. In sostanza, questa è la storia di un uomo che deve confrontarsi con la morte e che cerca di trovare il modo per tornare alla vita. È una situazione umana che non credo sia stata esplorata spesso nei film. Ho anche pensato che fosse un’opportunità straordinaria per narrare una storia attraverso un’attività fisica minima e i soliloqui privati di Aron quando parla con la videocamera. Il ruolo era davvero inconsueto".
E prosegue: "Un’altra particolarità è che non interagisco con quasi nessun personaggio per la maggior parte del film. Mi piace lavorare con altri attori e quindi questo fatto insolito è stato una sfida. L’attenzione era focalizzata in maniera completamente differente. Ho avuto la sensazione di dover imparare a recitare con lo spazio attorno a me, con le rocce, con il canyon, con la macchina da presa".
Anche se Franco ha trascorso un po’ di tempo con Ralston per conoscerlo e ha fatto una lunga passeggiata con lui per vederlo nel suo ambiente, né lui né Boyle volevano che imitasse i tratti fisici di Ralston. "L’idea di base di Danny era che il film dovesse penetrare nella situazione pazzesca in cui Aron si trova" spiega l’attore. "Perciò non volevamo tanto ricreare la persona, quanto, piuttosto, provare a vivere la sua esperienza umana".
Franco è grato a Boyle per come lo ha aiutato a mettere in pratica tutto ciò, a volte in modo sconvolgente, lasciandolo in spazi ristretti e scomodi e in condizioni difficili durante le riprese. Aveva talmente poco spazio sul set che replica il canyon da procurarsi lividi, graffi e ferite in quantità. "Le riprese sono state fisicamente difficili", ammette l’attore. "Ma la situazione era quanto mai interessante da rappresentare e Danny è un regista straordinario. È energico e appassionato e ottiene sempre ciò che vuole".
Parlare direttamente a una videocamera in luogo del tradizionale dialogo cinematografico è stato qualcosa da cui Franco è stato assorbito completamente. "Mi è sembrato quasi di rappresentare un soliloquio di vecchio stampo shakespeariano, in cui parli direttamente al pubblico" egli osserva. "È stata una cosa molto insolita in un film".
Con la sua visione poco convenzionale, Boyle è riuscito a mantenere viva l’ispirazione di Franco, anche quando la produzione lo lasciava tremante, agonizzante e immobile nel canyon gelido, notte e giorno.
"Ciò che mi è piaciuto è che, rispetto ad altri registi, Danny ha adottato un approccio totalmente diverso alla realizzazione di un film ambientato nella natura. Invece di usare i ritmi lenti della natura, ha dato al film un tocco e un ritmo incredibilmente urbani" riassume l’attore.
Per scavare ancora più in profondità nel suo ruolo, Franco si è allenato in una palestra di free climbing ed è dimagrito finché il suo fisico ha assunto la linea slanciata e tonica di Ralston. Ha poi letto libri di scalatori e avventurieri, e ha anche guardato dentro di sé, per chiedersi se sarebbe mai riuscito a fare ciò che Aron ha effettivamente fatto per sopravvivere. "Ho pensato alle circostanze drammatiche in cui si trovava, ho considerato che si trattava di una questione di vita o di morte" dichiara Franco. "Sono abbastanza impressionabile riguardo al sangue, anche quando mi trovo dal dottore, ma in una circostanza del genere riuscirei a farcela. Mi piace pensare che proverei a fare qualcosa anziché restare senza fare nulla".
E aggiunge: "Aron si misura concretamente con l’idea della morte e, in un certo senso, per affrontare il rischio di liberarsi, deve accettare l’idea di morire. Per me, il cuore della storia è in buona parte questo, cioè osservare come questa persona affronta la solitudine, la paura, il dolore e come tutto ciò lo porta dritto al nucleo essenziale dell’esistenza".
I realizzatori hanno osservato l’attore scendere sempre più in profondità nel suo abisso personale per poi riemergere dall’altro lato. "Penso che il lavoro realizzato da James in questo film sia altrettanto importante di quello di Danny. È una sorta di duetto" commenta Christian Colson. "James si è totalmente immedesimato nel personaggio, con un’interpretazione unica e straordinaria".
Nonostante il fatto che il film si focalizzi in prevalenza su James Franco nel ruolo di Aron Ralston, il casting dei ruoli secondari del film è stato non meno importante per i realizzatori.
"Quando i personaggi secondari sono pochi, l’investimento emotivo è maggiore e noi eravamo ben consapevoli di ciò", dichiara Colson. "In particolare, mi piacciono Amber Tamblyn e Kate Mara nei panni delle due ragazze divertenti e brillanti che Aron incontra all’inizio della sua escursione. Anche se il tempo che trascorrono insieme sembra passare molto in fretta, in retrospettiva assume in’importanza particolare, perché le due ragazze diventano l’ultimo ricordo di un contatto, di un’interazione con altri esseri umani e di quando si è sentito completamente vivo".
Anche se le due ragazze appaiono come un lieto e divertente bagliore prima della tempesta, la Tamblyn ricorda l’esperienza come una "follia atletica, con tante arrampicate, corse e sudate". Ma l’attrice aggiunge anche: "Lavorare con un regista così importante in una zona così bella del paese è stato un momento chiave nella mia vita. Kate e io abbiamo dovuto creare un’atmosfera leggera e divertente all’inizio del film, qualcosa che apparisse naturale ma che fosse abbastanza memorabile da diventare veramente importante per Aron in seguito. Questo è stato emozionante".
Nel ruolo dei genitori di Aron troviamo Treat Williams e Kate Burton, mentre la sorella è interpretata da Lizzy Caplan. Per il ruolo della fidanzata di Aron – la giovane donna alla quale Aron pensa con rimpianto per non essersi aperto con lei, mentre lotta per la vita nel canyon – i realizzatori hanno scelto la stella francese in ascesa Clémence Poésy, nota per avere interpretato Fleur Delacour nella serie di Harry Potter.
"Le scene con la famiglia e gli amici di Aron sono state bellissime", afferma Colson, "Hanno una qualità lirica che fa percepire realmente al pubblico la necessità per Aron di tornare al suo mondo e alle persone che ama".
VISIONE E IDEE VISIVE CORAGGIOSE
La natura molto insolita delle riprese del film ha sollecitato Danny Boyle e il suo team a pensare al di fuori degli schemi cinematografici, anche quelli più creativi. Per il regista tutto confluiva in un’unica parola: slancio. La sua idea guida era di mantenere lo schermo in ogni istante pieno di movimento ed emozione, a prescindere da quanto esigui fossero per Aron la possibilità di muoversi e i cambiamenti che avvenivano attorno a lui durante i giorni e le notti della sua prigionia.
All’inizio Boyle dà al film un tono veloce, adrenalinico, mentre segue Aron che gioca all’aperto, in modo spericolato, come sempre. Vola sulla sua mountain bike attraverso un deserto pieno di colori, si arrampica su rocce rosse e dorate insieme a due ragazze incontrate durante l’escursione e si slancia con abbandono in piscine di pura acqua blu. Poi il mondo di Aron si ferma e tutto il movimento si trasferisce nella sua mente.
Mentre si verificano alcuni eventi imprevisti, come un temporale che si trasforma in un’inondazione ruggente, la prospettiva di Aron diventa improvvisamente limitata a ciò che può vedere da dentro al canyon: alcuni sprazzi di cielo, i bagliori del sole, un misterioso corvo, il suo corpo ferito... e tutto ciò che gli attraversa la mente.
Per delineare le dinamiche che si sviluppano quando Aron resta intrappolato, Boyle ha dovuto mettere alla prova la sua immaginazione. Egli avvertiva che la soluzione sarebbe potuta scaturire da un mix creativo di tecniche di ripresa – quali ad esempio l’intercut o l’uso di tipi diversi di pellicola – molte delle quali ha riportato già nella sceneggiatura. Ma, per avere veramente le maggiori chance visive possibili, il regista ha fatto qualcosa che non ha precedenti: ha ingaggiato due direttori della fotografia per girare insieme il film.
"Abbiamo deciso di avvalerci di due direttori della fotografia – Anthony Dod Mantle, che ha curato la fotografia di “The Millionaire” (Slumdog Millionaire), ed Enrique Chediak, che ha prestato la sua opera in “28 Settimane Dopo” (28 Weeks Later) – perché avevamo bisogno di una molteplicità di approcci diversi e perché la macchina da presa, in un certo senso, sopperisce al fatto che nel film vi siano pochissimi personaggi", spiega Boyle.
E aggiunge: "Anthony ed Enrique hanno personalità molto interessanti e stili completamente diversi. Enrique ha una sensibilità tipicamente sudamericana mentre Anthony ha uno stile più nordeuropeo. Ciò che abbiamo fatto è stato di dare a ciascuno tre set di macchine da presa – macchine tradizionali, macchine digitali e macchine fotografiche – ottenendo in tal modo una gran varietà di sequenze su cui lavorare. Entrambi hanno effettuato delle riprese bellissime e intense, in modo da dare un costante senso di cambiamento e la sensazione che Aron stia compiendo un viaggio difficile, anche senza potersi spostare per più di pochi centimetri".
Lavorare con due unità di fotografia principali ha rappresentato una sfida logistica unica, ma per Colson è stata anche una grande opportunità. "È sorprendente che nessuno abbia mai adottato questa soluzione fino ad oggi. Danny ha avuto l’idea in una fase iniziale del processo e tutti ci siamo dovuti abituare in fretta" aggiunge il produttore. "I vantaggi, abbiamo scoperto, erano immensi. Abbiamo potuto comprimere il programma delle riprese e, al tempo stesso, sfruttare una maggiore quantità di energia creativa. Grazie ai minori tempi delle riprese, l’interpretazione di James è risultata più naturale e spontanea. Tutti hanno provato questo senso di costante freschezza e innovazione perché, con un diverso direttore della fotografia, si rinnovava continuamente il modo di catturare l’esperienza".
Mantle e Chediak sottolineano di non avere mai provato alcun senso di competizione, quanto piuttosto di sinergia. "Siamo entrambi artisti sensibili e vulnerabili, ma siamo differenti" dichiara Mantle. "Vediamo le cose in modo diverso, anche se abbiamo molto in comune. All’inizio non ci conoscevamo, quindi ci è voluto un po’ di tempo per legare. Quando sono iniziate le riprese, abbiamo lavorato separatamente, ma dipendenti l’uno dalle immagini dell’altro".
"Il modo di lavorare è stato molto organico per entrambi, poi tutto si è mescolato fluidamente, come se le nostre sensibilità fossero molto vicine" afferma Chediak.
I due direttori della fotografia sono stati ben felici all’idea di effettuare le riprese in modo da cancellare la sottile separazione tra schermo e pubblico per un paio di ore.
"Abbiamo lavorato su tanti diversi livelli – stati d’animo, colori, movimenti della macchina – arricchendoli ciascuno di noi con il suo stile e creando un modello per rappresentare le fantasie, i ricordi e i pensieri del protagonista" spiega Mantle. "Danny voleva che facessimo sentire il pubblico immerso completamente nel canyon e nella mente di Aron e che le macchine da presa guidassero gli spettatori dalla condizione fisica a quella mentale fino a quella emotiva. Abbiamo seguito il nostro istinto per far diventare le macchine da presa parte della psiche di Aron. Abbiamo dovuto pensare al di là delle inquadrature e dell’illuminazione perché, in questo film, la fotografia va ben oltre questi aspetti tecnici".
"Abbiamo sviluppato un linguaggio totalmente nuovo per correlare tra loro tre diversi livelli di immagini" medita Mantle. "È stato un dono riuscire a fare una cosa del genere".
Aggiunge Boyle: "È stato un modo interessante di catturare lo spessore e la monotonia delle giornate di Aron senza far vivere al pubblico l’intera esperienza di 127 ore. Ciò ci ha permesso di riflettere simultaneamente su ciò che sta accadendo nel canyon e sui pensieri di Aron riguardo alla sua condizione".
Colson riassume: "Danny e i direttori della fotografia hanno ideato un loro linguaggio visivo per mantenere il ritmo, l’energia e la fluidità del film. Anche i flashback non sono convenzionali perché i ricordi di Aron si manifestano effettivamente nel canyon, come di fatto è accaduto durante la sua prigionia".
Anche l’approccio all’iconico panorama di questa regione è stato ripensato da Boyle e dai direttori della fotografia. "I paesaggi che caratterizzano questa zona sono stati ripresi centinaia di volte nei film western classici, ma noi volevamo adottare una prospettiva nuova" dichiara Mantle. "I panorami diventano non solo uno sfondo, ma un paesaggio emotivo. Le riprese sono cariche di emozioni, sono bellissime ma impietose".
"Il canyon fa da sfondo agli stati d’animo di Aron" spiega Chediak. "Ma in realtà è il canyon – il riflesso nella macchina da presa, la scomodità, il sole, il caldo, la polvere – ad essere incorporato nel film per creare lo stato mentale di quest’uomo che probabilmente sta per morire".
Era importante che ciascuno effettuasse parte delle riprese nel luogo esatto in cui il destino ha cambiato la vita di Aron, nel Blue John Canyon: uno stretto crepaccio di arenaria per la raccolta delle acque nel Canyonlands National Park.
Noto al giorno d’oggi ad escursionisti, scalatori e appassionati di canyoning in cerca d’avventura, il Blue John Canyon si trova in un’area così remota che si è dovuto usare un elicottero per trasportare il cast, il personale tecnico e le attrezzature, e per la notte è stato allestito un campo attrezzato.
Oltre alle riprese nel vero Blue John Canyon, la produzione e la scenografa Suttirat Larlarb (“The Millionaire” - Slumdog Millionaire) hanno fatto ricostruire il crepaccio largo appena 90 centimetri in cui Ralston è rimasto intrappolato in un teatro di posa, che ha garantito una maggiore flessibilità e una maggiore sicurezza durante le riprese più lunghe. Per mantenere il design accurato, il team ha mappato ogni contorno del territorio, ricostruendo in scala le pareti curve del canyon e la roccia da oltre 350 chili che ha tenuto Aron prigioniero.
Ogni elemento del film, dalla fotografia alle scenografie, dall’eclettica e superba colonna sonora di A.R. Rahman (“The Millionaire” - Slumdog Millionaire) all’interpretazione intima di James Franco, concorre al momento culminante in cui Aron decide di volersi liberare. Quella che inizia come una sequenza visivamente scioccante diventa un’esaltante liberazione quando Aron si allontana barcollando da quello che avrebbe potuto essere il luogo in cui si sarebbe conclusa la sua vita.
"Il film si sviluppa e cresce fino ad esplodere in uno straordinario senso di liberazione, forza ed energia" afferma Colson "Dopo essere stati con Aron nella sua trappola spietata e reale, proviamo il sollievo di sfuggire alla morte e di ricongiungerci al mondo. Penso che questo sia un film non solo di grande azione ma anche di grande bellezza."
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