Somewhere di Sofia Coppola

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locandina Somewhere
 
Regista: Sofia Coppola
Titolo originale: Somewhere
Durata: 98'
Genere: Commedia, Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: Venezia 2010,03 Settembre 2010 (cinema)

Attori: Benicio Del Toro, Michelle Monaghan, Elle Fanning, Stephen Dorff, Laura Ramsey, Alden Ehrenreich, Robert Schwartzman, Paul Vasquez, Chris Pontius, Laura Chiatti, Becky ODonohue, Simona Ventura, Susanna Musotto, Nino Frassica
Sceneggiatura: Sofia Coppola

Trama, Giudizi ed Opinioni per Somewhere (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Harris Savides
Montaggio: Sarah Flack
Musiche: Phoenix
Scenografia: Anne Ross
Costumi: Stacey Battat

Produttore: G. Mac Brown, Roman Coppola, Sofia Coppola
Produttore esecutivo: Francis Ford Coppola, Paul Rassam, Fred Roos
Produzione: American Zoetrope
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di Somewhere
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Colonna sonora / Soundtrack di Somewhere
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Alessio Cigliano: Johnny Marco
Emanuela Ionica: Cleo
Gaetano Varcasia: Sammy
Francesco Prando: Benicio Del Toro
Chiara Colizzi: Layla
Fabrizia Castagnoli: Marge
Roberto Stocchi: Pupi
Ilaria Giorgino: Claire
Beatrice Margiotti: Rebecca

Informazioni e curiosità su Somewhere

Costruito nel 1929, lo Chateau Marmont è uno dei luoghi leggendari della tradizione americana, “toccato dallo scandalo e commemorato in letteratura” secondo il Los Angeles Times. Molti lo ricorderanno come il luogo in cui morì l'attore John Belushi nel 1982, per una overdose di eroina e cocaina. L'albergo riproduce la struttura di una residenza francese della Valle della Loira e si staglia su una collina a nord di Sunset Strip dove, tra la Crescent Hills di Hollywood e Beverly Hills si snoda il Boulevard, la zona dei club, dei ristoranti, delle boutique, delle luci al neon e della vita non-stop nella città dei sogni per antonomasia. Impressionante il numero di storie e personalità che le sue stanze extra lusso o più anonime hanno visto passare. Howard Hughes, Greta Garbo, chiaramente da sola, Errol Flynn, Paul Newman, Marilyn Monroe, Boris Karloff, John Lennon e Yoko Ono, Mick Jagger, Led Zeppelin. Allo Chateau si sono incontrati la prima volta James Dean e Natalie Wood, per una lettura dello script di Gioventù Bruciata. Elizabeth Taylor scelse uno degli attici per far recuperare la salute a Montgomery Clift, dopo il terribile incidente d'auto con il quale rischiò la vita nel 1956. Jim Morrison si ferì la schiena dopo aver provato a entrare nella finestra della sua stanza dondolando dal tetto. Robert De Niro talvolta si ritira qui per periodi prolungati. E sempre in questo santuario dello showbiz hanno alloggiato le star del momento, Leonardo DiCaprio, Keanu Reeves, Jude Law, Courtney love, Sting, Sandra Bullock, Johnny Depp, Winona Ryder, Lindsay Lohan, Tobey Maguire e molti altri, contribuendo ad accrescere la sua fama e la sua storia.

Note dalla produzione:
Note di Produzione
Quando ha ricevuto la telefonata che lo invitava a lavorare nel nuovo film di Sofia Coppola, l'esperto produttore G. Mac Brown ha avuto la sensazione che quello era proprio lo stimolo che stava cercando. Non che fosse a corto di stimoli, come nota infatti: «I miei ultimi progetti cinematografici hanno avuto un budget di centinaia di migliaia di dollari e le riprese sono andate avanti per oltre 100 giorni».
«Con questo non voglio dire che Somewhere è stato semplice, perché tutti hanno lavorato sodo. Però questo era un film talmente intimo e minimale che è stato facile concentrare l'attenzione sul cuore della storia, che riguarda un padre e una figlia».

Il fratello di Sofia Coppola, già coinvolto nel progetto in qualità di produttore, osserva: «Era importante per noi evitare tutto il materiale extra che può sovraccaricare un film. Sofia stava modellando Somewhere con uno stile europeo, intimistico, oltre a seguire chiaramente il proprio stile che è semplice e mai assurdo».
«Uno dei miei compiti è stato quello di incitare la nozione che “di meno è di più”. Era certamente importante mantenere costi ridotti, ma lo era di più ricreare quella intimità che voleva Sofia durante le riprese. Lo spirito del film ci ha indotti a reclutare persone che avrebbero sposato in pieno i nostri intenti. Io vivo a L.A., Sofia si è trasferita fuori da un po' per cui si è affidata alle mie conoscenze per la selezione della troupe».

Commenta Brown: «C'è un detto secondo il quale le due parole più costose nell'industria del cinema sono “e se…”. Serve una moltitudine di attrezzature e personale per stare sicuri di essere pronti a ogni eventualità. Abbiamo tentato di eliminare queste due parole dal vocabolario della produzione; Sofia è talmente chiara su ciò che vuole. Per me è stato un grosso cambiamento poter individuare l'essenziale per ottenere un film finito».
Le riprese avrebbero inciso sulla narrazione e viceversa, come spiega Brown: «Se ottieni tutto quello che vuoi ottenere, è difficile distinguere tra giusto e sbagliato».

Una volta contattato e ingaggiato, chiunque sia stato coinvolto nella produzione si è subito reso conto di entrare a far parte di qualcosa ben diverso da tutti i film realizzati in precedenza. Stephen Dorff, scelto per il ruolo del protagonista afferma: «Ho partecipato a una trentina di film, ma questo ruolo l'ho vissuto come un regalo. Somewhere è speciale, poetico, dolce e in puro stile Sofia».
«l'occasione è arrivata dal nulla. Conosco Sofia da anni, anche se non ci sentivamo da un po'. Un giorno mi chiama per chiedermi se poteva inviarmi la sceneggiatura del suo nuovo film. Dopo averla letta le ho telefonato il giorno dopo e le ho chiesto se potevo raggiungerla immediatamente a Parigi per incontrarla e parlare del film. L'ultima notte che ero lì ho ricevuto la sua telefonata che mi comunicava di aver ottenuto la parte. Ho cominciato a piangere, perché era l'anniversario del primo anno dalla morte di mia madre e la sentivo sorridere in quel momento; questo era esattamente il tipo di ruolo che le sarebbe piaciuto vedermi interpretare. Appena ho riattaccato il telefono, la Tour Eiffel si è illuminata».

L'attore ammette: «So com'è la vita di un attore come Johnny Marco. Ho totalmente compreso il personaggio. A volte non mi sforzavo neanche. Quando lo incontriamo la prima volta, Johnny è perso in un ritmo monotono e in uno stile di vita decadente. È un tipo a posto, ma beve e s'impasticca. Non credo sia fiero di molti dei film che ha girato, come per esempio l'ultimo, Berlin Agenda. Sta ancora aspettando il suo Somewhere. Poi compare la sua bambina e nonostante pensi, “non posso farcela., passa tanto tempo con lei come non gli era mai capitato da quando era piccola, non si limita a un pomeriggio appena».
«Sofia ed io abbiamo parlato a lungo del passato di Johnny, per cui riuscivo a prevedere dov'è che parte e fin dove arriva nel suo rapporto con la figlia, che intanto sta diventando una giovane donna. Abbiamo girato parecchio in sequenza, è stata una grande gioia».

Confida Dorff: «Divento sempre un po' nervoso prima di cominciare un nuovo film. Ma devo ammettere che stavolta mi sembrava di sapere quel che dovevo fare. l'ho sentito appena l'ho letto. Mia madre avrebbe sempre voluto farmi interpretare personaggi alla Steve McQueen. Diceva, “Sarà pieno di difetti, uno di quei beati tra le donne, ma ha un cuore”. Ecco chi rivedo in Johnny, così per come l'ha descritto Sofia».
Una volta certi della presenza di Dorff nel cast, sono stati eseguiti degli screen test con Elle Fanning, in testa come possibile candidata per il ruolo di Cleo, la perspicace figlia pre-adolescente di Johnny Marco. Fedele all'estetica della produzione, Roman Coppola ha utilizzato pellicola e cinepresa per le registrazioni della coppia, Brown teneva l'asta microfonica, mentre Sofia dirigeva e fotografava i due attori. Presente un solo altro membro della troupe, un hair stylist che ha tagliato anzitempo i capelli di Dorff prima di andarsene. «Abbiamo ottenuto l'essenza di come Stephen e Elle avrebbero lavorato insieme, senza nessuna pressione o tensione», nota Brown. Alla giovane attrice fu ufficialmente offerta la parte più tardi, quello stesso giorno.

Per la sceneggiatrice/regista era importante che la relazione tra padre e figlia apparisse autentica sullo schermo, perciò ha fatto in modo che Dorff e Fanning passassero del tempo insieme prima di partire con la produzione. Racconta Fanning: «Stephen e io abbiamo molto in comune. Ha frequentato la stessa scuola dove vado io. Entrambi ci mangiamo le unghie. Siamo tutti e due della Georgia e ci piace il buon cibo cucinato bene, ossia croccante! Adesso abbiamo un rapporto padre, figlia anche fuori dal film».
Sebbene di soli undici anni al tempo delle riprese, Fanning lavora nel cinema all'incirca da quando ha cominciato a parlare. Leggendo la sceneggiatura, considerava Somewhere come «un film dove tutto sembra reale, compreso il rapporto tra Cleo e il padre».

Proprio come Dorff, la Fanning si domanda come andranno le cose quando arriva su un set. Ma per Somewhere «non mi sono mai sentita nervosa o affrettata. Se avevi un'idea o volevi dire qualcosa, potevi parlare con Sofia e lei ti avrebbe ascoltato. Se Stephen ed io avevamo uno scherzo nostro potevamo chiederle di aggiungerlo nella scena. È una delle persone più carine che conosco, non mette sotto pressione. Ottiene le cose senza urlare».
Alla domanda su come si è preparata alle scene più intense del film, la Fanning dice semplicemente: «Lo faccio e basta; mi metto nei panni del personaggio. Recitare significa rendere credibile e poi essere naturali, seguendo qualsiasi cosa succeda».
Per la scena della pista di pattinaggio all'inizio del film, la Fanning si è allenata dalle sette alle otto della mattina per sei settimane. «Ero entusiasta», ricorda. «Avevo preso qualche lezione per un altro film, ma in quel caso non serviva che fossi granché brava; questa volta ho imparato a pattinare di schiena. Ora posso vantarmi con i miei amici».

È stato chiamato come insegnante per la giovane attrice l'ex campione di pattinaggio artistico Renee Roca, il quale compare sullo schermo proprio nel ruolo dell'istruttore di Cleo. «Lo stesso giorno in cui ho incontrato Elle, un'ora dopo eravamo sul ghiaccio a lavorare sodo», si meraviglia Roca. «Sofia mi ha portato la musica che aveva scelto come colonna sonora per la scena, il brano “Cool”, dicendomi che avrebbe voluto che Elle pattinasse in modo languido, libero ed elegante».
«Una volta che Elle aveva imparato a pattinare e riusciva a saltare e ad accelerare, mi sono occupato della coreografia. l'abbiamo ripetuta varie volte ogni giorno finché non è diventata una memoria muscolare. Elle è stata un'allieva perfetta, molto determinata e senza mai lamentarsi».

Dorff parla del suo rapporto con la sorella minore come di un valido aiuto nel suo relazionarsi con Elle e il personaggio da lei interpretato. Commenta: «Le mie sorelle sono, o erano, più o meno dell'età di Cleo e siamo molto legati. Mi sono ispirato parecchio per le scene con Elle che è una straordinaria piccola Tespi e anche una ragazza dolce, autentica».
«Stare con Elle è stato un cambiamento per me, dal momento che non ho figli. l'ho capito una volta, prima delle riprese, mentre la portavo in macchina. In genere quando sono in auto fumo o impreco ogni volta che qualcuno mi taglia la strada, perché a L.A. abbiamo i peggiori automobilisti del mondo, ma ho dovuto smettere. Al contrario, era la situazione "Cinture di sicurezza allacciate!".».

Chris Pontius, scelto per il ruolo di Sammy, l'amico di Johnny Marco ricorda di aver ricevuto «una telefonata perché Sofia voleva incontrarmi. Non la vedevo da tanto tempo e dopo che avevamo cominciato a parlare, ci eravamo messi in pari, mi disse che sarei forse andato bene nel ruolo di un uomo scontroso ma comunque non troppo male. Ho incontrato il produttore esecutivo, Fred Roos e le persone del casting e avrei potuto ben dire che Fred era il massimo nel suo campo' Ho cercato su Internet alcune informazioni sul suo conto e sono stato contento di non averlo fatto prima perché sarei stato assalito dall'ansia! Una settimana dopo, mi dissero che avrei fatto il film, ero isterico».

Ammettendo di essere meglio conosciuto per la sua partecipazione nel programma televisivo poi film Jackass e come conduttore del proprio reality show, Wildboyz, Pontius riflette: «Quello che faccio su Jackass e Wildboyz è soprattutto improvvisazione, una continua competizione tra di noi, nonostante le cose siano pianificate prima di girare. Nella sceneggiatura di Somewhere il mio personaggio aveva solo una o due battute scritte, quindi gran parte del mio ruolo è stato improvvisato. Mi sono creato delle storie nella mia testa e ho ripensato alle storielle che avevo già in mente».
«Certe volte arrivavo con un'idea su dove sarei andato a parare in una scena, ma poi, quando cominciavamo a girare tutto quanto volava via dalla finestra per qualcosa che qualcun altro diceva. Elle è scioccante, a volte mi ha steso K.O.; in alcune scene le ho detto delle battute extra che erano da pazzi, ma so quando essere volgare e quando no».

Pontius ha scoperto che lui e Dorff avevano amici in comune, «e quindi siamo usciti. Che serate! Tra quello che giravamo e la vita comune non c'era una grande differenza».
Per un risvolto più piccante, accanto a Johnny il casting ha selezionato Kristina e Karissa Shannon, modelle di Playboy, presentate a Sofia Coppola da una amico. Quando la regista/sceneggiatrice ha incontrato le due gemelle, «non ha parlato dei nostri ruoli nel film», dice Karissa Shannon. «Ci ha detto solo che c'erano ruoli scritti per delle gemelle. Eravamo davvero eccitate all'idea di lavorare con lei».
Kristina Shannon aggiunge: «Ci chiese se sapevamo ballare. Ci piace ballare e siamo anche brave. Poiché io sono più femminile e Karissa più un maschiaccio, ecco come ci sono stati assegnati i rispettivi ruoli da Sofia. Io dovevo dare un bacino a Stephen Dorff e Karissa invece un bacio con lo schiocco».

Le sorelle Shannon hanno passato un minimo di tre ore al giorno nelle tre settimane precedenti alla produzione per esercitarsi con il coreografo Robin Conrad e imparare i due numeri acrobatici di lap dance con il palo. Come ricorda Kristina Shannon: «Eravamo coperte di lividi dalla testa ai piedi con tutto quell'arrampicarci su e giù».
Somewhere è stato il primo film per le gemelle. A questo proposito Karissa nota: «Lavorando insieme in una produzione così piccola abbiamo visto per forza tutto quello che succede girando un film. A Kristina e a me piacerebbe tantissimo farlo ancora, un film».
Le gemelle Shannon hanno girato le loro scene durante le prime tre settimane di riprese, tutte avvenute nella stessa location, il famoso Chateau Marmont a Hollywood, che per la prima volta è apparso in tutti i suoi ambienti con il proprio nome sullo schermo.

«Allo Chateau non consentono spesso le riprese», commenta Brown, che in più occasioni si era trovato a dover contrattare i permessi con i gestori dell'hotel' «Se e quando accettano, possono arrivare a chiedere un compenso per la locazione decisamente salato e le riprese devono avvenire in tutta probabilità nel cuore della notte. Niente di tutto questo è avvenuto per Somewhere ».
Spiega il direttore dello Chateau, Philip Pavel: «Abbiamo ospitato numerose produzioni importanti allo Chateau, tutte proprietario dell'albergo, André Balazas il quale ha espresso totale fiducia sulla profonda conoscenza che la giovane regista mostra di possedere riguardo a ciò che rende lo Chateau così speciale, cosa che avrebbe trasmesso anche nel suo film».
«Quello che più mi ha convinto è la stima di Sofia per Romulo Laki. Lavora allo Chateau da oltre 30 anni ed è noto come "il cameriere cantante". Gli piace cantare le serenate agli ospiti con la sua chitarra. Sofia ricordava che una volta le ha cantato Teddy Bear nell'atrio e l'ha aggiunto nella sceneggiatura. Mi diverte sapere che la gente lo vedrà nel film, perché possono non conoscere il lato dolce dello Chateau. Credo sia questo ciò che rende questo luogo così speciale; c'è un'aria di casa e un senso di sicurezza».

E aggiunge: «Lo Chateau è stato costruito originariamente come edificio per appartamenti extra-lusso, ecco perché siamo forniti di suite e cucine accessoriate. Ogni stanza sembra un appartamento di New York o Los Angeles dei tempi antichi. Perciò è evidente il motivo per cui se qualcuno viene a L.A. per girare un film o incidere un album vuole alloggiare qui».
Secondo Roman Coppola: «Lo Chateau è un posto davvero fantastico. Ho dei ricordi bellissimi legati a questi luoghi. Il posto è il suo piccolo mondo, pacifico e molto europeo. Carico di storia e personalità».
Dorff ricorda i quattro mesi in cui ha vissuto allo Chateau. «Ho festeggiato qui i miei 21 anni. Ricordo che è sempre stato trendy, ma non lo ricordavo così tanto popolare. Oggi è diventato quasi un locale di tendenza la notte».
Sofia Coppola sentiva che l'attore si sarebbe calato meglio nel mondo del personaggio se avesse preso la residenza allo Chateau. A tale proposito Dorff: «Sembrava di stare in viaggio quando tornavo allo Chateau, senza andare a casa mia tutte e notti. Stando lì, dal momento che la gente poteva sapere chi sono o mi riconosceva, ho vissuto sulla mia pelle molto di quello che avrebbe vissuto Johnny. Ogni notte mi domandavo, "Vado a cena fuori, suono un po' il piano, posso scendere giù, uscire per andare al cinema". E molte volte pensavo, "Non voglio vedere nessuno; ordinerò qualcosa al servizio in camera"».

Con l'assistenza della produzione, Dorff racconta di aver ricevuto «anche la cancelleria personalizzata Johnny Marco/Chateau Marmont, dal momento che Johnny risultava come residente. Così ho cominciato a spedire delle lettere e a ricevere la posta in hotel con il nome di Johnny. Per questo film, ho cercato di vivere con più intensità la parte».
La scenografa è tornata a collaborare con la sceneggiatrice/regista e rivela: «Sofia ed io lavoriamo sempre partendo dai dettagli e lei è molto esaustiva nel rifornirli. Prima della produzione raccoglie in un libro alcune immagini che raccontano la storia, oggetti e idee tutte messe insieme e molte persone la aiutano in questo. Il libro è la trasfigurazione di ciò che sarà il film una volta terminato. Alcune compariranno sullo schermo altre no. C'è una logica in questo suo lavoro visuale. Ecco una delle ragione per cui amo collaborare con lei».

«Il proposito con Somewhere era quello di mantenere il senso iconico dello Chateau, così da rendere evidente che non abbiamo in nessun modo modificato gli interni, che si possa dire "Sono arrivati e hanno girato". Ora, c'erano delle cose nell'hotel che andavano cambiate solo perché ingombravano le riprese. Ma qualsiasi cosa fatta, siamo sempre stati attenti a preservare la reale essenza dell'albergo. Dopo tutto, anche lui di per sé è un personaggio. Mentre eravamo lì, abbiamo scoperto diverse storie sul suo conto».
I “rinnovamenti” sono stati sottili. «Quando sei in una stanza d'albergo vuoi una TV gigante», nota Ross. «Ma nel film, è necessario qualcosa di più piccolo altrimenti riempiono tutto il frame. Siamo stati costretti a cambiare tutti gli oggetti della suite di Johnny perché non andavano bene. Abbiamo scelto qualcosa in linea con lo spirito dell'opera».
«Abbiamo anche ricoperto alcuni componenti d'arredo con tessuti che richiamasse i colori dell'atrio. Volevamo infondere parte dell'incantevole vista, del lusso che caratterizzano l'atrio, perché spesso le stanze allo Chateau sono spoglie ed essenziali; sono dipinte tutte di bianco e a me piacciono moltissimo, ma così, quando si gira in uno spazio tanto intimo, può risultare troppo severo. Non abbiamo cambiato una virgola nell'atrio».

Negli spazi interni dello Chateau, così neutrali, Ross ha deciso di spargere sbuffi di colore con una tavolozza, per rompere lo spazio. Come nota infatti la setssa, la produzione aveva definito Somewhere con il colore giallo, «un giallo elettrico, acido che abbiamo cercato di trasferire nei set o nei vari oggetti di scena».
Introducendo colore negli ambienti dell'albergo, la Ross ha lavorato in stretta collaborazione con la costumista Stacey Battat. A tale proposito spiega: «Anche se con Stacey non avevamo mai lavorato insieme prima di questo film, conoscendo entrambe molto bene Sofia abbiamo subito trovato un'intesa. Sofia sa quello che vuole e, con molta calma, spiega in maniera concisa che cosa le piace e cosa no di qualcosa».

«Stacey mi mostrava quello che aveva pensato di far indossare a Cleo e la mia squadra provava a integrare con i bagagli scelti per quel personaggio. Quando arriva Cleo, le cose diventano più colorate, letteralmente. Dal momento che non stavamo costruendo un set o una stanza, la scelta dei colori era dettata spesso dagli spazi all'interno dello Chateau».
Afferma la Battat: «Anne ed io ci siamo scambiate i nostri testi di riferimento per collaborare. Lavorare con una scenografa è come costruire una casa di bambola; lei costruisce la casa e io faccio le bambole».
Per quanto riguarda lo stile sartoriale di Johnny Marco, Sofia Coppola ha chiesto alla Battat di guardare le foto di Bruce Weber e di cercare ispirazione dal film Belli e Dannati di Gus Van Sant. La costumista spiega: «Sapevamo che Johnny avrebbe dovuto portare stivali da lavoro, gli stivali marroni che abbiamo utilizzato alla fine sono Red Wings degli anni Quaranta. Volevamo che richiamasse alla memoria Marlon Brando, quando indossava magliette e jeans Levi.s vintage. Anche se è una star di oggi, si veste in modo classico».

«Il suo guardaroba riflette la sua personalità, ma anche il disordine che lo caratterizza. Dorme con i vestiti e non ha nemmeno un pigiama. Quando parte con la figlia per il viaggio in Italia si rende conto che ha bisogno di un pigiama, così, nella mia immaginazione, si reca in un negozio alla moda e compra il pigiama a pois che si vede nel film».
Con il personaggio di Cleo, Battat si è presa ancora più licenze artistiche: «Benché il personaggio sia inspirato in parte da certe ragazze di quell'età, Sofia ed io abbiamo deciso che Cleo sarebbe stata la concezione che avevamo noi di una undicenne. Si comporta come un'adulta per certi aspetti, non che lo sembri o si vesta come tale, ma ha più stile ed è più chic di una tipica ragazzina. Per esempio, porta un braccialetto Hermès».
Battat cita i costumi indossati dalle gemelle, «i miei preferiti nel film. Farli apparire sexy senza essere trash rappresentava una sfida. Per il completo da tennis, abbiamo cercato in giro finché non abbiamo trovato quello che volevamo, un paio di scarpe da ginnastica che sembrano da tennis ma hanno i tacchi alti».

«Una delle sequenze che preferisco su tutte è quella dei Telegatti, per cui abbiamo visto il DVD della serata del 2008. Durante lo show Cleo siede tra il pubblico e c'è un forte contrasto tra lei e le persone intorno. Lei sembra naturale, mentre gli altri con i loro lustrini, i vestiti glamour e l'abbronzatura non lo sembrano affatto. Secondo me rappresentano gli eccessi della vita di Johnny Marco e Cleo sta lì come la parte più pura del suo animo».
Parlando del lavoro con il direttore della fotografia, Harris Savides, che in Somewhere è stato anche operatore di macchina, Ross afferma: «Fa tutto ciò che serve per farti apparire migliore, tanto che non te lo saresti mai aspettato perché ha davvero del talento».
Aggiunge Battat: «Bisogna sempre considerare che qualcosa non funziona davanti alla cinepresa. Ma con Harris funziona quasi sempre tutto perché è un grande direttore della fotografia, riesce a illuminare una scena così che il bianco non sia troppo luminoso oppure che i tessuti a strisce non si confondano».
«Sofia è stata davvero brava a fornirci le indicazioni così che tutti gli elementi visuali fossero allineati nel modo esatto che aveva pensato fin dall'inizio».

La coordinazione dei diversi dipartimenti si è resa molto più facile perché la produzione ha affittato tutto il quinto piano dello Chateau e allestito l'occorrente durante le tre settimane di riprese; così è possibile incontrare Stephen Crossley, il direttore delle location, che spiega: «La stanza delle cineprese, del macchinista, del gruppo elettrogeno, della produzione, del dipartimento artistico, la sala trucco, il parrucchiere e la stanza di Johnny Marco utilizzata per le riprese. C'era un balcone esterno, così potevamo muoverci da una stanza all'altra spostandoci sul balcone».
Crossley ha trovato lo Chateau «sorprendentemente silenzioso per essere così vicino al Sunset Strip. È silenzioso anche da una stanza all'altra; con i muri e il pavimento così spessi, non ci sentivamo l'un l'altro. Sembra un'isoletta richiusa su sé stessa. Ci siamo sempre sentiti protetti; lo staff è stato incredibile, molti di loro lavorano lì da anni e sono come una grande famiglia».

Con la produzione ridotta al minimo e l'esigenza di dover girare solo nella stanza di Johnny Marco, il film è stato girato mentre l'albergo è rimasto aperto e operativo per tutto il tempo. La stanza di Stephen Dorff, che aveva un aspetto identico a quello della stanza di Johnny, si trovava al piano di sopra.
Ammette Pavel: «Ospitare una troupe in un albergo aperto 24 ore su 24 e completamente funzionante, ha comportato qualche difficoltà. Nonostante ciò, siamo stati bene con Sofia, Roman, Mac e la loro squadra».
Una volta concluse le scene allo Chateau Marmont e in varie location a Los Angeles e California, il team si è spostato a Las Vegas per un giorno di riprese. L'ultima tappa della produzione ha portato la squadra fino in Italia.
Fanning afferma: «Non ci ero mai stata e mi avevano detto che Milano era la capitale della moda di tutto il mondo, per questo ero entusiasta di andare. Mi piace visitare i luoghi che appartengono a un'altra era e la pizza, la pasta erano così buone!».

«Gran parte della troupe lì non parlava inglese e io non parlo italiano, così avevamo bisogno di un traduttore. sembrava come se giocassimo ininterrottamente al "gioco del telefono", dici qualcosa a qualcuno che lo ripete a qualcun altro…».
Roman Coppola descrive Milano come una città, «che presenta una certa quantità di caos che fa proprio parte della cultura del luogo e stavamo anni luce lontano dalle distese erbose di casa».
Comunque lo spirito e l'intento della produzione sono rimasti intatti. Brown afferma simpaticamente: «In Italia si comincia sempre con "impossibile!" poi diventa "forse" e alla fine arriva il via libera. Credo che gli italiani abbiano imparato molto da noi, perché eravamo una piccola produzione. Continuavo a ripetere che non avevamo bisogno di tutte quelle cose».

Come esperto di produzioni ad alto budget, Brown sente che Somewhere è una film fatto di momenti che raramente si trovano nel cinema degli ultimi tempi. Spiega infatti: «Ci sono scene in cui Johnny accende una Camel Light e fuma, in tempo reale, con una sola ripresa. Succede in un momento del film in cui siamo completamente presi dal personaggio e capiamo perfettamente dove si trova nel suo viaggio».
«So che Harris, Sofia e la montatrice Sarah Flack sono tutti d'accordo che quando si annuncia "taglia", o si fa un taglio sulla pellicola, in quel modo si controlla l'emozione piuttosto che lasciare agli spettatori la libertà di farne esperienza. Lo stile della produzione e della narrazione in Somewhere imponevano di lasciar andare le emozioni, di lasciare scorrere le scene in modo naturale. Qualcosa di molto liberatorio».

Dorff riflette sul fatto che, «c'erano momenti che Sofia voleva fossero in tempo reale. Mi è capitato di fumare in qualche film prima, ma non ho mai fumato tutta quanta una sigaretta fino alla fine. Restare seduto in una camera per interi minuti di fronte a una telecamera senza essere cosciente di me ha rappresentato una sfida. Sofia era lì, i membri della troupe erano lì eppure sentivo di essere solo con i miei pensieri. È stato una tipologia di lavorazione illuminante che non avevo mai provato prima».
«Le emozioni in Somewhere sono reali, ma sottili. Sofia che è una persona sia aperta sia precisa, ha creato un ambiente di base dove Elle ed io potessimo arrivare a coglierle. Era da parecchio tempo che non andavo su un set dove non c'erano un mucchio di monitor che ti osservano; Sofia ci osservava ogni istante».


“Provo a realizzare film personali” – Intervista a Sofia Coppola
Domanda: Potresti parlare della frequenza con cui compaiono gli alberghi nei tuoi film?
Sofia Coppola: [ride] Oh, sì. Anche Versailles era simile a un albergo, in Marie Antoinette!

D: Risale all'episodio in New York Stories che hai co-sceneggiato, “La vita senza Zoe”…
SC: Vero. Quando stavo scrivendo Somewhere, ho pensato: “Allora eccomi di nuovo in un albergo.” Durante la mia infanzia ci abbiamo passato molto tempo, di qua e di là, spostandoci da un posto all'altro con mio padre [Francis Ford Coppola] quando stava girando da qualche parte. Da bambina, ho sempre trovato interessante osservare la gente negli alberghi. Diventano il loro mondo interiore.

D: In generale, in che modo un luogo si relaziona e/o influenza il personaggio che stai scrivendo? In Somewhere potrebbe sembrare che lo Chateau identifichi la sensazione di Johnny intrappolato e incapace di maturare.
SC: Quando comincio a scrivere, di solito parto dal personaggio e poi, subito dopo il protagonista, seguono le location che lo modellano; quale città? Quale albergo? [ride].
Un paio di anni fa stavo lavorando a un'altra sceneggiatura, una storia di vampiri. C.era questa star di Hollywood che a un tratto compariva nella storia. Continuava a tornarmi in mente e a pretendere la mia attenzione e ho immaginato che avesse bisogno del suo film.
Così per Somewhere ho cominciato proprio dal personaggio di Johnny Marco. Pensavo, “Vive allo Chateau Marmont,” perché sembra che qualunque giovane attore con cui ho parlato abbia una storia che riguarda un certo periodo in cui ha alloggiato allo Chateau. È un compito obbligato; “Sì, ci sono stato un anno”, o “Sono stato allo Chateau un paio di mesi”.
È una specie di rito di passaggio; tanto legato al successo a Hollywood, mentre fai vedere che resti sempre con i piedi per terra.

D: Questa forma mentis trova le sue radici probabilmente negli anni Sessanta, Settanta ai tempi d'oro del Sunset Strip…
SC: Ha avuto da sempre un appeal decadente. Sono andata da bambina, prima della sua incarnazione posteriore. Ricordo che negli anni Novanta circolavano delle storie di attori e rock star che distruggevano le loro stanze. Queste storie sono diventate parti di scene mentre scrivevo la sceneggiatura, collegandole al personaggio di Johnny Marco.

D: Puoi entrare nei dettagli del titolo?
SC: È buffo; Somewhere era un titolo provvisorio, si è incollato da solo. Dal momento che volevo che il film fosse un poema sinfonico di questo tempo, nella vita di questo giovane, questo titolo rifletteva la sua consapevolezza, il suo bisogno di andare da qualche parte, anche se non sa esattamente dove.
Il film è ambientato nella Hollywood dei giorni nostri, ma non tratta nello specifico il mondo del cinema e non si vede mai Johnny Marco lavorare come attore, chiunque può immedesimarsi nei temi universali della famiglia e della crisi personale.

D: Parlando proprio dello scenario, hai girato film in tutto il mondo, ma non avevi mai fatto prima una “storia su L.A.” finora. La tua descrizione iniziale del film era “una storia intima ambientata nella Los Angeles contemporanea.” Hai sentito che era arrivato il momento di esplorare quella città?
SC: Quando vivevo lì, in California, ho scritto di luoghi lontani, posti distanti. Vivevo a Parigi dopo la nascita di nostra figlia e forse quella distanza o una specie di nostalgia dell'America ha fatto nascere in me il desiderio di guardare la California.
Ma ho sempre amato quei film iconici su L.A., come Shampoo e American Gigolo, e non ne ho trovato uno recentemente che fosse riuscito a catturare l'atmosfera e le sensazioni di L.A. oggi. All'inizio con il personaggio, ho pensato alla cultura americana pop contemporanea, la sua fascinazione verso il successo e ciò che comporta.

D: I film che hai appena citato hanno tutti evidentemente un protagonista maschile che ha quasi tutto, sono spavaldi e poco a poco subiscono una caduta nel corso della storia.
SC: Hai ragione, ma non stavo pensando direttamente a quei personaggi, più all'atmosfera di quei film. Pensavo alle star di successo che sono morte o hanno tentato il suicidio. Ero curiosa, se vivi una vita di festa continua, piena di ragazze e droghe e tutto, cosa provi svegliandoti al mattino? Trovi un momento per riflettere quando sei solo con te stesso?

D: Tornando a L.A., come è cambiata la città nel 21° secolo secondo te?
SC: Beh, ho vissuto a L.A. negli anni Novanta ed era… Non voglio dire “più innocente”, ma era il periodo prima che lo US Weekly si affermasse, che dilagassero i tabloid e i party con le celebrità. C.erano sensazioni diverse; lo Chateau Marmont non ammetteva paparazzi e non esistevano i reality show. Mi pare ce ne siano in abbondanza oggi e sembra che la gente faccia il check-in solo per essere fotografato. Lo Chateau sembrava, in genere, più un mondo privato, adesso invece è diventato il centro proprio di quella parte di cultura pop.

D: È diventato più che un segreto di Pulcinella; “È una questione privata -”
SC: “Ma voglio che mi facciano una foto.”

D: In termini logistici, dopo il precedente Marie Antoinette, questo film era molto più semplice da realizzare. Ma non è difficile girare un film a L.A. oggi?
SC: Non mi pare; abbiamo lavorato fuori dai riflettori e non avevamo superstar, quindi potevamo spostarci e fare le nostre cose. Dopo Marie Antoinette, che aveva tantissimi costumi e oggetti di scena, è stato liberatorio avere un troupe più piccola e molto simile alla mia esperienza con Lost in translation - L'amore tradotto. Queste sono state le riprese più piacevoli e con meno stress che ho mai realizzato.
Per me, questo è stato un buon esperimento, incentrare un film su due soli personaggi, focalizzato sulle loro storie intime, passando anche molto tempo solo con uno di loro. Non volevo che nessuno degli spettatori guardandolo fosse consapevole del processo di lavorazione per realizzare il film, solo di stare lì insieme al personaggio.

D: Quindi l'estetica si è rivelata mentre stavi scrivendo la storia?
SC: Sicuro. Cosa succede quando sei solo con te stesso allo Chateau, nel momento in cui devi guardarti allo specchio, che è sempre spaventoso per tutti. Ci sono così tante distrazioni nella vita moderna, specialmente nella cultura che circonda lo show business a L.A. Puoi restare distratto per sempre; quand.è che metti da parte quelle distrazioni e guardi davvero te stesso? l'intenzione era quella di prenderci del tempo per stare da soli con Johnny; la sceneggiatura era molto minimale.

D: Avevi un piano B se lo Chateau non avesse consentito le riprese? C.era un albergo di riserva?
SC: No. Doveva essere lo Chateau, era un elemento essenziale, il terzo personaggio principale del film. Molte volte non ho un piano B, devo trovare il modo di far funzionare le cose oppure ripensare tutto da capo'
Fortunatamente, il proprietario, André Balazas e il direttore, Philip Pavel sono stati molto cortesi ad aprirci le porte.

D: E non hai dovuto chiedere di rimuovere o abbattere un muro?
SC: Giusto. Il direttore della fotografia Harris Savides è impressionante perché riesce a girare ovunque. È sempre pronto! Pensavo che per la scena delle gemelle avremmo dovuto trasferirci in una stanza più grande, ma abbiamo risolto spostando le cose e ha funzionato.

D: Come sei arrivata a coinvolgere Harris?
SC: La mia amica Anne Ross, la nostra scenografa, aveva lavorato con lui. Lo avevo incontrato nel corso degli anni e ho sempre ammirato il suo lavoro. Anne ha fatto un po' da intermediaria, mi disse: “Ti piacerà lavorare con Harris”. Alla fine ci siamo trovati a girare uno spot l'estate prima di Somewhere. Abbiamo lavorato davvero bene insieme; in più stavo scrivendo la sceneggiatura di Somewhere al tempo dello spot e parlare con lui di film e cinema mi ha ispirato a tentare questo stile più minimale, ero entusiasta di lavorare così, in un modo che non conoscevo prima.
Harris ed io amiamo lo stesso tipo di fotografia; lui ha dei riferimenti alla moda perché lavora in quell'ambito. Per questo film ha adottato uno stile minimale e veritiero; non siamo stati intralciati da lunghe fasi preparatorie per le apparecchiature e potevamo essere liberi su come approcciare le riprese. Ho apprezzato il fatto che potevamo girare con la luce naturale. Non sono il tipo che prepara uno storyboard per qualsiasi cosa o pianifica tutto prima, mi piace provare le cose e pensarle sul momento e Harris è aperto a lavorare nello stesso modo.

D: Eppure il film sembra girato in maniera classica, non improvvisato; ed è su pellicola 35mm invece che in alta definizione digitale [HD].
SC: Ho sempre girato in pellicola. Mio padre è il tipo da HD e pensa che sia dolce che mio fratello Roman ed io siamo così sentimentali e la preferiamo. La pellicola ha una qualità che è unica e bella. Spero che potremo continuare a utilizzarla ancora per un po'. Le lenti che abbiamo usato per girare Somewhere sono le stesse che mio padre ha utilizzato per Rusty il selvaggio [1983]. Roman mi disse che le avevamo ancora, Harris voleva provarle e Rusty il selvaggio è uno dei miei preferiti. Così ho pensato, bene usiamole. Le lenti erano in magazzino e abbiamo dovuto pulirle e restaurarle. Sono lenti Zeiss che hanno una qualità più tenue; L'HD ci ha abituati all'assoluta nitidezza, ma in questo caso volevo ottenere una sensazione più romantica.

D: Di per sé non c'è una storia d'amore nel film, piuttosto il grande amore tra un padre e una figlia. Quanto ti assomiglia il personaggio di Cleo?
SC: Il personaggio di Cleo si ispira a una mia giovane amica di quell'età, figlia di due persona che lavorano nello spettacolo, ma anche ai ricordi del mio passato avendo un padre potente dal quale le persone si sentivano attratte, dallo stare accanto e avere un padre che si occupa di cose fuori dall'ordinario. Non parla solo di me, ma ci sono cose della mia infanzia.
In tutto quello che faccio come sceneggiatrice e regista c'è un collegamento personale. Le tue esperienze di vita di certo influiscono su ciò che scriverai. Dopo Lost in Translation questo è la sola mia altra sceneggiatura originale diventata un film. Sento che quei film sono più personali rispetto agli altri basati su libri o altro, perché li senti attraverso le tue proprie esperienze e pensieri. Ammiro chi fa film in modo personale, quelli che nascono dal punto di vista unico di chi lo realizza. Perciò io provo a realizzare film personali.

D: Ma sei ancora disposta a scrivere o dirigere adattamenti?
SC: Sì, perché gli adattamenti mi divertono. De Il giardino delle vergini suicide ho amato il libro e volevo farne la versione cinematografica. Il divertimento sta nel trovare la maniera di adattarlo. Fa un po' meno paura di una sceneggiatura originale, dove all'inizio non hai punti riferimento. Scrivere sceneggiature originali può portarti a realizzare qualcosa che prima non sapevi nemmeno potesse interessarti.

D: Con i tuoi personaggi principali ti relazioni più sul piano dell'empatia piuttosto che esprimere un giudizio o accondiscendere.
SC: Voglio raccontare le loro storie, immaginare com'è per quelle persone trovarsi a una svolta delle loro vite. In Somewhere volevo immedesimarmi nella mente di Johnny. Ho fatto un mare di domande a Stephen, perché questo personaggio era un uomo e gli altri miei film hanno parlato più che altro delle donne. Ma avevo comunque un senso di chi era Johnny dalle persone che conosco.
Quello che ho cercato di fare è tentare di mostrare un punto di vista che magari qualcuno non potrebbe vedere in altro modo. Ho vissuto in un mondo di privilegiati; se ne sei al di fuori potresti pensare che ne saresti soddisfatto in tutto e per tutto, ma non è necessariamente così.

D: Ogni cinefilo ha il proprio Johnny Marco, sono fedeli ad attori o attrici che però forse non hanno sviluppato tutto il loro potenziale.
SC: Ci sono quelli che ti piacciono, attori per cui hai una specie di fissazione. Ci sono stati giovani attori che poi sono cresciuti e o hanno scelto di farsi una famiglia o hanno preso la strada del tipo anziano nei locali, senza mai evolversi. Volevo che Johnny si trovasse proprio in un punto della sua vita dove è costretto a guardare sé tesso e scegliere, cosa con la quale tutti noi possiamo confrontarci, dovendo decidere che tipo di persona diventeremo.
Quindi Johnny è un mix delle persone che conosco o che ho incontrato o di cui ho sentito qualcosa. Ho parlato con qualcuno convinto che stessi pensando a lui descrivendo Johnny.

D: Com'erano le conversazioni tra te e Stephen?
SC: Speravo nella collaborazione di Stephen. Ho sempre pensato che avesse del talento. Lo conosco da un po' e volevo vederlo fare qualcosa che non aveva mai fatto prima, un lato che non aveva ancora mostrato al pubblico. Quando gli ho spedito lo script, mi disse: “Lo faccio. Posso relazionarmi totalmente con questo tipo”. Stephen ha la reputazione di essere un dongiovanni, ma ha anche una sorella più piccola dell'età di Cleo con cui è molto legato.

D: Hai scritto la sceneggiatura pensando a Stephen?
SC: Quando stavo lavorando sull'altra sceneggiatura e mi è venuto in mente questo personaggio l'ho visualizzato da subito come Stephen. Mi sono stati suggeriti altri attori successivamente, ma sono tornata alla mia prima scelta, Stephen.

D: Cosa ti ha colpito in Elle Fanning per la parte di Cleo?
SC: Mi trovavo a Los Angeles e il produttore esecutivo Fred Roos mi disse che aveva visto Elle alla proiezione de Il Curioso Caso di Benjamin Button, nel quale aveva una piccola parte e credeva che era molto brava, che di persona c'era qualcosa in lei e che quindi l'avremmo incontrata nel pomeriggio. Pensavo, “Oh, sarà il Ragazzino Prodigio di Hollywood e probabilmente non quello che ho in mente”. Volevo un bambino che sembrasse reale, in contrasto col mondo dello spettacolo.
Poi abbiamo incontrato Elle e siamo stati catturati. Era proprio dell'età che volevo. Fred voleva farmi incontrare con tutte le altre giovani attrici lì fuori e l'ho fatto, ma sempre continuando a paragonarle con lei; “Non è Elle”. È bello guardarla, spicca, ha una scintilla, è piena di vita e ha dato davvero tanto a Somewhere. Ho cercato di non interferire troppo con quello che faceva perché è proprio brava e molto istintiva.

D: Avete provato insieme con Stephen e lei?
SC: Abbiamo avuto un breve periodo di prova, con qualche improvvisazione per fargli accumulare un po' di storia insieme. Hanno fatto centro, ero così felice. Sono andata a giocare a bowling con loro e la co-star Chris Pontius. Ho chiesto a Stephen di andare a prendere Elle a scuola e di portarla da Color Me Mine [lo studio di ceramiche personalizzate] così che avessero del tempo per legare. Stephen è anche andato alla partita di pallavolo di Elle e l'ha incitata dagli spalti e insieme hanno pranzato con Lala Sloatman, che recita nel ruolo della madre di Cleo, la ex-moglie di Johnny.
Per la relazione padre/figlia, il loro conoscersi poco a poco, ho pensato anche a Paper Moon, che adoro. Ho chiesto a Stephen di guardarlo.

D: Cleo viene presentata attraverso una sequenza di pattinaggio sul ghiaccio. Come sei arrivata a concepire questa scena come un sotterraneo punto di svolta, con la canzone “Cool” di Gwen Stefani in mente?
SC: La storia comincia su toni scuri e da sola Cleo la illumina. Volevo che Johnny facesse le solite cose da genitore all'inizio e quindi porta Cleo alle lezioni di pattinaggio. Il suo scivolare sognante sul ghiaccio è la sua purezza, in contrasto con le spogliarelliste che abbiamo visto accompagnarlo nel suo mondo. Volevo che la musica si sentisse veramente sulla pista in quel momento, fosse parte dell'esperienza. “Cool” è una canzone dolce ed è credibile che una bambina di undici anni possa pattinare ascoltandola. Sono così felice di aver avuto quella canzone, mi piace la maniera in cui si sposa con la sequenza; è genuina.
Volevo mostrare che è una ragazza in quella fase poco prima dell'adolescenza; il modo di Johnny di comportarsi con le donne, ho pensato che deve essere molto complicato avere una bambina che sta diventando una donna. Ecco cosa racconta questa scena per me.

D: Ma lo viviamo come un bel momento. I personaggi forse non se ne rendono conto perché presi nel momento, ma noi lo vediamo e tu che stai dietro alle lenti lo vedi di sicuro.
SC: Sì, lo vedo nella vita vera, osservi questi momenti che possono avvenire nei posti più banali. Sono momenti magici, ma sono reali e avvengono intorno a noi, se li cerchi. Quando ripensi a momenti che ti commuovono, non devono essere per forza episodi drammatici. Possono essere episodi che non sono niente di eccezionali, molto ordinari.

D: Hai menzionato le donne con cui abbiamo visto Johnny fino a quel punto, le gemelle spogliarelliste. Anche le loro scene sono musicali. La musica che sentiamo era la stessa che sentivano sul set?
SC: Ancora una volta, volevo fosse una musica credibile e che creasse la giusta atmosfera, una musica portata da loro, niente di oscuro. E quindi, sì, abbiamo preso uno stereo. la prima canzone è stata “My Hero” dei Foo Fighters., ho pensato fosse divertente perché Johnny si è rotto un braccio e loro stanno ballando come infermierine volontarie per tirarlo su. La seconda, più avanti nel film, con la sfacciata divisa da tennis, era “1 Thing” di Amerie, che coglie lo spirito della situazione.
Ho avuto questa idea del servizio in camera sempre con le gemelle per Johnny. Ho incontrato un mucchio di gemelle, ma le Shannon erano favolose, così entusiastiche, con una delicatezza caratteristica. Avrebbero illuminato la stanza al loro ingresso.
Siamo dovuti andare alla famosa villa, la Playboy Mansion mentre erano impegnate con le prove per una trasmissione. Lo staff ci disse: “Stanno girando il reality show[La ragazza della porta accanto], perciò dovete andare lì se volete vederle.” Non era il massimo per me andare allo show, ma… è stato divertente visitare la villa e guardare le ragazze nel loro ambiente.

D: Non tutti avrebbero mostrato la stessa confidenza per Chris Pontius, che interpreta Sammy, l'amico di Johnny.
SC: Lo conoscevo per la serie Tv Jackass e un amico in comune ha una figlia all'incirca dell'età di Cleo e spesso se la spassano con Chris. Ci sa fare con in bambini ed è questo che mi ha ispirato l'idea che poteva andare bene nel ruolo dell'amico di Johnny che interagisce con Cleo. La mia intenzione era quella che Sammy fosse un amico di quartiere o un cugino di Johnny. C'è qualcosa di adorabile in Chris ed è divertente; ho pensato che avrebbe potuto improvvisare con Elle. Mi piaceva averli nella stanza sapendo che Chris se ne sarebbe uscito con qualcosa.

D: Gli hai detto di fare ciò che voleva e poi l'hai seguito con la cinepresa?
SC: Abbiamo pianificato qualcosa. Gli ho chiesto di pensare a delle storielle e aspettare il momento in cui stavamo girando per raccontarle, per ottenere delle reazioni spontanee.

D: Elle sembra inorridita tutte le volte…
SC: Sì, mi piace quando lui le chiede se la sua insegnante è un'alcolista, l'espressione del viso! Ma poi abbiamo dovuto fare altre versioni ed Elle la ripeteva senza problemi, sempre naturale pur restando nel personaggio.

D: Com'è stato lavorare in Italia?
SC: Lavorare all'estero comporta delle sfide; ognuno ha il suo stile nel fare le cose. Ma preferisco sempre girare nei luoghi reali, piuttosto che ricreare Milano a L.A. Non avrebbe lo stesso senso se anche i figuranti sono posticci.

D: Hai coinvolto alcune persone dello spettacolo, come Maurizio Nichetti per la sequenza del Telegatto…
SC: L'hanno fatta sembrare più autentica, specialmente al pubblico italiano che guarderà il film. Anni fa sono stata con la mia famiglia ai Telegatti. La televisione italiana è molto peculiare e molto diversa dalla nostra, sopra le righe. Trovarsi in quel contesto straniero crea un legame ancora più forte tra Johnny e Cleo.

D: Riguardo la post-produzione questa è stata la terza collaborazione consecutiva con la montatrice Sarah Flack. Hai approcciato il lavoro in maniera diversa rispetto ai film precedenti?
SC: Prima, provavamo a disporre le scene secondo successioni molto differenti. Somewhere sembrava non voler cambiare il proprio ordine. Alla fine abbiamo mantenuto le cose nel modo in cui l'abbiamo girato. È stato un adattamento alla storia e alla semplicità con cui abbiamo deciso di raccontarla. Non abbiamo fatto una buona polizza assicurativa.

D: In termini di prestazioni attoriali, ci sono state molte riprese tra le quali scegliere?
SC: Beh, non si va avanti con le riprese finché non senti di avere quella giusta. C'era parecchio materiale con Elle e Stephen che potevamo usare.

D: Mentre si guarda il film, non c'è nessun melodramma indotto artificialmente, come una battaglia per la custodia o un giro al Pronto Soccorso…
SC: Mi avevano suggerito qualcosa di simile, ma penso che nella vita reale queste cose non capitano sempre. Non diventi più consapevole attraverso qualcosa di grande e drammatico; possono essere i dettagli che noti. Passare del tempo con la figlia in modo più consapevole rispetto a prima, determina dei cambiamenti in Johnny e credo che il film si concluda con una nota di speranza.
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