Il padre dei miei figli di Mia Hansen-Løve

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locandina Il padre dei miei figli
 
Regista: Mia Hansen-Løve
Titolo originale: Le père de mes enfants
Durata: 110'
Genere: Drammatico
Nazione: Francia, Grmania
Rapporto: 1.85:1

Anno: 2009
Uscita prevista: 11 Giugno 2010 (cinema)

Attori: Chiara Caselli, Louis-Do de Lencquesaing, Alice de Lencquesaing, Alice Gautier, Manelle Driss, Eric Elmosnino, Sandrine Dumas, Dominique Frot, Michaël Abiteboul
Soggetto: Mia Hansen-Løve

Trama, Giudizi ed Opinioni per Il padre dei miei figli (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Pascal Auffray
Montaggio: Marion Monnier
Scenografia: Mathieu Menut
Costumi: Bethsabée Dreyfus
Trucco: Raphaële Thiercelin

Produttore: Philippe Martin, David Thion, Oliver Damian
Produzione: Les Films Pelléas
Distribuzione: Teodora Film

La recensione di Dr. Film. di Il padre dei miei figli
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Colonna sonora / Soundtrack di Il padre dei miei figli
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Voci / Doppiatori italiani:
Mario Cordova: Gregoire Canvel
Chiara Caselli: Sylvia Canvel
Joy Saltarelli: Clemence Canvel
Sara Labidi: Valentine Canvel
Agnese Marteddu: Billie Canvel
Alberto Bognanni: Serge
Sabrina Duranti: Valerie
Gilberta Crispino: Colette

Informazioni e curiosità su Il padre dei miei figli

Note dalla produzione:
NOTE DI REGIA
di Mia Hansen-Løve
Un incontro decisivo
L’idea del film nasce dal mio incontro con il produttore Humbert Balsan. L’ho conosciuto all’inizio del 2004, un anno prima che si togliesse la vita. Voleva produrre il mio primo lungometraggio, Tout est pardonné, e il suo entusiasmo e la sua fiducia sono stati fondamentali. D’altra parte, non ho scritto Il padre dei miei figli per gratitudine, ma piuttosto per la personalità di Balsan: aveva un eccezionale calore umano, aveva eleganza, aveva un’aura particolare. Sono la sua energia, la sua passione per i film e la sua sensibilità, frutto di una invincibile bellezza interiore, che mi hanno spinto a realizzare Il padre dei miei figli. È vero che nel film i sentimenti di fallimento e disperazione hanno un ruolo notevole, ma non cancellano il resto, non rappresentano l’unica verità: volevo esprimere il paradosso di queste pulsioni contraddittorie nella stessa persona, il conflitto tra luce e oscurità, forza e vulnerabilità, tra il desiderio di vivere e quello di morire.

Il mestiere del cinema
Quando vedo un produttore sul grande schermo, di solito non vedo rappresentato il cinema come io lo concepisco e vivo ogni giorno. È una sorta di fantasia lontana. È stato gratificante, dunque, poter descrivere questo mondo attraverso una nuova prospettiva, perché è come se avessi avuto a disposizione una tela bianca. L’incontro con Balsan mi ha fatto capire che un film su un produttore può essere un film sul lavoro, l’impegno, l’amore e la vita. Devo anche aggiungere che se Balsan rappresenta la maggiore fonte d’ispirazione del film, non avrei scritto Il padre dei miei figli se non avessi visto sua moglie, Donna Balsan, andare negli uffici della produzione il giorno successivo alla morte di Humbert. La sua calma e il suo stoicismo erano stupefacenti, era come se una parte del marito sopravvivesse nel suo carisma: è stata la sua presenza luminosa a convincermi a fare il film.

Arte e denaro
Certo, il denaro ha un ruolo importante nel film, perché così è nella realtà: in qualsiasi modo lo si guardi, il lavoro di produttore è sinonimo di questioni finanziarie. I registi condividono tali questioni, ma in modo diverso, perché le incognite a cui sono esposti sono inferiori e consentono loro di mantenere un rapporto più equilibrato con i soldi. Per un produttore, invece, rincorrere i finanziamenti può diventare alienante e portare a un dilemma: da una parte c’è una visione nobile e ambiziosa del proprio lavoro, dall’altra c’è un’enorme solitudine e una pressione soffocante che deriva dall’assumersi dei rischi in un contesto relativamente sfavorevole a livello economico e culturale.

Ricominciare
Il padre dei miei figli parla del bisogno di ricominciare, è per questo che la morte del protagonista arriva a metà film, non alla fine, né all’inizio. È il centro di una storia che va avanti al di là di questo evento. Si potrebbe leggere come la vicenda degli ultimi giorni della Moon Films, una compagnia di produzione che è anche il lavoro di una vita, qualcosa che è insieme personale e collettivo.

I protagonisti
Louis-Do de Lencquesaing, che interpreta Grégoire Canvel, è un attore eccellente, ma soprattutto possiede, come nessun altro a mio avviso, una presenza aristocratica essenziale al suo ruolo. L’avevo già incontrato in precedenza e sapevo che poteva avere quel fascino magnetico proprio del personaggio, ma intuivo anche che in lui avrei trovato un altro requisito fondamentale: la sofferenza, una sofferenza dissimulata ma profonda. Louis ha compreso subito dove volevo condurlo e durante le prove ha raggiunto le sfumature giuste in un batter d’occhio.
Riguardo il personaggio di Sylvia, ho fatto delle lunghe ricerche, finché mi è apparso il viso di Chiara e mi ha sedotto. Una bellezza singolare, qualcosa di intenso emanava dalla sua persona: ho voluto vederla in alcuni film, quindi sono andata a Roma a più riprese per incontrarla, e le mie impressioni iniziali sono state confermate. Forza, calma, intelligenza. Proprio come volevo che fosse Sylvia. E anche nello sguardo di Chiara c’è una malinconia discreta che sembra rivelarsi proprio quando il resto di lei suggerisce il contrario.

Il dono dei bambini
Dopo Tout est pardonné non potevo immaginare di non lavorare nuovamente con dei bambini. Il disordine, l’allegria e la fragilità che i bambini portano su un set sono estremamente preziosi. Sono una soffio meraviglioso di aria fresca in un’atmosfera che spesso può essere irrespirabile. I loro ruoli nel film sono molto vicini a quanto rappresentano realmente per me! Ognuno di loro esprime la sofferenza in modo diverso e tali differenze diventano più chiare sul set. Alla fine del film, Clémence (Alice de Lencquesaing) acquista un ruolo prominente che riflette la sua progressiva emancipazione, nonché l’assunzione di un’eredità spirituale paterna legata anche al rapporto che nasce con Arthur, il giovane regista. In questo senso, Il padre dei miei figli rispecchia il mio primo film.

La “chiarezza”
Potrei definire quello che cerco di raggiungere nei miei film come “chiarezza”. È una parola diventata essenziale per me quando ho iniziato a scrivere sceneggiature. Cerco la chiarezza perché è ciò che mi commuove, che mi dà la sensazione di accedere a qualcosa di vitale, alla parte infinita di ogni essere, senza che lo stile si metta di traverso. Malgrado non creda in Dio, per me il cinema non può essere altro che ricerca di luce, è quindi ricerca dell’invisibile.


HUMBERT BALSAN, PRODUTTORE E GENTILUOMO
Fonte di ispirazione per il personaggio di Grégoire Canvel è il produttore francese Humbert Balsan, figura leggendaria del cinema europeo degli ultimi trent’anni, con oltre sessanta film all’attivo e un curriculum di cariche istituzionali che include quelle di presidente dell’European Film Academy e di vice-presidente della Cinématheque Française e di Unifrance. Dotato di un fascino e di un intuito fuori dal comune, con la sua Ognon Pictures è riuscire a portare a compimento i progetti più audaci, affidandosi alla passione piuttosto che al calcolo economico e guadagnandosi la stima di una folta schiera di cineasti, che vedevano in lui uno dei pochi produttori pronti a stare dalla loro parte e vivere il cinema come una missione.

Nato ad Arcachon nel 1954 da un’importante famiglia di industriali, frequenta un collegio di gesuiti a Amiens, quindi si trasferisce a Parigi per studiare economia. Nel 1974 inizia la carriera di attore con Lancillotto e Ginevra (Lancelot du Lac) di Robert Bresson, di cui diventa assistente alla regia per il successivo Il diavolo probabilmente (Le diable probablement). Nel 1979 interpreta e co-produce Le Maître-nageur, di Jean-Louis Trintignant, quindi inaugura l’attività di produttore a tempo pieno con Le Soleil en Face di Pierre Kast. Due anni più tardi già può dare il via a un lungo sodalizio con la coppia James Ivory-Ismail Merchant, firmando Quartet come produttore associato: seguiranno titoli come Mr. & Mrs. Bridge (1990), Jefferson in Paris (1995), Surviving Picasso (1996) e Ritratto nella memoria (The Proprietor, 1996).

Nel frattempo con Adieu Bonaparte (1985) di Youssef Chahine, Balsan, oltre a iniziare una longeva collaborazione con il grande regista egiziano, diventa uno dei numi tutelari del cinema arabo, che riesce a portare alla ribalta internazionale: basti pensare a Intervento divino (Yadon ilaheyya, 2002, di Elia Suleiman), che si rivela il primo film palestinese a essere selezionato al Festival di Cannes e a essere venduto in tutto il mondo, ma anche a Le Grand Voyage (2004) del marocchino Ismaël Ferroukhi, che vince come migliore opera prima alla Mostra di Venezia. Un altro merito del produttore è quello di prendere sotto la sua ala (e spesso tenere a battesimo) alcuni dei maggiori talenti femminili del cinema francese: Claire Denis (L’intrus), Brigitte Roüan (Travaux – Lavori in casa), Sandrine Veysset (Ci sara' la neve a Natale?), Yolande Moreau (Quand la mer monte...) o la stessa Mia Hansen-Løve, di cui Balsan avrebbe voluto produrre il film d’esordio, Tout est pardonné, che nel 2004 aveva ancora il titolo provvisorio di Je viendrai seule.

Il film della giovane regista è solo uno dei ben otto titoli a cui Balsan sta in qualche modo lavorando quando decide di togliersi la vita, il 10 febbraio 2005. Un altro di quei film, infatti, L’Homme de Londres, ha superato clamorosamente il budget previsto, soprattutto a causa dell’ostinazione del regista, il maestro ungherese Béla Tarr, nel voler girare in una location impossibile come il porto di Bastia in Corsica: è la goccia che fa traboccare il vaso, il progetto fuori controllo che altera l’equilibrio delicato della Ognon Pictures e porta Balsan sull’orlo della bancarotta e al crollo mentale e emotivo.

«La scomparsa di questo protagonista della produzione indipendente francese – scriverà Le Monde – lascia sconvolto e stupefatto il mondo del cinema. Dalla sua persona emanava un sentimento di tranquillità e piacevolezza, di volontà serena di godere la vita. Tre parole lo definiscono nel modo migliore: eleganza, esuberanza e coraggio. Mentre la produzione diventa ogni giorno di più appannaggio dei burocrati, lui era uno degli ultimi ad alimentare il mito del produttore fiero e generoso, umano e pronto a rischiare di tasca propria. Inoltre, a differenza di molti dei suoi colleghi, sia nei successi e che nei fallimenti (ed entrambi non sono mancati nella sua carriera), Humbert Balsan ha sempre sfoggiato la suprema cortesia del buon umore».
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