Regista: Oliver Hirschbiegel
Titolo originale: Caught in Flight
Durata:
Genere: Drammatico
Nazione: Regno Unito
Rapporto:
Anno: 2013
Uscita prevista: 03 Ottobre 2013 (cinema)
Attori: Naomi Watts, Naveen Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James, Charles Edwards, Daniel Pirrie, Cas Anvar, Juliet Stevenson, Jonathan Kerrigan
Sceneggiatura: Stephen Jeffreys
Trama, Giudizi ed Opinioni per Diana - La storia segreta di Lady D. (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Caught in Flight
Durata:
Genere: Drammatico
Nazione: Regno Unito
Rapporto:
Anno: 2013
Uscita prevista: 03 Ottobre 2013 (cinema)
Attori: Naomi Watts, Naveen Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James, Charles Edwards, Daniel Pirrie, Cas Anvar, Juliet Stevenson, Jonathan Kerrigan
Sceneggiatura: Stephen Jeffreys
Trama, Giudizi ed Opinioni per Diana - La storia segreta di Lady D. (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Hans Funck
Produttore: Robert Bernstein,Douglas Rae
Produttore esecutivo: Tim Haslam,Mark Woolley
Produzione: Ecosse Films, Le Pacte
Distribuzione: Bim Distribuzione
Montaggio: Hans Funck
Produttore: Robert Bernstein,Douglas Rae
Produttore esecutivo: Tim Haslam,Mark Woolley
Produzione: Ecosse Films, Le Pacte
Distribuzione: Bim Distribuzione
La recensione di Dr. Film. di Diana - La storia segreta di Lady D.
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Colonna sonora / Soundtrack di Diana - La storia segreta di Lady D.
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Informazioni e curiosità su Diana - La storia segreta di Lady D.
Note dalla produzione:
NOTE DI PRODUZIONE
PORTARE LA STORIA DI DIANA SULLO SCHERMO
L’idea del film è nata anni fa negli uffici di Ecosse Films. I produttori volevano raccontare la storia d’amore tra Lady Diana e il cardiochirurgo pachistano Hasnat Khan. “Ci sembrava che fosse la chiave per capire gli ultimi anni della vita di Diana”, spiega Bernstein.
Ma se da un lato i produttori erano sicuri di voler fare il film, dall’altro non sapevano se avrebbero potuto lavorarci prima della fine dell’inchiesta sulla morte della Principessa del Galles. Nel corso delle indagini, Khan ha confermato di aver avuto una relazione con Diana.
“Ne ha parlato in modo piuttosto dettagliato, cosa che ci è stata estremamente utile perché abbiamo capito che quel periodo della sua vita, ormai, era un capitolo chiuso”, prosegue Bernstein. “Così abbiamo deciso di prenderlo come punto di partenza, per fare un film basato sui fatti”.
Fin dall’inizio, l’intenzione di Bernstein non è mai stata quella di fare il classico biopic sulla vita di Diana. Voleva fare un film sulle vicende che hanno segnato gli ultimi anni della sua vita, non sulla sua tragica morte. “Se vuoi raccontare la vita di un personaggio famoso, devi concentrarti su un periodo specifico e rileggerlo alla luce di un rapporto importante ma poco conosciuto della sua vita”, spiega.
“Se alla fine Diana è diventata quella che tutti conosciamo, lo deve anche alla storia d’amore vissuta con Hasnat”, aggiunge Bernstein.
“Diana ha fatto molte cose importanti: basti pensare alla campagna di sensibilizzazione sulle vittime delle mine di terra, di cui è stata un’instancabile promotrice. E la sua vita affettiva ha avuto un peso determinante nel renderla più sicura di sé e più determinata. Senza Hasnat, non sarebbe mai diventata la donna che è stata nei suoi ultimi anni di vita”.
I produttori hanno chiesto a Stephen Jeffreys, autorevole drammaturgo e sceneggiatore, di portare la loro storia sullo schermo. All’epoca, stavano già lavorando con lui a un film su Florence Nightingale.
“Volevamo Stephen perché è uno scrittore di grande carattere, oltre che estremamente capace”, dichiara Bernstein.
Così, i produttori hanno incontrato Jeffreys e gli hanno consegnato un trattamento di tre pagine su Diana e Khan. Lui è tornato a casa e si è presentato tre giorni dopo con alcune pagine di tavole colorate che raccontavano la trama del film. “Ricordo quando le abbiamo visionate con i miei colleghi di Ecosse in un caffè di Piccadilly, è bastato un attimo per capire che ci trovavamo davanti a qualcosa di speciale”.
Uno dei punti di riferimento di Jeffreys è stato il suo incontro con Diana agli Evening Standard Drama Awards, quando lei stessa gli consegnò un premio. “Parlando con lei mi resi conto che non era affatto la ragazza sprovveduta che descrivevano i giornali: era brillante, spiritosa e intelligente. Quella conversazione di cinque minuti è stato il mio punto di riferimento, mi ha guidato mentre scrivevo il film. Ogni volta che dovevo scrivere una sua battuta, tornavo alla voce che avevo sentito quella sera”.
RACCONTARE I PERSONAGGI
Per Stephen Jeffreys, scrivere una sceneggiatura basata su persone ed eventi reali, e in particolare su una delle persone più famose del mondo, è stata un’esperienza stimolante. “I momenti cruciali in un film come questo sono quelli privati, di solito fra due persone, quando non c’erano testimoni e nessuno può sapere cosa sia successo veramente. In queste scene ho dovuto creare, facendo leva sull’empatia e sull’immaginazione. E’ stata (questa) la cosa più difficile”.
Gli autori volevano raccontare la vita di Diana nel modo più veritiero possibile. Per questo, Jeffreys e i suoi collaboratori hanno fatto un grosso lavoro di ricerca attingendo a materiali d’archivio e alle testimonianze dirette di persone che l’avevano conosciuta.
“Naturalmente ci sono parti romanzate, perché non sempre sapevamo cosa fosse successo a porte chiuse, ma in quelle scene abbiamo cercato di rendere lo spirito autentico delle cose”, osserva Bernstein.
Per documentarsi, Jeffreys ha letto molti altri libri e articoli su diversi aspetti della vita di Diana e temi correlati. Tra questi, il più importante è stato Diana: l’ultimo amore segreto della principessa triste di Kate Snell, che è poi diventata anche consulente del film.
Il libro, di cui Ecosse aveva acquistato i diritti, affronta in modo diretto il rapporto tra Diana e Khan, esaminando i fatti con perizia forense. “Kate ci ha presentato persone che erano vicine a Diana, e grazie a lei abbiamo potuto intervistarle”, racconta Bernstein. “Alcune delle scene più intense e illuminanti del film sono frutto del suo lavoro giornalistico”.
Jeffrey ha letto anche il libro di Sarah Bradford Diana, “che racconta meglio di tutti gli altri come si è formato il carattere della principessa”, spiega. Anche l’incontro con una delle “guide” di Diana, Oonagh Shalney-Toffolo, è stato fondamentale per comprendere la sua parte più spirituale. “Alla fine, poi, ho avuto la fortuna di pranzare con David Puttnam alla House of Lords. Puttnam conosceva molto bene Diana, e il mio ritratto del suo carattere gli è sembrato veritiero”.
LA SCELTA DEL REGISTA: Oliver Hirschbiegel
Il passo successivo era trovare il regista del film. “Fa parte del nostro lavoro scegliere il regista giusto”, spiega Bernstein. Alla fine i produttori hanno optato per Oliver Hirschbiegel, già candidato all’Oscar per LA CADUTA, un film che avevano visto diverse volte, e che metteva in luce la sua capacità di trasporre in chiave drammatica la vita di un personaggio così famoso. “Aveva già realizzato un capolavoro su un’icona – in quel caso un’icona del male come Adolf Hitler. Anche Diana era un’icona, e a suo modo anche lei viveva prigioniera nel suo bunker”.
All’epoca, i produttori non si sono chiesti se Hirschbiegel fosse inglese o no. “Abbiamo solo pensato che era il regista perfetto per questo film”, dichiara Bernstein.
Hirschbiegel aveva sentito parlare della principessa Diana, ma non conosceva la storia che i produttori volevano raccontare. Quando ha ricevuto la sceneggiatura, non aveva nessuna voglia di leggerla. “La storia della principessa Diana non mi interessava molto”, confessa oggi, “ma il mio agente mi ha detto che Jeffreys era un bravissimo sceneggiatore, e così l’ho letta. E’ stata una vera sorpresa! Dopo le prime dieci pagine mi sono appassionato e ho scoperto qualcosa che non immaginavo: una storia d’amore avvincente e toccante”.
Quando il regista ha accettato di dirigere il film, la sceneggiatura era già finita, ma Hirschbiegel ha voluto sottolineare la pressione mediatica a cui Diana era sottoposta ovunque andasse, costantemente circondata da giornalisti e guardie del corpo. “Concentrandosi su questo aspetto della vita di una celebrità, credo che abbia reso in modo ancora più efficace il senso di isolamento e di vuoto affettivo di Diana”, dice Jeffrey.
Bernstein confessa che avere un regista tedesco è stato un vantaggio. “Per il film è stato un bene avere un regista senza pregiudizi, che ha potuto concentrarsi sulla storia e sul personaggio anziché preoccuparsi della ricostruzione storica o dell’accoglienza che il pubblico avrebbe riservato al film. Tutte cosa alle quali noi inglesi, invece, siamo sensibili”.
Hirschbiegel è d’accordo con Bernstein. “Come tedesco non mi sento coinvolto nelle vicende interne inglesi, e questo mi ha aiutato moltissimo perché ho visto le cose con più chiarezza. Ho capito che potevo fare un film autentico, onesto e il più realistico possibile, perché non avevo niente da temere”.
Per prepararsi a girare il film, anche Hirschbiegel ha fatto le sue ricerche. Ha studiato gli stessi libri, e ha visto e rivisto i video di Diana e tappezzato i muri di sue fotografie. “Ho incontrato diverse persone che la conoscevano bene, ma la fonte più utile sono state le fotografie. Il suo sguardo, la postura, gli occhi, il modo in cui la gente la guardava sono eloquenti…”. Hirschbiegel ha avuto anche accesso a molte lettere personali scritte da Diana, e anche queste sono diventate un punto di riferimento essenziale per il regista. “Scriveva fino a sei lettere al giorno, in cui raccontava ogni cosa in modo estremamente dettagliato – i suoi pensieri, i suoi sentimenti. Era anche una maniaca del telefono ed era molto diretta: diceva sempre quello che pensava e quello che provava”.
All’inizio, Diana gli appariva come una diva d’altri tempi, alla Marlène Dietrich. “Irradiava quel tipo di energia. Come quelle icone, neanche lei era perfetta e questo la rendeva più reale, più amata. Tutte le donne amavano Diana”.
Hirschbiegel si è innamorato di Diana strada facendo, via via che si documentava su di lei. L’ha definita il personaggio più affascinante e complesso su cui abbia lavorato. “Ha lasciato un segno indelebile. Se entri a far parte della famiglia reale, hai due possibilità: stare al gioco accettando di pagarne il prezzo con l’isolamento e la solitudine o ribellarti fingendo di stare al gioco mentre in realtà lo contrasti”.
Esattamente come ha fatto Diana, che anche per questo si è guadagnata l’ammirazione del regista. “Era una ribelle: insicura e spaventata ma al tempo stesso combattiva e impavida. Una donna fantastica. La nonna di Hasnat la paragonava a una leonessa, e aveva ragione”.
LA STORIA DEL FILM
Il film racconta il rito di passaggio che ha segnato il cambiamento di Diana: da ragazza sola, insicura e un po’ depressa a donna capace di realizzarsi sia affettivamente sia professionalmente. Al centro di questo suo percorso c’è la storia d’amore tra Diana e Khan.
“E’ una bellissima storia d’amore”, dice Hirschbiegel. “E’ importante che la gente la conosca, perché c’è qualcosa di molto vero, sincero e reale nel loro amore. Allo stesso tempo, sembra quasi una favola: un uomo comune, che proviene da un’altra cultura, si innamora della donna più famosa del mondo. E’ una storia che ha molto da insegnarci, come qualsiasi storia felice”.
Portando la vicenda di Diana sullo schermo, il regista ha voluto mostrarci i diversi aspetti del suo carattere. Come tutte le icone, Diana conduceva una vita speciale ma anche piuttosto triste e isolata, e resa ancora più difficile da un lieve senso di paranoia.
“Quando incontriamo Diana all’inizio del film, la sua vita è a un punto morto. Vive isolata a Kensington Palace e non è ancora divorziata. Cerca qualcosa che possa dare un senso nuovo alla sua esistenza, uno scopo, una direzione”, spiega il regista. Per enfatizzare la sua solitudine, Hirschbiegel ha girato molte scene in cui Diana è sola nel suo appartamento, prigioniera, e fa le piccole cose di tutti i giorni che stridono con la sua immagine di principessa.
Quando incontra Khan, Diana capisce l’importanza di ricevere amore oltre che donarlo a piene mani, come sapeva fare”, spiega Hirschbiegel. Il regista segue il loro rapporto fino al punto in cui si rendono conto che, nonostante l’affinità spirituale e il sentimento che li lega, le loro vite non sono compatibili. “Avevano una relazione assolutamente seria, che però non è mai sfociata in un impegno definitivo, e noi raccontiamo questo”, spiega Bernstein.
Hirschbiegel è convinto che Diana e Khan si siano subito riconosciuti come anime gemelle. “Erano due persone piene di energia che si prendevano cura degli altri, sapevano coglierne i bisogni. Lui era, ed è ancora, un medico e secondo me anche lei era dotata di un’energia rigenerante. Tutte le persone che ho incontrato me l’hanno confermato: quando Diana ti prendeva la mano, ti sentivi sollevato”.
I produttori sono d’accordo. “Entrambi volevano aiutare gli altri.
Hasnat faceva il cardiochirurgo e Diana voleva salvare vite umane. E’ stato anche questo a unirli”.
“Chissà cosa sarebbe successo se non fosse morta in quell’incidente”, si domanda Bernstein. Di recente, inaugurando un ospedale in Pakistan, Hasnat ha dichiarato che Diana sarebbe stata certamente sposata, con lui o con un altro. “Evidentemente, dal suo punto di vista, la loro storia non era conclusa, e avrebbe potuto avere sviluppi diversi se la vita di Diana non fosse finita così tragicamente”, conclude.
INTERPRETARE UNA PRINCIPESSA: NAOMI E DIANA
Per il ruolo di Diana, i produttori hanno pensato subito all’attrice Naomi Watts, nata in Inghilterra e candidata due volte all’Oscar per i film 21 Grammi - Il Peso dell'Anima e The Impossible. “Credo che nessuno avrebbe saputo fare di meglio”, confessa il regista. “Naomi è un’attrice raffinata e straordinariamente brava. E’ camaleontica. Riesce a essere se stessa calandosi al contempo nel personaggio: la guardi e vedi Diana. Per un attore è una qualità eccezionale”.
Come attrice, la Watts ha interpretato soprattutto figure contemporanee. “Questo è un film quasi contemporaneo, e volevamo che fosse il più possibile realistico e incisivo”, spiega Bernstein. “Nei suoi film, Naomi ha interpretato spesso personaggi drammatici e intensi. Sapevamo che aveva le capacità e il coraggio necessari per interpretare questo ruolo”.
Inoltre il fatto che fosse inglese aveva una certa importanza. “Naomi è nata in Gran Bretagna, e questo ruolo ce l’ha nel sangue. Si ricorda dov’era il giorno in cui è morta Diana, e l’impatto che la sua morte ha avuto su di lei e sul mondo intero. Si è calata nel personaggio con grande naturalezza e ha saputo rendere in modo impeccabile perfino la voce della principessa.”.
Per Naomi Watts, non è stato facile decidere se accettare o no un ruolo così impegnativo. Quando i produttori l’hanno contattata, stava girando in Australia il film TWO MOTHERS , della regista Anne Fontaine. “Per un po’ sono stata combattuta, perché Diana è una delle donne più famose dei giorni nostri, e tutti pensano di conoscerla. Mi chiedevo se sarei mai riuscita a farne un personaggio mio”.
I produttori e il regista hanno insistito a lungo, e alla fine ha accettato di leggere il copione”. Intanto, ha cominciato a documentarsi e ha scoperto che c’erano molte cose di Diana che non sapeva. “Mi piaceva che al centro del film ci fosse una grande storia d’amore, di cui non sapevo niente. Era una storia affascinante…”.
Ben presto, la Watts è stata conquistata dal personaggio di Diana, che racchiudeva in sé tutto quello che un’attrice come lei potesse desiderare. “Mi piace interpretare donne complicate e piene di contraddizioni, e Diana era tutto questo, ma non solo. Poteva essere forte e ribelle, ma anche felice, euforica, maliziosa, civetta e incredibilmente saggia. Sono queste le donne che mi interessa portare sullo schermo, e avere per amiche”.
Ma per accettare un ruolo del genere, bisognava poter contare sul regista giusto. E la Watts aveva visto La caduta, che giudicava un capolavoro e uno straordinario esempio di capacità narrativa. “Quando l’ho incontrato, Oliver era completamente immerso nel mondo di Diana. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata e ho capito che, se avessi accettato di interpretare quel personaggio, avrei dovuto affidarmi senza riserve a lui e alla sceneggiatura”. Era convinta che nelle mani di Hirschbiegel il film avrebbe funzionato. Diverse settimane dopo, l’attrice si è trasferita a Londra per dare inizio al processo di trasformazione in Diana.
DIVENTARE UNA PRINCIPESSA
Naomi si è gettata a capofitto nel lavoro di preparazione per il film.
“Non mi ero mai stancata così tanto per prepararmi a un ruolo”, ammette l’attrice. In quella fase, Hirschbiegel ha continuato a inviarle ogni nuova informazione su Diana di cui entrava in possesso, anche la più piccola, come per esempio il profumo che usava.
Per la Watts, la cosa più importante era assumere la stessa voce di Diana. “Ho fatto sei settimane di studio intensivo con la dialogue coach Penny Dyer (The Queen - La regina, My Week with Marilyn), prima dell’inizio delle riprese. Sul set poi, c’era William Conacher (RAILWAY MAN, Billy Elliot) ad aiutarmi. Sapevo che era importante”, dice.
“Tutti ricordano la voce di Diana. Parlava con un accento aristocratico, ma senza troppa affettazione. La sua era una voce calda, moderna, quasi sussurrata. E questo la rendeva ancora più attraente. Non era facile imitarla. Perfino mia madre mi ha detto: ‘Dio mio, Naomi! Non so se riuscirai a rifarla!’”.
L’intervista di Martin Bashir a Diana, per il programma della BBC “Panorama”, è stato uno dei punti di riferimento essenziali per la Watts. “L’ho vista e rivista un’infinità di volte, e ne ho riascoltato l’audio tutti i giorni per settimane, prima dell’inizio delle riprese”, racconta.
La Watts si è basata su quell’intervista per studiare la voce di Diana e i suoi vezzi: le espressioni del viso, i capelli, gli occhi. Ma l’ha usata anche per capire meglio la donna. E più la ascoltava, più la ammirava e capiva perché avesse voluto dare la sua versione dei fatti.
“Le risposte che ha dato in quell’intervista mi sono sembrate molto intelligenti. So che molti l’hanno criticata, ma credo che avrei fatto la stessa cosa, anche se non so se sarei stata così diretta e coraggiosa. Davanti a me c’era una donna che era entrata nel mondo della famiglia reale a soli 19 anni, senza nessuna preparazione, e che ora lottava per la sua felicità, contro tutto e tutti. Tanto di cappello”.
In fase di pre-produzione, Naomi ha lavorato anche con Noriko Watanabe (Memorie di una geisha, Ritratto di signora), che ha curato trucco e capelli del suo personaggio. Insieme a Hirschbiegel ha visionato centinaia di foto di Diana scattate tra il 1996 e il 1997.
Anche se era importante creare un look credibile, gli autori non volevano che la Watts diventasse una caricatura. “Naomi non è una sosia di Diana, né volevamo che lo fosse”, spiega Bernstein. “E’ una nostra interpretazione e ovviamente il look fa parte dell’interpretazione”.
Le acconciature di Diana sono state tra le più fotografate e documentate di tutti i tempi, e definiscono le diverse fasi della sua vita. La trasformazione della Watts cominciava dalla parrucca.
“Abbiamo usato quattro parrucche, perché tra il 1995 e il 1997 i capelli di Diana hanno avuto lunghezze e colori diversi. Questo ha complicato le cose sul set, perché spesso avevamo anche quattro cambi di parrucca al giorno”, spiega.
L’altro tratto caratteristico di Diana era il naso. “Abbiamo nasi completamente diversi, e io volevo qualcosa che sottolineasse il mio senza renderlo troppo ingombrante”, racconta. Dopo una serie di prove, si è deciso di usare una piccola protesi sul dorso nasale.
Nonostante il ricorso a parrucche e protesi nasale, il regista era convinto che l’elemento chiave fossero gli occhi. E’ stato necessario rinforzare il mascara e aggiungere un eyeliner molto carico nell’intervista tv a Bashir.
Per somigliare di più a Diana, la Watts si è anche depilata le sopracciglia. “In realtà, Diana usava un trucco molto semplice, ma c’era sempre qualcosa di speciale nei suoi occhi. Da timido e sfuggente il suo sguardo poteva diventare improvvisamente diretto e quasi aggressivo. Tanto che in certe scene del film, sono gli occhi a parlare”, spiega l’attrice.
Oltre ad assumere certe sue caratteristiche fisiche, Naomi ha dovuto anche adottare la sua postura della testa. “Io tendo a stare girata verso destra, Diana verso sinistra. E non è stato facile abituarmi a tenere il viso girato nella direzione opposta”.
Anche i costumi hanno contribuito a trasformare Naomi in Diana. Il guardaroba di Lady D è stato fotografato e immortalato almeno quanto la sua pettinatura, ed è qualcosa che il grande pubblico conosce bene.
Il costumista Julian Day (Rush, Nowhere Boy) si è concentrato su blocchi di colore, come blu scuro, nero, beige e panna.“Negli ultimi anni della sua vita, Diana ha optato per uno stile molto semplice, classico ed elegante. Portava molti tubini e preferiva le tinte unite”, racconta. “Parlando con Naomi, le ho chiesto quali modelli le stessero meglio, e abbiamo concordato un look. Era importante trovare un punto di incontro tra quello che stava bene a lei, e quello che stava bene a Diana. Ma soprattutto, volevamo rendere il suo stile e la sua eleganza”.
Per riprodurre alcuni dei vestiti di Diana, Day ha contattato diversi stilisti. Versace – uno dei preferiti della Principessa – ha riprodotto l’abito blu indossato da Diana al galà di beneficienza dell’Istituto di ricerca cardiaca Victor Chang, a Sydney, in Australia. Jacques Azagury – altro stilista molto amato da Diana – ha messo a disposizione della produzione due abiti effettivamente indossati da Diana. “Abbiamo dovuto fare solo qualche piccola modifica per adattarli a Naomi. Sembravano fatti per lei”, spiega.
Non tutti i costumi sono riproduzioni esatte degli abiti di Diana.
“Abbiamo preferito riprodurre il suo stile, piuttosto che copiare ogni singolo capo. Qualcuno non sarà d’accordo, ma il nostro non è un documentario. Ci sono occasioni in cui nessuno sa cosa possa avere indossato, e in quei casi ho creato dei modelli piuttosto che copiarne altri”.
Per le scene chiave del film, però, il regista e i produttori hanno voluto che gli abiti fossero identici agli originali, perché sono immagini ancora vive nel ricordo di tutti – come quelle dell’intervista con Bashir alla BBC, della serata di gala a Sydney e della campagna contro le mine di terra. “Sono scene famose ed era importante che il pubblico le riconoscesse”, spiega Day.
LA SCELTA DEGLI ALTRI INTERPRETI
L’attore Naveen Andrews, originario dell’India del Nord, è stato la prima scelta per il ruolo di Khan. “Dopo averlo visto nel film IL PAZIENTE INGLESE e in LOST, abbiamo capito quanto fosse versatile”, racconta Bernstein. “E’ un attore capace di grande empatia”.
Hirschbiegel aggiunge che Andrews è stato il primo attore a cui ha pensato leggendo la sceneggiatura. “Mi è tornato in mente Il Paziente Inglese. All’epoca, la storia d’amore tra lui e Juliette Binoche mi aveva colpito e commosso più delle altre vicende raccontate nel film. Ho pensato subito: ‘Voglio lui’. Per nostra fortuna, era libero”.
Di tutti i personaggi del film, quello di Hasnat Khan è stato il più difficile da scrivere “E’ un uomo molto riservato e schivo”, osserva lo sceneggiatore Stephen Jeffreys. “Ho una grande ammirazione per lui. Abbiamo voluto restituirgli un posto centrale nella vita di Diana, e spero che lo apprezzi”, dichiara. Interpretare una persona vivente, per di più così schiva, non era facile. Ma Andrews c’è riuscito benissimo.
“Credo che Naveen abbia reso perfettamente l’essenza del suo personaggio – il fascino, la sensibilità e la gioia di vivere di Hasnat”. Una volta letto il copione, Andrews ha subito aderito al progetto.
“Volevo girare una storia d’amore, qualcosa di molto puro, alla BREVE INCONTRO di David Lean. Quando ho incontrato Oliver, ho avuto l’impressione che avesse colto il lato più spirituale di Diana: una consapevolezza che si riflette nel suo approccio alla storia d’amore tra Diana e Hasnat, e in tutto il film”.
Andrews ha avuto la possibilità di incontrare persone che conoscono o hanno conosciuto Hasnat, e grazie a loro ha potuto farsi un’idea di che persona fosse, umanamente parlando. Dopodiché, si è basato sui pochi filmati di repertorio esistenti, in particolare un’intervista girata dopo la morte di Diana. “Anzitutto, ho scoperto un medico totalmente dedito al suo lavoro, ma anche un uomo virile, apparentemente privo delle nevrosi che affliggono la maggior parte degli uomini di oggi”.
Fin dall’inizio, regista e produttori hanno fatto il possibile per affrontare il personaggio di Khan col rispetto e la sensibilità che meritava. E Andrews conferma; “Io e molti altri attori del cast interpretiamo persone reali, e abbiamo sentito il peso di questa responsabilità. Spero solo che il risultato non gli dispiaccia”.
Il dottor Khan sapeva del film, ma la produzione ammette di non averlo incontrato. Secondo Hirschbiegel sarebbe stato comunque un incontro difficile. “Dev’essere stata una tragedia terribile per lui”, osserva il regista. “Chiunque sia stato veramente innamorato sa quanto possa essere doloroso perdere in quel modo la persona amata. Io so che lui c’è, e che probabilmente alla fine vedrà il film. Spero solo di aver fatto un buon lavoro”.
Naomi Watts e Naveen Andrews sono supportati da un cast di attori inglesi di grande talento: Douglas Hodge è Paul Burrell; Geraldine James è Oonagh Toffolo; Charles Edwards è Patrick Jephson; e Juliet Stevenson è Sonia. Prima di fare il casting, il regista e i produttori hanno potuto incontrare alcuni dei personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella vita di Diana, e questo li ha aiutati enormemente nella scelta degli attori per quei ruoli.
Il regista, però, ci tiene a precisare che non voleva dei sosia. “Per Jephson, per esempio, cercavo qualcuno che avesse la postura e l’aria giusta”, spiega Hirschbiegel. “Il vero Jephson è più robusto di Charles Edwards”. Edwards ammette di non somigliare affatto, fisicamente, al suo personaggio. “Abbiamo cercato di evocarne alcuni aspetti della sua personalità, non di proporne una copia identica”, dice.
Edwards (apparso di recente nella popolare serie tv DOWNTON ABBEY) ha accettato subito di partecipare al film, perché era una storia d’amore. “L’altra cosa che mi è piaciuta è che Carlo e la Regina non apparivano. Sono i personaggi meno conosciuti di questa storia – a parte Diana, naturalmente – a renderla interessante”.
Anche se Paul Burrell, il maggiordomo di Diana, è considerato da molti un personaggio controverso, Hirschbiegel voleva che a interpretarlo fosse un attore capace di ispirare simpatia. “Non dobbiamo dimenticare che all’epoca Paul era una persona importante, per Diana. Le voleva molto bene, e dev’essere rimasto sconvolto quando è morta”.
A Douglas Hodge, premiato con un Tony Award per La Cage aux folles, l’idea di un film su Diana suscitava qualche perplessità. “Pensando a Paul Burrell, poi, ero ancora più diffidente. Ma poi ho saputo che il regista sarebbe stato Oliver, e allora ho capito che sarebbe stato un film diverso”.
Documentandosi sul suo personaggio, Hodge è rimasto sorpreso di quanto era stato scritto su Burrell e da Burrell. Ha scoperto una miriade di libri, centinaia di ore di filmati, video, interviste e perfino un reality show. “Ho guardato tutto, ma non mi interessava farne un’imitazione. Mi interessava riuscire a rendere la sua vera e propria devozione per Diana, la sua attenzione ai dettagli – cose del genere”.
Neppure Geraldine James (Millennium - Uomini che Odiano le Donne, Sherlock Holmes) somigliava a Oonagh Toffolo, ma il regista la trovava perfetta per quel ruolo. “Geraldine trasmette il calore umano e la spiritualità del personaggio”, spiega.
Non tutti i personaggi del film rappresentano figure reali. Sonia, per esempio, il personaggio interpretato da Juliet Stevenson (IL FANTASMA INNAMORATO, Sognando Beckham), non si ispira a nessuna persona in particolare. “In realtà, rispecchia alcune delle amicizie di Diana all’epoca, compresa quella con la sua terapeuta e guida spirituale. Le riassume un po’ tutte”, spiega Bernstein.
LA LAVORAZIONE
Il film è stato girato nell’arco di nove mesi e in cento diverse location, ricreate in Croazia, Inghilterra sud-orientale, Londra, Pakistan e Mozambico. “E’ un film molto ambizioso”, ammette Bernstein.
“Abbiamo cominciato le riprese in Croazia, dove sono state girate le scene ambientate in Australia, nel Mediterraneo, a Rimini e in Bosnia. Solo nelle prime due settimane abbiamo cambiato almeno trenta location”. La troupe si è fermata anche un giorno a Trieste, dove il famoso Caffè degli Specchi è servito da set per alcune scene ambientate al Ritz di Parigi.
Di ritorno in Inghilterra, la troupe ha girato nei luoghi canonici, come il locale Ronnie Scott’s, Hyde Park e gli interni di Kensington Palace, ricreati in un vecchio palazzo di Langleybury, nella periferia di Londra.
Dopo una pausa dovuta a un incidente sul set, la produzione si è trasferita in Mozambico, dove sono state girate le scene ambientate in Angola, in ospedale e durante la campagna anti-mine, e quelle all’interno della casa pachistana. La lavorazione si è conclusa con alcune riprese in esterni in Pakistan, usate per ricreare la scena dell’arrivo di Diana.
Kave Quinn e i suoi collaboratori hanno fatto un grosso lavoro di ricerca preliminare che si è rivelato prezioso. “Oliver voleva che alcune scene del film fossero riprodotte in modo estremamente accurato: le visite in ospedale e per la campagna anti-mine in Angola, il galà dell’Istituto Victor Chang a Sydney e la visita di Diana in Bosnia. Preferisce usare luoghi reali anziché il set, quindi abbiamo lavorato su quelli”.
La scenografa si è presa un po’ più di libertà nelle scene di episodi avvenuti a porte chiuse e mai documentate dalla stampa o viste dal pubblico. E’ il caso delle scene ambientate all’interno della casa di Khan e del Palazzo Reale. La Quinn aveva alcune fotografie dell’appartamento di Kensington Palace ma non sapeva esattamente che aspetto avesse in quegli anni. “Ho dovuto fare parecchie ricerche per trovare informazioni sulla cucina, sul salotto. Piccoli dettagli da cui sono partita per ricreare gli ambienti”. Conosceva grosso modo la pianta della casa, anche se il palazzo è stato ristrutturato diverse volte da allora. “Ci siamo presi qualche libertà, ma senza allontanarci troppo dall’originale”.
Trovare una location per Kensington Palace senza coinvolgere la Famiglia Reale è stato più difficile del previsto. “Non potevamo usare nessuna delle case del National Trust, per esempio”, spiega Quinn”, “perché il principe Carlo ne è socio e non volevamo suscitare imbarazzo. Questo ha complicato le cose e allungato i tempi della ricerca”, dice la Quinn.
Per fortuna, la produzione ha potuto effettuare alcune riprese fuori dai cancelli di Kensington Palace. “La Casa Reale ci ha autorizzato a girare all’esterno del palazzo, cosa che per noi era fondamentale”, dichiara Bernstein. La troupe è stata autorizzata anche a girare una sequenza di jogging nei giardini di Kensington Palace. “La Famiglia Reale ci ha dato accesso a un’area del parco reale, pur sapendo che stavamo girando un film su Diana. Immagino che sapessero che avremmo fatto un film rispettoso nei loro confronti e soprattutto nei confronti dei loro figli. Da parte nostra, abbiamo lavorato con onestà e discrezione, e speriamo di non aver tradito la loro fiducia”.
Il regista e i produttori hanno voluto che nel film comparissero alcuni dei momenti emblematici degli ultimi due anni di vita di Diana.” Ci sono scene che tutti si aspettano di trovare in un film su Diana.
L’importante è ricrearli in modo tale che lo spettatore possa ricollegarli ai sentimenti che ha provato all’epoca”, spiega Bernstein. “Devi emozionarti, rivedendoli sullo schermo”, aggiunge Hirschbiegel.
Il regista doveva ricreare momenti che ormai sono entrati nella storia.
Diana che guarda Khan praticare un intervento chirurgico, che cammina tra le mine in Angola, che abbraccia un’anziana in un cimitero in Bosnia, che fa visita alle vittime delle mine, in vacanza sulla barca di Dodi e, soprattutto, intervistata da Bashir per “Panorama”. “Oliver è stato così bravo che in quei momenti senti un leggero brivido correrti lungo la schiena, e di colpo riaffiorano i sentimenti che avevi provato allora”, spiega Bernstein.
Per il regista era importante dare spazio anche al ruolo dei media nella vita di Diana. “Ho cercato di ricreare l’atmosfera che ho visto nei documentari su di lei. I giornalisti che urlano, e i fotografi che la seguono ovunque come uno sciame d’insetti”, racconta.
Probabilmente, la scena chiave del film è quella dell’intervista televisiva con Martin Bashir. “Direi che è stata la scena più difficile per me”, confessa Naomi Watts. “Quando interpreti una donna così famosa è impossibile evitare confronti. E’ una scena in cui ho dovuto lavorare molto per sentirmi all’altezza del ruolo”. La Watts si è sentita più libera nelle scene ambientate a Kensington Palace, dove nessuno può sapere cosa sia successo veramente in privato, al di là di quello che è stato scritto nei libri.
“Non mi interessava fare un’imitazione, volevo dare una mia interpretazione. D’altra parte, anche un’interpretazione deve risultare autentica e credibile”, spiega. “Il realismo era importante, nell’intervista con Bashir: il tono della voce di Diana, il suo sguardo, il suo modo di argomentare. Avevo una gran paura di sbagliare, ma è stata anche una sfida stimolante”.
Regista e produttori concordano sull’ottimo lavoro svolto dall’attrice. Durante le riprese, era come avere Diana sul set. “Era difficile distinguere la voce di Naomi da quella del personaggio reale”, dichiarano i produttori. “Nella scena dell’intervista è stata di una bravura sconvolgente”, aggiunge Hirschbiegel. “Sembrava di vedere il fantasma di Lady D, mentre rispondeva alle domande dell’attore che interpretava Bashir”.
IL RICORDO DI DIANA E IL SUO LASCITO
Le vicende che hanno ispirato il film sono piuttosto recenti da un punto di vista storico, e il ricordo di Diana è ancora molto vivo tra la gente, soprattutto in Gran Bretagna. Inoltre, molti dei personaggi rappresentati nel film sono ancora vivi. “Quando abbiamo deciso di portare questa storia sullo schermo sapevamo di esserci assunti un compito delicato, che richiedeva una grande attenzione. Per questo, abbiamo fatto un lavoro di ricerca estremamente rigoroso e speriamo che il risultato sia all’altezza delle nostre aspettative”, osserva Bernstein.
Naomi Watts sente una certa responsabilità nei confronti dei figli di Diana. “Oggi sono due uomini. E sanno di avere avuto come madre la donna più famosa del mondo, una donna che non smetterà mai di suscitare l’interesse e la curiosità della gente”. In fondo, la vita di Diana è entrata nella storia ed era doveroso – e forse inevitabile – che qualcuno la raccontasse anche in chiave cinematografica”.
“Io credo che la gente abbia un così bel ricordo di lei anche per il tragico epilogo della sua vita. Chi non ricorda le manifestazioni di dolore, le distese di fiori di fronte ai cancelli del Palazzo Reale? E’ stata una madre fantastica, e una donna forte e intelligente che ha fatto avvicinare la Famiglia Reale alla gente comune. Noi speriamo solo che la storia d’amore che abbiamo raccontato nel nostro film contribuisca a tenere vivo il ricordo che abbiamo di Diana”, conclude la Watts.
“Ci sembra di aver fatto un film forte e importante”, proseguono i produttori, “che fa luce sugli ultimi anni della vita di Diana. E’ il primo film realizzato su di lei, e siamo convinti di avere scelto la storia più adatta a rivelarne gli aspetti meno conosciuti”.
Il regista spera che il pubblico si riconosca in questa storia d’amore, anche al di là dei suoi protagonisti. “Il film solleva domande che riguardano tutti: che cos’è l’amore, veramente? Chi è la persona che mi sta accanto? Che cosa voglio dalla vita? Sono interrogativi difficili, a volte drammatici, ma che insegnano molto. O almeno spero”, conclude Hirschbiegel.
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