Regista: Jean-Pierre Améris
Titolo originale: Emotivi anonimi
Durata: 80'
Genere: Commedia
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 23 Dicembre 2011 (cinema)
Attori: Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud, Pierre Niney, Eric Naggar, Jacques Boudet, Alice Pol, Joëlle Séchaud, Stefan Wojtowicz
Sceneggiatura: Jean-Pierre Améris, Philippe Blasband
Trama, Giudizi ed Opinioni per Emotivi anonimi (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Emotivi anonimi
Durata: 80'
Genere: Commedia
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 23 Dicembre 2011 (cinema)
Attori: Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud, Pierre Niney, Eric Naggar, Jacques Boudet, Alice Pol, Joëlle Séchaud, Stefan Wojtowicz
Sceneggiatura: Jean-Pierre Améris, Philippe Blasband
Trama, Giudizi ed Opinioni per Emotivi anonimi (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Gérard Simon
Montaggio: Philippe Bourgueil
Musiche: Pierre Adenot
Scenografia: Sylvie Olivé
Costumi: Nathalie du Roscoat
Produzione: Pan Européenne
Distribuzione: Lucky Red
Montaggio: Philippe Bourgueil
Musiche: Pierre Adenot
Scenografia: Sylvie Olivé
Costumi: Nathalie du Roscoat
Produzione: Pan Européenne
Distribuzione: Lucky Red
La recensione di Dr. Film. di Emotivi anonimi
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Colonna sonora / Soundtrack di Emotivi anonimi
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).
Voci / Doppiatori italiani:
Mino Caprio: Jean-Rene' Van Den Hugde
Selvaggia Quattrini: Angelique Delange
Paola Giannetti: Magda
Paila Pavese: Suzanne
Alessio Nissolino: Antoine
Flavio Aquilone: Ludo
Bruno Alessandro: Psicologo
Personaggi:
Benoît Poelvoorde: Jean-Rene' Van Den Hugde
Isabelle Carré: Angelique Delange
Lorella Cravotta: Magda
Lise Lamétrie: Suzanne
Swann Arlaud: Antoine
Pierre Niney: Ludo
Stéphan Wojtowicz: Psicologo
Jacques Boudet: Remi
Alice Pol: Adele
Céline Duhamel: Mimi
Philippe Fretun: Maxime
Grégoire Ludig: Julien
Philippe Gaulé: Philippe
Joëlle Séchaud: Joelle
Informazioni e curiosità su Emotivi anonimi
Note dalla produzione:
L'ASSOCIAZIONE DEGLI EMOTIVI ANONIMI
dal sito www.emotifsanonymes.eu
LES EMOTIFS ANOMYMES è un'organizzazione che offre un programma suddiviso in dodici tappe molto simili a quelle degli alcolisti anonimi. Il gruppo è formato da persone che si incontrano a cadenza settimanale (i cosiddetti incontri EA) il cui scopo è quello di imparare a conviveve con le proprie emozioni e ritrovare un equilibrio emotivo. I membri EA sono di ogni età e provengono dai più svariati ambienti sociali. L'unica condizione richiesta per diventare membro di un gruppo EA è il desiderio sincero di riappropriarsi di una salute emotiva.
Il programma è famoso per aver compiuto dei veri miracoli nella vita di molte persone che soffrivano di disturbi legati all'emotività, come collera, depressione, difficoltà relazionali, lutto, ansia, poca stima di se stessi, panico, paure irrazionali, risentimento, gelosia, sensi di colpa, mancanza di speranza, isolamento, pensieri negativi ossessivi, comportamenti compulsivi e ogni altro disturbo legato all'emotività.
In quanto programma anonimo, EA rispetta la privacy dei suoi membri. Essendo un programma spirituale, lascia a ciascuno la scelta della propria concezione di una Potenza Superiore all'individuo. L'esperienza ha dimostrato che il programma funziona bene sia per le persone che hanno credenze religiose che per quelle che non ne hanno.
Emotivi Anonimi offre a ognuno dei suoi membri un'accoglienza calorosa. All'interno del gruppo si possono condividere esperienze, senza paura di essere giudicati o criticati. Le riunioni settimanali offrono ai membri del gruppo il supporto di cui hanno bisogno: le persone scoprono così di non essere sole nelle proprie difficoltà. Ognuno può avere dei sintomi diversi, ma le emozioni che sono alla base sono le stesse o sono comunque molto simili.
Il programma è nato negli Stati Uniti nel 1971. E' arrivato in Europa nel 1979, per la prima volta in Germania. Nel 1998 si contavano più di 1300 gruppi sparsi in tutto il mondo. In Germania esiste oggi un'organizzazione molto sviluppata, che conta più di 350 gruppi anche se il record resta comunque agli Stati uniti, dove ce ne sono cira 600.
I gruppi EA sono sostenuti dal contributo volontario dei suoi membri. Ogni gruppo è incoraggiato a contribuire finanziariamente all'insieme del movimento.
Emotivi Anonimi non è un servizio medico o psichiatrico. Non fornisce nessun consulto individuale o familiare. Le riunioni di gruppo sono organizzate da non professionisti ed è fortemente raccomandata la rotazione delle persone nello svolgimento dei compiti. Il ruolo dei rappresentanti al servizio è quello di controllare il buon funzionamento delle riunioni e non quello di agire come un’autorità.
Le riunioni sono organizzate per aiutare le persone che lo desiderano ad acquisire e a mantenere una salute emotiva utilizzando le dodici tappe degli EA nella propria vita quotidiana.
INTERVISTA A JEAN PIERRE AMÉRIS
Come è nato questo progetto?
Ho la sensazione di averlo sempre avuto dentro. Tra i miei film è sicuramente il più personale e autobiografico. Ho sempre saputo che un giorno avrei raccontato una storia sulla mia iper emotività, sul panico che talvolta mi prende fin da quando ero piccolo.
Mi ricordo che da bambino, quando dovevo uscire di casa, sbirciavo prima attraverso il portone semiaperto per accertarmi che non ci fosse nessuno per la strada. Se arrivavo tardi a scuola, non riuscivo a entrare in classe. E la cosa si è aggravata durante l'adolescenza e questo, tra l'altro, è uno dei motivi che ha scatenato la mia passione per il cinema. Protetto dal buio delle sale, ho potuto finalmente provare paura, tensione, gioia, speranza, ho potuto lasciarmi andare a tutte le emozioni più forti, senza preoccuparmi di essere visto dagli altri.
Eppure ha girato molti film e quella del regista è una figura abbastanza esposta.…
Il mio desiderio di fare film è derivato da questo amore per il cinema, ed è stato proprio il cinema a permettermi di superare le mie paure. Con il tempo ho cercato di trasformare il panico in un alleato. E' diventato uno stimolo, un motore. E' così che ho osato girare i miei primi cortometraggi, mettendomi sul serio nei panni di un regista, con tutto quello che comporta. A pensarci bene, mi rendo conto che in effetti la paura è sempre stata una protagonista nei miei film: la paura di impegnarsi in Le bateau de mariage, la paura di lasciarsi andare alla passione per la recitazione in Les aveux de l'innocent, la paura della morte in C'est la vie, la paura della sessualità in Mauvaises fréquentations. Le paure dei miei personaggi sono il prisma attraverso il quale li osservo ma, dato che la mia natura è positiva, mi piace anche raccontare come poi riescono a superarle e ad uscirne.
Ha mai fatto parte degli Emotivi Anonimi?
Nel 2000 ho scoperto l'esistenza di queste associazioni e ci sono andato. Ho anche fatto parte di un gruppo d'ascolto all'ospedale Pitié Salpêtrière. Ho conosciuto altra gente, ho scoperto altre storie e, soprattutto, mi sono reso conto dell'incredibile numero di persone che soffre di questo malessere. Quello che un iperemotivo teme di più è il faccia a faccia, l'intimità. L'idea di mettersi a nudo, in senso proprio o figurato, gli crea uno stato di panico. Sono rimasto molto stupito nell'ascoltare la testimonianza di giovani donne molto belle che erano totalmente angosciate all'idea di un appuntamento; ho sentito uomini, dei quali avrei potuto invidiare l'apparente sicurezza di sé, raccontare fino a che punto l'idea di fare un discorso in pubblico li terrorizzava. Sono rimasto allo stesso tempo stupito e profondamente toccato da queste quotidiane debolezze.
Come definirebbe il profilo tipo di un iperemotivo?
Non è timidezza, è un'altra cosa. Si tratta di persone che vivono in uno stato di tensione semi permanente, divise tra un desiderio fortissimo di amare, lavorare, esistere e qualcosa che le trattiene e le blocca ogni volta. Sono spesso piene di energia, e non sono né depresse né deprimenti. E' questo loro tipico stato di tensione che mi ha fatto pensare ad una commedia, perché questa cosa le fa trovare spesso in situazioni incredibili. Nei gruppi d'ascolto ho sentito cose decisamente buffe, delle quali finivamo col ridere tutti insieme.
Gli iperemotivi sono talmente pronti a tutto pur di evitare ciò che fa loro paura, che finiscono col ritrovarsi in situazioni complicatissime e davvero grottesche. E quando osano passare all'azione, possono arrivare a fare cose folli. Funzionano come dei motori a scoppio. Uno spunto formidabile per una commedia.
Come si riconoscono?
Non è così facile. Senza saperlo, sono spesso degli eccellenti commedianti. Dato che devono nascondersi, non devono far trasparire le loro paure, sviluppano un'attitudine ad ingannare e a recitare, spesso impressionante. Non è un caso se molti dei più grandi attori sono in realtà degli iperemotivi.
Hanno una percezione del mondo un po' particolare?
Queste persone vedono il mondo come un piccolo teatro. Sono davanti ad un palcoscenico sul quale devono salire per recitare, convinti però di non essere all'altezza del ruolo. Non c'è niente di semplice o di banale per loro. Entrare in un ristorante affollato, rispondere al telefono. Ogni cosa li impegna all'estremo. D'altra parte hanno anche la tendenza improvvisa a vedere il mondo con occhi poetici, in modo un po' distorto, bizzarro, un po' come fanno i bambini. Essere emotivi significa essere vivi. Nonostante tutte le difficoltà che questo comporta qualche volta, è anche un modo di vedere la vita con un'intensità fuori dall'ordinario. Paradossalmente provo dispiacere per i disillusi, per quelli che non provano niente, non notano niente, che vivono tutto senza sentirsi personalmente coinvolti. Gli emotivi conservano una fantasia e un'energia che consentono loro di vedere il mondo in modo speciale.
I suoi film parlano sempre di personaggi che hanno difficoltà a trovare la propria collocazione…
Ho sempre raccontato storie di individui solitari che cercano di integrarsi in un gruppo. Hanno paura, ma cercano un legame. E' quello che mi piace raccontare nei miei film, ed è anche in un certo senso la funzione del cinema quella di creare un legame, di unire. L'iperemotività è una caratteristica che può isolare molto. Da bambino ero un tipo abbastanza solitario. Pur non essendo mai arrivato a tanto, ho conosciuto anche persone che non riuscivano ad uscire di casa. Tutto diventa una prova da superare. Andare a prendere il pane o incrociare gente per le scale comporta uno sforzo. Si ha paura dell'altro e del suo sguardo.
Lei ritiene di essere nato iperemotivo o di esserlo diventato?
Credo che l'iperemotività affondi le sue radici nell'infanzia. Mi ricordo che nella mia famiglia, quando ero piccolo, l'ansia era onnipresente. Non ho alcuna intenzione di rimproverare i miei genitori, ma mio padre diceva spesso come Jean René nel film: «Augurandoci che non succeda niente!». Eravamo costantemente immersi in questo stato d'animo. Un'altra frase veniva ripetuta spesso: «Soprattutto, non facciamoci notare». E se il telefono squillava, era sicuramente per informarci della morte di qualcuno! Si viveva quindi sempre nel timore che potesse succedere qualcosa di grave, e facevamo il possibile per rimanere in disparte, per non farci notare. Il fatto che io sia così alto ovviamente in questo caso non mi ha aiutato. Risultato: ancora oggi, trovarmi in piedi in una stanza, per un cocktail ad esempio, in mezzo a tanta gente, è un vero incubo!
Come ha deciso di trarne lo spunto per un nuovo film?
E' stato un processo lento, un desiderio che è cresciuto in me nel corso del tempo. C'è una domanda che mi ha sempre tormentato: di cosa abbiamo paura nella vita? Di una punizione, del ridicolo, del fallimento, dell'opinione degli altri? Quando ho girato C'est la vie ho frequentato molte persone che sapevano di dover morire e tutte mi dicevano la stessa cosa: «Che idiota sono stato ad aver avuto paura. Avrei dovuto parlarle, dirle che l'amavo. Avrei dovuto osare. Adesso è troppo tardi. Di cosa ho avuto paura?». E' un sentimento abbastanza universale. Tutti ci portiamo dento il rimpianto di non aver tentato qualcosa, e spesso è stupido.
Bisogna lanciarsi, non aver paura di fallire, non temere di andare fino in fondo. L'importante non è riuscire o fallire, ma tentare. Abbiamo troppa paura del fallimento. Viviamo in un'epoca in cui bisogna avere successo e questo aggiunge un'ulteriore pressione che non porta a niente. Bisogna riuscire nella vita e nel lavoro, essere belli, giovani, ma tutto questo distrugge la gente. Nessuno può mai essere all'altezza dei modelli che ci vengono propinati. E questa è un'altra cosa che cerco di dire nel film. Avevo voglia di raccontare una storia su questo genere di paure, ma con leggerezza, in modo da infondere fiducia in coloro che, a diversi livelli, si riconosceranno nelle sofferenze dei protagonisti.
Come ha strutturato la storia?
Ho davvero pensato a questo film per anni, e l'ho nutrito degli incontri che ho fatto e della mia personale esperienza. Le cose hanno cominciato a cristallizzarsi quando mi sono reso conto che si poteva affrontare un tema come questo usando la commedia romantica. Il potenziale delle situazioni che possono crearsi tra due persone affette da iperemotività era enorme. Ho cominciato a raccogliere appunti, a documentarmi. Ho anche letto molto, in particolare l'opera di Christophe André e Patrick Legeron La paura degli altri. Alla fine avevo più di cento pagine di appunti e riflessioni, ma è stato incontrare Philippe Blasband, uno sceneggiatore belga, a permettermi di costruire l'intreccio. Gli ho parlato del desiderio di scrivere una commedia romantica su due grandi emotivi che ignorano di avere lo stesso problema, partendo da tutto il materiale autobiografico che avevo.
Abbiamo iniziato subito a lavorare alla storia. Molte delle testimonianze che avevo raccolto nei gruppi di ascolto riguardavano il mondo imprenditoriale e desideravo che l'incontro avesse luogo in un ambiente lavorativo. Poi con Philippe ci è venuta l'idea del cioccolato, forse perché eravamo in Belgio, lavoravamo a Bruxelles in una sala da thé, ma più probabilmente perché il cioccolato non è certo un alimento insignificante. E' noto per la sua capacità di far sentire meglio le persone, ha un profumo e un sapore legati all'infanzia, e chi soffre d'ansia spesso ne abusa. Da lì l'idea della fabbrica di cioccolato, della quale il protagonista sarebbe stato il proprietario e lei una cioccolataia.
Come ha scelto gli attori?
Ancor prima di iniziare a scrivere avevo parlato del progetto a Isabelle Carré. Con lei avevo appena finito di girare Maman est folle per la televisione e avevamo scoperto di avere molte cose in comune. Con Isabelle mi sono sentito a mio agio come raramente mi capita. Ho avuto l'impressione di incontrare una specie di alter ego. Abbiamo parlato del soggetto del film e lei si è dimostrata subito interessata. Avendo cominciato a parlarne così in anticipo, abbiamo potuto arricchire il suo personaggio di tante piccole cose nate da lei o da me. E' un'attrice con la quale penso di avere una vera affinità e spero di lavorare ancora con lei. Anche Benoît Poelvoorde mi è venuto in mente subito.
In Benoît si percepisce una certa tensione. Quando recita si lancia sulla scena proprio come un iperemotivo si getterebbe nella vita. E' come se si lanciasse nel vuoto, senza reti di protezione. E' un genio della comicità e, come tutti i grandi artisti del suo livello, le incrinature e le emozioni sono sempre ad un passo. Riesce a commuoverti pur rimanendo divertente. L'idea era anche quella di farlo vedere sotto una luce un po' diversa, mettendo in evidenza la sua capacità di emozionare mentre esprime il suo talento comico. Scrivere per lui e Isabelle ci ha davvero ispirato.
Il suo film rivisita molti elementi tipici della commedia romantica, ma da un punto di vista inedito, obliquo, spingendoli oltre.…
Mi piace quando un film è facilmente inquadrabile in un genere, e per questa commedia romantica mi sono venute in mente alcune pellicole, per la maggior parte anglosassoni, che ho adorato. Mi piace l'idea di un universo a parte, coerente, di un piccolo mondo a sé stante. La metafora del teatro calza a meraviglia: alcune persone salgono sul palcoscenico, altre restano tra le quinte, mentre la maggior parte preferisce restare a guardare come spettatrice.
Quelli che mi commuovono sono proprio quelli che restano nell'ombra, i più numerosi, i più modesti. Sono loro a interessarmi. Jean René e Angélique sono persone comuni ma possono ugualmente trovare il loro posto nel mondo, e in una commedia romantica. Sono eroi che combattono molte piccole battaglie, soprattutto contro se stessi. Lottano per trovare il loro posto in quel piccolo teatro che è il mondo.
Si ricorda la prima scena che ha girato con Isabelle e Benoît?
La prima scena a essere girata è stata quella del ristorante, in cui cenano insieme per la prima volta. Eravamo proprio nel cuore della storia, del loro rapporto fatto di slanci, di desideri, di blocchi, di dubbi, ognuno dei due convinto di essere quello più spaventato, con tutti gli equivoci che la cosa può generare. E' stata una vera emozione girare quella scena. La scelta del ristorante che faceva da sfondo non è stata casuale. E' il. “Cintra.” di Lione, la città dove sono nato e dove abbiamo girato la maggior parte del film. E' uno dei ristoranti più in vista, un luogo che faceva sognare mio padre, con arredi molto inglesi, boiseries, un ambiente accogliente. Isabelle e Benoît hanno assunto subito il tono giusto, un misto di umorismo e di trepidazione. Sono stati commoventi e divertenti allo stesso tempo.
Il suo film ha un'ambientazione abbastanza stilizzata, quasi fuori dal tempo. A tratti fa venire in mente una favola. Come ha preparato lo stile visivo del film?
Questo aspetto corrisponde perfettamente alla percezione che gli emotivi hanno del mondo.
Volevo che lo spettatore assumesse completamente il loro punto di vista. Nei miei primi film ero più incline a mostrare la realtà: ho girato Les aveux de l'innocent in una prigione, C'est la vie in un vero reparto di cure palliative. Il mio obbiettivo era quello di calare la finzione nella realtà. Da Je m'appelle Elisabeth ho cominciato ad osare qualcosa nell'invenzione degli ambienti.
Per Emotivi anonimi sono stato aiutato da una troupe artistica che apprezzo molto Gérard Simon per la fotografia e le luci, Sylvie Olivé per le scene e Nathalie du Roscoat per i costumi e insieme abbiamo creato questo universo atemporale. Per il personaggio di Isabelle il riferimento è stato a Ginger Rogers, un'attrice che adoro; Benoît era un po' James Stewart in The shop around the corner (Scrivimi fermo posta) di Ernst Lubitsch. Così abbiamo usato una particolare gamma di colori, il rosso e il verde, uno stile nell'abbigliamento che può far pensare agli anni Cinquanta, ma il tutto calato nel mondo dinamico di oggi, un'architettura che ricorda più Londra che Parigi, con i suoi mattoncini, e le piccole vetrine dalle luci calde. Volevo anche ritrovare e trasmettere quel piacere che mi ha portato ad amare il cinema: entrare in un mondo diverso, lasciando per un po' il mondo reale.
E' per questo che nel film ha anche fatto cantare gli attori.…
Ho sempre amato le canzoni nei film. La canzone cantata da Isabelle, La confiance (I have confidence), è tratta dal film Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise, ed è Julie Andrews a cantarla quando si chiede perché ha tanta paura alla vigilia di una grande avventura.
Per Angélique, il personaggio interpretato da Isabelle, canticchiarla è un po' come stringere il suo orsacchiotto, la rassicura.
Anche il personaggio di Benoît canta, ma per un'altra ragione, altrettanto credibile dal punto di vista della psicologia degli emotivi. Benoît canta Les yeux noirs (Oci ciornie), e per me è davvero emozionante. Non era facile per lui. Ciò che fa il suo personaggio è abbastanza indicativo di ciò che fanno gli emotivi. Ha paura di tutto, è terrorizzato all'idea di trovarsi da solo davanti alla donna che ama, ma improvvisamente si lancia sul microfono e le canta una canzone davanti a tutti i clienti del ristorante. Il modo in cui Benoît l'ha cantata, quello che tira fuori in quel momento, resta uno dei ricordi più forti che ho del film. Ero davvero molto emozionato.
In relazione a questo film, qual è la cosa di cui è più soddisfatto?
Sono ammirato dalla potenza comica e dalle emozioni che Benoît e Isabelle sono riusciti a sprigionare. Hanno infuso vita ai personaggi attraverso la loro umanità. E ci si affeziona a loro. Su un piano più personale, questo film rappresenta una tappa importante nel mio percorso. Dentro di me comincia a sciogliersi qualcosa, affronto molte più cose, ho voglia di andare dalle persone e dire loro che non bisogna vergognarsi di avere fifa e che l'unica cosa triste è non provarci. Nel film, Angélique e Jean René non supereranno tutto, ma non saranno più soli. Spero che questo film riesca a rendere felice la gente.
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