Regista: Ben Affleck
Titolo originale: Argo
Durata: 120'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto:
Anno: 2012
Uscita prevista: 8 Novembre 2012 (cinema)
Attori: Ben Affleck, Bryan Cranston, John Goodman, Taylor Schilling, Kyle Chandler, Alan Arkin, Victor Garber, Titus Welliver, Clea DuVall, Tate Donovan, Adrienne Barbeau, Richard Kind
Sceneggiatura: Chris Terrio
Trama, Giudizi ed Opinioni per Argo (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Argo
Durata: 120'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto:
Anno: 2012
Uscita prevista: 8 Novembre 2012 (cinema)
Attori: Ben Affleck, Bryan Cranston, John Goodman, Taylor Schilling, Kyle Chandler, Alan Arkin, Victor Garber, Titus Welliver, Clea DuVall, Tate Donovan, Adrienne Barbeau, Richard Kind
Sceneggiatura: Chris Terrio
Trama, Giudizi ed Opinioni per Argo (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Pietro Rodrigo
Montaggio: William Goldenberg
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Sharon Seymour
Costumi: Jacqueline West
Produttore: Grant Heslov,Ben Afflek,George Clooney
Produttore esecutivo: Nina Wolarsky,David Klawans,Chris Brigham,Chay Carter,Graham King,Tim Headington
Produzione: Smoke House, Warner Bros. Pictures
Distribuzione: Warner Bros.
Montaggio: William Goldenberg
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Sharon Seymour
Costumi: Jacqueline West
Produttore: Grant Heslov,Ben Afflek,George Clooney
Produttore esecutivo: Nina Wolarsky,David Klawans,Chris Brigham,Chay Carter,Graham King,Tim Headington
Produzione: Smoke House, Warner Bros. Pictures
Distribuzione: Warner Bros.
La recensione di Dr. Film. di Argo
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Colonna sonora / Soundtrack di Argo
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).
Voci / Doppiatori italiani:
Riccardo Rossi: Tony Mendez
Stefano De Sando: Jack O'donnell
Manlio De Angelis: Lester Siegel
Angelo Nicotra: John Chambers
Laura Lenghi: Cora Lijek
Stefano Crescentini: Mark Lijek
Gianfranco Miranda: Joe Stafford
Francesca Manicone: Kathy Stafford
Sergio Lucchetti: Bob Anders
Massimo Bitossi: Hamilton Jordan
Ambrogio Colombo: Ken Taylor
Graziella Polesinanti: Pat Taylor
Riccardo Scarafoni: Lee Schatz
Gaetano Varcasia: Robert Pender
Paolo Marchese: Adam Engell
Edoardo Stoppacciaro: Lamont
Rodolfo Bianchi: Ag. Nicholls
Enrico Chirico: Malinov
Pietro Ubaldi: Max Klein
Antonio Sanna: Jon Bates
Francesco Cavuoto: Alan B. Golacinski
Emiliano Coltorti: Reza La Guida
Dario Penne: Turner
Vladimiro Conti: Tom Brokaw
Gerolamo Alchieri: Walter Cronkite
Gianni Giuliano: Jimmy Carter
Personaggi:
Ben Affleck: Tony Mendez
Bryan Cranston: Jack O'donnell
Alan Arkin: Lester Siegel
John Goodman: John Chambers
Clea DuVall: Cora Lijek
Christopher Denham: Mark Lijek
Scoot Mcnairy: Joe Stafford
Kerry Bishé: Kathy Stafford
Tate Donovan: Bob Anders
Kyle Chandler: Hamilton Jordan
Victor Garber: Ken Taylor
Page Leong: Pat Taylor
Rory Cochrane: Lee Schatz
Zeljko Ivanek: Robert Pender
Keith Szarabajka: Adam Engell
Michael Parks: Jack Kirby
John Boyd: Lamont
Tom Lenk: Rodd
Christopher Stanley: Tom Ahern
Richard Dillane: Ag. Nicholls
Taylor Schilling: Christine Mendez
Ashley Wood: Beauty
Chris Messina: Malinov
Sheila Vand: Sahar
Richard Kind: Max Klein
Titus Welliver: Jon Bates
Devansh Mehta: Matt Sanders
Bill Tangradi: Alan B. Golacinski
Omid Abtahi: Reza
Karina Logue: Elizabeth Ann Swift
Adrienne Barbeau: Nina
Reza Mir: Reza La Guida
Bob Gunton: Cyrus Vance
Philip Baker Hall: Turner
Informazioni e curiosità su Argo
Tratto da una storia vera.Basato su un estratto di THE MASTER OF DISGUISE di ANTONIO J. MENDEZ e su un articolo di “WIRED” THE GREAT ESCAPE di JOSHUAH BEARMAN.
Il libro ARGO di Antonio Mendez e Matt Baglio è pubblicato da Mondadori.
LA PRODUZIONE
O’DONNELL
I sei sono usciti dal retro…
I canadesi li hanno portati dentro. E da allora si trovano lì.
Nel 1980 la Studio Six Productions annunciava un nuovo progetto cinematografico che presentava gli elementi di un grande film di fantascienza: navi spaziali, alieni, azione e avventura, il tutto ambientato in un lontano pianeta disabitato. Definito una “conflagrazione cosmica”, questo lungometraggio epico non fu mai autorizzato dai capi dello studio.
Avrebbe potuto essere autorizzato solo dal comandante in capo del Paese.
Oltre 30 anni dopo, Ben Affleck ha diretto, prodotto e interpretato “Argo”, un film basato sulla vera storia della missione segreta che riuscì a liberare sei americani prigionieri in Iran, in seguito all’occupazione dell’ambasciata statunitense di Teheran che sconvolse il mondo intero.
Il gruppetto era scampato all’ira dei rivoluzionari iraniani, trovando rifugio presso l’abitazione dell’ambasciatore canadese Ken Taylor, che mise a rischio la propria incolumità pur di proteggere gli americani, abbandonati da tutti. Tuttavia questi suoi “ospiti”, come vennero chiamati, rischiavano continuamente di essere scovati e catturati… o peggio ancora. In una corsa contro il tempo, il massimo esperto di “esfiltrazione” della CIA, Antonio “Tony” Mendez, mise a punto un piano di fuga tanto brillante quanto incredibile.
Spiega Affleck: “Tony era amico del famoso truccatore John Chambers, e sapeva che era plausibile che troupe cinematografiche viaggiassero continuamente in cerca nuove ambientazioni. E così concepì un’idea davvero originale”.
Il piano prevedeva che i sei americani fingessero di essere una troupe cinematografica canadese impegnata in un sopralluogo per le location, per riuscire così a ripartire … anche se tutto ciò non era affatto semplice. Spiega Tony Mendez: “Era un gioco senza regole, quindi estremamente rischioso. La cosa più pericolosa riguarda l’imprevedibilità delle persone che stavamo cercando di aggirare. Non potevamo sapere cosa sarebbe successo se fossimo stati catturati… né a noi, né a chi era già tenuto in ostaggio”.
Joshuah Bearman, che nel 2007 raccontò questa epica fuga in un articolo di Wired Magazine, scrive: “La presa dell’ambasciata fu un evento di risonanza mondiale. Nessuno sapeva come gestire la situazione degli ostaggi all’interno del compound dell’ambasciata. Il problema degli ospiti nascosti era persino più delicato perché in quel caso non si poteva ricorrere neanche alla diplomazia. E di giorno in giorno
aumentavano le probabilità che sarebbero stati scoperti. Alla fine Tony Mendez, che aveva già provveduto a far fuggire alcuni personaggi di spicco dall’Iran e da altri paesi, ideò questo piano”.
Chi proteggeva gli americani correva un rischio reale. L’ambasciatore Ken Taylor conferma: “In quei tre mesi lo staff dell’ambasciata canadese cercò di risolvere questa situazione pericolosa. Tutti eravamo rimasti offesi dall’aggressiva violazione del protocollo diplomatico ma a parte questo, erano nostri amici. Gli Stati Uniti e il Canada hanno sempre avuto un rapporto speciale, al di là di ogni confine. Mi hanno attribuito il merito ma molto si deve anche a mia moglie Pat e al personale dell’ambasciata, nonché ai miei colleghi in Canada”.
Durante una sessione di emergenza, il parlamento canadese fece un raro strappo alla regola, fornendo ai sei americani falsi passaporti canadesi in cui erano trascritti i finti nominativi dei membri della troupe. Questi documenti giunsero nelle mani dell’ambasciatore Taylor, che incontrò Mendez per consegnarglieli. Grazie alle sue qualità di abile contraffattore, Mendez impresse sui passaporti i veri visti iraniani con una finta data secondo la quale queste sei persone erano giunte nel Paese solo il giorno prima.
Dice Affleck: “Secondo me è importante ricordare, nel film, il momento in cui gli Stati Uniti, esclamano ‘Grazie Canada’. Tutto questo non sarebbe potuto accadere senza di loro, perciò l’America avrà sempre un debito di gratitudine nei confronti dei nostri amici del nord”.
Nell’era dell’informazione immediata, appare inconcepibile che l’intera operazione sia rimasta top secret fino a quando non fu declassificata dal presidente Clinton nel 1997. Sembra incredibile che persino dopo la pubblicazione del libro di Tony Mendez del 2000, dal titolo Master of Disguise, e il resoconto dettagliato di Bearman in Wired, la maggior parte della gente continui ad ignorare questa storia che, come afferma lo stesso Affleck “appare assurda, assolutamente incredibile, ma proprio per il fatto che è accaduta realmente, ancora più affascinante”.
“Questa operazione costituisce una parentesi riuscita all’interno di un capitolo assai difficile e molto più vasto”, dice Bearman. “La gente all’epoca sapeva che sei americani erano riusciti a fuggire con l’aiuto dei canadesi pochi mesi dopo la crisi, ma fino a quando non fu sciolto il riserbo sull’operazione, diversi anni dopo, nessuno si era mai reso conto che la CIA aveva portato in salvo questi americani attraverso una missione rischiosa ed una originale operazione di copertura”.
Il racconto di Bearman si è imposto all’attenzione dei produttori Grant Heslov e George Clooney. Spiega Heslov: “Ricordo benissimo la crisi degli ostaggi americani a Teheran ma non conoscevo questa storia particolare, e quando mi sono informato, l’ho trovata sorprendente e molto interessante, soprattutto adatta al grande schermo. Volevo farne un film e George era della stessa opinione”.
Lo sceneggiatore Chris Terrio ha avuto l’incarico di trasformare questa operazione di salvataggio in un copione ed è andato immediatamente alla fonte. Racconta: “Quando ho letto l’articolo sono rimasto colpito, in particolare ero incuriosito da Tony Mendez, perché solo una persona completamente libera dagli schemi poteva concepire e realizzare un piano simile. Se questa storia fosse stata inventata, in molti avrebbero storto il naso dicendo: ‘Il pubblico non la troverebbe mai credibile!’ Invece Tony è riuscito a convincere il governo degli Stati Uniti a lanciarsi in un’impresa molto più folle di ciò che la maggior parte degli studios di Hollywood avrebbero mai potuto concepire!”.
Mendez controbatte: “Non penso che sia così insolito associare Hollywood alla CIA, perché in fondo ogni strumento di spionaggio presuppone una messa in scena”.
“È vero”, ribadisce Heslov. “Si tratta di due realtà in cui vengono create situazioni fittizie e maschere che danno vita a scenari convincenti”.
Terrio ha organizzato un incontro con Mendez che nel 1990 si è ritirato dalla CIA. Lo sceneggiatore osserva: “La vicenda del film è quella di un salvataggio, in cui la vita di alcune persone è appesa ad un filo. La posta in gioco è altissima. Ma quando ho parlato con Tony, ho voluto conoscere anche i dettagli della sua vita quotidiana perché quando capisci i meccanismi della vita di un funzionario della CIA in quel periodo, il dramma diventa ancora più complesso, e va ben oltre l’azione e la suspense. Ogni volta che iniziavo a perdermi nella storia, nel modo in cui questi personaggi vengono travolti dagli eventi storici, cercavo di ricordare che sotto c’era una vicenda reale, che parla di esseri umani che lottano contro gli eventi più stravolgenti”.
“Ti rendi conto di aver reclutato lo scrittore giusto quando questo entra subito in sintonia con il materiale”, dice Heslov. “Qui si parte da una storia bellissima e quindi siamo già a metà dell’opera, ma Chris ha scritto un copione stupendo. C’era già tutto nel copione, fin dalla sua prima versione”.
Affleck concorda: “È uno dei migliori copioni che abbia mai letto. Sono sempre alla ricerca di una bella storia e quando ne trovo una, me ne rendo conto subito. È andata così anche con ‘Argo’. Era una sceneggiatura che non riuscivo a smettere di leggere e sono stato davvero felice di aver avuto l’opportunità di dirigere il film”.
Heslov e Clooney sono venuti a conoscenza dell’interesse di Affleck, dopo aver visto il suo film drammatico del 2010 “The Town”. Dice Heslov: “Ben possiede uno straordinario senso della storia e sa come usare la cinepresa per raccontare la storia. Possiede inoltre un forte punto di vista che, per un filmmaker, forse è la cosa più
importante. Sa come costruire il climax e grazie a lui ‘Argo’ è diventato un thriller più di quanto non avessimo immaginato”.
Una delle sfide maggiori dei filmmaker riguardava l’accostamento fra un dramma fatale ed una commedia dai risvolti ironici. Heslov spiega: “Inizia in modo molto serio ma poi il tono cambia, in particolare quando si arriva a Hollywood. Volevamo che il film avesse anche un lato leggero che venisse integrato nella storia in modo coerente. Alla fine abbiamo trovato il giusto equilibrio e questo grazie alla regia di Ben”.
“L’umorismo è una parte importante del copione”, dice Affleck, “ma è anche l’elemento più difficile da trattare. La mia maggiore preoccupazione è stata quella di fare attenzione che le risate non mettessero a repentaglio la gravità e il realismo della situazione. Fortunatamente per noi, Alan Arkin e John Goodman hanno gestito la maggior parte della commedia. Hanno recitato ogni loro battuta con una tale integrità che l’umorismo risulta naturale e non danneggia la credibilità del film”.
Credibilità è la parola chiave dell’intero progetto. Tuttavia sottolinea Affleck: “Il film non è inteso come un documentario. Come accade sempre in un film di questo genere, gli elementi dovevano essere compressi e bisognava prendersi qualche licenza poetica perché è comunque un dramma. Tuttavia siamo rimasti molto fedeli allo spirito della vicenda, perché la verità di ciò che è accaduto è davvero travolgente”.
Terrio indica i minuti conclusivi del film come un momento in cui i filmmaker hanno utilizzato eventi fittizi per raccontare emozioni vere. “Quando ho parlato con Tony e ho letto i resoconti degli ospiti sulla loro vera fuga, ho avuto la sensazione che sia stato un momento davvero avvincente ed euforico. Per mostrare sul grande schermo le loro sensazioni, non bastavano le parole. L’azione doveva essere rapida e il loro sollievo tangibile, condiviso dal pubblico”.
Affleck ha collaborato con il cast e la squadra creativa per ottenere un alto livello di similitudine, sia per quanto che riguarda il periodo che per l’ambiente in cui si svolge la storia. Insieme al direttore della fotografia Rodrigo Prieto, ha cercato uno stile visivo in grado di trasmettere l’atmosfera della fine degli anni ’70 e inizio ’80, creando nette differenze fra gli ambienti di Washington e Hollywood e quelli iraniani. La scenografa Sharon Seymour e la costumista Jacqueline West hanno visionato vari archivi fotografici e cinematografici per ricreare il look dell’epoca, nei diversi ambienti del film.
A detta di Affleck: “Nello svolgere le ricerche rispetto a quei tre mondi, ho iniziato ad immaginare come intrecciarli insieme per raccontare questa storia straordinaria. È lì che inizia il vero lavoro”.
E le persone che veramente si sono trovate lì, confermano che è stato fatto un ottimo lavoro. Ken Taylor dice: “Il film è riuscito in modo brillante a catturare l’atmosfera e la tensione di Teheran, nonché la dedizione dei diplomatici che spesso si trovavano a gestire situazioni straordinariamente difficili. Penso inoltre che il film abbia una grande ambientazione: trent’anni fa risultano completamente attuali”.
“Mi piaceva l’idea di trasformare questa esperienza in un film, ed è davvero elettrizzante assistere al risultato”, osserva Mendez. “C’è stato un momento in cui poteva avere senso mantenere il segreto di questi eventi ma ormai si tratta di un pezzo di storia. Ben e tutti gli altri coinvolti nel film hanno fatto un lavoro incredibile. ‘Argo’ mi ha riportato veramente indietro nel tempo. In poche parole, hanno fatto centro!”
TURNER
Non avete una cattiva idea migliore di questa?
O’DONNELL
Questa è la migliore cattiva idea che abbiamo avuto, signore. Di gran lunga la migliore.
L’unico personaggio presente in tutti e tre i mondi di “Argo” è Tony Mendez, il migliore funzionario di estradizione della CIA, specializzato nel liberare le persone dai luoghi più ostili e difficili. Terrio spiega: “Tony deve calarsi nel “ventre del mostro”, il luogo più spaventoso del mondo se sei americano, e portare in salvo sei persone. È una corsa contro il tempo. Deve inoltre contrastare alcune forze burocratiche e geopolitiche che rendono il suo compito ancora più difficile. Ad un certo punto teme che possa finire male perché ci sono troppe difficoltà. È oggetto di pressioni inimmaginabili, ma Tony sa fare bene il suo lavoro”.
Affleck, che interpreta la parte di Mendez, osserva: “Tony fa quello che gli viene chiesto di fare, nella più assoluta segretezza. Nessuna pubblicità, nessuna celebrazione… si limita semplicemente a fare il suo lavoro e se va tutto bene, se ne torna a casa e tiene la bocca chiusa. Mette a rischio la sua stessa vita per cercare di salvare queste persone, il suo comportamento è eroico. È emozionante ed ammirevole”.
Heslov osserva che Affleck possiede molte qualità del suo ruolo. “Ben è una persona tranquilla e intensa, così come abbiamo immaginato Tony. È un uomo molto intelligente e ovviamente il suo personaggio deve essere intelligente. È importante che dimostri di avere il controllo della situazione e che sia capace di modificare i suoi piani all’ultimo secondo, se necessario. E Ben è naturalmente spiritoso e questa sua qualità era l’ideale per esprimere l’umorismo asciutto di Tony, specialmente quando lo vediamo recarsi a Hollywood”.
Ma prima di poter mettere in pratica la trovata di Hollywood, Mendez ha bisogno dell’approvazione dei suoi superiori, fra cui il vice direttore della CIA, Jack O’Donnell, interpretato da Bryan Cranston. “Tony Mendez risponde a Jack O’Donnell, quindi Jack è il responsabile della sua missione”, spiega Cranston. “Quando ho svolto le mie ricerche sulla CIA, una delle cose più evidenti dell’agenzia è che nessuno viene mai abbandonato. Si fa il possibile per mettere tutti al sicuro e così è stato fatto anche nel caso dei sei americani intrappolati che si trovavano lì, perché stavano lavorando per il governo. Questo mi ha aiutato a modellare il mio personaggio”.
“Jack O’Donnell è stato un ruolo difficile da assegnare”, dice Affleck. “A prima vista poteva sembrare un ruolo adatto per tanti attori, ma in realtà si tratta di un personaggio che non deve risultare generico. C’era bisogno di qualcuno con la personalità che Bryan è riuscito a infondergli”.
Cranston dice che dopo aver letto il copione non ha esitato ad accettare la parte. “Ci sono progetti con cui ti senti subito in sintonia in modo viscerale e ‘Argo’ è uno di questi. È carico di tensione, drammatico, avvincente e ogni volta che lo leggevo mi ricaricavo. Non ci sono spesso occasioni del genere, quindi sono molto contento di aver avuto questa parte”.
Può darsi che Mendez non avrebbe mai avuto l’idea di un finto film se non avesse avuto dei contatti con il rinomato truccatore John Chambers, che ha ricevuto un Oscar® onorario per le maschere da lui create nel film originale “Il pianeta delle scimmie”. In modo clandestino, anche Chambers ha messo le sue arti al servizio delle operazioni di intelligence governative.
John Goodman, che nel film interpreta questo importante artista del trucco, osserva: “Il mio personaggio ama il suo mestiere e desidera mettere a frutto le sue capacità per aiutare la CIA; gli piace l’idea di poter assistere il suo Paese in questo modo. Quando Tony gli dice che bisogna inventare un film, Chambers è affascinato dalla sua idea. Mi piaceva l’aspetto della doppia vita del personaggio ma più di tutto, adoro la storia, che è bellissima e suggestiva.
“Volevo lavorare con Ben Affleck anche perché è un attore straordinario e vanta anche un ottimo curriculum come regista”, continua Goodman. “È stato interessante osservare come si è destreggiato fra questi due ruoli. Sapeva esattamente ciò che voleva, ma ha saputo essere anche un collaboratore flessibile e generoso. Ha avuto idee brillanti rispetto al mio personaggio, a cui io stesso non avevo pensato. È stato meraviglioso lavorare con lui”.
Questo sentimento è stato reciproco. Affleck afferma: “John è un attore bravissimo. Basti pensare alla varietà e allo spessore dei ruoli che ha interpretato. Sa essere puramente comico o estremamente serio, e ha un grande dono per le sfumature e i dettagli. Lo rispetto moltissimo”.
Nonostante il film racconti una farsa, deve trattarsi di una farsa credibile, quindi Mendez e Chambers hanno bisogno di un produttore vero. Spiega Affleck: “Se è necessario costruire una copertura, bisogna che sia salda, quindi i due protagonisti avevano bisogno di una personalità emblematica della vecchia Hollywood, qualcuno che conoscesse tutti, la persona giusta per rendere la farsa autentica”.
Ed ecco a voi Lester Siegel, che, come spiega Chris Terrio, “incarna in sé una varietà di persone, dai veri produttori che ho incontrato personalmente ai guru leggendari del cinema che hanno contribuito alla grandezza di Hollywood con la loro esperienza e sagacia. Mi piaceva l’idea che l’ultimo film di Lester fosse in realtà un film che non esiste ma che può salvare sei vite”.
Per interpretare questa icona dell’industria dello spettacolo, i filmmaker hanno ingaggiato una vera leggenda in questo campo: Alan Arkin. Affleck afferma: “Alan è riverito nel nostro business da decenni. Lui stesso è una figura leggendaria quindi non gli è stato difficile infondere al personaggio la personalità di cui aveva bisogno”.
“Lester è un produttore duro e intelligente, per cui il mondo dello spettacolo non ha segreti”, spiega Arkin. “Inizialmente è scettico rispetto al piano di Tony, ma gradualmente inizia a coinvolgersi e questa sfida gli dà molta energia … proprio perché sembra un’impresa impossibile. Per me uno degli aspetti più potenti del film è che questi uomini si siano trovati a risolvere una situazione insostenibile attraverso una soluzione creativa che non prevedeva in nessun modo l’uso della violenza”.
Lester annuncia che se deve produrre un film finto allora “sarà una finzione di grande successo”. Arkin spiega ridendo: “Decidono di realizzare un film dal cattivo gusto proverbiale; è semplicemente orribile. L’unico motivo per cui lo scelgono è che gli può consentire di entrare facilmente in Iran, e non perché sia un film meritevole. C’è una frase di Mark Twain che adoro e che dice: ‘L’unica differenza fra la realtà e la finzione è che la finzione deve essere credibile. Quindi fanno di tutto per rendere la produzione veritiera. Diffondono pubblicità, organizzano audizioni, un provino per la stampa, creano i costumi… E tutto questo è fondamentale, perché un qualsiasi errore potrebbe tradirli”.
Heslov osserva: “Ciò che mi ha colpito di Alan è che sa essere divertentissimo in una scena per poi passare alla scena successiva in cui il suo personaggio parla con quello di Ben dei loro figli, in una performance davvero intensa e realistica. Per questo è uno degli attori più grandi degli ultimi tempi”.
JOE STAFFORD
Pensi davvero che la tua storiella conterà qualcosa quando avremo una pistola puntata alla testa?
TONY MENDEZ
Penso che la mia storiella sia l’unica risorsa fra voi e una pistola puntata contro la vostra testa.
La compagnia cinematografica che avvalora lo stratagemma di Mendez, viene chiamata Studio Six Productions, un sottile richiamo alla missione del film: salvare i sei americani che da ben due mesi si nascondono nella casa dell’ambasciatore canadese Ken Taylor, interpretato da Victor Garber.
Garber spiega: “Ken Taylor e sua moglie Pat accolgono coraggiosamente in casa gli americani: questa azione li mette in grande pericolo, non solo a livello diplomatico ma anche personale, perché se i loro ospiti venissero scovati, anche per loro le cose si metterebbe molto male. Sono rimasto colpito da ciò che ha fatto quest’uomo e ho sentito una grande responsabilità nell’interpretarlo perché le sue azioni sono state eroiche”.
Terrio racconta: “Questa operazione era pubblicamente nota come ‘Canadian Caper (= colpo gobbo canadese)’, che è un nome molto appropriato perché quando gli altri paesi si rifiutarono di aiutare i sei fuggiaschi, il Canada, senza alcuna esitazione, li ha accolti e protetti. Come si vede nel film, i Taylor sapevano bene di rischiare la vita per questo, ma hanno coraggiosamente dato rifugio agli americani e sono stati fondamentali nel sostenere la loro liberazione”.
“Victor era perfetto per il ruolo di Ken Taylor, ad iniziare dal fatto che è davvero canadese”, dichiara Affleck. “Incarna inoltre il tranquillo eroismo di quest’uomo che ha voluto fare la cosa giusta per il suo grande senso etico. Ma più di tutto, Victor è un attore spettacolare e di enorme talento, e sono stato felice di averlo avuto sul set”.
Per il casting dei sei americani, Affleck spiega: “Nel mio ufficio avevo le foto dei veri protagonisti di questa vicenda, perché volevo restare fedele alla realtà. Ma la cosa più importante ovviamente era trovare dei bravi attori che fossero capaci di rischiare, di improvvisare, e di trasmettere il genere di realismo che stavo cercando”.
Il gruppo degli “ospiti” è formato da: Tate Donovan nel ruolo del leader de facto del gruppo, Bob Anders; Scoot McNairy nella parte di Joe Stafford, l’unico fra loro che parla bene il Farsi; Kerry Bishé che interpreta Kathy, la moglie di Joe; Christopher Denham e Clea DuVall che incarnano l’altra coppia sposata, Mark e Cora Lijek; e Rory Cochrane che veste i panni di Lee Schatz.
Gli ospiti si ristorano fisicamente all’interno della residenza dell’ambasciatore, vivendo rinchiusi e tagliati fuori dal mondo, in uno stato di costante paura che tormenta la loro esistenza quotidiana.
Kerry Bishé commenta: “Vivono in modo contraddittorio: da un lato partecipano a cene e a giochi di società, dall’altro sono terrorizzati. Immagino anche che provino un senso di colpa, nel sapere che gli altri colleghi sono stati catturati ed imprigionati”.
“Quando inizia il film”, dice Clea DuVall, “i sei americani vivono rinchiusi da circa dieci settimane. Iniziano a sentirsi nervosi e claustrofobici, e incombe su di loro la minaccia di essere scoperti. È a questo punto che tutti si rendono conto che è arrivato il momenti di farli uscire da lì”.
Affleck voleva che gli attori non solo recitassero le loro parti ma che vivessero a livello profondo le sensazioni che hanno realmente provato i loro personaggi. Perciò prima dell’inizio delle riprese, li ha ‘sequestrati’ per una settimana all’interno della casa che in seguito è diventata il set della residenza dell’ambasciatore. La casa era stata arredata secondo il gusto dell’epoca, e anche gli attori hanno indossato i loro costumi per tutta la settimana. Per immergerli totalmente nell’epoca, il regista li ha tagliati fuori dal resto del mondo, vietando loro l’uso di computer, telefoni cellulari e di qualsiasi cosa che iniziasse con la lettera “i”!
Il regista spiega: “Abbiamo eliminato qualsiasi riferimento alla contemporaneità e li abbiamo riforniti di musica, giochi, riviste e giornali relativi a quel momento storico. Non avevano internet e non potevano guardare la TV esterna. Parlavano tra di loro senza queste distrazioni. Volevo che imparassero a conoscersi e a creare un rapporto fra loro in modo naturale. È molto più difficile recitare la “familiarità”. Più che altro si tratta di una questione chimica; il corpo si rilassa, assume una postura diversa, e si parla in modo diverso. Questo era il tipo di contatto che volevo vedere fra loro, e questa esperienza precedente al film è stata importante per cementare le vibrazioni all’interno del gruppo”.
Gli attori che interpretano gli ospiti concordano, e osservano che il metodo di Affleck è stato davvero efficace.
“Sono davvero contento di aver fatto questa esperienza”, afferma Rory Cochrane. “Abbiamo creato un rapporto fra noi in modo straordinariamente veloce, ed è stata un’esperienza fondamentale per la mia preparazione”.
Scoot McNairy afferma: “Siamo diventati un gruppo molto unito. Siamo andati tutti d’accordo, superando i limiti del nostro ego. Il solo fatto di conoscerci ormai così bene, ci ha permesso di improvvisare e di confrontarci in modo migliore quando sono iniziate le riprese”.
“Si è creato un forte cameratismo nel gruppo”, osserva Christopher Denham. “Quando abbiamo abbassato la guardia, siamo diventati subito amici. E credo che queste sensazioni intangibili siano visibili anche sullo schermo”.
Tate Donovan confessa di essere stato inizialmente riluttante all’idea di restare confinato per un’intera settimana senza alcun moderno mezzo di comunicazione. “Ero abbastanza seccato”, ammette. “Mi sono unito al gruppo senza entusiasmo. Ma devo ammettere che presto ho cambiato completamente atteggiamento. Ci siamo divertiti moltissimo… abbiamo chiacchierato, organizzato dei giochi e siamo diventati una squadra. E quando sono iniziate le riprese, eravamo molto avvantaggiati. Ben ci ha fornito un luogo sicuro in cui creare i nostri personaggi ed è stato un grande beneficio per tutti noi”.
Il cast di “Argo” comprende anche numerosi altri attori che interpretano i funzionari governativi che si sono adoperati per salvare i sei americani: Kyle Chandler è il capo di stato maggiore della Casa Bianca Hamilton Jordan; Chris Messina è Mario Malinov; Željko Ivanek è Robert Pender; Titus Welliver è Jon Bates; Keith Szarabajka è Adam Engell; e Bob Gunton è il segretario di stato Cyrus Vance. Inoltre Page Leong interpreta Dr. Pat Taylor, la moglie dell’ambasciatore Taylor, mentre Richard Kind veste i panni di Max Klein, uno sceneggiatore che inizialmente ha un atteggiamento aggressivo con Lester Siegel.
“Grazie alla qualità della sceneggiatura e alla storia eccezionale che volevamo raccontare, attori di grande talento hanno accettato di far parte del cast”, dice Affleck.
JOHN CHAMBERS
Quindi tu vuoi venire a Hollywood, far finta che stai lavorando ad un progetto grandioso senza realizzarlo veramente, giusto? Allora hai scelto il posto giusto!
La storia di “Argo” inizia con gli esplosivi eventi iraniani, che scatenano forti reazioni a Washington, DC, che condurranno quindi a un piano di salvataggio messo a punto a Hollywood. Per dar vita a questi set tanto diversi fra loro, Affleck ha collaborato con le sue squadre creative che hanno ricreato gli scontri culturali e il periodo storico. “Il mio scopo principale era che tutto sembrasse autentico e naturale”, dice Affleck. “I set, così come i costumi e le acconciature dovevano amalgamarsi perfettamente sullo sfondo, ed essere impeccabili dal punto di vista dell’accuratezza storica”.
Affleck e il direttore della fotografia Rodrigo Prieto hanno lavorato per creare “un arazzo visivo che conferisce una qualità e un riferimento specifico ad ogni sezione del film”, dice Pietro. “Volevamo aiutare il pubblico ad individuare immediatamente l’ambiente, non appena la scena cambia sullo schermo”.
Questo era molto importante poiché c’erano dei segmenti girati a Los Angeles che dovevano fondersi in modo fluido con le altre immagini della stessa scena, ottenute in seguito on location, a Washington, DC, o in Turchia, che nel film ha fornito l’ambiente iraniano. Prieto continua: “Abbiamo unificato il look di ogni sezione anche se le riprese sono state effettuate in diverse parti del mondo”.
Un esempio citato da Prieto è quello dello sconvolgente assalto all’ambasciata, che mette in moto l’azione di “Argo”. “Il compound dell’ambasciata e i suoi interni sono stati girati presso la Veteran’s Administration a nord di Los Angeles, mentre tutto ciò che si trova al di fuori del muro che circonda l’ambasciata è stato girato a Istanbul, a distanza di alcune settimane. Abbiamo filmato le sequenze ambientate in Iran con una tecnica un po’ sgranata per aumentare la sensazione di disagio”.
Per le scene all’interno della residenza dell’ambasciatore, Affleck ha utilizzato principalmente le cineprese manuali ma chiarisce: “Non volevo che l’effetto fosse troppo ovvio; ho chiesto agli operatori di evitare scossoni o zoom eccessivi. Gli attori hanno dovuto ripetere la scena diverse volte, così come era stata scritta, e poi ho chiesto loro di improvvisare, in modo che anche gli operatori iniziassero a improvvisare. Quando meno se lo aspettavano, qualcuno iniziava a parlare, quindi la sensazione ottenuta era quella dell’imprevedibilità che normalmente ha luogo durante una conversazione”.
Per contrasto, Affleck dice: “Per le scene ambientate a Washington non c’erano macchine manuali; tutto è stato girato con il dolly perciò i movimenti erano più stabili e regolari. Per Hollywood invece ho inserito un sacco di zoom: dall’elicottero, dalle automobili… era una tecnica molto usata negli anni ‘70. Il colore era saturo. Dal punto di vista fotografico ogni set aveva un look specifico”.
La scenografa Sharon Seymour e la costumista Jacqueline West hanno collaborato con Affleck per ricreare l’ambiente storico e gli sfondi e per ottenere un effetto quasi tangibile. Con l’aiuto dell’addetto alle ricerche storiche Max Daly, hanno esaminato pile di fotografie e di giornali e guardato ore di reportage televisivi e film sull’argomento.
Seymour osserva: “Molte cose da allora sono cambiate, e ci sembrano scontate. Ma prima la tecnologia era completamente diversa; non c’erano computer su ogni scrivania. Per tutte le scene ambientate negli uffici, abbiamo dovuto reperire vecchie macchine da scrivere, i telex, e tutti quegli strumenti che oggi non si vedono più”.
L’edificio del Los Angeles Times a Downtown L.A. è stato adibito per ospitare vari interni fra cui gli uffici degli anni ‘70 e le sale conferenza della CIA. Nell’arredare i set, la squadra di Seymour ha prestato particolare attenzione persino ai più piccoli dettagli, riempiendo le stanze ad esempio di posacenere, che oggi sono considerati ‘politicamente scorretti’, e rifornendole di cartine geografiche che 30 anni fa erano diverse.
Nel disegnare i costumi dei funzionari della CIA o di esponenti di altri settori governative, West spiega che nonostante la serietà che contraddistingueva i loro incarichi, “essendo gli anni ’70 estremamente liberi, persino i più conservatori potevano esprimersi in modo fantasioso, con cravatte sgargianti e motivi scozzesi. Tutte le regole della moda erano state stravolte. Lavorare al cinema in questo senso è meraviglioso perché per un certo periodo di tempo si ha la possibilità di vivere in un altro luogo e in un altro tempo. È fantastico”.
Per il personaggio di Tony Mendez, la costumista ha avuto la possibilità di consultare il vero protagonista di quegli eventi. Racconta West: “Ho inviato una e-mail a Tony, chiedendogli di descrivermi ciò che indossava e lui è stato molto gentile a fornirmi i dettagli. Quando partiva per le sue missioni, si trasformava in ciò che lui stesso definiva ‘il piccolo uomo grigio’, che si confondeva nella folla. Ma quando era alla CIA, non penso che fosse il classico funzionario in giacca e cravatta, bensì un agente piuttosto anti-conformista. Ho scoperto che a volte indossava il completo grigio ma che spesso preferiva le giacche spinate di tweed, e infatti è così che ho vestito Ben”.
West ha pensato che i sei ospiti avessero un guardaroba piuttosto limitato dato che erano arrivati dai Taylor solo con gli abiti che avevano indosso. “Abbiamo immaginato che in seguito abbiano iniziato a scambiarsi alcuni capi di vestiario e che Pat Taylor gradualmente portasse loro qualcosa, ma in generale il loro look resta praticamente lo stesso nel corso del film”.
La casa dell’ambasciatore canadese era situata a Hancock Park, un sobborgo di Los Angeles. Il modo in cui le stanze della casa erano dislocate nonché il loro arredamento, si è prestato perfettamente alla produzione. Seymour commenta: “Il color verde avocado era tipico delle cucine dell’epoca e la cucina di quella casa non era mai stata rifatta. Era color lime, quindi più acceso, con mattonelle verdi e bianche e una carta da parati su cui erano disegnate delle felci. Quando sono entrata ho pensato: “È persino meglio – o peggio! – di quel che avrei potuto concepire io!”, racconta ridendo.
Studio Six Productions ha stabilito i suoi uffici presso la Warner Bros. dove il logo sull’emblematica torre è stato cambiato in The Burbank Studios così come si chiamavano allora. Sulla strada vicino allo studio, Mendez e Chambers hanno iniziato a sviluppare il loro finto film presso lo storico SmokeHouse Restaurant, da cui Clooney e Heslov hanno preso il nome della loro casa di produzione cinematografica.
Al di là della San Fernando Valley sono state girate alcune scene presso il lussuoso hotel di Beverly Hilton. Un’elegante casa di Bel Air un tempo di proprietà di Zsa Zsa Gabor, è diventata la casa di Lester Siegel.
Come si conviene al suo status, Lester guida una Rolls Royce Gold del 1975, mentre John Chambers vanta una Cadillac Eldorado ‘77. Il coordinatore di automobili presenti nel film Ted Moser è stato incaricato di reperire, e in alcuni casi di rimodernare, veicoli che ora sono considerati ‘vintage’, fra cui la scintillante roulotte Airstream, che ospita la sede di Chambers. Osserva: “L’abbiamo tirata a lucido e quindi ne abbiamo arredato l’interno per trasformarla in una bellissima roulotte per il trucco. Abbiamo rifatto il look anche alla sua Eldorado che è diventata come nuova, mentre i veicoli nel background non potevano sembrare come se fossero appena usciti da una mostra di macchine d’epoca”.
Questo valeva in particolare per l’assortimento di auto Moser che compaiono nelle sequenze iraniane, fra cui veicoli Granada, Fiat, Peugot, Maverick e un bus Volkswagen, nonché un furgone Unimog del 1962 usato per il trasporto delle truppe, e le classiche macchine della polizia Matador che si vedono nella scena dell’inseguimento mozzafiato all’aeroporto di Teheran.
L’Ontario International Airport, a circa 150 miglia ad est di Los Angeles, ha fornito l’ambiente dell’affollato aeroporto di Teheran. La squadra di Seymour ha munito il terminal di segnaletica in lingua Farsi e di poster giganteschi raffiguranti l’Ayatollah Khomeini. Affleck ricorda: “Per nostra fortuna avevamo molti figuranti persiani, alcuni dei quali hanno vissuto la rivoluzione in Iran. Sono stato riconoscente quando sono venuti a dirmi: ‘Questo mi riporta indietro di 30 anni…’ e ci raccontavano le loro storie. Erano anche desiderosi di aiutarci a creare lo scenario più giusto; infatti alcuni di loro si sono proprio calati nella storia, evidenziando anche le minime discrepanze. In questo modo ero autorizzato ad andare da Sharon e dirle: ‘Sharon, quell’uomo mi ha detto che il leone non c’era sul poster. Non posso credere che tu abbia commesso un simile errore!”, scherza il regista.
I filmmaker sapevano che non sarebbe stato possibile girare in Iran, perciò hanno scelto Istanbul, nella vicina Turchia, per simulare l’ambiente di Teheran. Unica città al mondo ad unire due continenti, l’Europa e l’Asia, Istanbul è anche il punto di transito di Tony Mendez, il luogo dove ottiene il visto dal consolato iraniano.
“Istanbul è una città fenomenale in cui vivere e lavorare”, dice Affleck. “Siamo rimasti tutti colpiti dalla disponibilità delle persone che abbiamo incontrato. Siamo enormemente grati alla magnifica troupe del posto e alla cooperazione del pubblico”.
Due dei luoghi più noti della città sono stati usati per filmare le scene ambientate nella città antica: la Moschea Blu, che si vede solo dall’esterno; e l’interno di Hagia Sofia, dove Tony Mendez ha un meeting clandestino con la controparte dell’ intelligence britannica. Dice Affleck: “Hagia Sofia è un luogo incredibile perché un tempo era una chiesa, poi è diventata una moschea e ora è un museo, quindi rappresenta il punto di incontro di diverse culture”.
Un ampio spazio in cui hanno girato è illuminato da candelabri circolari, con lampadine che recentemente erano state convertite in lampade fluorescenti. Sfortunatamente emettono una luce troppo forte per non parlare del fatto che non esistevano nel 1980. I membri della troupe hanno lavorato anche di notte per rimuovere le oltre 4000 lampadine ed ottenere così la luce più soffusa di cui i filmmaker avevano bisogno.
Forse la sequenza più ardita è stata quella della manifestazione che esplode nell’assalto alla Roosevelt Gate dell’ambasciata statunitense. La scena è stata girata su un campo di calcio nella zona residenziale di Barkikoy. Il campo poteva ospitare oltre 1300 persone, tutti urlanti slogan anti americani in Farsi, in un assordante crescendo.
Vestire le comparse è stato un compito arduo perché Jacqueline West non solo ha dovuto riflettere accuratamente l’epoca ma anche gli usi e costumi di quella società. Afferma: “Abbiamo costruito centinaia di chador, il velo lungo e nero indossato dalle donne e inoltre abbiamo fabbricato tutti gli abiti dei Mullah. Le giacche militari, sullo stile di Castro o di Che Guevara, diventano l’emblema dei rivoluzionari, e quindi ne abbiamo fornite decine. C’erano migliaia di generici quindi abbiamo dovuto attingere a tutte le nostre risorse sia per creare che per trovare tutto il necessario”.
Per portare il pubblico direttamente nel caos, Affleck ha inserito nella folla operatori vestiti come generici, armati di cineprese in 16mm per girare immagini sparse. Inoltre il regista, insieme ad altri, si è mescolato alla folla per girare la rivolta crescente in Super 8. “Il negativo del Super 8 è piccolissimo, perciò quando viene ingrandito in una sala cinematografica diventa sgranato”, spiega Affleck. “Dopo il montaggio ha assunto l’aspetto e la sensazione di un girato autentico; a parte il breve materiale d’archivio mostrato in TV durante il film, non c’è altro repertorio, ma solo immagini nuove, girate appositamente per il film”.
Chris Terrio commenta: “È straordinario perché sembra materiale originale. C’era una marea umana all’esterno del cancello dell’ambasciata e questo è stato ricreato alla perfezione. Anche i generici sono stati travolti dall’emotività del momento, perché non si può non avvertire l’energia creata da una folla infervorata”.
Questo è vero anche per la più piccola ma ugualmente veemente manifestazione che Mendez ed i sei ospiti — travestiti da troupe canadese — devono attraversare a bordo di un veicolo, per raggiungere il luogo del loro presunto sopralluogo, al Gran Bazaar.
“Quando gli attori-manifestanti hanno iniziato a scuotere il furgone eravamo davvero spaventati”, racconta Clea DuVall. “Sembrava che potessimo rovesciarci ed eravamo circondati da persone che ci urlavano contro. Posso dire che non abbiamo dovuto recitare molto in quel momento per apparire preoccupati”.
Aggiunge Christopher Denham: “Una cosa è leggere su copione che i manifestanti si scagliano contro il bus, un’altra è essere circondati fisicamente da centinaia di persone che si comportano come se volessero ucciderti. Fa davvero un certo effetto”.
Persino Affleck è rimasto turbato. Racconta Scoot McNairy: “Ad un certo punto un uomo ha afferrato una pietra e ha iniziato a batterla contro il parabrezza. Ricordo di aver guardato Ben e persino lui sembrava spaventato. È una scena molto intensa”.
Per girare nel Gran Bazaar, il periodo non poteva essere migliore perché quei frequentatissimi negozi erano chiusi per una festa nazionale. “Il bazaar di Istanbul è fantastico”, dichiara Seymour. “Sembra uno di quelli di Teheran, perché sono fra i più vecchi al mondo. Molti degli oggetti sugli scaffali dei negozi hanno un sapore antico quindi non abbiamo dovuto apportare troppe modifiche. Il lavoro maggiore è stato quello di convertire le numerosissime scritte e cartelloni dal turco in lingua farsi”.
“Il bazaar di Istanbul si snoda come un labirinto, è molto caotico, quindi era facile sbagliare strada e perdersi”, racconta Affleck. “Ma era molto bello e siamo stati fortunati che i negozi fossero chiusi, così abbiamo avuto la libertà di girare senza problemi”.
Grant Heslov dice: “Ho sentito dire che Istanbul viene definita il “crocevia del mondo”, ma fino a quando non la vedi con i tuoi occhi, non ti rendi conto di quanto sia bella. La storia della città permea ogni cosa. Il nostro piano di lavoro in Turchia era abbastanza ambizioso ma tutto è andato liscio, soprattutto grazie alla gente del posto. È stato sicuramente il luogo giusto in cui girare”.
Dalla Turchia la produzione si è spostata a Washington, DC. I filmmaker e i membri del cast sono stati privilegiati ad ottenere accesso, seppur limitato, al vero quartier generale della CIA a Langley, VA, dove si sono resi conto che la CIA… è proprio la CIA. Racconta Heslov: “Quando siamo entrati nell’edificio, dovevamo lasciare i nostri cellulari in un cestino ma io non l’ho fatto. Non che mi servisse, ma semplicemente non volevo lasciare il mio telefono. Dopo qualche minuto un agente è entrato chiedendo: ‘Chi di voi ha con sé un ’iPhone?’ Ho risposto che ero io e gli ho chiesto come faceva a saperlo. Allora mi ha portato sul retro dove mi ha mostrato una
console di computer con cui possono monitorare dove si trova un cellulare, che numero ha… praticamente tutto. Mi ha davvero colpito”.
Bryan Cranston commenta: “Percorrere i corridoi di Langley è stato emozionante. Quelle sono state le scene più importanti per me perché mi rendevo conto di quanto fossi privilegiato, come normale cittadino, ad essere lì”.
Affleck dice: “L’edificio presenta un dualismo interessante perché dopo aver percorso un corridoio piuttosto asettico, ti trovi davanti ad una porta in cui c’è scritto Counter Terrorism Unit. Mi sono commosso nel vedere le stelle sul muro in ricordo di chi ha perso la vita svolgendo il proprio lavoro per l’Agenzia Centrale. Per questo ho volute girare una scena in cui Tony passa davanti alle stelle, volevamo che il pubblico le vedesse”.
I filmmaker hanno dovuto rimuovere digitalmente alcune stelle perché il loro numero era inferiore all’epoca in cui si svolgono gli eventi del film. Alcune stelle non hanno i nomi delle vittime perché le loro missioni sono ancora considerate riservate. Alla fine delle riprese del film, Affleck e il montatore William Goldenberg hanno lavorato insieme per riunire le scene girate in vari luoghi.
Il regista sapeva inoltre che la musica avrebbe costituito il trait d’union fra i tre diversi mondi della storia. Affleck utilizza la musica di quel periodo per far sì che lo spettatore entri subito nell’epoca dei fatti del film, in particolare per quanto riguarda il capitolo di Hollywood. “I nostri ricordi vengono spesso evocati da una musica particolare. Senti una canzone e ti viene in mente qualcosa”, dice.
Affleck aggiunge che nella colonna sonora composta da Alexandre Desplat, “dovevamo trovare un tema comune a tutto il film, che venisse suonato in modo diverso a seconda dei momenti del film, cambiando gli strumenti e il ritmo. Alexandre è stato straordinario nel comporre una musica atipica, che incorpora strumenti insoliti, per lo più mediorientali. Senza essere troppo scontato o didascalico, ha creato un sound che ti conduce subito in quel luogo specifico”.
Ciononostante Chris Terrio sottolinea: “Non c’è bisogno di conoscere il Medioriente o la politica di quel periodo, per capire la storia del film. Si tratta di un’audace operazione di salvataggio di sei persone rinchiuse in un luogo molto pericoloso e il fatto che si basa su una storia vera, lo rende ancora più avvincente”.
Affleck conclude: “È emozionante, pieno di suspense, e spaventoso, ma soprattutto spero che sia piacevole dal punto di vista dello spettacolo che offre. Ad un livello più profondo, è un film che svela anche il potere della narrazione perché per tanto tempo questa storia non ha potuto essere raccontata. Ma ora possiamo finalmente essere orgogliosi di quel che hanno fatto queste persone”.
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