WhiteOut - Incubo Bianco di Dominic Sena

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locandina WhiteOut - Incubo Bianco
 
Regista: Dominic Sena
Titolo originale: WhiteOut
Durata: 96'
Genere: Azione, Thriller
Nazione: U.S.A., Canada
Lingua originale: inglese
Rapporto:

Anno: 2009
Uscita prevista: 02 Ottobre 2009 (cinema)

Attori: Kate Beckinsale, Gabriel Macht, Tom Skerritt, Columbus Short, Alex OLoughlin, Shawn Doyle, Joel S. Keller, Jesse Todd, Arthur Holden, Erin Hickock
Soggetto: Greg Rucka, Steve Lieber
Sceneggiatura: Erich Hoeber, Jon Hoeber, Chad Hayes, Carey Hayes

Trama, Giudizi ed Opinioni per WhiteOut - Incubo Bianco (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Christopher Soos
Montaggio: Stuart Baird, Martin Hunter
Musiche: John Frizzell
Scenografia: Graham 'Grace' Walker
Costumi: Wendy Partridge, Nicoletta Massone

Produttore: Susan Downey, Joel Silver, David Gambino, Adam Kuhn, Richard Mirisch
Produttore esecutivo: Don Carmody, Steve Richards, Greg Rucka
Produzione: Warner Bros. Pictures, Dark Castle Entertainment
Distribuzione: Warner Bros.

La recensione di Dr. Film. di WhiteOut - Incubo Bianco
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Colonna sonora / Soundtrack di WhiteOut - Incubo Bianco
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Barbara De Bortoli: Carrie Stetko
Fabio Boccanera: Robert Pryce
Luigi La Monica: Dott. John Fury
Alessandro Ballico: Delfy
Christian Iansante: Russell Haden
Antonio Palumbo: Sam Murphy
Marco De Risi: Jack
Enrico Di Troia: Rubin

Personaggi:
Kate Beckinsale: Carrie Stetko
Gabriel Macht: Robert Pryce
Tom Skerritt: Dr. John Fury
Columbus Short: Delfy
Alex O'Loughlin: Russell Haden
Shawn Doyle: Sam Murphy
Joel S. Keller: Jack

Informazioni e curiosità su WhiteOut - Incubo Bianco

Il film è ispirato al fumetto scritto nel 1999 da Greg Rucka e disegnato da Steve Lieber.
La Columbia ha acquistato i diritti nel 1999 ma la produzione è cominciata solo nel 2007.
Il film ha ricevuto critiche molto negative.
E' stato girato in Canada, tra il Québec e Boucherville.

Note dalla produzione:
“Questa è un’indagine federale. Rimarremo bloccati qui per tutto l’inverno. Ce la farai?”
“Il pubblico non sa quali circostanze abbiano portato l’agente federale Carrie Stetko a lavorare in Antartide, o cosa sperava di trovarvi, ma fin dalle prime sequenze capisce che è ansiosa di andarsene”, dice Joel Silver, che ha prodotto “Whiteout” con la sua Dark Castle Entertainment e lo definisce “il thriller più agghiacciante che abbia mai realizzato”.

Il regista Dominic Sena, che è alla sua seconda collaborazione con Silver dopo l’action thriller del 2001 “Codice: Swordfish”, è d’accordo. “Qualsiasi cosa stesse cercando in fondo al mondo, non l’ha trovata. Ma il luogo l’ha stancata - il freddo, la claustrofobia, l’isolamento. E’ sul punto di crollare, conta i giorni che mancano all’ultimo volo su cui imbarcarsi prima che arrivi l’inverno con i suoi sei mesi di oscurità”.

Ma i piani di Stetko saltano quando viene rinvenuto un cadavere nella distesa di ghiaccio tra la base americana, l’Amudsen-Scott, e quella russa, Vostok, in una zona dove perdere un guanto può significare perdere una mano e pochi minuti all’esterno senza adeguata protezione portano alla morte per assideramento.

Il cadavere congelato nel ghiaccio, con le braccia e le gambe stranamente contorte, è quello di un geologo americano, Weiss, membro di una piccola squadra di ricerca che studia frammenti di meteoriti. Un esame più approfondito rivela molte fratture ossee e un taglio recente sulla gamba, suturato rozzamente, ma la causa della morte è una profonda ferita al petto, inferta con uno strumento molto comune da quelle parti, una piccozza.

Non solo la morte di Weiss è un mistero, ma anche il luogo in cui è avvenuta. Nel nulla, nessuna pista, niente mappe o mezzi di trasporto. Cosa stava facendo laggiù? La vittima di un omicidio è l’ultima cosa che Stetko si aspettava di trovare dopo due anni di servizio pesante, ma senza imprevisti, e sicuramente l’ultima di cui vuole occuparsi. Comunque passare le indagini alla più vicina autorità federale, quella della McMurdo Station, a 900 miglia di distanza, non è un’opzione.
Kete Beckinsale, che interpreta l’agente Stetko, capisce la sua posizione. “Carrie è consapevole che è giusto scoprire cosa è successo, lo deve a quell’uomo. Che le piaccia o no, il senso del dovere e l’istinto investigativo hanno il sopravvento”.

Purtroppo per lei, che ha già le valigie pronte, questo non sembra un caso di rapida soluzione. Anzi, diventa sempre più complesso quando Stetko rivolge la sua attenzione agli altri due membri della squadra di Weiss, che potrebbero essere i principali sospettati o le prossime vittime di un killer di cui deve ancora scoprire le motivazioni.

Nel frattempo, anche il clima estremo amplifica la tensione, dice Silver. “Si sente la forza dell’Antartico imporsi come personaggio onnipresente nella storia. La situazione è sempre più tesa, perché ogni mossa è potenzialmente fatale. Anche indagare sulla scena del crimine è più pericoloso, il trasporto, il rischio di assideramento, la possibilità di restare bloccati. Si rischia ogni volta che si mette piede fuori dalla base.

“Anche se è una parte del nostro mondo, sembra di stare su un altro pianeta”, dice la produttrice Susan Downey, facendo notare che la temperatura minima al Polo Sud “può essere inferiore a quella dell’equatore di Marte. Con questa ambientazione siamo stati in grado di portare sullo schermo immagini che non sono mai state viste prima in un thriller, come le sequenze del whiteout, il biancore che impedisce di distinguere la linea dell’orizzonte, molto dinamiche, la fotografia aerea della base o il Twin Otter che deve atterrare in condizioni estreme”.

Quando i realizzatori hanno deciso di avere l’Antartide come ambientazione, sono stati molto espliciti, continua Downey. “Volevamo mostrare a quali temperature si arriva e quanto rapidamente una persona può ritrovarsi con il corpo congelato o morire per assideramento, la realtà insomma”.

I produttori hanno scelto Manitoba, Canada, per girare gli esterni ambientati al Polo Sud; una zona sufficientemente fredda da far sentire al cast e alla troupe questo elemento caratterizzante della storia e imparare a rispettare il whiteout, un fenomeno naturale che può letteralmente far perdere la testa.

“Ci sono stati momenti in cui guardavo fuori e non riuscivo a distinguere dove finisse la terra e iniziasse il cielo, un biancore totale, disorientante”, dice Kate Beckinsale, “E’ facile immaginare quanto può essere terrorizzante ritrovarsi da soli. Ti allontani per un attimo dal campo e non sei più in grado di tornare indietro”.
“L’Antartite uccide. L’ambiente stesso ci dice che noi non apparteniamo a quel posto e “Whiteout” lo dimostra in modo formidabile”, afferma il produttore David Gambino.

L’idea è nata dalle ampie ricerche di Greg Rucka che, con Steve Lieber, ha creato il romanzo grafico “Whiteout”, candidato agli Eisner Ward, da cui è tratto il film. Definendo il continente “un deserto senza sabbia”, Rucka, che è anche produttore esecutivo del film, dice: “L’ambiente è un personaggio che mi intriga, molto di quello che facciamo e chi siamo è un risultato diretto della situazione fisica in cui siamo. L’Antartico ha una sua bellezza, è spettacolare, ma terrificante, non si può mai abbassare la guardia. Anche se c’è il sole, improvvisamente il vento arriva a 130 miglia all’ora. Non puoi affrontarlo senza precauzioni, dimenticando cosa c’è là fuori”.

Sena era da tempo affascinato da questo soggetto , in particolare dal potere di un ambiente estremo sul comportamento umano. “Mi sono trovato a vivere a Lillehammer, in Norvegia, per i Giochi Olimpici del 1994. In quel periodo dell’anno c’erano solo tre ore di luce al giorno. Fuori, a mezzogiorno, c’erano 40 gradi sotto zero, troppo freddo per uscire, così restavamo chiusi nelle nostre stanze. Dopo qualche settimana eravamo tutti depressi. Ci siamo ritrovati a bere insieme notte dopo notte e questo ha influito negativamente sul nostro spirito. Il mio produttore, che è una persona mite, ha cominciato a urlare che il suo caffè era cattivo e minacciava tutti di licenziamento.

I macchinisti si picchiavano nella neve. Sono tornato a casa dopo questa esperienza chiedendomi cosa potesse succedere a un gruppo di persone che si ritrovano intrappolate in un luogo claustrofobico e duro non per settimane, ma per mesi”, continua il regista. “Come reagirebbero a eventi drammatici? Cosa farebbero? Ho pensato che fosse una bella idea per un film”.
“Scopri molto dei personaggi quando li sottoponi a uno stress insolito. Li costringi a dare il meglio, o il peggio, di sé”, afferma Jon Hoeber, che ha scritto la sceneggiatura di “Whiteout” insieme al fratello Erich Hoeber. “Talvolta le persone sono così dominate dall’istinto di sopravvivenza che perdono ogni freno morale”, aggiunge Erich.

Nel 1998 la Ony Press ha pubblicato i quattro episodi del romanzo grafico e Sena l’ha letto avidamente. Ha anche cercato di assicurarsene i diritti, ma non è stato possibile. “Un giorno il mio agente mi ha detto ‘Joel Silver ha una sceneggiatura intitolata “Whiteout”, ti interessa?’. Io gli ho risposto ‘Ma stai scherzando? Inseguo questo progetto da cinque anni!’. Poi ho telefonato a Joel e ho detto ‘Joel, conosco bene questo progetto, sono anni che l’ho già realizzato nella mia testa!”
Secondo gli sceneggiatori Chad Hayes e Carey W. Hayes, la capacità del film di scioccare è “nel modo in cui Dominic coglie quel mondo imprevedibile e incredibile, come ti fa capire che ritrovarsi nel whiteout è come perdersi nel buio”.

Sena non è sorpreso dal fatto che le persone che devono andare a lavorare al Polo Sud vengano sottoposte a valutazioni psicologiche prima che sia assegnato loro un incarico a lungo termine.
“Non è un luogo per tutti, alcuni riescono ad affrontarlo, altri no. Persone che non sono necessariamente cattive finiscono col commettere atti malvagi e questo è uno dei temi del nostro film”.
“L’isolamento può mettere troppo sotto pressione e le emozioni esplodono, ma non si sa mai come andrà a finire. E’ per questo che amo i thriller. Mi piace cercare di immaginare cosa potrebbe succedere”, osserva Beckinsale.


Puoi perderti laggiù ed è finita

“Whiteout è un thriller, ma i personaggi sono molto ben caratterizzati. E’ la storia di Carrie Stetko, intrecciata all’azione e al mistero”, dice Joel Silver. “Lei è una donna intelligente, forte, ma la sua non è solo forza fisica, è un elemento fondamentale della sua personalità. Incute rispetto in un ambiente prevalentemente maschile, ma si porta un fardello dal passato che potrebbe complicare il lavoro che deve fare. Ho sempre amato i personaggi di donne forti, in particolare in questo tipo di storie. Kate ha fatto veramente un lavoro straordinario con il personaggio”. Presa tra il freddo e il killer, alcuni frammenti della difficile storia dell’agente Stetko emergono mentre gli avvenimenti si fanno sempre più drammatici ed è chiaro che lei, come dice Gambino, “sta scontando un ‘metaforico purgatorio’ in quel luogo isolato”.

“Scopriamo che viene da Miami”, dice Sena. “Proprio là è successo qualcosa che ha messo in dubbio il suo istinto e l’ha portata a domandarsi se poteva continuare quel lavoro. Così si è ritirata in mezzo al nulla, il posto più lontano da Miami che si possa immaginare, un posto dove non succede nulla e dove non deve neppure portare la pistola. Non si aspetta di ritrovarsi in una situazione difficile e quindi di mettere a rischio la vita di qualcuno”.

Sena crede che la decisione di Stetko di indagare sull’assassinio di Weiss segni un punto di svolta nella vita della donna. “Sotto certi aspetti è come in un western classico, con lei nel ruolo dello sceriffo della piccola città, costretto a impugnare di nuovo la pistola”.
“Di Carrie Stetko mi ha affascinato il suo essere umana e piena di difetti”, dice Beckinsale. “Poiché non si conosce la sua storia, non sai di cosa è capace fino a che non vedi lo svolgersi dei fatti.
Quanto è ferita? Il suo istinto funziona ancora o sbaglierà di nuovo?”.
Per prima cosa Stetko va a Vostok per parlare con uno dei colleghi della vittima.

Affermando di essere terrorizzato, l’uomo si è inspiegabilmente rifugiato nella base russa. Qui Stetko incontra l’investigatore dell’UN Robert Pryce, interpretato da Gabriel Macht, che è stato inviato per aiutare a risolvere il caso - il primo in un continente senza governo centrale, vagamente controllato da un accordo multi-nazionale. Sotto molti aspetti, Pryce potrebbe dimostrarsi l’uomo giusto nel posto giusto, ma dal punto di vista di Stetko, il suo arrivo significa solo che ora ha a che fare con qualcuno che non voleva: un partner.

“Pryce offre il suo aiuto, ma lei non è interessata, anzi si dimostra quasi ostile”, dice Match.
“Quindi è stressante vedere come lui tenta di guadagnarsi la fiducia di Stetko, dando inizio a una sorta di gioco del gatto col topo, come quello che si svolge tra loro e il killer”.
“Lei non sa cosa farsene di lui”, spiega Downey. “E’ arrivato senza annunciarsi e ha iniziato a indagare. A lei sembra che ci sia uno strano interesse per la morte di un semplice geologo”.

“Anche Pryce ha un passato interessante, legato ad alti gradi militari, ma la sua storia, come quella di Stetko, resta vaga. Gabriel lascia che i dettagli emergano qua e là in un modo che appare assolutamente naturale per la sua personalità”, dice Sena.
Nel frattempo, ad allentare la tensione tra i due arriva il giovane pilota Delfy, che deve prima portare Stetko sulla scena del crimine, poi a Vostok, e che resterà fino a che lei ne avrà bisogno, o fino a che riuscirà a impedire che il motore geli. A interpretare il veterano della guerra in Iraq al suo primo incarico civile è Columbus Short.

“Questo è il secondo deserto di Delfy, con il ghiaccio al posto della sabbia”, sostiene Short. “Lui ha una visione interessante del mondo, vede sempre il lato migliore delle cose, anche in quella terra desolata e ghiacciata. Non importa quanto siano strane o difficili le circostanze, lui pensa positivo e accetta la sfida, per lui tutto è un’avventura”.
“Columbus è stato fantastico”, afferma il regista. “Attraverso Delfy abbiamo un’altra prospettiva della situazione, non solo attraverso le sue battute, ma dal suo approccio complessivo a ogni minaccia”.

Il pilota è sempre più coinvolto nelle indagini ed è molto utile a Stetko, più di quanto lei avrebbe mai pensato. Che Stetko si fidi di Delfy è strano, durante il suo servizio al Polo Sud ha fatto amicizia con pochissimi colleghi. Nella breve lista troviamo Sam Murphy, il direttore della base Amudsen-Scott, interpretato da Shawn Doyle, e il dottor John Fury, interpretato da Tom Skerritt.

Forse in un certo momento Stetko e Fury sono stati più che amici, ma poi la situazione si è trasformata in un rapporto di lavoro senza implicazioni sentimentali, ma con tante sfumature. In realtà è con Doc che Stetko ha il rapporto più stretto, perché lui è bravo a giocare a carte e ama conversare, racconta le storie accumulate in tanti anni di Antartide, ma soprattutto sa stare zitto e non fa domande.
Skerritt fornisce la sua prospettiva e dice: “Doc è un amico, sa che Carrie è arrivata in Antartide per mettere della distanza tra sé e tante complicazioni e tradimenti, cose che in parte veniamo a sapere.
Anche Doc ha i suoi problemi, sotto certi aspetti si assomigliano”. Riconoscendo che nessuno dei due personaggi è particolarmente aperto, Downey dice: “Tom e Kate danno grande profondità alle scene in cui sono insieme, due spiriti simili, che si divertono a giocare a carte e a bere insieme la sera”.

Invece la maggior parte degli uomini con cui Stetko vive rientrano nella categoria rappresentata a perfezione dal pilota Russell Haden e dai suoi compagni, che passano le serate a bere e a farsi scherzi come i membri di una confraternita studentesca, scaricando così la tensione dopo aver spinto loro stessi e i loro aerei ai limiti estremi. “I piloti in questa parte del mondo sono una razza a parte. Da un lato, come loro stessi ammettono, devono essere un po’ pazzi per accettare un lavoro del genere, dall’altro devono essere dei fenomeni per volare su quelle terre insidiose”, dice Greg Rucka.

Alex O’Loughlin, che interpreta Haden, ammette: “E’ una personalità piuttosto audace, ha una grande energia e fiducia in sé, un po’ smargiasso. Con le donne in genere funziona, ma non con Carrie, ma lui non si perde d’animo e continua a provarci ogni volta che ne ha l’occasione”.
“Alex è stata una vera scoperta, è un attore carismatico”, dice Gambino. “Gran parte delle sue battute sono frutto di improvvisazione”. E O’Loughlin risponde: “Il ruolo era quello di un pilota australiano sfacciato. Allora ho pensato ‘Non sono un pilota, ma sono un australiano sfacciato’, quindi…”

Nella prima scena di O’Loughlin vediamo Haden e i suoi compagni scatenarsi in una gara tradizionale del Polo Sud, chiamata Il Club 300. Lo sceneggiatore Erich Hoeber spiega: “Si chiama così perché bisogna sudare in una sauna a 200 gradi (90° Celsius), correre fuori nudi a 100 gradi sotto zero (-45° Celsius), toccare il cartello Polo Sud e poi tornare indietro di corsa prima di morire congelati”. Nel corso delle loro ricerche, i fratelli Hoebers hanno scoperto tante storie simili sulla gente che è vissuta in Antartide. “Abbiamo inserito tanti dettagli interessanti nella storia, che sono diventati parte integrante del background del film e dell’azione”, aggiunge Jon.
In questa comunità piuttosto ristretta, Stetko ha vissuto e lavorato per due anni e ha conquistato una certa tranquillità, tranquillità che scompare quando l’assassinio di Weiss mette in dubbio ogni frequentazione e ogni contatto casuale. Può dire di conoscere bene tutte quelle persone?

“Sul ghiaccio tutti indossano un equipaggiamento protettivo ed è impossibile riconoscere un volto da un altro, anche se si conosce chi si sta cercando”, aggiunge Gambino. “L’elemento più inquietante però è il tempo. La maggior parte delle persone che lavorano al Polo Sud sono sulla strada di casa o si stanno preparando a partire prima che l’inverno impedisca i voli e Stetko deve anche pensare alla possibilità che il killer sia già partito. Ma potrebbe anche essere al suo fianco”.


Lavorare e lottare per la vita a temperature sotto lo zero

Per trovare un ambiente che potesse evocare gli spazi ghiacciati e l’isolamento estremo del Polo Sud, i realizzatori si sono affidati al produttore esecutivo Don Carmody, che ha al suo attivo oltre 40 produzioni ambientate in Canada, e dice semplicemente: “So dov’è la neve”.

Carmody aggiunge: “La prima cosa da sapere è che la neve non sta mai dove vuoi. Può essere difficile trovare un posto che resterà ricoperto di ghiaccio per il periodo di cui hai bisogno. Poiché dovevamo rappresentare l’Antartico, avevamo bisogno non solo di neve, ma di una superficie piatta e di un lago ghiacciato che potesse ospitare un set”. Dopo aver incontrato un orso polare durante i sopralluoghi a Churchill (“era grande come una Volkswagen”, giura) Carmody e lo scenografo Graham “Grace” Walker hanno trovato il posto giusto nei dintorni di Gimli, Manitoba.

Arrivare sul set per girare gli esterni del film è stata un’esperienza emozionante per il cast. “Non c’era bisogno di andare in Antartide”, dice Tom Skerritt, “a Manitoba fa abbastanza freddo. Ovunque rivolgi lo sguardo vedi ghiaccio senza fine”. A volte, durante le riprese, la colonnina di mercurio ha segnato temperature più basse che al Polo Sud nella stessa giornata.

Avendo lavorato a Budapest, a Praga e in varie località del Canada, Kate Beckinsale credeva di aver sviluppato una buona tolleranza ai climi freddi, ma deve ammettere che “Questo è stato un livello di freddo diverso. La prima volta che ho respirato all’aperto ho tossito, come se mi si stesse chiudendo la gola. La gente ha le ciglia e la barba ricoperte di brina”.

Per proteggere il cast e la troupe, i direttori di produzione hanno fornito a tutti quella che Beckinsale definisce “Un elenco del telefono di tutti i rischi del freddo: ipotermia, assideramento, congelamento. Era terrificante. Columbus ed io eravamo sicuri che non ne saremmo usciti vivi”.
“Le persone intelligenti non l’hanno nemmeno letto”, dice scherzando Match. Un altro elemento positivo del freddo, oltre al cameratismo che ha creato, sono state le imbottiture, che hanno un po’ facilitato le scene più pericolose, anche se c’è stato qualche risvolto negativo. “E’ necessario un grande sforzo per muoversi con quell’equipaggiamento”, dice la produttrice Downey. “Solo andare dal punto A al punto B può essere estenuante”.

Beckinsale è stata perfettamente all’altezza della sfida posta da “Whiteout”, in cui l’azione non è quella fantastica di un supereroe, ma una lotta per cercare disperatamente di sopravvivere. Joel Silver afferma che l’attrice ha infuso credibilità e tenacia al suo personaggio. “Riesce a convincerti che userà la pistola, i pugni, tutto quello che le capita fra le mani quando è necessario”.
“L’azione è basata sulla realtà e gli spettatori si sentiranno coinvolti, perché penseranno a come si comporterebbero loro nella stessa situazione. Stetko non è un essere invincibile, senza paura e dotata di superpoteri, che scala i muri e lotta contemporaneamente contro 14 avversari, non è quel tipo di film”, dice Beckinsale. “Spesso viene colta di sorpresa e reagisce istintivamente”.

Per girare “Whiteout”, Macht si è affidato al coordinatore delle scene d’azione Steve Lucescu per la seconda volta, dopo aver lavorato nel 2003 con lui per “La regola del sospetto”. “E’ stato un po’ come quando facevo la lotta con i miei fratelli”, dice l’attore. “Mi sono divertito molto a rotolarmi nella neve con gli stuntmen, mi ha riportato indietro nel tempo”.

Durante un pericoloso inseguimento, i personaggi che potremmo chiamare cacciatore e preda, si incontrano faccia a faccia mentre seguono le funi di sicurezza, per evitare di finire nel nulla spinti dalla forza del vento. Chad Hayes e Carey W. Hayes hanno scritto questa sequenza inserendo molte funi colorate che servono a collegare i vari edifici della base Amudsen-Scott. “E’ come una lenza e tu devi agganciarti per andare da qui a lì. Ce n’è una verde, una gialla, una blu… e abbiamo persone che si incrociano, che cambiano direzione”, spiega Carey.

“Non si sa quale direzione prendere quando da una parte c’è la salvezza e dall’altra un killer. Non si vede nulla”, avverte Chad. “Quando senti che la corda si tende significa che un’altra persona sta seguendo quella fune. Ma quanto è lontana e quale direzione ha preso?”.
Mentre i personaggi si aggrappano l’uno all’altro, alcune di queste funi vengono tagliate, facendo perdere loro il controllo e Lucescu ha usato una strumentazione computerizzata per controllare rigorosamente l’accelerazione e il rallentamento di ogni attore sul ghiaccio.

Ma ci sono stati anche momenti in cui Beckinsale ha lottato per rimanere in piedi. “E’ finita a terra parecchie volte”, ricorda Sena. “Ha una corporatura minuta e quando si avvicinava troppo a un ventilatore cadeva. Poi si rialzava subito, è un’ottima compagna di lavoro. L’abbiamo trascinata nel ghiaccio, ci sono molte cose che può fare una controfigura, ma vuoi che il pubblico veda i volti degli attori e sappia che sono loro il più possibile. Ho avuto attori fantastici, li abbiamo portati all’inferno e loro hanno risposto con entusiasmo e grande impegno. Spero che le loro ammaccature siano guarite e che mi abbiano perdonato”.

Costruire un set sul ghiaccio: spezzare un chiodo ghiacciato con un martello ghiacciato

A un’ora di strada da Gimli e circa due da Winnipeg, il set di “Whiteout” è stato costruito in un terreno privato che si affaccia sul lago Manitoba e quindi offriva la possibilità di riprendere da varie angolazioni senza inquadrare alberi o costruzioni. Ma soprattutto forniva quattro piedi di solido ghiaccio. Anche se, come fa notare Don Carmody, “abbiamo dovuto trasportare tutto, dagli equipaggiamenti alle travi di acciaio ai bagni chimici, non c’era elettricità, niente”.

Con i primi viaggi si sono preparate le strade e una pista di atterraggio, poi è arrivato il resto della troupe. Grace Walker, alla sua quinta collaborazione con Joel Silver, nota che il produttore cerca sempre “qualcosa di nuovo, che non sia mai stato visto prima”. “Dovendo affrontare il paesaggio quasi lunare del Polo Sud, l’idea era di costruire il centro di ricerca come ci si immagina una base spaziale”, spiega il produttore.

Pensandola “moderna e funzionale”, Walker ha usato mattonelle sulle pareti, lasciando visibili le tubature, affinché ci fosse un bel riflesso di luce. “Le pareti sono tavole inchiodate, leggere e facili da trasportare al Polo Sud. Invece la base di Vostok è più vecchia e in cattivo stato, con il suo aspetto anni ’60 o ’70, il che corrisponde alla realtà, perché Vostok non ha gli stessi fondi degli americani. Non abbiamo usato edifici già esistenti, abbiamo creato tutto dai disegni, ma solo il primo piano, gli altri sono stati aggiunti in CGI”.

“La sfida era il tempo”, spiega Downey. “Per un certo periodo a Gimli fa così freddo che i chiodi si spezzano quando li batti con un martello, mentre dopo il lago comincia a sciogliersi”. “Ovviamente siamo stati fortunati, perché abbiamo avuto l’inverno più caldo mai visto a Manitoba”, dice ridendo Sena, sottolineando che il termine “caldo” è molto relativo. Infatti lui e il direttore della fotografia Chris Soos hanno dovuto proteggere le macchine da presa dal gelo con speciali unità di riscaldamento.

La squadra delle costruzioni, che univa specialisti del cinema e carpentieri locali, ha affrontato numerosi problemi logistici: attrezzature che si ghiacciavano, cavi che si spezzavano, vento che buttava giù pareti appena messe in opera, camion bloccati dalla neve e generatori che saltavano. Inoltre il letto del lago era troppo fragile per sostenere il peso della gru, quindi è stato chiesto aiuto agli esperti della zona.
I camion che trasportavano pannelli o pareti prefabbricate a Winnipeg spesso erano in ritardo. “C’era sempre una autogru che viaggiava con il convoglio diretto al set, perché almeno un camion finiva fuori strada e bisognava rimorchiarlo”, ricorda Sena. Stranamente in un luogo in cui il freddo era sicuro, uno dei problemi maggiori è stato l’innalzarsi della temperatura, che provocava un disastro sui set, perché si inzuppava tutto.

Era continua anche la corsa contro il tempo, come ricorda il capo carpentiere Tony Parkin: “Improvvisamente, un giorno la temperatura è passata da -15 a 2 gradi e ha iniziato a piovere. Il set è diventato una specie di palude in cui affondavamo e a un certo punto ci siamo trovati con tre camion agganciati l’uno all’altro e una gru che tirava fuori il primo dal fango”.

Tanti volontari delle cittadine di Gimli e Eriksdale hanno portato il loro aiuto e quelle parti del set non più necessarie alle riprese sono state donate alla comunità per essere riciclate in un centro sanitario. La troupe è stata anche molto attenta a non lasciare nulla che potesse risultare tossico per l’ambiente. La produzione si è poi trasferita nei teatri di Montreal per girare gli interni, trasportando tutte le parti del set che poi sarebbero state ricomposte come in un gigantesco puzzle.

“Volevamo poter controllare la scena della tempesta e questo ha significato trasportare quattro edifici interconnessi, la base e l’hangar, a Montreal. Abbiamo usato ventilatori giganti per ricoprirli di neve artificiale, veramente abbiamo usato tonnellate di sale”, dice Sena.
La squadra degli effetti speciali ha creato vari tipi di neve: leggera o sotto forma di lenzuolo bianco per lo sfondo, altra con delle impronte e altra per farla cadere sugli attori, poi sono state usate 120 tonnellate di sabbia, ricoperte da 12 tonnellate di sale, per creare dei cumuli.

Secondo Gabriel Macht, è stata la neve artificiale a creare le maggiori difficoltà, perché aderiva alla pelle. “Alcune scene richiedevano sforzo fisico, quindi respiri profondi, così il naso e la bocca si riempivano di neve artificiale, non c’era niente da fare”. Un’altra vittima della neve artificiale, Alex O’Loughlin, da la sua versione: “Si tratta di amido e sale e ti senti come se fossi rimasto avvolto tutto il giorno nell’impasto della pizza”.

Che si trattasse di neve artificiale, di set sul lago ghiacciato, di tempeste, sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per far conoscere un mondo di cui si sa poco.
“Non ho scelto un approccio stilizzato, ma realistico”, afferma Sena. “L’Antartide è un luogo spietato e il bianco assoluto un fenomeno formidabile. Quando avviene non riesci a vedere a un metro di distanza e la tua aspettativa di vita è di pochi minuti. Un ambiente fantastico per un mystery”.
“L’idea era di trasportare il pubblico in Antartide. Volevamo che sentisse il freddo, la paura, il desiderio di sopravvivere in un ambiente difficile”, conclude Silver prima di avvertire sorridendo: “Meglio portarsi un maglione”.
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