La citta' verra' distrutta all'alba di Breck Eisner

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locandina La citta' verra' distrutta all'alba
 
Regista: Breck Eisner
Titolo originale: The Crazies
Durata: 101'
Genere: Horror, Fantascienza
Nazione: U.S.A.
Lingua originale: inglese
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 23 Aprile 2010 (cinema)

Attori: Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker, Christie Lynn Smith, Brett Rickaby, Preston Bailey, Joe Reegan, Glenn Morshower, Larry Cedar
Soggetto: George A. Romero
Sceneggiatura: Scott Kosar, Ray Wright

Trama, Giudizi ed Opinioni per La citta' verra' distrutta all'alba (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Maxime Alexandre
Montaggio: Billy Fox
Musiche: Mark Isham
Scenografia: Andrew Menzies
Costumi: George L. Little

Produttore: Michael Aguilar, Rob Cowan, Dean Georgaris
Produttore esecutivo: George A. Romero, Jeff Skoll, Johnatan King
Produzione: Penn Station, Road Rebel
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di La citta' verra' distrutta all'alba
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Colonna sonora / Soundtrack di La citta' verra' distrutta all'alba
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Riccardo Rossi: David Dutton
Chiara Colizzi: Judy Dutton
Roberto Gammino: Russell Clank
Alessia Amendola: Becca Darling

Personaggi:
Timothy Olyphant: David
Radha Mitchell: Judy
Joe Anderson: Russell
Danielle Panabaker: Becca
Christie Lynn Smith: Deardra Farnum
Brett Rickaby: Bill Farnum
Preston Bailey: Nicholas

Informazioni e curiosità su La citta' verra' distrutta all'alba

Rifacimento dell'omonimo film del 1973 di George A. Romero.
Romero, regista del film originale, ha detto di approvare l'opera in quanto "una vera reinterpretazione" dell'originale.

Le riprese sono iniziate nell'aprile 2009 e si sono tenute principalmente nello Stato della Georgia (USA): tra Perry, sede della Georgia National Fair, Elko, Montezuma; scene addizionali sono state girate nella "The Fountain Car" in Macon e Peach County High School in Fort Valley. Una seconda porzione del film è stata girata in Lenox (Iowa).

Note dalla produzione:
THIS THE END
“La catastrofe è che tutto continui come prima. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato” (W. Benjamin) 1970. Le carcasse maleodoranti dell’‘american dream’ cominciano a infestare il cinema targato
Usa. Non è più tempo di sogni, di speranze, di progetti. L’Harley Davidson cavalcata dai cowboy ‘lisergici’ di “Easy Rider” (1969) rappresentava qualche anno prima ancora un briciolo di aspettativa. C’era ancora un orizzonte da scrutare e un sogno drogato da mandare in frantumi. I primi anni Settanta puzzano invece lontano un miglio di decomposizione. E le campane a morto non si contano più. La controcultura, l’’on the road’, la ribellione, si spengono in un duello finito prima
d’iniziare. Quando la cultura incontra la natura, la cultura muore.
Il nuovo ordine del giorno lo scrive il cinema. E comincia a diventare altro da tutto ciò che abbia a che fare con la parola, con la formalizzazione verbale di un pensiero. Si tramuta in gestualità primordiale, in scatto ferino, in atto puro e semplice. “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut (1969) apre le danze. Non parla, ma comunica con il corpo. E non abita il centro, ma la periferia. Due titoli su tutti: “Cane di paglia” (Sam Peckinpah, 1971) e “L’ultima casa a sinistra” (Wes Craven, 1972).
Riscoprire la natura fa rima con lo sprofondo nell’abisso del male. Se ne ricorderà il John Boorman di “Un tranquillo weekend di paura” (1972) che col braccio alzato a pelo d’acqua dell’ultima sequenza decreterà la morte di ogni frontiera. La fine può avere inizio. 1973. È l’anno precedente all’uscita nelle sale di “Non aprite quella porta” (Tobe Hooper, 1974). I migliori cineasti statunitensi si fanno portatori (in)sani di panico e destabilizzazione allo stato puro.

Il cinema classico statunitense aveva contribuito a gettare le basi della ‘nascita di una nazione’. I Tobe Hooper e i Wes Craven della situazione martellano invece ai fianchi ogni certezza. Di quella nazione non sanno che farsene. E ne demoliscono ossatura e apparato ideologico. Il loro padre putativo? George A. Romero. Il quale, cinque anni prima con “La notte dei morti viventi”, aveva già raccontato tutto. Vita, morte e miracoli degli zombi. Le tenebre del mondo cosiddetto civile. Un film summa, realizzato con poche centinaia di dollari e già diventato cult assoluto. Ma è ora di guardare avanti. Romero sente il bisogno di limare una volta per tutte la sua poetica e vuole scovare un racconto che faccia al caso suo. Si innamora così di un testo di Paul McCollough, roba scottante su cui gli piacerebbe da matti lavorare. Dopo averlo proposto a un produttore di sua conoscenza, Lee Hessel, riceve una risposta che più precisa non si può. Hessel gli dà il via libera, ma a un patto: lavorare sul testo e renderlo più avvincente. Insomma, riscrivere il soggetto. Romero non se lo fare dire due volte. Lo script de “La città verrà distrutta all’alba” nasce da qui. Le riprese durano un paio di mesi e il film esce nelle sale americane il 16 marzo del 1973.

LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA: L’ORIGINALE
La fine del mondo risale al 1968. Romero, complici un paio di amici e poche migliaia di dollari, l’aveva raccontata nel suo primo film, “La notte dei morti viventi”. Bianco e nero dreyeriano, città svuotate, cimiteri in fermento e zombie come se piovesse. La scena finale, perfetto sigillo autoriale di una precisa concezione del mondo, vedeva morire l’ultimo sopravvissuto. Un uomo di colore come tanti massacrato dalle pallottole dell’esercito americano che lo scambia per uno zombie.
Anche “La città verrà distrutta all’alba” affoga in uno sconsolato e feroce pessimismo umanistico e nella consapevolezza che la civiltà non è morta, ma che non è mai esistita. La prima sequenza dice tutto. Romero imbraccia la macchina da presa come un fucile a pompa e filma un bambino che osserva durante la notte lo scempio della madre e la casa che prende fuoco. Il responsabile di tutto?

Il padre. La classica brava persona fino a quando un virus si è impossessato del suo corpo e della sua anima, riducendola a brandelli e trasformandolo in un folle a piede libero. Incipit memorabile. Il titolo originale d’altronde la dice lunga: “The Crazies (traduzione: i folli) ”. Teatro della vicenda è la classica sonnolenta cittadina americana di provincia. Un limbo di anime pacifiche pronta a trasformarsi in un inferno di morte e sangue. La causa di tutto? Un’arma batteriologica creata a scopi bellici e scappata di mano ai militari di turno. Il virus si scatena, la pazzia comincia a impossessarsi di ogni essere umano e il precipizio è dietro l’angolo. Ma Romero non si accontenta di raccontare la nascita della follia nelle pieghe della normalità. Assolutamente no, fa molto di più.
Raccoglie tutta la sua potenza espressiva, fa un bel falò di ogni tipo di accomodamento pacifico e sbaraglia sintassi cinematografica e tradizionalismo narrativo all’insegna di una vera e propria rivoluzione formale. Diventa un cecchino anarchico e dissacrante di istituzioni, luoghi di potere e frasi fatte di ogni tipo.

“La città verrà distrutta all’alba” germoglia nel cuore nero del contagio, prende forma nell’allegoria dell’apocalisse e si conclude nella metafora della fine. Quando i militari provano a tenere in pugno la situazione, evacuando intere zone, perimetrandone altre e rinchiudendo i civili in zone di massima sicurezza, vengono accolti dagli abitanti della cittadina interessata con colpi di fucile e resistenze di ogni tipo. E’ il caos. Un circolo vizioso di morte al lavoro in cui l’’homo homini lupus’ hobbesiano viene declinato nelle forme di un corpo a corpo forsennato e in un montaggio ellittico e indemoniato davanti al quale sarebbe impallidito persino Sam Peckinpah.
“La città verrà distrutta all’alba” non è un semplice film di passaggio per George A. Romero, ma la definizione asciutta e feroce di una poetica autoriale che sarebbe esplosa appieno nel 1978 con “Zombie”. La catena di montaggio dell’orrore nasce da qui. Dalle costole di un mondo andato in pezzi. Dai detriti fumanti di un cinema che non si stanca di mostrare il vero volto dell’orrore.

LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA: IL REMAKE
“È una vera reinterpretazione del mio film originale. Davvero un horror ben fatto” (George A. Romero)
A George A. Romero piace starsene tranquillo a Pittsburgh, la città in cui ha sempre vissuto. Adora la quiete domestica, il silenzio e la benedetta lontananza dal clamore hollywoodiano. È difficile – anzi impossibile- scorgerlo in qualche serata ufficiale, in qualche conferenza stampa o magari in giro per le vie più ‘in’ di Los Angeles. Sì, certo, le eccezioni confermano la regola: quest’anno lo abbiamo visto a Venezia per il suo “Survival of the Dead”. Dopo di che, il buio. Al momento pare essere impegnato in un misterioso progetto di cui si sa ancora poco o nulla. Insomma, top secret. Arriviamo dunque alla notizia. Due giorni prima che “La città verrà distrutta all’alba” (remake del suo film del 1973) uscisse nelle sale americane, il buon George alza la cornetta e fa una telefonata a Breck Eisner, il regista del film. Il quale, sentita la voce di Romero, per poco non cade dalla sedia.

Il timore che il maestro possa stroncare in diretta telefonica il film è piuttosto grande, ma infondato. Romero ha infatti avuto modo di vedere l’opera in una proiezione privata e gli è piaciuta parecchio. La cosa che ha apprezzato di più? Beh, il fatto che non ci si sia limitati a fare un remake dell’originale, ma una sua vera reinterpretazione. Eisner ricorda così la telefonata: “È stata una conversazione davvero fantastica. Avevo un sacco di peso sulle spalle. Ero sicuro che avesse qualche critica, invece mi ha detto di aver apprezzato moltissimo il film, soprattutto per il modo in cui si è discostato dall’originale”.

Romero centra subito il punto. “La città verrà distrutta all’alba” è un remake davvero sorprendente. Tanto che più che di remake, forse, dovremmo parlare di ritorno alle atmosfere autentiche di quel film. In fondo si tratta della rivisitazione di un titolo che nel cinema americano degli anni Settanta ebbe una valenza addirittura seminale. Al di là dunque dei cambiamenti narrativi che si registrano rispetto al film del 1973, il tema centrale, anche stavolta, è quello del contagio. Romero partiva da qui per la fantastica e ossessiva incursione nel cuore fiammante della sua poetica (l’anti-militarismo che sarebbe poi esploso appieno ne “Il giorno degli zombi”, la follia anarchica della grammatica filmica, la disillusione nei confronti dell’uomo). Anche Breck Eisner salta i preamboli e ci proietta ‘in medias res’, nelle viscere della classica cittadina dell’America profonda scossa da un male che si annida improvvisamente nella psiche dei suoi abitanti. E che li trasforma in belve assetate di sangue.
Una giornalista americana, scrivendo dell’opera sul sito “about.com”, ha parlato di “film spartiacque nella storia dei remake horror”. E ha fatto centro. “La città verrà distrutta all’alba” possiede tutta la perturbante inquietudine dell’originale di George A. Romero, unita a una resa spettacolare a dir poco avvincente. Breck Eisner inventa momenti di puro panico, gioca con lo spettatore al gatto col topo e, premendo sul ‘gore’ più spinto, trasforma l’horror in un action apocalittico percorso da una tensione inarrestabile. Risultato? Un film assolutamente memorabile che al botteghino americano ha registrato incassi straordinari.

Il film è prodotto da Michael Aguilar (The departed - Il bene e il male), Dean Georgaris (Notte brava a Las Vegas) e Rob Cowan (Sfida senza regole - Righteous Kill), mentre George A. Romero è il produttore esecutivo. La troupe è composta dal direttore della fotografia Maxime Alexandre (Le colline hanno gli occhi), dal montatore Billy Fox (Traitor), dallo scenografo Andrew Menzies (The Uninvited) e da Robert Hall (Quarantine virus letale), ideatore del trucco e degli effetti speciali.

NOTE DI PRODUZIONE
Nel 1973, lo straordinario maestro dell’horror George A. Romero realizzò il suo terzo film, La città verrà distrutta all’alba, provocatoria storia di una cittadina colpita da un virus mortale che si diffonde ancor più velocemente del panico che crea. Il nuovo e angoscioso remake di Breck Eisner si ricollega così all’originale di Romero creando a un mondo terrificante dove un’arma batteriologica creata a scopi bellici e scappata di mano ai militari di turno scatena una virus e tira fuori i lati e i pensieri più oscuri delle vittime spingendole alla violenza.
“Siamo partiti dalla realtà e l’abbiamo adattata ed estremizzata, se così si può dire,” commenta Eisner. “Ma il fulcro della storia, l’inizio stesso del film è basato su qualcosa che potrebbe verificarsi veramente.”

Il produttore Rob Cowan racconta che inizialmente aveva intenzione di concepire La città verrà distrutta all’alba all’insegna di un approccio diverso. “Quando ho letto la sceneggiatura però, ho capito che rappresentava qualcosa di molto diverso e di più avanzato rispetto al genere horror, sebbene contenesse tutto il terrore e la suspense che gli amanti di questo genere vogliono vedere sul grande schermo.”
Cowan riconosce a Eisner il merito di aver letteralmente trasformato la sceneggiatura portandola a un livello molto più alto. “Breck è un cineasta molto interessante e ha veramente trasformato la storia,” commenta il produttore. “Si è avvicinato alla sceneggiatura con rispetto e vi ha apportato la sua sensibilità unica, mantenendola però spaventosa e terrificante.”

Il nuovo film è stato adattato da Ray Wright (Pulse) e da Scott Kosar (The Amityville Horror). Wright confessa di non aver mai visto il film originale fin quando non ha iniziato a scrivere la prima stesura della sceneggiatura. “La drammatica situazione di partenza della storia era molto avvincente per me — si parla di una cittadina sotto assedio —ed è questo che mi ha attratto maggiormente del progetto. Inoltre, George Romero è un’autentica leggenda e di conseguenza mi sono sentito onorato di poter lavorare su qualcosa creato da lui.”
Lavorando a stretto contatto con Eisner, gli sceneggiatori sono partiti dall’idea originale di Romero e l’hanno aggiornata, producendo una sceneggiatura che è al contempo terrificante ed
estremamente profonda. “Breck ha partecipato a tutte le fasi del processo di scrittura, dalla costruzione delle scene alla revisione dei dialoghi,” commenta Wright. “Alla fine, probabilmente ho accumulato una mezza dozzina di versioni anche se le revisioni più significative sono state fatte nella prima.”

Aggiunge Eisner: “Nella prima versione di Scott l’esercito era molto più presente e da questo punto di vista era sicuramente molto più vicina al film originale nel quale gli eventi erano narrati sia dal punto di vista dei cittadini, sia da quello dell’esercito. Noi abbiamo preferito invece lavorare più sul lato horror della storia e concentrarci maggiormente sugli abitanti della cittadina mantenendo la presenza dell’esercito, ma eliminando il loro punto di vista e raccontando la storia solo attraverso gli occhi di David e Judy.”

Quando sono iniziate le riprese di La città verrà distrutta all’alba, Cowan si è ritrovato nel mezzo di un set a dir poco epico. “Avevamo convogli e aerei militari,” racconta Cowan. “A un certo punto avevamo addirittura un intero stormo di elicotteri che spingono gli abitanti della città dentro una specie di recinto. Ogni giorno delle riprese abbiamo girato alcune sequenze assolutamente spettacolari e pericolose. E’ stato sempre così, dall’inizio alla fine.”

Secondo il produttore sono due gli aspetti della trama che fanno sì che La città verrà distrutta all’alba trascenda il genere horror. Il primo elemento è stato l’ambientazione: un’idilliaca comunità rurale che sembra un paradiso fino a quando le cose cominciano a prendere una brutta piega. “La minaccia arriva da persone che si conoscono benissimo e il film insiste parecchio su di loro per far sì che il pubblico conosca molto bene coloro che poi diventeranno dei pazzi assassini. Si tratta spesso di persone che anche i protagonisti conoscevano molto bene.”
“L’altro elemento interessante è l’esercito e la maniera in cui reagisce,” aggiunge. “Anche i soldati rappresentano una minaccia e quindi i nostri eroi non devono difendersi solo dai folli assassini, ma devono vedersela con due diverse forze nemiche e non hanno nessuno a cui rivolgersi per cercare aiuto se non a loro stessi.”

Brian Frankish, produttore associato di La città verrà distrutta all’alba, osserva che l’energia e il punto di vista di Eisner hanno contribuito decisamente a rendere il film diverso da quelli dello stesso genere. “Breck è giovane nello spirito,” osserva. “E ha anche un occhio del tutto particolare che gli permette di vedere esattamente ciò che vede l’obiettivo della macchina da presa. Si è circondato di artisti formidabili che hanno formato una squadra davvero perfetta che comprende tra gli altri lo scenografo Andrew Menzies e il direttore della fotografia Maxime Alexandre. Grazie al loro lavoro il pubblico non riuscirà a staccare gli occhi dallo schermo concentrandosi sull’evoluzione della storia.”

E sono proprio i mezzi impiegati in questo film a distinguerlo nettamente dall’originale di Romero, caratterizzato come tutti i film del grande maestro da budget ridottissimi. “La cosa che rende interessante il film originale è proprio George Romero,” commenta Frankish. “La sua è una scrittura magnifica e al centro del suo film ci sono esattamente le stesse cose. Non si tratta di donne e bambini in pericolo e neanche di un terribile mostro che minaccia un gruppo di persone, ma di qualcosa di molto più grande e di conseguenza di molto più terrificante.”

Radha Mitchell, che interpreta la dottoressa Judy Dutton, moglie dello sceriffo e medico della città, trova che il punto di partenza del film sia letteralmente agghiacciante per le stesse ragioni.
“Generalmente, nei film di questo genere, la minaccia viene dall’esterno” osserva l’attrice. “Mentre in questo caso la storia è ambientata in una cittadina dove si conoscono tutti e la minaccia proviene da qualcuno che ti è molto vicino. Prendere una cosa conosciuta familiare e trasformarla in qualcosa d’irriconoscibile è sempre una mossa interessante.”
“Una delle cose che ho amato maggiormente del film è che si svolge nel vero cuore dell’America,” continua Eisner. “Sono quegli spazi immensi e aperti, quei campi di grano e di granturco che si estendono per chilometri e chilometri, quelle pianure sconfinate dove non c’è assolutamente nulla.

Sono questi elementi a creare un paesaggio epico. Non ci sono alberi, case o altri edifici. Puoi percorrere una strada e avere una visibilità di 50 chilometri in qualunque direzione tu vada e anche questo limita le tue opzioni: in un paesaggio come questo non ci sono posti in cui nascondersi. I protagonisti del film devono sfuggire all’esercito, ai folli assassini e al virus, ma si muovono in un paesaggio sconfinato assolutamente aperto dove sono totalmente esposti a tutte le minacce, un paesaggio che da bello e incantevole diventa per questo terrificante.”
A rendere il film ancor più scioccante è la velocità di trasmissione del virus che devasta l’intera città in soli tre giorni. “Abbiamo girato una scena con David, il personaggio interpretato da Tim Olyphant, mentre cammina lungo una tranquilla e bellissima strada cittadina,” racconta Frankish.

“Qualche giorno dopo, nella stessa strada, vediamo televisori rotti ammassati per terra, montagne di cavi e carcasse di auto bruciate. I folli hanno preso il controllo della città e l’esercito non è in grado di tenerli a bada. Le conseguenze sono simili a quelle dei disordini di Los Angeles o dell’uragano Katrina. E’ il caos più totale.”
La città verrà distrutta all’alba si annuncia come un film che farà pensare molto e che spingerà gli spettatori a parlarne parecchio dopo averlo visto, secondo Frankish. “M’immagino gli studenti nei bar del paese che dopo aver visto il film, discuteranno tra di loro dicendo, ‘Che ne pensi di quella scena? E se invece avessero fatto altro?’ E credo che questa sia una cosa molto importante.”

Olyphant, protagonista maschile del film, sottolinea le analogie tra il clima sociale dell’epoca in cui Romero ha scritto il film originale e quello di oggi. “La caratteristica di tutti i film di Romero è che parlano di qualcosa che non è solo e semplicemente spaventosa,” commenta l’attore. “Nei suoi film Romero riusciva sempre ad attingere a cose che succedevano all’epoca, tipo la Guerra del Vietnam. E oggi ci troviamo in circostanze simili con una guerra in corso che divide il popolo americano.”
“Tuttavia, qualunque messaggio e di qualunque natura esso sia”, aggiunge Cowan, “è secondario al valore di intrattenimento del film. Non era nostra intenzione realizzare un film che contenesse un messaggio di un qualunque genere. Ci sono elementi all’interno del film che riflettono sicuramente l’epoca nella quale viviamo e le opinioni della gente sulla sicurezza e la vigilanza. Sicuramente tutto questo permea la nostra storia anche se non era forse questa la nostra intenzione primaria. Ed è proprio il suo contenuto sociale di base che mi ha attratto verso questo racconto”.

“La mia intenzione innanzitutto è che il pubblico si diverta quando andrà nelle sale a vedere La città verrà distrutta all’alba. Sappiamo che all’interno del film ci sono dei temi importanti sui quali il pubblico potrà riflettere, ma in fondo quello che desideriamo è che gli spettatori si godano le sorprese del film e che riescano a dimenticare i loro problemi almeno per un paio d’ore. Il pubblico arriva nelle sale portando con sé il proprio carico di ansie e di paure alcune delle quali vengono espresse in maniera chiara e plateale sullo schermo. Il pubblico vivrà una specie di catarsi e uscendo dalla sala potrà sentirsi sollevato”.
“La cosa che mi ha colpito maggiormente di La città verrà distrutta all’alba è il viaggio che i protagonisti sono costretti ad affrontare, quello che lo sceriffo e la moglie incinta devono compiere loro malgrado. La passione con cui il pubblico desidera che i due protagonisti si salvino emerge sin dal primo minuto e aumenta fino alla fine.”


LA SCELTA DEGLI ATTORI
I quattro protagonisti de La città verrà distrutta all’alba formano una stretta alleanza per sopravvivere. Un dato importante questo al quale i realizzatori hanno voluto dare un forte risalto. Sapendo infatti che gli attori - sottoposti a riprese a volte molto stancanti - avrebbero dovuto creare un forte cameratismo, regista e produttori si sono concentrati proprio su questo aspetto durante l’intero processo di casting.

“Abbiamo cominciato dal personaggio di David Dutton,” ricorda Eisner. “Durante il casting ho sempre pensato a Tim Olyphant per quel ruolo. Abbiamo preparato liste su liste, ma alla fine Tim era sempre in testa. E così gli abbiamo mandato il copione e lui ha reagito subito positivamente. Ed è una cosa piuttosto rara che l’attore che vuoi, che è anche il primo della lista, sia lo stesso che desidera fare il film.”
“Tim ha lo stesso fascino e le stesse qualità dell’uomo medio, genere Gary Cooper, ed è perfetto per questo personaggio,” osserva il produttore Rob Cowan. “E’ un uomo normale che cerca di mettere su famiglia e di non deludere le aspettative del padre; fa lo sceriffo in una piccola cittadina e si trova catapultato in queste circostanze straordinarie.”
Eisner concorda: “Tim è una star del cinema e ha quell’aura tipica delle star. Ma al contempo si sente un normale essere umano, è uno con i piedi per terra dotato di grande intelligenza. Era davvero perfetto per la parte.”

Per Olyphant la qualità della sceneggiatura veniva prima di tutto. “La sceneggiatura era semplicemente fantastica,” commenta l’attore. “L’ho trovata avvincente sin dal primo minuto.
All’inizio mi sono detto: ‘Oh, ma è veramente divertente,’ e dopo averla letta mi è rimasta dentro per giorni. Ho adorato soprattutto il titolo. Ricordo di aver visto un trailer del film originale dove tutti urlavano continuamente: ‘The Crazies! The Crazies!’ (nota: Il titolo originale del film è The Crazies, i pazzi, e si riferisce agli abitanti colpiti dalla follia in seguito al virus). L’ho adorato.”

Olyphant ammette di amare i film dell’horror quando sono di qualità. “Ricordo che quando ero bambino volevo vederli a tutti i costi, ma mi dicevano sempre che ero troppo piccolo. E bastava questo a renderli fantastici ai miei occhi. Ricordo mio fratello che me li descriveva sequenza per sequenza, scene per scena, inquadratura per inquadratura, ma neanche lui li aveva mai visti!”
“Lavorare con Eisner è stata un’esperienza improntata a una fortissima collaborazione”, ricorda Olyphant, e racconta che le loro chiacchierate prima delle riprese sono state utili quanto la sceneggiatura nel tirare fuori gli aspetti più interessanti del suo personaggio.

“Abbiamo avuto un bellissimo rapporto di collaborazione prima e durante le riprese,” commenta Olyphant. “Ci parlavamo al telefono e tramite posta elettronica. Lo andavo a incontrare nel suo ufficio e insieme scorrevamo la sceneggiatura. E più parlavamo, più interessante diventava il mio personaggio e più aumentava il mio interesse per l’operazione.”
Lo scambio di idee è continuato durante le riprese. “Per Breck la sceneggiatura è stata una specie di guida,” osserva Olyphant. “Perché tutto era ancora aperto e lui mi ha permesso di partecipare anche al processo creativo. Questo per me è stato molto importante.”

Una delle preoccupazioni che Olyphant ha espresso a Eisner riguardava il rapporto tra David e la moglie, Judy. “Ricordo di aver detto a Breck, ‘Non so cosa ne pensi tu, ma questo non è il mio matrimonio.’ Il matrimonio è complesso, delicato e volevo vederne la fragilità. Se cominci con un rapporto che sembra vacillante e poi ci aggiungi tutta quella roba, la storia o finisce subito oppure migliora notevolmente.”
“I personaggi e il loro rapporto sono fondamentali ai fini del film”, aggiunge Olyphant. “Abbiamo trovato dei grandi personaggi che sono molto reali e spero che la loro presenza faccia sì che il film venga visto come un qualcosa in più della solita opera di genere. La storia inizia con un rapporto interessante e molto realistico tra moglie e marito e poi si allarga a tutte le altre storie del film.
Tra lo sceriffo e il suo vice, Russel, per esempio c’è un rapporto un po’ altalenante come anche tra Judy e Becca, la ragazza che lavora per lei.”

Radha Mitchell interpreta la dottoressa Judy Dutton, moglie dello sceriffo. “Per il ruolo di Judy cercavamo un’attrice che desse l’impressione di una donna concreta, con i piedi per terra, ma che avesse quella luce, quella scintilla particolare che Radha ha,” racconta Cowan. “Radha ha apprezzato il fatto che Judy non fosse semplicemente la ragazza o la moglie, ma che fosse un medico, con una storia tutta sua.”
“Sono un grande fan di Radha,” commenta Eisner. “Ci ha regalato delle interpretazioni magnifiche ed è stato un autentico piacere averla in questo film. Ha messo una grandissima intensità nel suo ruolo di donna che combatte per la sopravvivenza e che cerca con tutta se stessa di farcela. La sua interpretazione è arricchita da emozioni vere e viscerali; guardarla recitare è stato un autentico spettacolo.”

In qualità di medico di una cittadina di provincia, Judy ha un rapporto molto stretto con gli abitanti. “Ha fatto nascere i loro bambini,” commenta Mitchell. “Li ha visti in situazioni difficili ed è scioccata e mortificata quando vede in cosa si sono trasformati. Nel momento in cui lei e il marito scoprono che c’è un problema nell’acqua, i militari li portano in un campo dove moglie e marito vengono separati. Il fatto che Judy sia incinta del suo primo figlio non fa che alzare la posta”, aggiunge Mitchell. “Ha un’altra vita dentro di lei e questa è una fortissima motivazione.”

Il ruolo richiedeva un’interpretazione molto fisica per la Mitchell, dovuta in parte anche a quello che lei definisce il “minimalismo” della sceneggiatura. “Devi sentire e reagire a quello che succede, ma in realtà non ci sono parole per descriverlo,” commenta. “L’aspetto fisico della mia interpretazione è stato molto interessante e divertente. Sono protagonista di alcune scene piuttosto bizzarre, sequenze assolutamente diverse da tutte quelle che ho interpretato finora ed è sempre elettrizzante partecipare a una cosa del genere.”

Mitchell, che ha già interpretato un certo numero di thriller, ha trovato l’intensità di questa esperienza assolutamente catartica. “Ti trovi a dovere esprimere tante cose che nella vita reale non esprimi mai,” commenta. “Nella vita vera non mi capita mai di dover urlare in questo modo, ma in questi film lo faccio sempre. E in questo soprattutto!” E strilla parecchio, secondo quanto dicono i suoi compagni di lavoro. “Radha urla meglio di qualunque altro attore” commenta Olyphant. “Siamo stati molto fortunati per questo. Sul set, durante le riprese, spesso eravamo costretti a indossare i tappi per le orecchie al fine di coprire il rumore dei colpi di arma da fuoco. Ma li abbiamo messi anche quando Radha urlava. Era spaventosa.”
Cowan concorda con Olyphant. “Radha è meravigliosa nelle scene più spaventose. Sa esattamente come si grida e come si lotta; questo ha contribuito a far salire il livello di paura.”

Il primo film horror che la Mitchell ricorda di aver visto è Miriam si sveglia a mezzanotte. “David Bowie e Catherine Deneuve erano dei vampiri,” commenta. “E’ un film che fa tantissima paura ed ero troppo giovane all’epoca per vederlo ;è per questo che mi è rimasto così impresso. Alcuni film sono così intensi che ti lasciano qualcosa per sempre. Ti senti di far parte di quei film.”
Per il ruolo di Russell, il vice sceriffo, i realizzatori avevano bisogno di un ragazzo “qualunque” - osserva Cowan —qualcuno che fosse affascinante e divertente, ma che fosse anche in grado di sopportare il peso di questo ruolo. “Passa dall’essere un ragazzo normale a una persona che deve prendere un’importantissima decisione morale. Ho sempre pensato che quello di Russell fosse il ruolo migliore del film.”

“Prima del provino non conoscevo bene la carriera di Joe Anderson,” ricorda Eisner. “Ma quando si è presentato e ha fatto il provino abbiamo capito all’istante che era il nostro uomo. Credo che abbiamo visto circa 100 attori per la parte, ma dopo ogni provino tornavamo sempre a Joe.”
Russell Clank è un ragazzo ambizioso che un giorno vorrebbe succedere a David come sceriffo. Il suo coraggio e la sua tenacia vengono messi a dura prova dalla storia. “Credo che la sua evoluzione sia forse la più importante del film,” commenta Anderson. “E’ un ruolo adulto con qualche elemento di pericolo. La sua è una storia di passaggio, di crescita, durante la quale gli viene offerta la possibilità di diventare un uomo.

“Interpretare un personaggio che vive tutte queste trasformazioni, è un’occasione meravigliosa,” continua l’attore. “Ti da tanto materiale su cui lavorare. C’era talmente tanto sulle pagine della sceneggiatura che a un certo punto mi hanno letteralmente invaso il cervello. Poi, all’improvviso, ho avuto una visione chiara del film che volevo interpretare.”
Anderson ha tratto grande ispirazione dai vari metodi di lavoro adottati da Eisner. “Breck è molto determinato,” osserva l’attore. “Sa esattamente cosa vuole e come vuole arrivarci. A volte abbiamo usato gli storyboards e lui aveva una lista delle inquadrature. In altri giorni era più aperto, meno organizzato ed è stato interessante lavorare con un regista che sa essere sia estremamente rigido su alcune cose, sia estremamente aperto all’improvvisazione su altre.”

Anderson è stato iniziato al genere horror da Nightmare-Dal profondo della notte. “Devo avere avuto otto o nove anni,” ricorda l’attore. “Mio padre mi spaventava a morte schioccando le dita e dicendomi che era Freddy Krueger. Ricordo incubi senza fine ma anche tanto divertimento.
“Nel nostro film c’è tanto spettacolo,” aggiunge Anderson. “Abbiamo elicotteri e armi che sparano. Devo dire che mi sono arrabbiato quando hanno portato gli stuntman. Sono un ragazzo grande ormai, ed erano anni che aspettavo l’occasione di interpretare un poliziotto sullo schermo. Non vedevo l’ora di girare qualche scena di azione pura”.

Ma la cosa più divertente è stata lavorare con gli altri attori per creare la solidarietà e il cameratismo necessari ai personaggi per sopravvivere. “Abbiamo dovuto trovare delle sfumature per comunicare al pubblico quanto bene ci conoscessimo, le condizioni in cui si trova la città e quali siano i nostri rapporti,” continua l’attore. “E ho apprezzato moltissimo il modo in cui Breck e gli altri sono riusciti a fare emergere queste sfumature.”
Anderson e Olyphant hanno lavorato insieme di recente in High Life. “Joe è fantastico,” racconta Olyphant. “Si impegna moltissimo e avendo già lavorato insieme le cose sono state molto più semplici.”

Danielle Panabaker interpreta Becca, l’assistente diciassettenne di Judy Dutton. “Quello di Becca in origine doveva essere un ruolo molto piccolo,” racconta Cowan. “Danielle Panabaker è affascinante, bella e piena di talento. E’ molto giovane ma ha anche una certa maturità. Quando è venuto fuori il suo nome, abbiamo deciso di dare più spazio al suo personaggio per mettere in luce la sua bravura.”
“Danielle è un’attrice giovane, appassionata e piena di talento,” commenta Eisner. “Nel film ha interpretato alcune scene piuttosto intense, come quando deve affrontare il fatto che la sua famiglia sia stata uccisa e che il fidanzato venga freddato davanti ai suoi occhi, solo per citare alcune delle sequenze più terrificanti del film. E’ un ruolo piuttosto difficile per un’attrice così giovane, ma Danielle non ha mai avuto un momento di esitazione. Era elettrizzata dall’idea di trovarsi su questo set e credo che in futuro sentiremo molto parlare di lei.”

Panabaker descrive il suo personaggio come la tipica studentessa del liceo che lavora part-time nell’ambulatorio del dottore e che si trova coinvolta in quest’orribile storia. “La cosa che mi piace di più di questa sceneggiatura è che affronta i lati più oscuri delle persone,” commenta la giovane attrice. “Una delle manifestazioni della malattia è che porta allo scoperto alcune delle paure e dei risentimenti più profondi spingendoti a uccidere. Non c’è modo di scoprire che cosa arriveranno a fare le persone colpite dalla malattia”.

“I demoni più profondi di ognuno di noi emergeranno,” continua lei. “Il preside della scuola si rivolta contro gli alunni perché in fondo al suo cuore lui li detesta. Dopo aver letto la sceneggiatura mi sono chiesta quali fossero i miei luoghi oscuri e credo che sia una domanda che anche gli spettatori si faranno. E’ un film veramente dark ed elettrizzante.”
Paragonando La città verrà distrutta all’alba ai film horror più tradizionali, Panabaker osserva, “Con Jason di Venerdì 13, sai subito che stai fuggendo da un tizio enorme che ti ucciderà. Con una malattia come quella del film, non sai realmente cosa può succedere. C’è questa enorme paura dell’ignoto. Chi è che t’insegue e che cosa ti farà se ti prenderà? Ci sono alcune morti veramente raccapriccianti e sanguinolente, ma ci sono anche dei momenti di puro terrore, oltre a scene di azione bellissime.”

Panabaker riconoscere di avere paura della maggior parte dei film dell’orrore. “Sono una vera fifona,” racconta. “Dopo aver visto Bambi da bambina ho avuto gli incubi. Ma durante la preparazione del film ho visto Disturbia e l’originale di Venerdì 13. Comincio ad apprezzare il genere e tutto il lavoro che c’è dietro alla realizzazione di un film come questo. Sono certa che il pubblico si appassionerà a questa sorta di realtà sospesa. Come attrice trovo che vi siano luoghi meravigliosi da esplorare nel cinema horror. Posti che ti permettono di vivere tante emozioni diverse.”

Durante le riprese, gli Stati Uniti sono stati invasi da un’ondata di panico per la possibile diffusione del virus dell’influenza suina sviluppatosi in Messico. “E’ stata la prova concreta di quanto sia terribile e attuale l’idea che è alla base del nostro film,” commenta Panabaker. “E’ importante per me interpretare film che abbiano una certa rilevanza e che tocchino il pubblico. Credo che questo film coinvolgerà gli spettatori perché li costringerà a pensare. Penso che la gente andrà nelle sale a vederlo e si divertirà molto ma poi, una volta lasciata la sala, ci penserà e valuterà cosa potrebbe succedere se capitasse alla loro città.”


IN CERCA DI TRIXIE
Il virus mortale che scatena gli eventi di La città verrà distrutta all’alba ha un nome del tutto innocuo: Trixie. La malattia che ne consegue provoca una serie di sintomi mentali e fisici che hanno un effetto devastante sulle vittime umane. Nel momento in cui i realizzatori hanno iniziato a lavorare sulla visualizzazione di Trixie e dei suoi sintomi, Breck Eisner ha insistito affinché il tutto fosse credibile e realistico da un punto di vista medico.
“Una delle cose interessanti di questo film è che non è una storia di morti viventi,” commenta Eisner. “Romero ha realizzato diversi film sugli zombi, ma questo non rientrava in quella categoria.”
Invece di un’orda di morti viventi mangiatori di cervelli, gli “infetti” sono individui malati che reagiscono ognuno a suo modo – tutti comunque terrificanti – al virus. Ed è stato questo il punto di partenza che ha guidato il design di tutti gli aspetti visivi delle varie fasi della malattia.

Robert Hall di ‘Almost Human’ -una delle principali società di Hollywood che si occupano di trucchi ed effetti speciali- ha avuto il compito di sviluppare il look dei cittadini colpiti dal virus Trixie con l’ordine specifico di trovare dati medici a sostegno delle idee che avrebbero proposto. “Abbiamo fatto molte ricerche su vere malattie,” dice Hall. “Ogni volta che proponevamo a Breck un’idea su, per esempio, la metà del volto di uno dei malati, lui voleva sapere subito a quale malattia vera ci fossimo ispirati e come avremmo potuto farla corrispondere al virus Trixie. Se la nostra proposta fosse stata corroborata da dati medici, allora avremmo avuto carta bianca.”

“Creare il look dei cittadini colpiti dal terribile virus è stato un lavoro lungo”, racconta il produttore Rob Cowan. “Abbiamo iniziato giocando con tutta una serie di malattie e una volta trovata l’idea di base giusta, Rob Hall e i suoi l’hanno sviluppata per farci vedere più o meno di cosa si trattasse. E’ difficile descriverla a parole. Diciamo che è stato difficile mangiare per qualche giorno.”
La prima preoccupazione di Hall è stata quella di ricreare qualcosa di originale, ma che fosse comunque realistico. “La sceneggiatura fa riferimento all’idrofobia per quanto riguarda i sintomi e la maniera in cui il virus colpisce l’organismo,” racconta. “Siamo partiti da questo anche se non siamo stati letterali nell’ispirazione. Poi abbiamo continuato la concettualizzazione basandoci sulle idee di Breck”.

“Gli autori hanno anche inserito delle idee interessanti sul tetano,” continua Hall. “Il tetano determina un forte irrigidimento del collo e dei muscoli e abbiamo pensato che sarebbe stato un interessante tema ricorrente che i cittadini colpiti dal virus avessero tutti il collo rigido, con i tendini del collo bene in vista e il viso ricoperto da pustole sanguinolente. Alla fine abbiamo messo insieme tutta una serie di sintomi presi da vere malattie, compresa la sindrome di Stevens-Johnson che è una malattia molto rara che causa dei rash cutanei rossi o violacei molto dolorosi e che alla fine provoca la morte dello strato superiore del derma.

“L’effetto che Trixie ha sui folli”, racconta Hall, “è venuto fuori dall’idea che il virus rendesse le sue vittime “iper-vive”. “E’ come se la vita uscisse dalle loro vene creando delle sacche di infezione. Il virus deve uscire necessariamente dagli occhi e dalle orecchie.”
Le ricerche di Hall e la sua fervida immaginazione hanno prodotto risultati spettacolari. “Sembrano veramente delle persone malate, il che la dice lunga sull’incredibile talento di Rob e dei suoi uomini,” commenta Danielle Panabaker. “Assistere alla trasformazione degli attori che uscivano dalla roulotte del trucco è stato veramente impressionante.”

L’attrice Radha Mitchell ha raccontato che il trucco finito l’ha aiutata a capire fino in fondo la sofferenza del suo personaggio. “I folli erano assolutamente reali e credibili e per questo ancor più disgustosi, raccapriccianti e spaventosi. Appena si muovevano seminavano il terrore.”
“L’aver realizzato un trucco strettamente ancorato alla realtà non ha fatto che aumentare il pathos per il destino degli infetti”, commenta Joe Anderson. “Non hai l’impressione di guardare un mostro, quanto una persona che ha un gravissimo problema. Sono degli esseri umani in tutto e per tutto che sono però molto ma molto malati.”

Hall e i suoi hanno utilizzato delle tecniche all’avanguardia per creare delle protesi su misura per gli attori. “L’infezione si diffonde molto velocemente, colpendo tutti nel giro di 48 o al massimo 72 ore,” osserva. “Di conseguenza i vari stadi della malattia si avvicendano a grande velocità e tutte le attrezzature e le applicazioni che abbiamo usato dovevano essere molto mobili perché dovevamo essere in grado di mischiarle e combinarle tra di loro.”
“Per quanto riguarda le protesi su misura, abbiamo fatto dei calchi dal vivo”, continua Hall. “Questo ci ha permesso di scolpire dei pezzi di silicone singoli sui quali abbiamo accentuato tutti i muscoli principali. Li abbiamo poi applicati sui rispettivi attori ”infetti” e abbiamo smussato gli angoli per far si che fossero più realistici.”

Poiché la malattia progredisce molto velocemente, Hall ha dovuto spesso aggiornare il trucco di un personaggio al volo. “Breck mi diceva: ‘La malattia è andata un po’ più avanti rispetto all’ultima scena girata. Possiamo aggiungere un’altra vena qui? Avevamo a disposizione centinaia di pezzi piccoli fatti con sostanze adesive che abbiamo utilizzato ogni volta che fosse necessaria un’aggiunta. Con questo metodo siamo stati in grado di aggiungere il trucco in soli cinque minuti e questo ci ha permesso di lavorare in maniera estremamente fluida.”

Questo processo di trasferimento è stata una delle maggiori novità adottate da Hall. “Il silicone è stato il re dei materiali dell’ultimo decennio, ma questo tipo di trasferimento è un ulteriore passo avanti,” osserva. “E’ stato sviluppato inizialmente per La Passione di Cristo. E’ un procedimento che riesce a farti risparmiare parecchio tempo. E’ possibile creare un rash cutaneo completo del braccio in soli due minuti. Prima, dopo averlo applicato, era necessario smussare gli angoli, ma oggi se fai attenzione quando lo applichi, non devi fare altro.”

“Sebbene il realismo fosse essenziale”, sottolinea Hall, “anche il migliore dei trucchi è inutile se l’attore non può recitare una volta averlo indossato. Se posso aiutare gli attori a creare un personaggio dall’esterno, mi diverto molto. A volte per esempio devo semplicemente assicurarmi che un attore riesca a girare la testa ed è mia responsabilità che tutto funzioni. Una protesi che blocca il collo e impedisce all’attore di girarsi distrugge tutta l’illusione. E se Breck desiderava che un attore facesse un certo tipo di movimento, dovevamo essere certi che avesse ciò che aveva chiesto.”


DA PERRY A LENOX
Il film originale di George Romero era ambientato in una piccola cittadina della Pennsylvania, una location che simboleggiava l’idea che l’America aveva di sé negli anni 1960, vale a dire un paese forte, indipendente e sicuro. E anche questa volta i cineasti erano decisi a mantenere l’idea dello stile di vita idealizzato dell’America, preparando però il terreno per uno scioccante capovolgimento.

“Abbiamo cercato ovunque la location più appropriata,” spiega Eisner. “Abbiamo effettuato dei sopralluoghi in Canada, Texas, Georgia, Iowa, Kansas, California, Illinois; in pratica ovunque pensassimo che avremmo trovato i paesaggi appropriati e gli incentivi fiscali.”
Rob Cowan ha visitato cinque stati per trovare la location perfetta che rappresentasse Ogden Marsh. “Abbiamo mandato dei nostri uomini in altri due o tre stati,” aggiunge. “Volevamo dei terreni agricoli aperti e sconfinati ed è stato difficile trovarli. Abbiamo faticato parecchio a trovare i posti giusti.” Alla fine hanno deciso di dividere le riprese tra Perry, in Georgia e Lenox, nell’Iowa.

Lenox aveva tutte le caratteristiche di una cittadina tranquilla ed era circondata da ettari di terreni agricoli. “Il film è incentrato sull’importanza della terra,” aggiunge il produttore associato Brian Frankish. “Ma l’Iowa era nel mezzo di un terribile inverno e quindi abbiamo deciso di spostarci in Georgia per gli interni aspettando che tornasse un po’ di caldo. In seguito ci siamo spostati nell’Iowa per girare all’esterno.”
Perry, una città di circa 10.000 abitanti, è molto vicina al centro dello Stato ed è all’incrocio con quattro importanti autostrade. Questo le è valso il nome di “Incrocio della Georgia,” e ha fatto del turismo la prima industria della città. La città ospita inoltre la base dell’aeronautica militare di Robins e diverse grosse società quali Cagle’s Inc., Frito-Lay e Graphic Packaging International, oltre alla Georgia State Fair.

“Girare in esterni mi dà la possibilità di concentrarmi totalmente sul film senza essere distratta da altre cose, il che è magnifico,” dice Danielle Panabaker. “Girare in Georgia è stato bellissimo. La gente al sud è più gentile, si beve tanto cobbler alla pesca e si prendono tutti cura di te.” In seguito la produzione si è spostata a Lenox, una cittadina con appena 1.200 abitanti. “A Lenox abbiamo trovato la dimensione e l’ambientazione che cercavamo,” commenta Cowan. “E per noi è stato molto importante. Forse avremmo potuto girare il film in qualunque altro posto, ma Breck era convinto le caratteristiche di Lenox fossero fondamentali per la riuscita del film.”

“Lenox è a mille chilometri dalla civiltà,” commenta Frankish. “Eravamo proprio al centro della terra. Abbiamo trasferito 170 persone in un luogo dove c’erano solo 70 camere d’albergo. E’ stato difficile, ma per fare qualcosa che il pubblico non ha ancora visto devi andare in luoghi che non sono mai stati ripresi da una macchina da presa.”
La location ha dato agli attori l’opportunità di capire contro cosa debbano lottare i loro personaggi. “Faceva ancora molto freddo. E non riuscivamo a capacitarci dello spazio vuoto che ci circondava,” osserva la Mitchell. “E questo mi ha fatto capire quello che vivono i nostri personaggi, perché qui non c’è una via di scampo facile. Ci vogliono ore di automobile per andare ovunque ed è molto difficile comunicare con qualcuno al di fuori dell’area.”

D’altro canto l’autenticità della vera Lenox (Iowa) ha aperto gli occhi ad un paio di attori originari di Los Angeles. “Nel Midwest sono tutti molto amichevoli e disponibili,” racconta Panabaker. “Mi s è bloccata la macchina in mezzo al fango, ma sapevo che se fossi andata a piedi fino alla fattoria più vicina qualcuno mi avrebbe aiutata e questa è una bella sensazione.”
Anche Timothy Olyphant ha apprezzato molto il tempo trascorso a Lenox. “C’è qualcosa di divertente per me nel trovarmi in un posto simile,” commenta l’attore. “La gente di qui mi ha ricordato quanto sia speciale il mio lavoro. Ed è una bella sensazione vedere il proprio lavoro attraverso gli occhi degli spettatori e rendersi conto di quanto sia elettrizzante.”
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