Regista: Philippe Le Guay
Titolo originale: Les femmes du 6ème étage
Durata: 106'
Genere: Commedia
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2011
Uscita prevista: 10 Giugno 2011 (cinema)
Attori: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Muriel Solvay, Annie Mercier
Sceneggiatura: Philippe Le Guay, Jérôme Tonnerre
Trama, Giudizi ed Opinioni per Le donne del 6 piano (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Les femmes du 6ème étage
Durata: 106'
Genere: Commedia
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2011
Uscita prevista: 10 Giugno 2011 (cinema)
Attori: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Muriel Solvay, Annie Mercier
Sceneggiatura: Philippe Le Guay, Jérôme Tonnerre
Trama, Giudizi ed Opinioni per Le donne del 6 piano (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Jean-Claude Larrieu
Montaggio: Monica Coleman
Musiche: Jorge Arriagada
Scenografia: Pierre-François Limbosch
Costumi: Christian Gasc
Trucco: Michelle Constantinides, Nadine Dumas
Produttore: Philippe Rousselet,Etienne Comar
Produzione: Vendôme Production, France 2 Cinéma, SND
Distribuzione: Archibald
Montaggio: Monica Coleman
Musiche: Jorge Arriagada
Scenografia: Pierre-François Limbosch
Costumi: Christian Gasc
Trucco: Michelle Constantinides, Nadine Dumas
Produttore: Philippe Rousselet,Etienne Comar
Produzione: Vendôme Production, France 2 Cinéma, SND
Distribuzione: Archibald
La recensione di Dr. Film. di Le donne del 6 piano
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Colonna sonora / Soundtrack di Le donne del 6 piano
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).
Voci / Doppiatori italiani:
Marco Mete: Jean-louis Joubert
Claudia Catani: Suzanne Joubert
Tiziana Profumi: Maria Gonzalez
Doriana Chierici: Concepcion Ramirez
Barbara Villa: Carmen
Pilar Castel: Dolores Carbalan
Laura Mercatali: Pilar
Aaa : Colette De Bergeret
Antonella Rinaldi: Nicole De Grandcourt
Monica Ward: Bettina De Brossolette
Andrea Di Maggio: Miguel
Paila Pavese: Germaine
Roberto Draghetti: Gerard
Informazioni e curiosità su Le donne del 6 piano
Note dalla produzione:Intervista con Philippe Le Guay sceneggiatore e regista
Come è nato questo progetto?
Tutto ebbe inizio con un ricordo d’infanzia. I miei genitori avevano assunto una domestica spagnola che si chiamava Lourdes, e vissi i primi anni della mia infanzia in sua compagnia. Alla fine passavo più tempo con lei che con mia madre, tanto che quando iniziai a parlare, mischiavo il francese e lo spagnolo. Quando iniziai la scuola materna parlavo una sorta di sabir incomprensibile, e dicevo le preghiere in spagnolo. Anche se non ho ricordi precisi di quei primi anni, mia madre me ne ha parlato e qualcosa di tutto questo è rimasto in me. Poi, è scoccata la scintilla durante un viaggio in Spagna, quando ho incontrato una donna che mi ha raccontato della sua vita a Parigi negli anni ’60. L’idea di girare un film su questa comunità di domestiche spagnole mi ha conquistato. Ho scritto una prima versione della sceneggiatura con Jérôme Tonnerre: era la storia di un adolescente trascurato dai genitori, che trova rifugio tra la domestiche del palazzo. Ma non siamo riusciti a portare avanti questa idea. Allora ho cambiato punto di vista, ho immaginato che fosse il padre a scoprire questo universo al sesto piano. Un altro film si è imposto, meno nostalgico, e Jérôme Tonnerre mi ha seguito in questo percorso. Tra l’altro abbiamo conosciuto una portinaia spagnola che ha vissuto in Francia per 40 anni, e le abbiamo fatto mille domande… alla fine, abbiamo ambientato la nostra storia nel 1962, alla fine della guerra di Algeria, nella Francia di De Gaulle. In fondo, si tratta di un’epoca recente, eppure sembra un’altra era, un altro mondo…
Nel cinema c’è una grande tradizione di storie incentrate su domestiche e padroni.
Nel cinema, ma anche nel teatro. Basti pensare a Molière, a Marivaux… più tardi Renoir, Guitry o Lubitsch hanno attinto a questa eredità. L’aspetto affascinante della presenza di domestici in una storia è l’attenzione che si presta ai codici, all’educazione, a quello che si dice e quello che non si dice. Questo presenta una serie di problemi di rappresentazione e quindi di messa in scena.
Il suo film non è solo una storia d’amore, è soprattutto un viaggio verso un altro universo…
La trappola da evitare a ogni costo era di cadere in una storia in cui il datore di lavoro si innamora della sua domestica. Per questo ho voluto che non ci fosse una donna sola ma molte. Jean-Louis Joubert scopre una comunità, un’altra cultura che fa irruzione nella sua vita. È turbato, preoccupato e infine sedotto… il film propone la scoperta di un mondo sconosciuto eppure vicino. Adoro l’idea di vivere accanto alla stranezza. Basta un niente per uscire dal proprio mondo e scoprirne altri che si accompagnano, si sfiorano senza incrociarsi. È il concetto di “quarta dimensione” che appartiene alla fantascienza, ma che qui è trattato senza passare dalla fantasia. Nel film, Jean-Louis pronuncia una frase che riassume tutto: “Queste donne vivono sopra le nostre teste e non sappiamo nulla di loro.”
Come ha dato vita al copione?
Io e Jérôme Tonnerre abbiamo incontrato delle ex-domestiche, che avevano lavorato nel 16° arrondissement o altrove, e anche delle “signore”.
Mi ricordo che una di loro era stata terrorizzata da una padrona severa che dettava legge nella casa. Inoltre, siamo andati alla chiesa spagnola di rue de la Pompe – dove tra l’altro abbiamo girato alcune scene. Li c’è un personaggio fondamentale, Padre Chuecan, un prete che lavora lì dal 1947 e incarna la memoria di questa immigrazione. È un colosso dalla testa calva che ha 80 anni, e che ha accolto migliaia di spagnoli che venivano a cercare lavoro tramite la sua chiesa. La chiesa era un punto di raccolta culturale e sociale.
Era il primo posto in cui si recavano le donne quando arrivavano a Parigi, ed era lì che si tenevano i colloqui di assunzione. Da questi incontri abbiamo tratto una storia umana straordinaria. Non c’è aneddoto nel film che non s’ispiri a fatti reali, come la storia di Josephina che credeva di essere rimasta incinta dopo aver fatto il bagno nella vasca del suo padrone…
Dove ha trovato il materiale per descrivere l’universo della famiglia Joubert ?
Io stesso provengo da un ambiente borghese. I miei genitori vivevano nel 17° arrondissement di Parigi, mio padre faceva l’agente di cambio, e io sono stato mandato in collegio come i figli dei Joubert. Tuttavia, le somiglianze finiscono qui, il film non ha nient’altro di autobiografico.
Ma il caso ha voluto che facessimo le riprese in un palazzo abbandonato che una volta ospitava gli uffici delle imposte, e che si trova a 30 metri dalla scuola che frequentavo da bambino. Abbiamo ricreato in quel palazzo l’appartamento dei Joubert, la scala di servizio e le piccole stanze nel sottotetto. Lassù, sono stati abbattuti i muri, rimpiazzati da sfondi per permettere la logistica delle riprese, dato che una cinepresa riusciva a malapena a entrare.
Ma lo spazio delle stanze è assolutamente autentico.
Quando ha pensato a Fabrice Luchini per interpretare il protagonista?
Dico spesso che ho rimpiazzato l’adolescente del primo progetto con Fabrice Luchini. L’energia di Fabrice è nota, sappiamo tutti come galvanizza un palcoscenico o un set. Ha una comprensione prodigiosa del testo, una padronanza della parola, ma ha anche una formidabile capacità di tenersi in disparte. Adora gli autori del risentimento, cita testi disperati come quelli di Cioran o Thomas Bernhard, ma nel suo profondo non è affatto disincantato. Basta vedere il suo sguardo per capire quanto sia innocente. L’ispirazione per il film era lì, nel suo sguardo meravigliato che si posava su queste donne. Durante le riprese, ho capito che Jean-Louis è un uomo che non è mai stato amato. Quindi le donne del sesto piano lo prendono tra le loro braccia, lo baciano, si prendono cura di lui. È un bambino che ha trovato qualcuno che lo protegge, delle madri adottive. Per me il film non è tanto una critica della borghesia, quanto una scoperta emotiva e affettiva.
In quell’ambiente, all’epoca, gli affetti sono gelidi, è quasi osceno parlare di sentimenti. I componenti della famiglia convivono con un distacco incredibile, nessuno si bacia. Sin dall’inizio, Fabrice mi ha fatto notare che Jean-Louis Joubert era un personaggio vuoto, che si riempiva di ciò che riceveva. Per lui è abbastanza insolito come personaggio, che abitualmente invece dà molto…
È il terzo film che gira con Luchini…
Non ci assomigliamo per niente, eppure è quasi diventato il mio alter ego. Fabrice adora i disincantati, gli autori della disperazione, mentre io amo gli autori dell’adesione e del fervore. Ma lui mette una tale gioia nel recitare i testi deprimenti che li trasforma con la sua stessa energia.
Al contrario di ciò che credono alcuni, Fabrice non esprime nessun egocentrismo quando lavora. Si lancia completamente nelle riprese, è disponibile, reattivo. È un vero socio. È successa una cosa curiosa con Fabrice: gli ho dato la sceneggiatura nel maggio 2009, e mi ha chiamato qualche giorno dopo per dirmi che dovevamo parlarne. Ci siamo visti più volte, abbiamo pranzato insieme, condiviso dei taxi, e ogni volta parlavamo di tutt’altro, di Molière, Flaubert… e mai del progetto. Era diventata una sorta di barzelletta, e alla fine mi chiedevo se l’avesse letta la sceneggiatura. Sicuramente è proprio allora che s’inizia a dirigere gli attori, in quei momenti inutili… sapevo che il momento decisivo sarebbe stato il suo incontro con le spagnole. Credo che in fondo non si fosse preparato a quel momento.
Fabrice non si proietta nel futuro, vive nel presente. È entrato in ufficio, ha visto le sei donne sedute che lo guardavano, un condensato di Spagna allo stato brado… in quell’istante ha capito il film, la particolarità di queste donne, alcune delle quali non parlavano una sola parola di francese. Ne è rimasto elettrizzato ed è subito entrato in gioco. Malgrado la sua lunga esperienza, è un attore istintivo, che non ha schemi prestabiliti prima di girare. Sul set, si lascia invadere dalle emozioni, dall’atmosfera.
Accanto a Luchini, troviamo Suzanne, la moglie, interpretata da Sandrine Kiberlain.
Fabrice e Sandrine hanno già lavorato insieme due volte e hanno sviluppato una grande intesa. Sandrine ha il lato leggero e superficiale caratteristico di alcune donne borghesi, ma porta al personaggio anche una certa fragilità, un’inquietudine. Suzanne viene dalla provincia, non conosce i codici di condotta, al contrario delle sue due amiche che li conoscono alla perfezione. Quindi, si sente un po’ persa, spesso destabilizzata, e questo ispira simpatia. Sandrine interpreta tutto questo con infinita giustizia e una grande umanità. Lavorare con Sandrine significa anche arricchire costantemente il copione, se non addirittura contraddirlo. Per esempio, la scena in cui i bambini tornano dal collegio quando Jean-Louis è andato a vivere al sesto piano: inizialmente, Suzanne esprimeva una sorta di orgoglio ferito. Ci è venuta poi l’idea che accogliesse i figli con una bottiglia di vino bianco in mano, e lei ha subito rilanciato con grande disinvoltura…
Che struttura ha dato alla sua comunità spagnola?
Non volevo che si trattasse di un’entità corale, ma di una galleria di ritratti molto individuali.
Prima ho pensato a una donna che fosse repubblicana, arrivata in Francia per fuggire dal regime di Franco. Poi ho voluto l’opposto, una bigotta, super-religiosa, che va in chiesa tutti i giorni e non fa che litigare con la repubblicana. A tenerle a bada, c’è senza dubbio un misto delle due, il personaggio interpretato da Carmen Maura, che calma le donne e mitiga i conflitti. C’è Teresa che vuole un marito francese, e ovviamente c’è Maria, la nipote di Concepciòn, che viene in Francia per cercare un lavoro e intorno alla quale ruota tutta la storia…
Come ha scelto le attrici?
Prima di tutto c’era Carmen Maura, la grande attrice emblematica del cinema spagnolo; non riuscivo a immaginare il film senza di lei. È la prima attrice che ho incontrato. Anche se il ruolo non è importante quanto quelli che lei può esigere, aveva voglia di interpretare una spagnola a Parigi, simile a tante donne che ha incontrato nella sua giovinezza.
D’altronde, lei ha un appartamento a Parigi che è composto da più ex-stanze di domestiche. Rispetto alle altre attrici, era un po’ come il suo personaggio, un punto di riferimento, una dolce figura autorevole. Durante le riprese, ognuna di loro aveva un posto dove stare, ma non c’erano mai. Stavano sempre insieme, parlavano con disinvoltura in spagnolo, come le loro antenate nelle piazze di Passy… c’era tutta una vita alla quale ha preso parte spesso Fabrice. Carmen adorava l’idea di recitare sia in spagnolo che in francese, a volte nella stessa scena. Io tenevo alla musicalità della lingua spagnola: vederle parlare così velocemente davanti a Fabrice che non capiva una parola era davvero comico.
E il personaggio di Maria, interpretata da Natalia Verbeke ?
Serviva una giovane donna, bella ma non troppo, che fosse piacevole e avesse una bellezza riservata. Natalia Verbeke aveva tutte queste qualità e inoltre parlava un po’ di francese. Era importante per il suo legame con Fabrice. Ha studiato moltissimo il copione, ha fatto progressi molto in fretta e sul set ha potuto comunicare con tutti. Per scegliere le altre domestiche, sono tornato regolarmente in Spagna. Ho privilegiato delle attrici di teatro per non cadere nel cliché delle attrici “almodovariane”. Perciò ho scelto Lola Dueñas, Nuria Sole, Berta Ojea, e Concha Galán. Le ultime due non parlano una parola di francese e hanno imparato le loro battute foneticamente. Hanno un temperamento meraviglioso, incarnano le spagnole con tutta la loro forza, esuberanza e volubilità.
Il suo film ha del fiabesco…
Il film si basa su un’utopia: si vuole credere che le classi sociali siano porose, e che il “borghese” possa trasferirsi al sesto piano, con le “domestiche”. Ma questa utopia viene respinta da entrambi i lati, dai borghesi che lo considerano uno scandalo, ma anche dalle domestiche. Carmen, interpretata da Lola Dueñas, crede nella lotta delle classi, va a chiedere al signor Joubert di restare al suo posto. Concepciòn (Carmen Maura), invece, farà tutto il possibile per impedire la relazione tra Maria e Jean-Louis. Anche se non lo dice mai, Concepciòn respinge con forza questa utopia d’amore. Crede nel principio del realismo. È lei che spinge Maria a partire, svelandole dove viene cresciuto suo figlio. E alla fine, quando Jean-Louis divorzia, lei preferisce mentirgli piuttosto che dirgli dove si trova Maria. Incarna un principio di realismo arcaico che contraddice la favola.
Che ricordi le resteranno di questo film?
C’è la scena della festa al sesto piano, il ballo in cui Jean-Louis si lascia trascinare. In realtà, Fabrice è un ottimo ballerino, ma io volevo che si mostrasse imbarazzato, maldestro. Lui si è fatto violenza per trattenersi, ma poi le donne lo trascinano poco a poco e lui si lascia andare, senza sapere cosa fa. In quel momento è accaduto qualcosa che andava oltre le parole, c’è stato un brivido, un’emozione nel suo sguardo. Era il miracolo di un attore che si libera…
Cos’ha imparato da questo progetto?
Ho sempre amato gli attori, ma ho scoperto la gioia di mettere insieme attori francesi e stranieri. In questo modo si spostano tutti i punti di riferimento, cambiano le prospettive, è tutto fresco e nuovo. Inoltre questa storia esprime un sentimento europeo, che mi tocca molto. L’Europa si è formata durante gli anni ’60, molto prima che l’Unione Europea diventasse una realtà politica. Gli spagnoli erano presenti, tra di noi, agli angoli delle strade, nei parchi… Tutto questo fa parte della storia comune dei nostri due paesi. Nello stesso modo in cui il personaggio di Jean-Louis scopre gli altri nel film, credo che il cinema sia stato inventato per mettere in scena un apprendimento. Filmiamo degli esseri umani per acquisire parte di loro, per arricchirci di qualcosa che non proviene da noi stessi.
Intervista con FABRICE LUCHINI Interprete di Jean-Louis Joubert
Come definirebbe il suo personaggio?
All’inizio lo vediamo assente, assorto nel suo lavoro. Inizia veramente a vivere solo quando irrompe Maria nella sua vita quotidiana – rappresenta una scintilla per lui. Non si innamora di lei, ma di tutto un gruppo di persone, di un universo a lui sconosciuto. Le domestiche spagnole sono le protagoniste di questa storia. Cosa succede, dunque, negli anni ’60, quando un borghese, agente di cambio, vive una “rivelazione” che lo fa passare dall’assenza a una sorta di presa di coscienza di ciò che Spinoza definisce l’immanenza?
Sua moglie crede che sia una storia di sesso, ma non è di questo che si tratta. Jean-Louis Joubert è affascinato dal sesto piano, dalla sua vita, la sua energia, e si trasferisce lì quando sua moglie lo caccia di casa. Con queste donne spagnole nascerà una storia d’amore non convenzionale. Non sono molto bravo a leggere le sceneggiature, e non ne misuro la ricchezza prima di girare. Questa è molto ricca, evita i cliché per percorrere il proprio cammino.
Anche se trasmette un messaggio sociale forte, la storia è innanzitutto molto umana.
Come vede il percorso di quest’uomo?
Non è né marxista né indifferente. Non vogliamo demonizzare i borghesi e osannare i poveri. Si va ben oltre. Lui è un uomo semplice che ha poche ossessioni – a parte quello dell’uovo alla coque al mattino, che deve essere perfetto. È questo dettaglio che gli costerà la sua domestica bretone e gli farà scoprire tutto ciò che Maria può portare nella sua vita. Tutto questo può sembrare aneddotico, ma attraverso dei piccoli dettagli, spesso divertenti, gli si apre un mondo intero.
Come dosa le varie sfaccettature del personaggio ?
Quest’uomo si risveglia poco a poco a contatto con le donne. Per questo motivo ho dovuto impedire alla mia natura esuberante di emergere. In effetti, Philippe Le Guay mi ha chiesto di fare una cosa formidabile per un attore: osservare in modo assoluto ciò che è reale. Era uno dei ruoli più belli che mi potessero dare dato che, in quanto attore, devo guardare, essere un osservatore di ciò che è reale, ed esserne impregnato. Questo individuo finirà per aprirsi, ma senza diventare un cliché. Deve colmarsi della vita di tutte queste donne spagnole. Sono tante e l’intero sesto piano ha un aspetto notevolmente vivace e comico.
Che rapporto ha con la Spagna?
Non appartenevo affatto all’ambiente in cui ci si poteva permettere una domestica. Sono cresciuto a Barbès-Rochechouart, quindi ho vissuto un’altra immigrazione, quella avvenuta negli anni ’30. Non conosco bene la Spagna, anche se ho frequentato Formentera durante la grande era hippy. Non so una parola di spagnolo. Ma con persone come Carmen, non servono le parole. Ci sono lo sguardo, la comicità, l’affetto.
Il film trascende gli stereotipi sociali…
Si può pensare che siano le domestiche a essere vittime di condiscendenza, ma anche il signor Joubert si confronta con i pregiudizi contro di lui, dato che quando si trasferisce al sesto piano, le spagnole lo rimettono al suo posto sociale. Gradualmente, rivelerà un’umanità che supera i cliché che esistono da entrambi i lati, i limiti e le contraddizioni. È un po’ trasversale. Inoltre, lo si può paragonare al regista. Jean-Louis è un po’ Philippe Le Guay. Come Antoine Doinel è François Truffaut. Io stesso sono stato lo Jean-Pierre Léaud di Eric Rohmer nei sei film che abbiamo girato insieme. Quando si fa un film, si diventa il portavoce della nevrosi o dell’empatia del regista. È un fatto innegabile. L’attore si perde un po’ in questo transfert, perché io sono un Philippe Le Guay che non sfrutta né la mia esuberanza, né la mia spontaneità, né la mia voglia di fare casino. Ma è questo il mio mestiere. Si basa su ciò che Philippe ha percepito di me. Lui parlerebbe senza dubbio di umanità.
Lei è l’unico uomo in mezzo a tante donne…
La barriera linguistica non ha facilitato la comunicazione con le attrici spagnole. Le riprese mi hanno riportato un po’ alla mia solitudine e alla mia piccola depressione. Non mi è dispiaciuto. Avevo visto Carmen Maura, e ho adorato vederla lavorare con la sua gravità ispanica. Mi sono sentito molto vicino solo a Sandrine Kiberlain, D’altronde, avevamo già interpretato una coppia ne L’INSOLENTE di Molinaro. Sono stato contento di lavorare di nuovo con lei.
Nella galleria di personaggi che lei ha interpretato, che posto avrebbe Jean-Louis? È simile a lei?
Non voglio certo passare per Arthur Rimabud, ma potrei avere questa illuminazione, vivere meravigliato il miracolo di cui parla il filosofo Emmanuel Levinas, che dice: “per sfuggire alla tragedia del piccolo Me dell’individuo, esiste il miracolo del viso dell’altro.”
Cos’è l’altro? È un viso, e questo viso è un miracolo. Meravigliarsi degli altri è una cosa che mi riesce bene. Conosco bene anche il fatto di meravigliarsi della stranezza, concetto molto più freudiano. Philippe Le Guay non è una persona negativa, lui produce contemporaneamente qualcosa di reale attraverso l’incanto, l’inquietudine e lo stupore. E questo personaggio lo rispecchia.
È il terzo film che gira con Philippe Le Guay. Come vede la sua evoluzione?
Ho l’impressione che sia padrone del set e del suo materiale. Rispetto al primo film si è evoluto molto, qualcosa in lui si è smussato. Si è in un certo senso riconciliato con se stesso. La sua presenza sul set oggi non si può paragonare all’epoca di L’ANNÉE JULIETTE, la nostra prima pellicola insieme. È più maturo, ha una maggiore padronanza.
Mi sembra che questo film sia più vasto – come se avesse prodotto un vino beaujolais novello con L’ANNÉE JULIETTE, un buon côtes-du-rhône con IL COSTO DELLA VITA e ora un grande Saint-Joseph e un Cheval-Blanc. Questo film è ricco di aromi perché gli abbiamo permesso di respirare.
Intervista con SANDRINE KIBERLAIN che interpreta Suzanne Joubert
Cosa l’ha spinta a partecipare a questo progetto?
È sempre un insieme di elementi che ci spinge a scegliere un progetto. In questo caso, la sceneggiatura, ovviamente, ma anche il fatto di lavorare di nuovo accanto a Fabrice, come ho già fatto varie volte, perché lui dà un altro punto di vista ai personaggi e all’atmosfera generale del film. Anche l’incontro con Philippe Le Guay è stato determinante. Adoro la sua ricca personalità, l’umorismo e la profondità del soggetto, che è molto contemporaneo.
Può parlarci del suo personaggio?
La storia è ambientata negli anni ’60. I coniugi Joubert sono chiusi in una vita che non è proprio la migliore. Suzanne ha l’energia della borghesia dai rituali accettati, sposata con un uomo che lei ama davvero. È anche madre di due figli maschi che vivono in collegio. Di origine provinciale, si tiene un po’ in disparte, imbarazzata dalle amiche che lei trova sempre più metropolitane ed eleganti di lei. Non riesce mai a fare parte di questa borghesia. Come molte donne in varie epoche, è convinta di vivere la vita che più le è congeniale. Si percepisce che se dovesse spezzarsi l’umore dinamico e gioioso che mantiene sempre, potrebbe essere molto doloroso per lei. Tutte le contraddizioni e i difetti che caratterizzano il personaggio e gli esseri umani in generale mi tentavano. Avevo voglia di interpretare il suo desiderio di essere entusiasta, di vivere con successo questa vita nella quale si era rinchiusa. A forza di rincorrere un modello da seguire, Suzanne perde di vista le cose fondamentali, ciò che lei è veramente e ciò che vuole veramente. Comprenderà che un’altra vita può esistere, e che forse lei e il marito hanno scelto il percorso sbagliato.
Come vede l’universo delle domestiche?
Non è un mondo che conosco bene. La mia famiglia ha origini polacche. Questo mi ha permesso di avere un altro punto di vista sulla storia. Sono sempre commossa dal coraggio di queste persone che sono emigrate in Francia, dal loro desiderio d’integrazione e di riuscire a vivere una vita migliore di quella che avrebbero potuto condurre nel proprio paese. Quando non si ha la fortuna di nascere nel posto giusto, bisogna essere molto coraggiosi per osare abbandonare i propri punti di riferimento e ricominciare daccapo altrove. Queste donne hanno avuto questa forza. Credo che Suzanne si affezioni davvero a Maria e che senza il codice sociale opprimente che le limita, avrebbero potuto essere amiche.
Come ha lavorato con Philippe Le Guay ?
Avevo visto i suoi film, ma non lo conoscevo. Ho l’impressione che con questo film, Philippe volesse essere sia profondo che estroso. Ha una vera passione per il cinema. Ha sempre il suo film in testa e il risultato gli assomiglia: è divertente, sorprendente, discreto ed elegante.
Non è la prima volta che si trova sposata con Fabrice Luchini. Cosa ha scoperto di nuovo su di lui?
Adoro lavorare a fianco di Fabrice. È un attore insolito, diverso da tutti. Trovo che migliori con l’età, per varie ragioni. Fisicamente è più sexy. È più maturo e più generoso. Il posto che occupa nel cinema francese è unico. È spiritoso, attira il pubblico nei cinema e nei teatri perché sa imporre il proprio personaggio. Quando reciti accanto a lui, provi il piacere dello scambio. Per funzionare con lui, bisogna comprendere la sua fantasia e capire anche fino a che punto può essere commovente, anche solo nel suo modo di voler attirare l’attenzione. In questo film, anche se spesso ciò che fa è una reazione rispetto a Suzanne, non è un pagliaccio. Manteniamo entrambi lo stesso registro. Siamo due pagliacci che non si vedono come dei pagliacci. Ognuno genera la situazione comica a modo suo. A seconda delle scene, l’uno o l’altra reagisce a ciò che fa o dice il partner. Tra noi c’è un vero e proprio scambio. Forse è per questo che andiamo tanto d’accordo sia sul set che nella vita.
Come ha creato il suo personaggio?
Anche se non è ambientato in un’epoca remota, si tratta comunque di un film in costume. Recitare in abiti che non appartengono al nostro quotidiano contribuisce a darci un’idea di come costruire il personaggio. Non ci si comporta nello stesso modo indossando quei tacchi, quegli abiti strutturati, quelle acconciature. Influisce tutto sul portamento, sulla camminata, sulla seduta. Riprodurre la moda come anche gli arredi dell’epoca ci aiuta a posizionarci in un altro mondo. Per quanto mi riguarda, lavoro molto sul ritmo dei miei personaggi, e ho l’impressione di trovarlo istintivamente. Anche questo è legato ai costumi e agli atteggiamenti che generano.
Come definirebbe il ritmo di Suzanne ?
Suzanne è in movimento costante, cerca di riempire gli spazi, colmare i silenzi, affinché nessuno la fermi per farle la domanda che la riporterebbe alla sua verità. Fermarsi le darebbe sicuramente il tempo di riflettere e rendersi conto della vita che conduce.
Ha un’idea di ciò che questo film rappresenta per lei?
Ho adorato girare questo film, interpretare questo personaggio, recitare con Fabrice.
Philippe mi ha aiutato a creare delle caratteristiche, dei piccoli dettagli – in particolare il movimento saltellante di Suzanne. Questo film è una benedizione, ci porta lontano. Anche se ha una certa profondità, ci riporta in un’altra era, in un mondo completamente disorientante.
Intervista con NATALIA VERBEKE che interpreta Maria
Come ha reagito al copione?
La storia mi ha commosso… parla delle mie compatriote da un punto di vista inedito e molto umano. Ho subito amato il personaggio di Maria. È una donna che ha carattere, ma la sua giovane età e il percorso che compie non le hanno permesso di esprimerlo completamente. L’ho subito capita. È anche un tipo di personaggio che non ho mai interpretato. Di solito interpreto giovani donne molto decise, invece Maria è fragile, a volte ingenua. È anche un personaggio di cui seguiamo l’evoluzione nella storia. All’inizio, quando arriva a Parigi, è timida e poco consapevole. Poi gradualmente, scopre il mondo, osa, impara e compie un percorso interiore rispetto alla propria storia. Confrontandosi con il signor Joubert, tra le sue colleghe e accanto alla zia che la ospita, Maria gradualmente potrà essere se stessa.
Che impressione ha di quest’epoca che lei non ha vissuto?
La storia è ambientata in Francia, tuttavia si tratta di un periodo molto difficile della storia spagnola, l’era franchista. In molti sono venuti a rifugiarsi e lavorare in Francia. Anche se non è questo il tema principale del film di Philippe Le Guay. Attraverso i suoi personaggi ha saputo esprimere bene le motivazioni e lo spirito che animavano queste persone. Tutte queste donne sbarcavano qui dopo aver lasciato tutto. Ricominciavano da zero, senza conoscere la lingua, trovandosi spesso in una solitudine straziante. Ci voleva coraggio. La situazione di Maria e delle altre donne mi commuove.
Secondo lei cosa rappresentava fare la domestica in Francia?
Nelle nostre famiglie, tra le nostre amicizie, tutte noi conosciamo delle donne che sono venute in Francia per fare le domestiche. È un lavoro difficile, ma rappresentava anche un’opportunità, una possibilità di soddisfare i propri bisogni e mantenere la famiglia che era rimasta al paese. Ho parlato molto di questo con altre donne, ho svolto qualche ricerca e oggi è difficile immaginare il numero di persone coinvolte in questo fenomeno. Scoprendo le vere stanze usate dalle domestiche e nelle quali abbiamo girato, ho provato una sensazione fortissima. Mi sono messa nei panni di quelle donne che arrivavano, perse, lontane da casa, dopo aver lasciato tutto. Ho capito quanto potessero sentirsi intimorite e isolate, e ammiro il loro coraggio.
Come si è svolta la sua collaborazione con Fabrice Luchini?
Lavorare con Fabrice è molto piacevole. Sul set, è un grande professionista da cui ho imparato molto. Nella vita, è un uomo affascinante e molto divertente. Volendo capire il più possibile, ero motivata a perfezionare il mio francese. Adoro ascoltarlo quando interpreta i vostri grandi classici, soprattutto Molière. Invoglia le persone a scoprire la vostra cultura, come il film invita la gente a scoprire la nostra.
Ha anche ritrovato Carmen Maura…
La prima volta che abbiamo lavorato insieme è stato per il film CARRETERA Y MANTA, un road-movie, e avevamo passato tutto il tempo insieme. Carmen è veramente per me un modello da seguire. È una grande attrice, sicuramente la più grande di Spagna. Mi ha insegnato un sacco di cose. È molto generosa, sia quando recita che nella vita. Con lei si può parlare di tutto e mentre giravamo questo film abbiamo parlato di tantissime cose, dell’esistenza, della Storia…
Parlava del tema del film con le sue colleghe sul set?
Eravamo un gruppo molto unito e tra noi c’era una magnifica intesa. Eravamo tutte molto interessate alla storia raccontata dal film di Philippe. Ci tocca a livello storico e umano. C’è qualcosa di profondamente reale nella sua narrazione. Riesce a far rivivere un’intera epoca attraverso dei piccoli dettagli assolutamente azzeccati. Queste donne che arrivano qui senza famiglia riescono, alla fine, a formarne un’altra al sesto piano. Eravamo tutte felici di girare questo film.
Cosa rappresenta il film per lei?
Per me, si tratta di un film universale perché parla della scoperta dell’altro, di amore e amicizia. Evoca anche la solitudine, il coraggio, la sofferenza che si può provare quando ci si allontana da coloro che si ama. Questi temi toccano tutti. È anche una bella avventura. Il signor Joubert decide di andare a conoscere quelle donne accanto a cui vive ma di cui non sa nulla. Anche se Maria rappresenta la sua porta d’ingresso, lui s’innamorerà dell’intero mondo in cui vivono queste donne. Il film parla dei paradossi della vita, e ci sono anche momenti molto comici. Queste donne che sono socialmente inferiori a coloro per cui lavorano, abitano sopra di loro. L’incontro tra questi due mondi suscita delle domande, delle riflessioni. Attraverso una commedia dei sentimenti con un vero punto di vista sociale, il film ci riporta a ciò che siamo e ai limiti del nostro ambiente.
Che ricordo conserverà del suo primo film in Francia?
Trovo che il film di Philippe sia come una dichiarazione d’amore per la Spagna e le sue donne che sono venute qui. Le dipinge senza cliché, con umanità, nelle loro sofferenze e con le loro speranze. Prova tenerezza e rispetto per ognuno dei suoi personaggi. Per essere stata la mia prima esperienza qui, sono stata molto fortunata. E poi girare a Parigi mi ha dato l’occasione di conoscere la città e la voglia di tornare.
Intervista con CARMEN MAURA che interpreta Concepciòn
Cosa l’ha attirata di questo progetto?
Avevo voglia di lavorare per la prima volta con delle attrici spagnole a Parigi. Mi piaceva molto l’idea di interpretare una domestica che viveva al sesto piano. Nella vita e nei film, adoro parlare francese. Questo progetto, tra l’altro, mi dava l’opportunità di mischiare spagnolo e francese – proprio come farebbe una persona spagnola che vive qui. Philippe Le Guay me l’ha permesso, anzi, mi ha incoraggiato a farlo. È stato affascinante, perché mi dovevo sforzare di restare la stessa attrice di sempre, mentre recitando in una lingua che non conosco, come spesso succede, tendevo a cambiare artificialmente la voce. Adoro mischiare queste due lingue, e forse non mi sarà più concesso farlo.
Cos’ha pensato della sceneggiatura?
È una vera favola, una commedia dolce e tenera, con una storia d’amore che finisce bene. Adoro quando i film hanno un lieto fine! Questa magnifica storia è ovviamente narrata dal punto di vista di un francese, e questo è sempre interessante. È un’angolazione diversa, un altro approccio, e lo capisco molto bene. Rispetto sempre il punto di vista del regista, dato che il film appartiene a lui. Ne ho parlato con Philippe.
In quanto spagnola e attrice internazionale, come vede questo punto di vista francese?
Conosco la Francia, è un paese che mi piace. Vivo regolarmente a Parigi, abito in un appartamento composto da cinque stanze che una volta erano delle domestiche. Quando ho scoperto le vere stanze nelle quali abbiamo fatto le riprese, ovviamente mi ha fatto un’impressione molto forte. Adoro Parigi e la Francia, ma i francesi sono un po’ particolari!
Ci guardano sempre da un punto di vista folkloristico. Parigi è una città che può sembrare aggressiva, eppure è una delle città che preferisco. Da noi, ho la sensazione che tutto sia più dolce. Noi abbiamo un senso dell’umorismo più leggero, il loro è più profondo. Negli ultimi vent’anni, il modo in cui i francesi guardano gli spagnoli si è evoluto molto. Siamo trattati molto meglio. Ci guardano con più curiosità. Nonostante ciò, nel profondo, ci considerano ancora gente del sud un po’ sottosviluppata. Ho imparato a convivere con questo, pur tentando di cambiarlo. Mi sento a mio agio perché sono una persona solitaria che non ha bisogno di tante coccole.
Può parlarci del suo personaggio?
Concepciòn vive in Francia da molto tempo. La sua ossessione è quella di mandare soldi in Spagna, dove è rimasto suo marito per costruire una casa. Concepciòn sogna di avere una casa come le signore francesi. All’inizio della storia è un po’ la madre adottiva di tutte le ragazze che vivono al sesto piano, sopra i Joubert. È allora che arriva sua nipote Maria, e l’avventura ha inizio…
Sul set lei è stata un po’ come Concepciòn rispetto alle altre attrici…
Anche se sono timida, amo mettere tutti a proprio agio sul set. Per me, il set è un po’ come una chiesa, è sacro. Vi succede qualcosa di magico. Quindi è il caso che ognuno si senta a suo agio ed è questo che tento, in maniera modesta, di costruire.
Come ha lavorato con Philippe Le Guay ?
Philippe ha riflettuto molto sul suo film, e ne padroneggia ogni dettaglio. Sa esattamente ciò che vuole e ha girato con gli attori che voleva. Credo che il film gli somigli. Dal punto di vista umano poi, è bravissimo, si prende cura dei suoi attori. Per esempio, si è assicurato che il primo assistente, la segretaria di edizione e il capo operatore parlassero spagnolo, e questo è stato molto importante per noi. Da un punto di vista più personale, gli sarò eternamente grata per avermi concesso tanta libertà, soprattutto per il fatto di parlare spagnolo. È stata una sorpresa e un dono incredibile. Philippe adora la lingua spagnola, la Spagna, e ci faceva sempre cantare. D’altronde cantavamo talmente tanto – già a partire dal picnic – che una volta ho detto a Philippe che non volevo più cantare in questo film. Gli spagnoli cantano molto meno di quanto lui sembra credere.
Com’è stato lavorare con Fabrice Luchini?
Fabrice è veramente un uomo particolare, mi diverte moltissimo. Ammiro il legame estremamente forte che ha con il pubblico. Sono andata a vederlo in teatro un pomeriggio e la sala era affollata di gente di ogni tipo – giovani, vecchi, poveri, ricchi. Riuscire a riunire un pubblico così vario è l’abilità che ammiro di più degli attori. Lui parla molto. Ci raccontiamo tante di quelle storie – che siano vere oppure no. Ascoltarlo parlare è un vero piacere, con lui il francese diventa come una musica. Non è una persona che incrocerai nella vita e di cui ti dimenticherai. Lavorare con lui non è difficile, perché ha un grande rispetto per gli altri. L’ho adorato. È una bravissima persona!
In Francia, la “domestica spagnola” è quasi un’icona. Lei ha un punto di vista internazionale. C’è un altro paese oltre alla Francia che ha accolto così tante domestiche dalla Spagna?
Non credo che la “domestica spagnola” sia un’icona in altri paesi oltre alla Francia.
Tuttavia, ci sono molte domestiche spagnole in Belgio. All’epoca, gli spagnoli vivevano male nel loro paese. A volte, fuggivano famiglie intere a causa delle loro posizioni politiche durante la guerra di Spagna. Credo anche che queste domestiche fossero molto apprezzate qui perché avevano un concetto molto forte della pulizia. L’importanza che in Francia si dà in generale al bagno non ha niente a che vedere con i bagni spagnoli. Me ne sono accorta quando cercavo un appartamento. Qui si trovano anche dei pied-à-terre con i gabinetti all’esterno, è molto bizzarro.
Sa dirmi cosa rappresenta oggi questo film rispetto al suo percorso?
Bisognerà vedere che ne pensa il pubblico per averne un’idea, ma questo film è arrivato durante un periodo felice della mia vita. Non devo più mettermi in gioco per la mia carriera, è rimasto solo il piacere di recitare. Faccio tantissime cose così diverse, in posti così vari che sono obbligata a rifiutare sempre delle offerte. Quello che conta per me è che il film raggiunga il suo pubblico, perché è per il pubblico che amo lavorare e dare me stessa. Ho girato questo film con tutto il mio cuore. Conserverò molti ricordi. Quando abbiamo iniziato a cantare per la prima volta, eravamo così felici. Era una canzone che si cantava durante la guerra con i francesi. Il set era allegro e il cast era fantastico.
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