Jesus Christ Superstar di Norman Jewison - recensioni e trama


Opinioni, recensione, locandina Jesus Christ Superstar
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locandina manifesto Jesus Christ Superstar
 
Trama di Jesus Christ Superstar
Opera rock che racconta gli ultimi sette giorni della vita di Gesù Cristo rappresentati, sotto forma di musical, da un gruppo di hippie.


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Voto / Opinione / Recensione dei visitatori appassionati di RecensioniFilm.com

Andrea Ferro scrive a proposito di Jesus Christ Superstar opinioni
Dopo aver riguardato a distanza di 20, 25 anni il musical degli anni ‘70 Jesus Christ Superstar mi sono venute in mente riflessioni che non avevo fatto nel periodo che lo vidi la prima volta. Avevo 13 anni allora. Anche se non mi limitai a guardarlo una sola volta ma almeno 4 o 5 volte, sia per la suggestiva colonna sonora rock che lo accompagnava che per lo scenario inedito per la rappresentazione di una storia sacra. Jesus Christ Superstar è una sorta di sguardo, a partire dalla mentalità della contestazione giovanile dell’epoca, sulla vita di Gesù Cristo a partire dai vangeli, ma con una rilettura e reinterpretazione originale e inedita.
E’ una scelta che si rivela simbolicamente efficace quella di far nascere una storia con l’impianto di un musical teatrale itinerante con pochi personaggi, che arrivano tutti con un pullman turistico in terra santa, velocemente si vestono con pochi indumenti di scena fortemente iconografici, anche lievemente caricaturali: controfigure efficaci nel drammatizzare in modo essenziale la serie di episodi scenici che di lì a poco andranno a recitare.
Ma quello che più colpisce alla fine, è che, lungo tutto il film, a conti fatti, sembra di aver principalmente a che fare con un dialogo serratissimo tra la figura del Cristo e quella di Giuda.
La storiografia evangelica ci riporta la figura di Giuda come l’apostolo che sarebbe stato predestinato a tradire Gesù e a farlo catturare dai soldati romani. L’epilogo della parabola del Giuda evangelico è quella del suicidio. Sa di aver tradito un innocente ma non è in grado di perdonarsi.
Ma nel musical in realtà Giuda rappresenta una domanda di tutti, una provocazione che viene dall’umanità nei confronti di un uomo, un povero falegname, che dice di essere Figlio di Dio. E su questa pretesa si gioca tutto il dialogare sofferto, la domanda incessante che Giuda pone davanti al presunto Messia, con il quale ha condiviso gli anni cruciali della giovinezza e degli ideali che si sono infranti contro la durezza di una realtà spesso crudele e impietosa.
Giuda, in J.C.S. , ancor più che nella tradizione scritturale neo testamentaria culturalmente condivisa, si presta ad essere paragonato ad una figura militante, assetata di libertà, di giustizia, attanagliata dal bisogno di affrancarsi dal popolo che lo opprime ( l’impero romano). In tal senso Giuda incarna le aspettative del popolo ebraico del tempo, che si trovava in una condizione di colonizzazione, ma allo stesso tempo, è possibile estendere questa condizione di schiavitù, di sete di giustizia, di ricerca e affrancamento dal male e dal dolore, ad ogni epoca dalla storia umana.
La predicazione di Gesù viene evitata, e data per scontata nel dipanarsi del racconto teatral-musicale. Ciò che invece emerge sono i dubbi progressivi rispetto a quello che effettivamente Gesù aveva predicato. Per “i figli dei fiori” la civiltà dell’amore viene desiderata, auspicata, ma realizzata in una forma rivoluzionaria, in antitesi al sistema oppressivo.
Per suo conto, Giuda fin dall’inizio accusa Gesù di aver narrato favole, e finché si trattava di creare un ristretto gruppo di appassionati ad una filosofia di vita, forse andava bene, (a lui per primo) ma poi, progressivamente, questa predicazione si rivela molto più potente, dirompente, perché coinvolge un numero sempre più crescente di adepti, di entusiasti adoratori di un nuovo re o governante - non importa se con investitura divina - che, nelle loro aspettative, avrebbe garantito un regno di giustizia, pace, libertà sulla terra, contro le tirannie oppressive.
Poco dopo l’ingresso e l’acclamazione del messia a Gerusalemme con le palme della festa, si susseguono, una dietro l’altra, le scene chiavi in cui questa aspettativa viene fortemente delusa da Gesù. Scaccia via la popolazione dei mercanti nel tempio, Pilato e Erode irridono e restano perplessi da questa figura carismatica, regale ma decisamente anticonformista rispetto alle autorità in antitesi, fino ad allora conosciute.
C’è qualcosa nella figura di Gesù, pur nella sua utopica predicazione e irriverente verso la tradizione ebraica, che affascina le folle e dalla quale il potere costituito (nel nostro caso quello religioso, che comunque costituiva un collante con quello civile e politico) si sente fortemente minacciato. Al punto che sono proprio i dottori della legge farisaica a decidere della morte di Gesù, come era stato deciso con Giovanni Battista. Ai potenti religiosi non interessa in fondo quanto Gesù dice o i miracoli e le guarigioni che egli compie, che vengono interpretati come una strategia politica per far proseliti e sovvertire l’ordine sociale da essi mantenuto.
Giuda, nella sua provocazione irrisoria nasconde una domanda a cui non trova risposta, perché resta racchiuso nella sua visione del mondo fortemente politicizzata, tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi e non sa darsi ragione dell’impotenza a cui Gesù sembra consegnarsi e che non vuol pensare ad alcuna strategia di attacco e di guerra. Giuda tradisce Gesù perché è fortemente deluso e amaramente, in questo suo tradimento, sembra esibire ancora la stessa domanda di rivoluzione e di riscatto, alla quale però Gesù non risponde. E, come da copione, una volta accortosi di aver comunque consegnato un povero innocente alla morte, non riesce a perdonarsi e si impicca, perché in fondo tradisce i suoi ideali.
Il popolo che, in breve tempo, da suo devoto ascoltatore che lo inneggia entusiasta a salvatore, cede anch’esso alla tentazione di pensare che Gesù in realtà non fa niente, anzi, annuncia che la sua missione è finita in questa vita. Il popolo non gli perdona questa scelta di non agire, non comprende che il regno da Lui annunciato come Figlio di Dio non ha la forma convenzionale che ogni regno che si instaura dovrebbe mostrare, con rapporti di forza, con una rivoluzione anche attiva contro gli oppressori. Così mostra lo stesso volto dell’umanità ribellata. Gli si rivolta contro, lo deride e arriva a desiderare per lui addirittura una sentenza di morte crudele, destinata alle persone più disprezzate dalla società del tempo. La rabbia è quasi immotivata, e la vendetta per delle promesse apparentemente non mantenute è impietosa. Chi è costui che si annuncia non connotati di divinità, addirittura figlio di dio, e non fa nulla per cambiare la situazione ?
Un’altra figura che viene esplorata è quella di Maria Maddalena, la prostituta perdonata che si innamora di Gesù, sempre lo protegge, sente di amarlo, vede che è solo un uomo, ma in fondo non sa come amarlo veramente. Ignora la dimensione in cui il Figlio di Dio chiede di essere amato. E di questo soffre e si rammarica. Significativa è anche la definizione del personaggio di Pilato, a cui il popolo, esasperato, chiede il potere di crocifiggerlo.
Anche Pilato, come Erode, rimane perplesso sarcasticamente, ma pure con un non celato punto di domanda, davanti alla non reattività di Gesù, davanti alla sua flagellazione, (per cui non manca di provare pietà), e alla sentenza di morte. Gesù con pochissime parole, fredda Pilato, dicendo che tutto è già deciso da un Altro sopra di lui. Anche qui la regalità di Gesù non viene capita. Un re che si consegna, non si oppone, si offre come vittima sacrificale. Forte è il senso di rabbia di Pilato nel suo lavarsi le mani, davanti ad un crimine contro un innocente, che, per quanto folle, non merita una così severa sentenza.
Alcune riflessioni meritano i momenti in cui Gesù si apparta e fa delle domande al cielo per chiedere il vero significato del suo sacrificio. Gesù mostra il suo aspetto umano, e in una passeggiata solitaria nel giardino del Getsemani un po’ particolare, dialoga con Dio perché non capisce la necessità della sua morte. Sembra nemmeno lui comprendere il motivo per cui deve consegnarsi alla morte e in questo compiacere il Padre. Sembra anch’egli inconsapevole il motivo più importante: l’aspetto del prendere su di sé tutto il peso dei peccati dell’umanità, presenti, passati e futuri.
Alla fine rimette la sua volontà, ma in un grido di rassegnazione dove anch’egli non comprende la sua missione fino in fondo, pure accettando la volontà del Padre. E infatti questa sembra la debolezza del film nel senso più strettamente teologico del termine. Tutti i personaggi sembrano ignorare il senso della vita del nazareno e della predicazione di Gesù, a partire da lui stesso. Davanti al limite estremo viene a sconfessarsi il senso stesso del regno che fino ad allora aveva annunciato. E la chiusura del film di Tim Rice è emblematica in tal senso. Gesù viene crocifisso. Muore, consegnando l’anima al padre, pari pari come recitano i vangeli . E’ sera, in una notte serena. Non si scuotono i templi.
Il crocifisso rimane inerte, mentre tutti i personaggi del musical, si tolgono i vestiti di scena, smontano le scene stesse, si cambiano e uno alla volta montano sul pullman che li riporterà tutti a casa. Maddalena e Giuda lanciano un ultimo sguardo rammaricato verso il monte e la croce distante e poi, anche loro salgono e se ne vanno.
Quasi a voler dire: ma ne è valsa la pena di finire così in quel modo ? A quanto pare, per l’umanità decritta da Rice e dai protagonisti da lui ricostruiti nella vicenda del Nazareno circa 2000 anni fa, (aiutato da una colonna sonora rock da antologia composta da Andrew Lloyd Webber e da voci stupefacenti), il sacrificio di Cristo non è stato compreso.
Questa re – interpretazione e drammatizzazione inventiva della vita e della missione di Gesù, mostra degli interrogativi sempre attuali per la cultura contemporanea, e il film vale certo la pena di essere visto e compreso, pur tenendo conto del suo limite a dar giustizia del valore supremo del sacrificio e del martirio volontario di Cristo per amore agli uomini e per perdonare la loro naturale e insuperabile inclinazione al male.

Non mancano tuttavia nel film delle allusioni alla storia sacra convenzionale. Nel cammino verso il suicidio Giuda urla al cielo di essere stato uno strumento, non solo dei potenti, ma prima di Dio stesso, affinchè la storia da Lui voluta, dovesse svolgersi con la consegna di un innocente alla legge.
E prima della crocifissione assistiamo ad un ballo dello stesso Giuda, assieme ad altre comparse, tutti vestiti di bianco, in un ipotetico paradiso, dove chiede ancora a Gesù ormai riconosciuto come Dio, come mai avesse scelto un periodo così inglorioso per manifestare i destini dell’umanità. Sono le perplessità della modernità incredula, sempre attuali.

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