Fair Game (Caccia alla spia ) di Doug Liman

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locandina Fair Game (Caccia alla spia )
 
Regista: Doug Liman
Titolo originale: Fair Game
Durata: 106'
Genere: Azione, Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto: 2,35:1

Anno: 2010
Uscita prevista: Cannes 2010,22 Ottobre 2010 (cinema)

Attori: Naomi Watts, Sean Penn, Ty Burrell, Bruce McGill, Michael Kelly, Brooke Smith, David Denman, Louis Ozawa Changchien, Geoffrey Cantor, Ashley Gerasimovich
Soggetto: Joseph Wilson, Valerie Plame Wilson
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth

Trama, Giudizi ed Opinioni per Fair Game (Caccia alla spia ) (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Doug Liman
Montaggio: Christopher Tellefsen
Musiche: John Powell
Scenografia: Jess Gonchor, Sara Parks
Costumi: Cindy Evans
Trucco: Amanda Miller

Produttore: Jez Butterworth, Akiva Goldsman, Doug Liman,Bill Pohlad,Janet Zucker,Jerry Zucker
Produttore esecutivo: Mohamed Khalaf Al-Mazrouei, Dave Bartis, Kerry Foster, Bill, Mari-Jo Winkler
Produzione: Zucker Productions, Weed Road Pictures, Fair Game Productions, Hypnotic
Distribuzione: Eagle Pictures

La recensione di Dr. Film. di Fair Game (Caccia alla spia )
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Colonna sonora / Soundtrack di Fair Game (Caccia alla spia )
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Barbara De Bortoli: Valerie Plame
Massimo Rossi: Joseph Wilson
Stefano De Sando: Sam Plame
Antonio Sanna: Libby
Roberto Draghetti: Bill
Franco Mannella: Jack

Personaggi:
Naomi Watts: Valerie Plame
Sean Penn: Joseph C. Wilson
Sam Shepard: Sam Plame
David Denman: Dave
Ty Burrell: Fred
Brooke Smith: Diana
Bruce McGill: Jim Pavitt
Michael Kelly: Jack
David Andrews: Scooter Libby
Noah Emmerich: Bill
Satya Bhabha: Jason Neal
Kristoffer Ryan Winters: Joe Turner
Tim Griffin: Paul
Ashley Gerasimovich: Samantha Wilson
Khaled El Nabawy: Hamed
Geoffrey Cantor: Ari Fleischer

Informazioni e curiosità su Fair Game (Caccia alla spia )

Il film è basato sulla storia vera di Valerie Plame e del CIA-gate del 2003. In particolare la trama è tratta dalle memorie pubblicate dalla stessa Valerie Plame nel 2007: Fair Game: My Life as a Spy, My Betrayal by the White House; e in parte su quelle del marito Joseph C. Wilson (The Politics of Truth) pubblicate nel 2004.

Note dalla produzione:
LA SPIA CHE FU LASCIATA AL FREDDO
Alla fine del 2001, Valerie Plame is trova in bilico fra due vite: quella privata come moglie dell'ambasciatore in pensione Joe Wilson e madre dei loro due gemelli, e quella professionale come agente segreto della CIA, addetta a missioni sotto copertura.
In qualità di capo dell'agenzia Joint Task Force per l'Iraq, a Valerie viene dato il compito di fare da infiltrata nel programma delle armi di Saddam in un momento cruciale, proprio prima della guerra in Iraq.
“Era davvero una storia affascinante dal punto di vista storico”, commenta il produttore di Fair Game, Jerry Zucker, “e più Valerie e Joe ci raccontavano quanto questo avesse condizionato il loro matrimonio, più ci rendevamo conto che si trattava di un dramma umano molto profondo”.

La storia dei Wilson diventò di dominio pubblico. Inviato dal governo degli Stati Uniti nel Niger per confermare i rapporti che parlavano di un grande acquisto di uranio da parte del governo iracheno, Joe Wilson arriva alla conclusione che le voci siano infondate. Ma l'amministrazione Bush sceglie di ignorare la sua scoperta. L'ex funzionario del Dipartimento di Stato non era certo amico di Saddam Hussein. Fu l'ultimo diplomatico americano ad incontrare il dittatore dopo l'invasione dell'Iraq nel Kuwait nel 1990, dove personalmente ordinò il ritiro delle forze irachene. Affrontò anche il presidente iracheno quando minacciò la vita degli stranieri che vivevano in Iraq e salvò la vita a migliaia di americani prima di abbandonare lui stesso il Paese.

Ma Wilson, incorreggibilmente sincero, fu indignato dalla decisione della Casa Bianca di dichiarare il falso riguardo la vendita di uranio per provare che l'Iraq stesse producendo un'arma nucleare. Poco dopo la pubblicazione sul The New York Times delle affermazioni di Wilson che smentivano la dichiarazione della Casa Bianca, fu rivelata l'identità di Valerie Plame come agente segreto. La vita dei Wilson, della loro famiglia e di molti collaboratori di Valerie fu volutamente messe a repentaglio. La fonte, mai identificata con certezza di questa soffiata fu chiaramente un alto funzionario dell'amministrazione Bush.

“Questo avrebbero anche potuto inventarlo”, dice il produttore Janet Zucker. Ma dopo aver saputo di più sui Wilson, i produttori si sono resi conto che la storia era molto più profonda e ricca di quello che veniva fuori dalle testate dei giornali. Joe e Valerie erano una coppia la cui vita era stata travolta nel profondo della sua intimità.
Marito e moglie hanno reagito diversamente alla campagna contro di loro. Joe ha risposto al fuoco col fucile spianato, gridando che questa rivelazione era un atto criminale. Ma Valerie, invece, dopo una vita passata nell'ombra, era restia a rendere pubblica la sua storia. “Era una donna che aveva vissuto una vita segreta per molto tempo”, spiega Jerry Zucker. “I suoi amici intimi pensavano che fosse una “venture capitalist”, ed improvvisamente viene stata gettata sotto la luce dei riflettori come una spia, obbligata a parlare in pubblico e a difendere la propria vita. E’ stato davvero un capovolgimento incredibile”.

I Zucker hanno deciso di assegnare ai fratelli Jez e John-Henry Butterworth la sceneggiatura di questo film, tratta dalle esperienze dei Wilson. I Butterworth, che sono Inglesi, quando sono stati contattati, non avevano idea di chi fosse Valerie Plame. “Non sapevamo niente del sistema politico statunitense, a parte un'infarinatura generale”, racconta Jez. “ma la storia era talmente intrigante che eravamo ansiosi di saperne di più”.
Gli sceneggiatori captarono subito il potenziale “oro cinematografico”, nei personaggi e nel conflitto all'interno della storia, cioè quello che era accaduto alla famiglia e al matrimonio dei Wilson dopo che la v erità su Valerie fu trapelata. “Non ero sicuro di poter scrivere scene politiche anche se simpatizzavo con i Wilson”, spiega Jez, “ma erano personaggi che conoscevo”.

Eppure quando i Butterworth hanno firmato per la scrittura della sceneggiatura, si sono scontrati con delle restrizioni come non era mai successo prima. Anche le memorie non pubblicate di Valerie Plame erano off limits fino a quando la CIA non avesse finito di esaminarle a fondo, “l'interesse iniziale nello scrivere Fair Game era l'opportunità di raccontare la storia di due persone straordinarie che si trovavano al centro di un momento cruciale di quel periodo storico,” spiega Janet Zucker. “Man mano che sviluppavamo il progetto, ci siamo resi conto che raccontare quello che era successo a Valerie Plame e Joe Wilson era complicato, anche a causa di altri fattori come, ad esempio, il fatto che una parte del lavoro svolto da Valerie per la CIA fosse tenuto segreto”.

Quindi, malgrado i realizzatori avessero i diritti per il libro della Plame e godessero della sua cooperazione come consulente per il film, lei non poteva rivelare le informazioni che il governo reputava segrete. Gli sceneggiatori hanno dovuto fare ricerche per conto loro. “Abbiamo fatto un lavoro estenuante”, racconta Jez, “prima le ricerche sul governo USA e sulla CIA e poi quelle sulla vita stessa dei Wilson”.
“Il periodo di ricerca è stato incredibilmente eccitante,” aggiunge John-Henry. Inizialmente le persone erano restie a parlare di Valerie, soprattutto quando venivano a sapere che facevamo delle ricerche per un film. Infatti, ci eravamo registrati nel nostro albergo come costruttori”.

A suo tempo c’era stato grande interesse da parte della stampa, molta speculazione su quello che fu chiamato “il caso Plame”, perciò era fondamentale avere dei resoconti diretti per arrivare alla storia vera. “La stampa ha trattato questo caso come una partita di football”, commenta John-Henry “tutti tifavano per l’una o per l’altra squadra, e noi avevamo bisogno di sapere cosa fosse davvero successo”.
“Nessuna delle persone alle quale ci avvicinavamo era molto propensa a farsi intervistare, e tutti volevano essere certi che i loro commenti non sarebbero stati pubblicati, ma dopo le elezioni a metà termine, l’atmosfera politica a Washington cambiò, e la gente si sentì più libera di parlare”.

I fratelli intervistarono molte persone, incluso il personale dell’intelligence precedente, giornalisti, avvocati e uomini di governo. Insieme a Janet Zucker, assistettero al processo dell’ex Capo di Stato Maggiore, del vice presidente Cheney, Irve Lewis “Scooter” Libby, l’unico funzionario governativo implicato nel caso Plame.
Eccezionalmente fu permesso loro di leggere le memorie di Valerie, ma solo dopo essere state redatte nuovamente dalla Commissione CIA Publications Review Board in forma molto “alleggerita”.
Più informazioni i Butterworth scovavano, più erano sicuri che sarebbe stata un storia nella quale il privato avrebbe superato il politico. “Quando, in quel periodo, incontrammo i Wilson, avemmo immediatamente la sensazione di essere di fronte a due individui la cui quotidianità era stata stravolta”, commenta Jez. “Stavano lottando per salvare la loro vita.”

Per poter raccontare questa storia complessa in un film di due ore, i Butterworth hanno cambiato alcuni nomi e creato personaggi di fantasia. “Un esempio: il Dottor Hassan e suo fratello, un fisico, che nel film forniscono a Valerie informazioni sul programma delle armi nucleari iracheno, sono fittizi“ dice Jerry Zucker. “In realtà rappresentano il tipo di persona dell’intelligence che Valerie potrebbe aver incontrato durante suo lavoro come agente segreta della CIA”.
Quando tutti i tasselli furono al loro posto, gli Zucker portarono il progetto a Bill Pohlad e alla sua società, la River Road, specializzata nel riuscire ad associare idee pionieristiche alla fattibilità economica e commerciale del prodotto finale, come il vincitore di un Oscar, Brokeback Mountain, A Prairie Home Companion, Into the Wild - Nelle terre selvagge e The Tree of Life di Terrence Malick.

“Ho letto la sceneggiatura e l’ho trovata avvincente”, dice Pohlad. “A River Road cerchiamo di evitare cose che sono troppo datate e ci concentriamo su storie che resistano al tempo. Inizialmente, considerato l'aspetto attualità, ci fu qualche esitazione, ma quando lessi la sceneggiatura mi resi conto che andava oltre tutto questo. Quello che stava succedendo a Valerie e Joe a livello personale era una cosa universale. Eravamo tutti d’accordo che l’aspetto politico del film era secondario a quello privato”.
I realizzatori hanno fatto di tutto per rendere la storia più fedele possibile alla verità, sostiene Pohlad. “Ma Fair Game non intende essere un documento prettamente storico e neppure polemico a livello politico”, spiega il produttore, “è il ritratto emotivo di due persone straordinarie, coraggiose e determinate che si trovano intrappolate in una storia devastante, e di un matrimonio che supera l’esame più estremo.

“Quello che noi speriamo è che il pubblico non si fermi solo a considerare chi ha ragione o chi ha torto, questa è la storia di persone che non hanno avuto paura di parlare davanti ad un abuso di potere, e che si sono trovati coinvolti dal sistema del nostro Paese, e, rifiutandosi di fare marcia indietro, non hanno permesso che accadesse quello che doveva accadere”.
Pohlad era sicuro che il regista Doug Liman avrebbe apportato al progetto la sua famosa e perfetta maestria. “Il background di Doug come regista di thriller di spionaggio e la sua bravura in film d’azione erano una garanzia”, racconta Pohlad, “e sapevamo anche che Doug sarebbe stato capace di trasmettere ciò che stava accadendo all’interno della vita di Joe e Valerie. Infatti è riuscito a catturare il dramma della doppia vita di Valerie e il caos che si crea quando viene scoperta la sua vera professione e deve confrontarsi con tutti coloro che pensavano di conoscerla”.

Liman era già fan dei lavori di Jez e John-Henry Butterworth. ”Avevano lavorato per me durante Mr.& Mrs. Smith”, dice il regista, “non esagero nel dire che sono i miei sceneggiatori preferiti. Li avevo già contattati una mezza dozzina di volte per scrivere qualcosa per me, ma avevano sempre rifiutato. Quando Janet e Jerry mi hanno portato la sceneggiatura, ho lasciato cadere ogni cosa”.
Liman afferma che il film era praticamente il seguito del precedente, ma questo era il vero Mr. & Mrs.Smith. Quello che ha reso particolare la storia è che si tratta di un matrimonio, non un intervento sulla politica. E' una storia che sarebbe stata attuale cento anni fa come potrebbe esserlo fra cento anni. Bill Pohlad, uno dei produttori, dice che Fair Game è la storia di una guerra, ma non la guerra in Iraq. E' la storia della guerra in casa Wilson. E questa è la storia che volevo filmare”.

Anche prima di conoscere i Wilson, il regista aveva colto una grande affinità con Valerie e Joe. “Io sono sempre stato attratto dai personaggi e non dall'azione o dalla politica”, spiega, “qui ci sono due straordinari esseri umani con una storia incredibile da raccontare. Dopo che la sua doppia vita era stata resa nota, Valerie Plame Wilson e la sua famiglia erano disperati, e questa cosa li avrebbe potuti uccidere. Volevo trovare il lato positivo di una situazione che coinvolgeva persone innocenti”.
Liman venne poi a sapere che Valerie Plame era quella che veniva chiamata una ‘non-official covert’, una NOC, un agente segreto non ufficiale. “Questo rendeva tutta la situazione pazzescamente intrigante”, commenta Liman. “I NOC sono i veri James Bond. Sono così segreti che un NOC non può neanche riconoscere un'altro con certezza. Per quanto riguarda il box office, i NOC sono i personaggi più interessanti della CIA”.

“Quando diventi un’agente segreto della CIA, accetti di vivere una vita nella quale non ti viene riconosciuto nulla, qualsiasi cosa tu faccia. E Valerie scelse di sposare un uomo che era l'opposto, un uomo sempre aperto, pronto a confrontarsi.
Queste due persone di carattere così diverso che sfidano i potenti della Casa Bianca come mai era accaduto prima nella storia americana, offrivano l'occasione per un importante lavoro drammatico”.
Liman insiste nel dire che non esisteva alcuna implicazione politica nel fare Fair Game. “La mia priorità era quella di rimanere su certi binari senza essere coinvolto dal fattore politico della storia. La politica era come una sirena che suonava in lontananza, ogni volta che arrivavo sul set dovevo fingere di non sentirla”.


TROVARE VALERIE E JOE
Fin dall'inizio Liman ed i produttori avrebbe voluto Naomi Watts nella la parte di Valerie Plame. Attrice che offre una vasta gamma di emozioni e che ha ricevuto una nomination all'Oscar per il film con Sean Penn in 21 Grammi - Il Peso dell'Anima, la Watts ha ben impersonato la naturale femminilità associata alla calma glaciale della Plane. “Naomi era perfetta per questo ruolo”, racconta Bill Pohlad. “La vita di Valerie la costringeva ad essere un certo tipo di persona nella vita reale e con gli amici, e una completamente diversa nel lavoro. Questa è una grande sfida per un'attrice”.

Sapendo che gli sceneggiatori conoscevano la Watts, Liman chiese ai Butterworth di mandarle la sceneggiatura. “Le chiesi di leggere le prime dieci pagine e di dirmi cosa ne pensasse”, ricorda Jez, “Naomi mi telefonò subito dicendo che aveva letto l'intera sceneggiatura tutta d’un fiato e che le era piaciuta moltissimo”.
La Watts aveva appena dato alla luce il secondo figlio e diceva che non era in vena di leggere sceneggiature. “Comunque conoscevo la qualità dei loro lavori e conoscevo la storia di Valerie Plame. La cosa che più mi è piaciuta di questa storia è che il dramma matrimoniale ha il sopravvento sull'aspetto politico. Il crollo e la ricostruzione del loro matrimonio continuamente minato, regala al pubblico qualcosa che va oltre un fatto storico”.

Quindi fu immediatamente organizzata una riunione fra Naomi e Doug Liman.
“Fin dal primo incontro, Naomi mostrò il suo interesse per il film”, ricorda il regista, “e mi affiancò durante ogni passo del cammino, arrotolandosi le maniche della camicia e lavorando in condizioni difficili per lunghissimi giorni. Abbiamo girato in cinque paesi diversi, in condizioni che nessun’altra star della sua levatura avrebbe mai sopportato. Malgrado tutto questo è riuscita a tirar fuori forse la migliore performance che io abbia mai visto in un film”.
La Watt era altrettanto impressionata dalla determinazione di Liman nel voler fare emergere l'assoluta verità della storia. “Doug ha una passione cieca. Sapevo che avrebbe avuto il coraggio di raccontare questa storia, ma le cose che ha dovuto fare per poterla raccontare a volte erano pazzesche, come andare in Iraq oppure fare da solo tutto il lavoro della macchina da presa. Non ha mai accettato la parola ‘no’ eppure non sempre avevamo i permessi. E’ un uomo che preferisce farsi arrestare piuttosto che compromettere il suo film”.

Quando la Watts ha proposto di mandare la sceneggiatura a Sean Penn per chiedergli se fosse interessato ad interpretare il ruolo di Joe Wilson, Liman e i produttori hanno accettato con entusiasmo. “Sapevo che era proprio il suo genere”, dice la Watts, “lui ha la stessa passione di Joe Wilson. Si butta al 7,000 percento”.
Dopo l'incontro con Liman, Penn accettò di interpretare il film. “Naturalmente Sean Penn fu la prima scelta, per Joe”, dice Liman, “Sean è il miglior attore del momento, il più grande della sua generazione. Questa era la mia sensazione quando iniziai il film, ma Sean è persino riuscito a superare le mie incredibilmente alte aspettative. Osservare la sua trasformazione era come guardare Invasione degli Ultracorpi”, dice il regista. “Ha passato molto tempo con Joe Wilson, lo ha letteralmente assorbito, ed è riuscito a diventare lui. E' stata una delle cose più straordinarie che io abbia mai visto”.

La Watts è d'accordo sulla trasformazione incredibile di Penn, ma dopo aver fatto due film con il due volte vincitore del premio Oscar, in fondo si aspettava esattamente questo. “Lui è così. Girare scene con Sean è come guidare una Toyota che improvvisamente si comporta come una Porsche. Con lui si guida in modo facile e veloce”.
Anche la vera Valerie Plame è rimasta strabiliata dalla somiglianza fisica ed emotiva della interpretazione e ha commentato che è stato come trovarsi davanti alla sosia di se stessa e di suo marito. “Joe ed io siamo rimasti entusiasti del cast e della troupe. Ho fatto vedere a mio figlio una foto di me e Naomi sul set. Lui l'ha guardata e ha detto ‘Mamma, non è strano scoprire a 45 anni che hai una gemella?”

La Plame e la Watts si sono in effetti conosciute dopo l'inizio riprese, ma hanno passato molte ore a parlare al telefono e si sono spedite molte e-mail mentre l'attrice si preparava per il suo ruolo. “Mi concentravo ad entrare nella sua mente”, racconta la Watts, “volevo sapere tutto della sua vita personale, sul come riuscisse a fare la moglie e la mamma, e allo stesso tempo essere una donna in carriera che lavora in un mondo maschile. Volevo sapere che effetto le facesse mantenere quei segreti da praticamente tutti coloro che la conoscevano. Ho passato molto tempo a studiare il suo modo di parlare, la sua famiglia ed il suo charm”.

Joe Wilson era lusingato ed emozionato di essere interpretato da Sean Penn. “Non mi sarai mai aspettato di essere interpretato da qualcuno come Sean”, racconta Wilson. “E' un attore talmente esperto… abbiamo passato una settimana dove eravamo inseparabili, è una persona che ti entra dentro la pelle”.
La Watts è convinta che la battaglia privata dei Wilson toccherà il cuore del pubblico tanto quanto ha toccato il suo. “Spero che la storia di Valerie e Joe emozioni il pubblico” dice, “è la testimonianza che il loro matrimonio è sopravvissuto malgrado le terribili pressioni alle quali è stato sottoposto”.

Il film si avvale di un gruppo di altri bravissimi attori, incluso il drammaturgo ed attore Sam Shepard nel ruolo del padre di Valerie, un tenente colonnello dell'aviazione in pensione. Bruce McGill, nel ruolo di Jim Pavitt, vice direttore della CIA, e David Andrews nel ruolo di Libby.
“Ogni regista dice sempre che non avrebbe potuto fare il suo film senza quel dato cast e quella data troupe”, dice Liman, “ma in questo caso è assolutamente vero. Non avrei mai potuto fare questo film senza questo preciso, straordinario cast e senza la mia incredibile, bravissima e dedita troupe.”
“Non siamo proprio in un clima dove si può fare un film serio e ambizioso prodotto con un budget molto ristretto”, aggiunge, “ma tutti coloro che vi hanno partecipato hanno abbassato volentieri il loro compenso. Erano tutti straordinariamente disposti a fare tutto quello che andava fatto per completare il film”.


ARRIVANDO ALLA STORIA VERA
La produzione di Fair Game è iniziata nell'aprile del 2009, con riprese fatte a Washington, D.C., nella città di New York, a Long Island, al Marshall Field Estate, e Westchester County. La troupe è anche andata al Cairo per alcune riprese, e ad Amman e Kuala Lumpur per una serie di scene nelle quali Valerie lavorava come agente segreto e Joe in Niger per la sua missione di ricerca. In Giordania, avvalendosi di grande cooperazione da parte dei militari locali, Liman ha avuto la possibilità di girare una scena con un elicottero Black Hawk che volava a bassa quota lungo il viale principale di Amman. Al Cairo, alcune scene che si sarebbero dovute girare all'università sono state rimandate e girate successivamente perché inizialmente coincidevano con il giorno in cui il Presidente Obama tenne il suo famoso discorso all'Università del Cairo, parlando al mondo musulmano.
Per Liman, la sfida più grande è stata girare in Iraq. “Eravamo la prima società cinematografica americana a girare un film non documentaristico a Baghdad,” racconta Liman. “è stato snervante ma anche fondamentale, considerata la natura del film, lavorare in un posto così precario e turbolento”.

Il regista ed un funzionario della produzione hanno preso un aereo per Baghdad e ci sono rimasti 24 ore. Lì hanno incontrato il cineasta iracheno Oday Al-Rashed e un gruppo di uomini della sicurezza armati di fucili automatici. Indossando giubbotti antiproiettili, Liman e Al-Rashed, hanno girato nell'ex Aeroporto Internazionale Saddam Hussein, su alcuni ponti che attraversano il Fiume Tigri, in una moschea abbandonata e in alcuni edifici bombardati da missili USA.
“Ovunque fossimo, non c'era il margini di errore”, racconta Liman. “dovevo girare quella data scena in quel preciso giorno perché se non lo avessi fatto, quello successivo sarebbe stato troppo tardi. L'indomani saremmo stati in un paese diverso. Non esisteva un Piano B, tranne il fatto che il film ne avrebbe sofferto”.
Al ritorno negli USA, i realizzatori si sono installati in un vasto complesso di uffici IBM a White Plains, a New York, che lo scenografo Jess Gonchor ha trasformato in uffici dell'Agenzia Centrale dell'Intelligence.

“Ho deciso di affondare ancora di più nel realismo che avevo usato in The Bourne Identity”, spiega Liman. “in questo film volevo che non ci fossero attrezzi supersegreti, telecamere che vedono attraverso i muri, o roba del genere. Siamo tutti stati in uffici governativi e sappiamo che la tecnologia lascia molto a desiderare. The Bourne identity era esagerato, ma in questo film sono stato preciso nei dettagli al 100 percento”.
Il regista ha usato anche il criterio della CIA quando raccoglie informazioni segrete, per assicurarsi dell'autenticità delle situazioni. “Ogni dettaglio di quello che giravamo doveva essere confermato da almeno due fonti, anche minuzie come la piantina dell'ufficio di Valerie,” ricorda Liman. “questo era particolarmente importante perché l'argomento che trattavamo erano operazioni segrete della CIA”.

Anche Valerie Plame Wilson, pur mantenendo riservate alcune informazioni così come le era imposto dalla CIA, è stata in grado di fornirci dettagli utili al regista e agli attori, ha anche passato alcune settimane sul set durante le riprese. Ci racconta: “Di solito quando vedo un film sulla CIA trovo che quello che sto guardando non ha molto a che fare con la realtà, come ad esempio quello che appare sugli schermi dei computer e le mappe appese al muro. Doug Liman e tutto il suo staff sono stati attentissimi a far sì che il film fosse il più autentico possibile in ogni suo dettaglio”.
La Watts ha anche fatto esperienze di intelligence con agenti speciali militari che hanno simulato per lei il faticoso regime di vita degli operatori CIA a Camp Peary, un posto conosciuto come “la Fattoria”.

Liman, il cui padre Arthur è stato console degli Stati Uniti durante le udienze Iran- Contra, dice che spesso ha pensato ad una frase detta dal giudice Justice Louis Brandeis che suo padre spesso citava: 'Si dice che la luce del sole sia uno dei migliori disinfettanti’. “Ho affrontato questo film con in mente la verità contenuta in quel concetto. Ho sentito la presenza di mio padre sul set ogni giorno, in ogni fase dello sviluppo e della creazione, in ogni infinitesimo dettaglio. Volevo che tutto fosse molto preciso.”
“Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala dopo aver visto Fair Game con una sensazione di speranza, e di rispetto e amore verso Valerie e Joe, lo stesso che provo io per loro”.
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